La guerra e la scuola

Come parlare della guerra in Ucraina ai nostri studenti? La questione comprende tre aspetti. Il primo è quello che riguarda la formazione di un pensiero autonomo, critico e naturalmente ben informato, che consenta loro di leggere senza ingenuità quello che sta accadendo. Il secondo è quello psicologico: confrontarsi con il turbamento che le notizie provocano, con il timore di una guerra nucleare, con la demoralizzazione che il comportamento degli adulti, sempre così critici verso gli adolescenti, provoca. Il terzo è quello del contributo – piccolo ma non insignificante – che ogni singola scuola, ogni classe, ogni studente può offrire per contrastare la disumanizzazione in corso, in primo luogo accogliendo gli studenti ucraini.

Le osservazioni che seguono riguardano la scuola secondaria di secondo grado, nella quale insegno; con qualche adattamento, possono essere utili, spero, anche per la secondaria di primo grado, mentre la scuola primaria richiede un approccio diverso, sul quale non sono in grado di dire nulla, perché considero vuota una riflessione pedagogica e didattica che non nasca dalla pratica.

a) Aspetto psicologico

Gli studenti, già segnati duramente da due anni di pandemia, si trovano ad affrontare una nuova emergenza. Che ha in sé due aspetti: da un lato l’evidenza della violenza, della soluzione dei conflitti con il ricorso ai carri armati e alle bombe, dall’altro il timore di una estensione del conflitto, di una terza guerra mondiale. Che la storia sia violenta, che l’essere umano abbia la tendenza al massacro, è cosa che gli studenti sanno, perché studiano storia: e la storia – soprattutto la storia che si studia in Italia – non è che la successione quasi ininterrotta di guerre ed occupazioni. Ma è un sapere astratto, che riguarda epoche più o meno lontane, mentre oggi questa evidenza si fa vicina, urgente e demoralizzante. Quanto al timore di una guerra nucleare, è stato un tratto importante del clima psicologico della Guerra fredda, poi sembrava scomparso, riassorbito da emergenze diverse, come la crisi ecologica e quella economica. Oggi torna prepotentemente in primo piano.

Come affrontare queste paure? Parlandone. Ed ascoltandosi. Occorre aprire spazi di confronto, nei quali le paure siano condivise e discusse, e sia condivisa anche l’elaborazione del periodo storico. Se ci sono in classe studenti ucraini (si veda il punto e) può essere importante ascoltare loro, elaborare insieme a loro la paura, ma indagare anche la possibilità della speranza.

b) Aspetto informativo

I programmi di storia, è noto, procedono poco oltre la Seconda guerra mondiale, Una scuola che metta in grado di comprendere il presente è forse la richiesta più pressante che viene dagli studenti, quando accade – e accade di rado – che qualcuno chieda loro cosa cambierebbero della scuola. Che studiare il passato serva a comprendere il presente è una risposta evidentemente insufficiente, se per passato si intende un passato remoto. Certo per comprendere un conflitto nel cuore dell’Europa è utile conoscere tutta la storia europea e russa, ma è un genere di conoscenza poco utile, e forse perfino fuorviante, se non se ne conosce l’ultimo tratto, ossia la storia degli ultimi decenni.

Il timore, naturalmente, è quello di condizionare gli studenti con la lettura personale dei fatti contemporanei da parte del docente, che inevitabilmente risente della sua visione del mondo e delle sue posizioni politiche. Ma tra i due mali, quello di una scuola chiusa al presente e quello di una scuola non del tutto imparziale, il secondo è senz'altro il male minore. Che bisogna fare del tutto per minimizzare quanto più possibile.

Nel caso della guerra in corso mi pare che si possano fare due cose. La prima è ricorrere a fonti di qualche tempo fa, non influenzate dalla polarizzazione in corso. Il punto di partenza può essere il libro di testo di storia, che nel volume del quinto anno (che può naturalmente essere usato anche nelle altre classi) arriva fino agli anni più recenti. La lettura del conflitto può essere il punto di partenza, magari confrontando diversi libri di testo. Si possono usare poi fonti particolarmente autorevoli, sempre non recentissime. Ad esempio, è molto utile il numero 4 del 2014 della rivista di geopolitica Limes, dedicato a L’Ucraina tra noi e Putin. La seconda è evitare la lezione e lavorare per gruppi di ricerca. Il materiale può essere messo a disposizione degli studenti, che lo studiano confrontandosi tra di loro e cercando autonomamente altro materiale. Le conclusioni dei diversi gruppi possono essere poi condivise e discusse con tutta la classe.

c) Aspetto metodologico

Due anni di pandemia hanno mostrato come la polarizzazione su questioni di interesse pubblico possa condurre alla diffusione incontrollata di fake news. Di fatto, imparare a controllare le informazioni è una delle cose più importanti per la nostra democrazia. Quella in atto è anche una guerra di informazioni. E anche in questo caso le informazioni false, create ad arte, circolano liberamente.

Legato al lavoro di documentazione descritto al punto precedente c'è dunque un lavoro di analisi dell'autorevolezza delle fonti, di controllo delle informazioni, di debunking, che a dire il vero dovrebbe essere parte integrante dei nostri programmi scolastici.

