Il quartiere di San Lorenzo e le tracce della Montessori | San Lorenzo District and Montessori’s traces

DOI: 10.5281/zenodo.8225320 | PDF | Educazione Aperta 14/2023

As we know, Montessori began her extraordinary pedagogical adventure in the San Lorenzo district of Rome. After so many decades, what traces are left in the memory of the place? Is there awareness of the action carried out there by Montessori and possibly the desire to connect one's work with hers in the consciousness of cultural operators, associations, groups and individuals? From these questions, born in 2020 during the lessons of the academic course Experimentalism, didactic innovation and Montessori pedagogy  at Roma Tre University, the research that we present here arose. To answer them, a laboratory was set up, freely chosen by the students, alongside the institutional course. The project fits into the epistemological and methodological framework outlined by the ACL® (Action Community Learning) model, elaborated by the writer, during a series of community pedagogy researches. The Laboratory, constituting the group of participants in a research community, conducts research work in the field starting from the narratives of the associations and informal groups operating in the socio-educational and cultural context in the district of San Lorenzo. The project is part of an effort aimed at producing didactic innovation in the university environment, closely linking training and research, and at the same time proposes to identify a possible model of dialogue with the territory, in the perspective of the institution's third mission and of the community engagement.

Keywords: community engagement, community studies, Montessori, didactic innovation, research community.


Il Quartiere della Casa dei Bambini

Nel 1906 Maria Montessori, libera docente in antropologia, che si era fatta una certa fama per i suoi interventi sulla funzione preventiva dell’educazione rispetto ai rischi di devianza dei bambini poveri, fu sollecitata dal direttore generale dell’Istituto dei Beni Stabili di Roma, l’ingegnere Edoardo Talamo[1], a occuparsi dell’organizzazione di una scuola infantile per rispondere alle condizioni di grave povertà educativa in cui versavano gli abitanti delle case popolari del Quartiere San Lorenzo di Roma. L’anno dopo, grazie anche al sostegno dei baroni Alice e Leopoldo Franchetti, che avevano conosciuto Montessori in casa della scrittrice Sibilla Aleramo, nacque la prima Casa dei Bambini, in via dei Marsi 58, inaugurata il 6 gennaio 1907.

San Lorenzo all’epoca era un quartiere problematico e complicato, composto da operai disoccupati, mendicanti, emarginati, che erano andati ad abitare alloggi rimasti incompiuti a causa della crisi economico-finanziaria che aveva bloccato il processo speculativo avviatosi anni prima e che aveva riguardato l’urbanizzazione di Roma, dopo che questa era stata dichiarata capitale del Regno. Il degrado del quartiere aveva suggerito l’acquisto da parte dell’Istituto dei Beni Stabili[2] di quelle abitazioni per poterle risanare, facendone delle “case popolari”. Accanto a questo recupero immobiliare, si ritenne indispensabile affiancare la creazione di un’iniziativa educativa che coinvolgesse i bambini più piccoli, in età prescolare, in modo da sottrarli precocemente alle negative influenze ambientali. Da qui il coinvolgimento di Maria Montessori, medico e pedagogista, che avrebbe potuto mettere in pratica le sue innovative idee per l’educazione dei bambini svantaggiati. Fu così che prese avvio quella sperimentazione che Montessori raccontò e sistematizzò in una pubblicazione del 1909 dal titolo Il Metodo della Pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini (Montessori, 2000), testo su cui l’autrice tornerà più volte con nuove edizioni riviste ed ampliate (1913, 1926,1935, 1950).

Dopo l’avvio della prima Casa dei Bambini in via dei Marsi 58, di lì a pochi mesi nacque una seconda scuola. In occasione dell’inaugurazione di quest’ultima, avvenuta il 7 aprile 1907, Montessori tenne un Discorso in cui segnalava come il Quartiere, nato durante la grande febbre edilizia, fosse costituito da case che erano sorte senza tenere in conto alcun criterio igienico e urbanistico: pur di accaparrarsi le sovvenzioni che erano state previste per i costruttori, si edificava selvaggiamente. Scrive Montessori: “Quando sono venuta la prima volta per le vie di questo quartiere dove la gente per bene passa solo dopo morta [per raggiungere il Cimitero del Verano si doveva spaccare il Quartiere], ho avuto l’impressione di trovarmi in una città dove fosse avvenuto un gran disastro” (Montessori, 1907, pp. 987-988). La crisi intervenuta nel bel mezzo dell’euforia costruttiva, aveva lasciato incompiute tante case, sicché l’impressione che Maria Montessori ricava è quella non tanto del non finito quanto del degradato (Babini, Lama, 2000). Ad entrare in uno di questi appartamenti - dice - si prova “un senso di raccapriccio e di sorpresa”, sicché si capisce che la gente preferisca stare in strada piuttosto che in queste case che sono dei tuguri (ibidem).