Accanto alle fake news e spesso alimentate da esse ci solo le fallacie logiche. Sul dibattito attuale sulla guerra, anche purtroppo ai livelli più alti, si potrebbe costruire un intero manuale sulle fallacie logiche e il loro uso nel dibattito pubblico. Saper scrivere, saper parlare, saper usare il linguaggio in modo corretto è uno degli obiettivi trasversali della scuola, a tutti i livelli. Ma usare in modo corretto il linguaggio vuol dire anche evitare le scorciatoie sofistiche, muoversi con onestà intellettuale nella ricerca della verità, presentare le proprie idee limitandosi agli argomenti e avendo cura che questi siano realmente tali.

d) Aspetto etico

La guerra pone anche delicati e difficili questioni morali. Si pensi all'intervento della filosofa Donatella Di Cesare alla trasmissione Piazzapulita (puntata del 3 marzo 2022). Discutendo con una giovane ucraina, Di Cesare ha affermato che "Non è assolutamente accettabile la guerra per conquistare né la libertà né la pace", suscitando non poche polemiche. È moralmente lecito resistere con la forza ad un'aggressione militare? Un popolo è moralmente obbligato a scegliere la via della nonviolenza in caso di aggressione? Altre questioni emergono dalla scelta del governo italiano e di diversi altri governi di sostenere l'Ucraina con l'invio di armi difensive. Anche in questo caso, ci si può chiedere se sia lecita o no.

Se nella scuola è presente l’insegnamento della filosofia, è possibile affrontare le questioni in modo per così dire tecnico, analizzando ad esempio i punti di vista dell’etica dei princìpi e dell’etica della responsabilità o considerando la distinzione tra livello dell’obbligo morale e livello supererogatorio, ma le questioni possono naturalmente essere affrontare anche senza una base filosofica, purché di badi alla correttezza dell’argomentazione.

In questo caso è sconsigliabile la metodologia del Debate, che sta prendendo sempre più piede nelle nostre scuole. Nel Debate ci sono due squadre che sostengono tesi contrapposte, e dopo la discussione una giuria stabilisce chi è il vincitore. Una simile metodologia, il cui riferimento è l’ambito forense, porterebbe ad aumentare ulteriormente la polarizzazione su un tema caldo. Più adatta sembra la metodologia della Maieutica Reciproca di Danilo Dolci, ossia una discussione in un setting circolare, alla ricerca di una risposta comune a una domanda, più che al prevalere di una tesi su un’altra.

e) Solidarietà ed accoglienza

La guerra in Ucraina ha già causato più di tre milioni di profughi; di questi, più di cinquantamila hanno raggiunto l’Italia. Molti tra di loro sono studenti in età scolare, che hanno bisogno di assistenza psicologica, di accoglienza umana, ma anche di sostegno tecnico per continuare, quando possibile, a seguire le lezioni dei loro docenti rimasti in Ucraina in didattica a distanza. Le scuole sono chiamate ad impegnarsi nell’accoglienza e nella solidarietà, e lo stanno facendo con slancio, anche raccogliendo viveri e generi di prima necessità, anche se in qualche caso con una spettacolarizzazione assolutamente inopportuna. Può essere importante in questa attività un coinvolgimento anche progettuale degli studenti. Analizzare cioè insieme agli studenti il contributo specifico che la singola scuola può dare. Il rischio, se non si segue questa impostazione, è quello di limitarsi a parcheggiare in aula lo studente o la studentessa ucraina, aspettando l’apprendimento della lingua consenta in qualche modo di seguire le lezioni. Il fatto che si sia nella parte finale dell’anno scolastico può far sì che molti docenti vivano la presenza di studenti profughi come un elemento di disturbo, un ostacolo al compimento del programma. Bisognerebbe essere disposti invece, una volta tanto, a lasciar perdere il programma e ripensare le attività in classe, aprendosi a forme di lavoro cooperative, che consentano pratiche di collaborazione e condivisione e evitino la freddezza trasmissiva della lezione. Quale è il programma di una scuola, se non comprendere il presente? Una scuola che procede con i suoi rituali, appena appena rivisti, mentre intorno il mondo sta cambiando, è una pessima scuola. È giunto il momento di sacrificare i programmi (che poi sono indicazioni) disciplinari al programma più ampio di una scuola critica

f) Come non educare alla pace

Nella classe di sua sorella, mi riferiva una studentessa di quinta del mio liceo, non fanno che parlare della guerra in Ucraina. Poiché la sua espressione non esprimeva propriamente soddisfazione per questa cosa, le ho chiesto che scuola è e cosa fanno. Mi ha spiegato che è una terza media. E gli studenti sono invitati in modo più o meno pressante ad esprimere il loro orrore per la guerra e l’amore per la pace con cartelloni eccetera. Sono sicuro che i docenti sono mossi dalle migliori intenzioni, ma è possibile dubitare che questo sia il modo migliore per educare alla pace. Temo che fare dei cartelloni colorati con la scritta pace non abbia alcun valore formativo, se dietro non c’è un lavoro che faccia diventare quell’azione – scrivere quella parola – un’urgenza. Se quel lavoro non c’è, quella scritta è un significante il cui significato può essere qualcosa di non troppo lontano dalla manipolazione. Che pace non è.

 

Foto: “Peace, Science and Exploration” Mural, Pripyat Post Office - Chernobyl Exclusion Zone, Ukraine. Photo by Mick De Paola on Unsplash.