Oggi il quartiere, situato all’interno del Municipio II di Roma, è percorso da movimenti diversi e a volte contrastanti, articolato in tante presenze di carattere associazionistico sia socio-educativo che culturale, nonché da un presidio universitario che ha attratto nel tempo molti studenti a risiedere a San Lorenzo. Rimane un quartiere popolare dove sono evidenti i passaggi della speculazione edilizia e che da alcuni anni è oggetto di movimenti di gentrificazione.

L’idea della ricerca

Nel 2020 all’interno dell’insegnamento Sperimentalismo, innovazione didattica e pedagogia montessoriana da me svolto nell’ambito del Corso di laurea magistrale in Scienze pedagogiche nel Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università RomaTre, durante gli scambi formativi con gli allievi a lezione, cominciarono ad emergere alcune curiosità diventate pian piano vere e proprie domande di ricerca.

Roma dagli inizi del Novecento ad oggi ha conosciuto una profonda trasformazione, nella composizione sociale dei suoi quartieri, nei modi di abitare e vivere gli spazi urbani. Cosa ne è oggi, ci siamo chiesti, di San Lorenzo, e qual è il suo carattere? Cosa verrebbe fuori se andassimo a dialogare con le diverse realtà associative, con i gruppi informali e singole persone per capire se di quell’antico segno lasciato nel quartiere da Maria Montessori è rimasto qualcosa, se nell’attuale progettualità culturale e di animazione socio-educativa c’è un esplicito o un larvato riferimento alla sua opera? È possibile a distanza di più di cento anni far riecheggiare le parole montessoriane, le sue idee di società, di relazione, di libertà e di educazione per le vie del Quartiere San Lorenzo?

Per trovare le risposte – ci siamo detti – è necessario del metodo. Bisogna pianificare la ricerca, recuperare le informazioni, approfondire le problematiche metodologiche. Attorno a queste questioni pensai di istituire un Laboratorio, a basso profilo di formalità: un Laboratorio aperto agli studenti che volontariamente e senza nulla aspettarsi in termini di c.f.u., ma desiderosi soltanto di cimentarsi con le procedure della ricerca educativa, vi vogliano prender parte; un laboratorio che si propone come una sorta di zona franca, dentro la quale coltivare il gusto del camminare, dell’esplorare, del chiedere, del trovare, dell’analizzare, dell’interpretare, del confrontarsi, del fare e del rifare, per far diventare il proprio astratto sapere, appreso sui libri e nelle aule universitarie, concreto strumento di esplorazione del reale.

Il Laboratorio, ancora in corso dopo quasi tre anni dall’avvio, ha natura permanente in quanto tale è anche l’azione di ricerca-formazione-intervento che ha innescato e sta portando avanti.

Essere gruppo e fare ricerca

Animati di buona volontà, di registratori digitali, di taccuini e penne, il 3 giugno 2021 ci siamo presentati per la prima volta a San Lorenzo e abbiamo cominciato la nostra piccola avventura di ricercatori alle prime armi con la prima intervista[3].

Ma da circa un anno avevamo condotto le nostre sedute preparatorie, avevamo discusso di ricerca etnografica, di metodi di animazione sociale e del territorio, di ricerca intervento, di ricerca partecipata, delle diverse forme dell’intervista a cui poter ricorrere come strumento per raccogliere contenuti di conoscenza, da analizzare ed interpretare. Su questo ci siamo incontrati periodicamente, inizialmente solo online essendo il periodo di pieno lockdown e successivamente in presenza e anche in modalità mista. Ho manifestato ai miei studenti e studentesse cosa ravvedessi di interessante, dal mio punto di vista, in ciò che ci accingevamo a fare. I miei pregressi lavori di ricerca nell’ambito dei community studies e dello sviluppo di comunità, mi avevano condotta a esplorare il mondo delle piccole realtà territoriali, dei borghi a rischio spopolamento, ovvero dei gruppi più o meno organizzati di migranti, mentre San Lorenzo costituiva per me un terreno d’indagine diverso, un quartiere molto vivace, culturalmente attivo, in una realtà metropolitana, nel quale mettere alla prova le categorie d’analisi e le prospettive d’interpretazione maturate sino a quel momento in contesti ben differenti. Grazie alle ricerche precedenti ero potuta addivenire, dentro il gruppo di ricerca con cui stabilmente collaboro, alla definizione di un dispositivo di ricerca-formazione-intervento denominato ACL® (Action Community Learning), che ritenevo potesse – opportunamente adattato alla situazione attuale – costituire un possibile riferimento per le azioni da condurre all’interno della costituenda comunità di ricerca e, attraverso questa, sul territorio. ACL® si basa sulla connessione fra il tentativo di comprendere la realtà e la capacità di contribuire alla sua trasformazione, non trascurando i molteplici processi di apprendimento riflessivo e critico che derivano da questa complessità. Include la mappatura dei bisogni quale atto preliminare di ogni azione da svolgersi nel contesto-target: interviste in profondità, analizzate e interpretate con l’ausilio di software di analisi testuale. Privilegia metodi e tecniche di intervento provenienti dalle arti performative, sposando l’idea di Turner (1993) del carattere riflessivo e critico delle performance culturali (per una descrizione sufficientemente dettagliata di tale dispositivo si rinvia a: Colazzo, Manfreda, 2019; Manfreda, 2022).

All’interno del nostro gruppo abbiamo esplorato i principi e gli aspetti chiave sul piano metodologico di questo modello senza tuttavia scendere nei dettagli in quanto volevo che emergessero nel dispiegarsi comune e condiviso delle fasi del nostro lavoro, come intrinseca ed  emergente esigenza dei membri.

In testa ad ogni altra considerazione ho posto l’istanza volta a far sì che il Laboratorio possa configurarsi come una vera e propria comunità di pratica di ricerca: ci sono l’esperto, i novizi, ma anche lo scambio tra pari, il mutuo aiuto nel portare avanti gli obiettivi, il coinvolgimento attivo e orizzontale di tutti i membri, la co-costruzione e condivisione degli apprendimenti (Wenger, 2006). Ma non solo. È uno spazio entro cui sviluppare discorsi e pratiche in ragione di un obiettivo, il quale costituisce il centro aggregatore degli scambi comunicativi tra i membri della comunità e la causa degli apprendimenti che il gruppo di volta in volta individua e riconosce come necessari per poterlo raggiungere.

Questa consapevolezza di lavorare innanzitutto per fissare chiaramente l’obiettivo del gruppo, si è palesata durante gli anni del mio dottorato in Scienze della mente e delle relazioni umane all’Università del Salento, approfondendo il T-Group e le critiche a Kurt Lewin sviluppate da Renzo Carli e Maria Rosaria Paniccia.

Come si sa, l’idea del T-Group venne a Lewin durante un’azione formativa rivolta a 65 insegnanti, in cui i formatori si trovavano a discutere sull’andamento del seminario e sulla sua evoluzione. Una sera, alcuni partecipanti si intromisero nella loro discussione dicendo di trovarla assai interessante, ancor più che i contenuti del corso. Era interessante avere un feedback sul funzionamento del gruppo di apprendimento e l’apporto di ogni membro allo stesso.

Così - dicono Carli e Paniccia - Lewin trovando estremamente feconda la situazione creatasi, decise di codificare il T-Group, nei termini di un’attività riflessiva del gruppo sulle proprie dinamiche. Tuttavia, ciò non coglieva veramente l’essenza della situazione da cui Lewin aveva estratto l’idea del T-Group (Carli, Paniccia, 1999). Si trattava di una situazione formativa, la quale acquistava spessore grazie a un’attività riflessiva dei partecipanti, che in tal modo diventavano maggiormente in grado di gestire i propri processi di apprendimento, anche in virtù delle interazioni sociali con gli altri membri del gruppo. Questa convergenza tra formazione e riflessione li aveva costituiti in una comunità di apprendimento.

Se andiamo ad esaminare il momento in cui il T-Group nacque - ci dicono Carli e Paniccia - possiamo vedere che esso consta di due dimensioni: la dimensione pragmatica, cioè quella consistente nel corso di formazione, che prevede docenti, tutor, allievi e quella che, sospendendo l’azione formativa, prevede una riflessione sull’attività formativa stessa. Il problema è che quando si andò a modellizzare il T-Group si diede importanza a ciò che era successo nella seconda dimensione, assolutizzandola. Il T-Group, si disse, è riflessione su come gli individui interagiscono in un gruppo, a partire da un qualsivoglia stimolo.

Una corretta formalizzazione di ciò che era successo più o meno avrebbe dovuto essere così: in una organizzazione qualsivoglia, caratterizzata da obiettivi, ruoli, funzioni, norme, gerarchie condivise, assume valore formativo l’istituzione di una attività di riflessione sull’esperienza organizzativamente codificata che in essa si svolge. Quindi ci deve essere, di base, una situazione sociale non artificiale, su cui si innesta una pratica riflessiva che si svolge in un setting ben definito. Questo setting è propriamente il setting formativo.

Questa separazione tra il momento in cui si svolge l’attività, organizzativamente codificata, e il momento della riflessione su di essa è fondamentale. Essa però fu  fatta collassare da Lewin e i suoi in un’unica attività. Il T-Group, perdendo l’ancoraggio funzionale ad un obiettivo che è fuori di sé, viene a ridursi ad un “fare esperienza di gruppo per poter al contempo riflettere sull’esperienza stessa. Non quindi verifica di una prassi ma semplicemente riflessione su, disancorata da qualsiasi attività che non fosse l’esperienza stessa dello stare assieme” (Carli, Paniccia, 1999, p. 32).

Il nostro gruppo da subito si è trovato dunque impegnato su una doppia dimensione: quella del progettare e condurre una ricerca in San Lorenzo e quella di riflettere su di essa e conseguentemente sullo statuto professionale del pedagogista (ruolo per il quale gli studenti partecipanti si formano lungo il percorso di studi del Corso di Laurea magistrale) come ricercatore sociale.

Inoltre costituire un gruppo significa impegnarlo in una comune attività, che nel corso del tempo, a seguito della reiterazione delle interazioni, finisce per disegnare una cultura locale, che diventa spazio attraverso cui si matura la capacità di mettere a confronto la situazione che si sta vivendo con altre situazioni in cui il soggetto è implicato, sviluppando con ciò una potenzialità critica, quando vi sia più o meno accentuata discrasia tra la cultura locale e la più ampia regione culturale, di cui la cultura locale è una provincia, non sempre perfettamente allineata.

Detto in altri termini, l’istituzione del Laboratorio assumeva per me il significato di un “analizzatore istituzionale”[4],  per dirla con Georges Lapassade. Ossia, il Laboratorio, nella mia prospettiva, veniva a configurarsi come la possibilità di consentire un momento di riflessione sul suo funzionamento, in ordine al processo di insegnamento-apprendimento, e sulla differenza rispetto alle pratiche tradizionali dell’insegnamento accademico, per incrementare la capacità degli studenti di partecipare alle proprie modalità di apprendimento e sviluppare una prospettiva critica nei confronti dell’istituzione, verso la quale riuscire ad avere un atteggiamento più attivo.

Al lavoro: funzionamento del gruppo e fasi della ricerca

Le modalità di funzionamento del Laboratorio – a cui hanno aderito 17 persone – sono state concordate e condivise, abbiamo chiarito innanzitutto la scelta “politica” di volerlo immaginare al di fuori del sistema creditizio degli apprendimenti, privilegiando la motivazione ad apprendere rispetto ad ogni istanza. Da qui la volontarietà dello stare assieme, ma anche la responsabilità delle scelte di ognuno rispetto a tutti gli altri. Abbiamo facilmente convenuto sull’opportunità di avvalerci anche delle tecnologie informatiche per avere la possibilità di un repository documentale comune di immediato accesso ad ogni membro del gruppo di ricerca, per scambiare informazioni e per condurre le nostre riunioni di studio e di lavoro, in modalità online oppure misto (presenza e distanza) in modo da permettere ogni volta al maggior numero possibile di membri di partecipare. La scelta è ricaduta sulla piattaforma Microsoft Teams che abbiamo utilizzato e utilizziamo per:

  • caricare e condividere tutti i materiali bibliografici che cerchiamo e troviamo e che sono di supporto alle attività di ricerca;
  • caricare tutti i file audio delle interviste realizzate;
  • scrivere a più mani le trascrizioni delle registrazioni e condividerle;
  • condividere le informazioni sul quartiere e sui soggetti da intervistare e organizzare insieme gli appuntamenti per le interviste e le squadre che le realizzano;
  • caricare la documentazione fotografica e video delle interviste;
  • riunirci online o in modalità mista e in questo modo videoregistrare ogni nostra riunione rendendo disponibile a tutti il file video;
  • scambiare informazioni immediate sulla chat della piattaforma utili al funzionamento del gruppo e a supporto dei lavori condivisi.

Alla fine di ciascun incontro viene redatto un resoconto che possiamo in qualche modo assimilare ad un diario di bordo della nostra ricerca[5].

Ci siamo inoltre dotati di un gruppo whatsapp, attraverso cui concordare gli incontri di gruppo, i contatti dei testimoni, gli indirizzi presso cui recarsi, nonché tenere traccia dei momenti salienti del nostro lavoro e delle interviste condotte, ad esempio scambiando le impressioni a caldo, qualche foto di membri del gruppo in azione con le interviste, notizie sul quartiere e su eventi da seguire per entrare meglio nel clima culturale dei suoi abitanti.

Dopo i primi incontri volti soprattutto – come già precisato – a condividere le finalità della ricerca, le metodologie a cui avremmo fatto riferimento, abbiamo lavorato alla definizione del disegno di ricerca, con la stesura condivisa di tutti gli step che avrebbero scandito il lavoro del gruppo. In tal modo siamo pervenuti al seguente schema:

Fase 1

  • Analisi di scenario del Quartiere San Lorenzo, attraverso una ricognizione sistematica della letteratura scientifica prodotta sin ad oggi sul quartiere;
  • Ricognizione di tutti i gruppi formali ed informali a carattere socio-educativo e culturale presenti ed operanti nel Quartiere San Lorenzo;
  • Definizione delle domande-stimolo per le interviste narrative;
  • Realizzazione delle interviste narrative sul campo ai soggetti individuati;
  • Trascrizione delle interviste raccolte, codifica, analisi e interpretazione del materiale narrativo.

Fase 2

  • Costruzione di una mappatura dei bisogni (a carattere essenzialmente socio-educativo) del Quartiere San Lorenzo, risultante dall’analisi e interpretazione del materiale narrativo raccolto;
  • Restituzione pubblica della Mappatura;
  • Progettazione di azioni partecipative incrociando le dimensioni di senso della mappatura di San Lorenzo con i punti notevoli della pedagogia montessoriana;
  • Attivazione dei gruppi formali ed informali e realizzazione delle azioni

Fase 3

  • Documentazione di tutto il processo e dei risultati finali
  • Diffusione dei risultati

Fase 4

Acquisita la legittimazione ad operare, proseguire con il lavoro di promozione della comunità di San Lorenzo mediante l’avvio di progetti di ricerca-formazione-intervento, secondo la metodologia ACL®, per il coinvolgimento di differenti target.

Prima di iniziare dunque il lavoro sul campo abbiamo stabilito che il primissimo step di lavoro dovesse essere quello di documentarci sulla realtà che costituiva il focus della nostra ricerca, step che abbiamo denominato “analisi e ricostruzione dello scenario”. Per capire il contesto nel quale si sarebbe andata a sviluppare l’osservazione e la raccolta delle interviste erano necessario accedere a fonti di dati primari, ossia a studi e ricerche pregresse che ci avrebbero consentito di contestualizzare adeguatamente la nostra azione e i dati qualitativi che avremmo raccolto.

Nella fase iniziale abbiamo potuto accedere a fonti librarie, ad articoli di riviste ed a documenti presenti nella rete. Nel ricercare e selezionare le risorse documentali è emersa spontaneamente la questione legata all’attendibilità della fonte e al posizionamento del suo autore rispetto al fenomeno: ci siamo così interrogati di volta in volta sullo scopo per il quale l’ha prodotta, sulla sua autorevolezza, sulle informazioni contenute nel documento e sulla possibilità di vedere corroborati da altre fonti i contenuti proposti. Tutti i documenti trovati dai membri del gruppo sono stati studiati e analizzati alla luce di tre aspetti:

  • le vicende che hanno segnato l’origine e la storia del quartiere;
  • i luoghi/spazi di interesse e di riferimento per la vita del quartiere;
  • i fenomeni sociali e socio-culturali che lo hanno attraversato[6].

Tutte le informazioni più importanti estratte dai documenti sulla base di questi temi sono confluite in un documento redatto a più mani che ha rappresentato il primo artefatto del gruppo: l’analisi di scenario.

Siamo passati a fare una ricognizione dei gruppi formali e informali operanti a San Lorenzo in ambito socio-educativo e culturale da contattare e ascoltare.

Relativamente all’intervista, che avremmo utilizzato come strumento principale per condurre la nostra ricerca, ci siamo chiesti in merito al suo statuto epistemologico, individuando, anche sulla base della letteratura consultata, diversi possibili approcci, da quello più ingenuo, che assume come poco rilevante il contesto dell’intervista e si fida del fatto che la riduzione del testo raccolto in categorie riesca a restituire la percezione dell’intervistato, a quello più avanzato che enfatizza l’interazione, sicché l’intervista risulta essere fortemente contestualizzata, includendo evidentemente nel contesto la soggettività dell’intervistatore (Gianturco, 2005; Della Porta, 2010).

Per la nostra ricerca abbiamo scelto di avvalerci dell’intervista semi-strutturata e abbiamo definito tre domande-stimolo, funzionali ai nostri obiettivi di ricerca, grazie alle quali i membri del gruppo hanno realizzato le interviste alle realtà individuate:

  • Iniziative, progetti, attività dell’associazione;
  • Percezioni e rappresentazioni del quartiere di San Lorenzo;
  • Conoscenze sulla figura della Montessori e sulla sua presenza  a San Lorenzo.

Abbiamo stilato un piano di lavoro sul campo, fissando gli appuntamenti e andando a San Lorenzo ad incontrare i referenti delle associazioni per intervistarli.

Durante la campagna di interviste, siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di un giornale del quartiere denominato “Zi’ Lorenzo”[7], di cui abbiamo rintracciato e raccolto tutti i numeri usciti finora, rappresentando per noi un materiale prezioso per conoscere ancora meglio il quartiere. Abbiamo intervistato anche il suo ideatore.

Ad oggi è stata completata tutta la Fase 1 con la realizzazione di tutte le interviste pianificate (vedi nota 2); siamo passati alla Fase 2 e stiamo lavorando sul punto 1), ossia l’analisi testuale statistica del materiale narrativo raccolto con le interviste. L’analisi che stiamo conducendo è di tipo fattoriale, mediante l’analisi delle corrispondenze e la cluster analysis, utile a ricostruire i modelli di significazione latenti, sottesi ai discorsi degli intervistati, per individuare le strutture di senso fondamentali e costruire così una Mappatura dei bisogni. Il software individuato per fare questo lavoro è T-Lab, piuttosto versatile e funzionale al trattamento statistico che abbiamo descritto (Lancia, 2004; 2012).

Lo stato dell’arte e i prossimi passi

Sono state condotte complessivamente 27 interviste, ciascuna della durata tra i trenta e i sessanti minuti circa. Abbiamo proceduto alla trascrizione di tutto il materiale audio raccolto e poi abbiamo normalizzato tutti i testi componendoli in un unico corpus testuale. In un’apposita riunione abbiamo stabilito il set di variabili illustrative con cui contrassegnare le varie parti del corpus in funzione dell’analisi testuale, quindi ciascun membro del gruppo si è applicato nella “labelizzazione” del corpus mediante stringhe di variabili secondo una specifica sintassi dettata dal software di analisi T-Lab. Per far comprendere agli studenti la logica di funzionamento di tale strumento è stato indispensabile dedicare alcune lezioni - stavolta più convenzionali - atte a fornire spiegazioni in merito a cosa sia l’analisi testuale statistica di tipo fattoriale e a quali specifiche analisi statistiche avremmo condotto con T-Lab.

Il corpus di analisi, una volta codificato attraverso il programma, risulta essere costituito da 2021 contesti elementari, mentre le stringhe di variabili lo segmentano in 263 documenti. È caratterizzato da 742 unità lessicali.

Nelle prossime settimane procederemo all’analisi statistica del materiale testuale, in particolar modo con l’Analisi delle corrispondenze e la Cluster analysis, utili a ricostruire i modelli di significazione che attraversano i discorsi degli attori implicati in un determinato contesto sociale. I modelli di significazione ci rivelano le configurazioni privilegiate di senso, suggerite dalla cultura locale, dal contesto di appartenenza, dall’esperienza pregressa maturata, a cui gli attori fanno riferimento quando narrano qualcosa o si auto-narrano e quando agiscono. Grazie a quest’analisi e all’interpretazione dei risultati che verranno fuori, saremo nelle condizioni di costruire la Mappatura dei bisogni. A questo punto passeremo alle altre Fasi della ricerca, in primis la restituzione della mappatura alle associazioni interpellate mediante forum pubblici, durante i quali la mappatura costituirà uno strumento euristico per attivare un processo riflessivo tra gli attori implicati.  Quello che è emerso sin da subito in modo molto chiaro ed evidente è il quasi totale misconoscimento della presenza di Montessori a San Lorenzo, nonché del peso e del ruolo di quella Casa dei Bambini di via dei Marsi per la costruzione di un metodo che da lì si sarebbe diffuso in tutto il mondo.

Intanto proprio in questi ultimi due anni della nostra ricerca abbiamo cominciato a scorgere un interesse crescente dei Sanlorenzini per la figura della dottoressa di Chiaravalle. Parlando con la consigliera del Municipio II, Arianna Camellini, abbiamo inoltre appreso di un progetto, ancora ai primissimi passi, grazie al quale verrà realizzato un itinerario, ad uso essenzialmente dei turisti, che permetterà, con opportuna segnaletica e cartellonistica, integrata dal digitale raggiungibile grazie a dei Qr Code, di percorrere i luoghi notevoli del quartiere, alcuni dei quali legati proprio alla presenza della Montessori (Cimitero Monumentale del Verano, via dei Volsci 10 e 50, via dei Marsi 58, via dei Campani, 55, Largo degli Osci, Largo Eduardo Talamo). La consigliera, che con sensibilità non consueta ci ha consentito di illustrarle il nostro lavoro, quello fatto e quello da farsi, è apparsa molto interessata al nostro progetto. Ciò potrà rappresentare una sinergia importante per le ulteriori fasi della ricerca, soprattutto con riferimento a quelle legate alla realizzazione della ricerca-intervento secondo il modello ACL®, dove diverrà rilevante il coinvolgimento del territorio in momenti performativi.

Riferimenti bibliografici

Babini V.P., Lama L., Una “donna nuova”. Il femminismo scientifico di Maria Montessori, Franco Angeli, Milano, 2000.

Carli R., Paniccia R.M., Psicologia della formazione, Il Mulino, Bologna, 1999.

Colazzo S., Manfreda A., La comunità come risorsa. Epistemologia, metodologia, fenomenologia dell’intervento di comunità. Un approccio interdisciplinare, Armando, Roma, 2019.

Della Porta D., L’intervista qualitativa, Laterza, Roma-Bari, 2010.

Foschi R., Maria Montessori e la Prima Casa dei Bambini dell’Istituto Romano dei Beni Stabili (1907), in “Giornale di Storia Contemporanea”, n. 2, dicembre 2007, pp. 160-174.

Gianturco G., L’intervista qualitativa. Dal discorso al testo scritto, Guerini scientifica, Milano, 2005.

Lancia F., Strumenti per l’analisi dei testi. Introduzione all’uso di T-LAB, Franco Angeli, Milano, 2004.

Lancia F., The logic of the T-LAB Tools Explained,  in Tlab.it, 2012, url: https://www.tlab.it/bibliography/.

Lapassade G., Saggio di analisi interna, Sensibili alle Foglie, Roma, 2009.

Manfreda A., ACL: un modello innovativo di ricerca-formazione-intervento, in M.R. Re, A. Poce (a cura di), Pensiero critico tra scuola, università e mondo del lavoro. Esperienze innovative di formazione, pp. 43-61, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2022.

Montessori M., La Casa dei bambini dell’Istituto romano beni stabili, in “Vita Femminile italiana”, settembre 1907, fasc. 9, pp. 983-1001.

Montessori M., Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all’educazione infantile nelle Case dei Bambini. Edizione critica, a cura di Paola Trabalzini, Edizioni Opera Nazionale Montessori, Roma, 2000.

Morivillers J.M., Diario di esplorazione, Sensibili alle Foglie, Roma, 2011.

Turner V., Antropologia della performance, Il Mulino, Bologna, 1993.

Wenger, E., Comunità di pratica. Apprendimento, significato e identità, Raffaello Cortina, Milano, 2006.

Note

[1] L’incontro con Talamo fu assai significativo ma la loro collaborazione durò poco, all’incirca due anni. La rottura probabilmente fu causata dal disinteresse di Talamo per gli ausili didattici pensati dalla Montessori come parte integrante e irrinunciabile del suo metodo. Trovò invece nella Società Umanitaria di Milano la sponda di cui necessitava. Essa infatti si fece carico di realizzarli, riconoscendo alla Montessori parte dei proventi derivanti dalla loro vendita, il che le faceva particolarmente comodo, non avendo all’epoca altre particolari fonti di reddito (Foschi, 2007, p. 173).

[2]  L’Istituto Romano Beni Stabili era nato nel 1904, per iniziativa della Banca d’Italia sulla base dell’intuizione di Bonaldo Stringher, direttore della stessa. La Banca si ritrovava proprietaria di molti immobili a causa dei fallimenti a cui erano andati incontro molti istituti di credito che si erano lanciati nella speculazione edilizia conseguente alla dichiarazione di Roma capitale. A capo dell’Istituto fu posto Eduardo Talamo, un marchese originario da Cava dei Tirreni, che aveva studiato ingegneria a Zurigo. Sembrava la persona più idonea a gestire nel modo più opportuno quell’enorme patrimonio, poiché si era occupato a Napoli del risanamento e la ricostruzione di caseggiati e quartieri. Talamo si gettò entusiasticamente nell’impresa di modernizzazione degli edifici. Pensò opportuno dotare i quartieri in cui sorgevano di servizi di pubblica utilità: giardini, bagni pubblici, strutture educative. Fu così che incontrò - grazie alla comune conoscenza nella persona di Olga Lodi - Maria Montessori (Foschi, 2007).

[3] È stata diretta ai referenti de “Il Grande Cocomero”, una delle presenze “storiche” del quartiere: associazione di volontariato nata nel 1993, si è sempre spesa per garantire esperienze e attività ludico-ricreative e di animazione sociale agli adolescenti ricoverati in regime ordinario e diurno presso il reparto di Neuropsichiatria infantile del Policlinico Umberto I che ha sede nel quartiere, soprattutto attraverso l’arte e il cinema. È un centro di aggregazione aperto a tutti i ragazzi, gli adolescenti e i giovani adulti. Dopo quella prima intervista e fino al mese di ottobre 2022, dunque quasi per un anno e mezzo, è stato un susseguirsi di contatti, telefonate, email, appuntamenti, incontri per realizzare le interviste a 27 associazioni e realtà sociali e culturali operanti nel quartiere di San Lorenzo: Anpi, Nuovo Cinema Palazzo, Fondazione Pastificio Cerere, Atletico San Lorenzo, Palestra Popolare, Esercito della Salvezza, Biblioteca Tullio De Mauro, La Gru Germogli di Rinascita Urbana, Periodico Zi’ Lorenzo, Comitato di quartiere, Giufà Libreria Caffè, Libreria Tomo, S.A.L.A.D. San Lorenzo Art District, VitAttiva, Suore operaie della Santa Casa di Nazareth, Civico Zero, Centro Sociale Anziani San Lorenzo, Associazione Cemea Lazio, Engim, Sahaja Yoga, L’Assedio, Ringhera, Riachuelo Studio Pro Loco San Lorenzo.

[4]  Ricordiamo che con il termine “analizzatore” Lapassade indica non già l’attore sociale che analizza, ma Analizzatore può essere un fatto, un evento, un gruppo che mette in moto il processo critico-riflessivo sui meccanismi di funzionamento dell’istituzione, rendendo possibile il mettersi in movimento della parte istituente, corrispondente al bisogno-intuizione di rinnovamento insito nell’istituzione stessa (Lapassade, 2009).

[5] Sull’importanza del diario di bordo nella ricerca etnografica, hanno scritto molti autori, certamente è molto interessante il lavoro di J.M. Morivillers (2011).

[6]  Nel frattempo alcuni componenti del Laboratorio, quelli prossimi alla conclusione del loro ciclo di studi, hanno - concordemente col resto del gruppo - rielaborato il lavoro collettivo includendo la propria personale prospettiva attraverso cui hanno partecipato alle attività, pervenendo a confezionare la loro tesi di laurea. In questo modo è stato, ad esempio, possibile avere una puntuale e documentata storia del Quartiere. Va segnalato che presso la Biblioteca Comunale “Tullio De Mauro”, che ha sede in San Lorenzo, sono stati reperiti molti testi relativi al quartiere, preziosi per compiere il lavoro di ricostruzione dei processi di trasformazione sia urbanistica sia sociale che nel corso del tempo hanno interessato il quartiere.

[7]  “Zi’ Lorenzo” è un mensile pubblicato a partire da aprile 2021 e che vuole, nelle intenzioni del suo ideatore e realizzatore Rolando Galluzzi, rappresentare l’organo del quartiere, con una doppia anima: una rivolta alla memoria storica, rintracciando e pubblicando notizie, testimonianze, documenti, fotografie del passato; l’altra rivolta al presente, dando voce ai progetti, alle iniziative, agli eventi, alle presenze, ai luoghi notevoli, che caratterizzano il quotidiano di chi vive o frequenta il quartiere.

L’autrice

Ada Manfreda ha studiato all’Università del Salento, ove ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze della Mente e delle Relazioni Umane. Ha svolto un Post Doc presso l’Università degli Studi di Foggia in “Media education, progettazione partecipata e comunità”. Attualmente è ricercatrice di pedagogia sperimentale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre, dove insegna “Pedagogia sperimentale” e “Sperimentalismo, innovazione didattica e pedagogia montessoriana”. I suoi interessi scientifici si collocano nell’ambito dei Community Studies, conducendo da molti anni ricerche-intervento a orientamento partecipativo. Pubblica per le principali riviste di settore, dove, tra l’altro, approfondisce i temi della metodologia della ricerca educativa nei contesti non formali. Tra le sue pubblicazioni: Formare lo sguardo. Valorizzazione del paesaggio e sviluppo del territorio (curatela, PensaMultimedia, Lecce, 2019); La comunità come risorsa (con Salvatore Colazzo, Armando editore, Roma, 2019).