“Contar le stelle”. Anna Maria Ortese e la finestra pedagogica 

In alcune note sparse Anna Maria Ortese, che nella sua vita aveva abbandonato – come lei stessa testimonia più volte – la scuola a tredici anni, ha scritto di educazione e scuola. Riflessioni, contenute in articoli o interviste, che possiedono grande lucidità e lungimiranza e mostrano l’importanza di una formazione capace di mettere al centro conoscenza e rispetto.

La dimensione etica del resto non è mai accantonata nel discorso di Ortese, ma al contrario resta costante in tutto il suo pensiero, anche quando il suo sguardo è rivolto ai bambini o ai giovanissimi. Questa intransigenza etica la rende vicina alla ricerca platonica, instancabile, di una politica che diventi vita condivisa rinnovando la nostra capacità di pensiero e azione in direzione di una giustizia comune.

La scuola è per sua natura sociale perché gestisce un processo di apprendimento di gruppo in cui il confronto e l’interazione con gli altri sono risorse per favorire il processo di apprendimento.

Un esercizio utopico che nelle parole di Anna Maria Ortese può spronare a guardare oltre e a non arrestarci, indolenti, a ciò che appare ovvio:

Probabilmente a quaranta, cinquant’anni, per non dire più in là, nessuno ricorda se stesso, da bambino, o da ragazzo, e cosa si aspettava, a buon diritto, dalla vita: indicazioni, aiuto, serenità, bontà, il senso delle finestre che si aprono su un’alba di maggio. Aprire quelle finestre e mostrare a tanti giovani le ombre di una sera senza stelle – e mai più il sole – non fa orrore agli uomini di quaranta, cinquant’anni (Ortese,1997).

La luce, che sia delle stelle o del sole, nella sua valenza metaforica per la scrittrice così come per Platone è elemento necessario a cui tendere. Grande è stata inoltre l’ammirazione di Ortese per Dante e il suo scrivere di “limiti terreni e beatificanti luci stellari”.

Franco Lorenzoni in Educare controvento. Storie di maestre e maestri ribelli parla della pratica del “contar le stelle” col suo riferimento utopico a fare con semplicità e condivisione ciò che in genere viene scartato a priori perché ritenuto impossibile; accostamento che permette di intrecciare gli stimoli ortesiani con alcune riflessioni pedagogiche contemporanee che ripensano la didattica nelle nostre scuole. Scrive Lorenzoni:

Il primo anno in cui fui chiamato come supplente in una scuola della Magliana, a Roma, di fronte alle mamme che protestavano perché in seconda elementare non davo compiti a casa ai loro figli, decisi di assegnare loro un compito che credevo impossibile. Dissi a bambine e bambini di aspettare che venisse notte, contare tutte le stelle che erano in cielo e scrivere il numero sul quaderno. Il giorno dopo scoprii con grande sorpresa che tutti avevano fatto il compito. Michele ne aveva contate undici, Pino mille, Sabrina venticinque e scrisse che sono molto piccole e molto lontane. Fiammetta notò che sono più grandi del sole aggiungendo, con mia grande felicità: "io penso che qualche giorno ci vado". Maurizio scrisse: "io ho visto le stelle e mi sono messo a contarle le stelle. Solo 5 in tre minuti. Poi mio papà mi ha detto che non si possono contare e mia mamma mi ha detto vieni a letto".

Per un po’ i genitori non mi hanno più chiesto di dare i compiti a casa ma quel conteggio impossibile era così tanto piaciuto a bambine e bambini che quando dovremmo scegliere di dare un nome al nostro primo giornalino scolastico, la grande maggioranza ha votato “Contar le stelle”.

"Contar le stelle" è metafora di quell’esercizio creativo che secondo Ortese non deve essere sottratto ai bambini se si vuole permettere loro di crescere come donne e uomini capaci di pensare e essere responsabili nei confronti del mondo che abitano. Anche Rachel Carson in Brevi lezioni di meraviglia dedicato all’educazione dei bambini si sofferma sulla pratica del guardare le stelle; proprio perché è una vista che si offre ogni sera per lo più nemmeno pensiamo alla bellezza che si dispiega sopra le nostre teste. È uno spettacolo che possiamo contemplare tutte le sere e forse proprio per questo non lo vedremmo mai. Ecco che un’esperienza simile, durante la quale i pensieri vagano liberamente attraverso gli spazi solitari dell’universo, può essere condivisa, come suggerisce Lorenzoni, dagli educatori con i bambini anche se non saremo capaci di riconoscere neppure una stella. Anna Maria Ortese scrive in Corpo Celeste:

All’adulto, e ai popoli molto colti, tutto il mondo è il mondo dell’ovvio, del luogo comune. L’uomo, perciò, applica i suoi cartellini col prezzo e, occorrendo, le informazioni sulle merce, sull’uso, dovunque. Questo è un campo, questo è l’oceano, questo è un cavallo, questa è la propria madre, questa è la bandiera nazionale, questi sono due ragazzini. Ma per il fanciullo, e l’adolescente, e anche per un certo tipo di artista, non è così! Dovunque egli si inoltri, tutto risplende di una luce senza origine. Ogni cosa che gli tocca – la bandiera, un cavallo, l’oceano – scotta e lo folgora di stupore.

Egli capisce ciò che l’adulto non capisce più: il mondo è un corpo celeste, e tutte le cose nel mondo e fuori sono di materia celeste, e la loro natura, e il loro senso – tranne una folgorante dolcezza – sono insondabili.

La creatività è contraria sia all’indolenza sia alla fretta di ottenere istantaneamente risposte e risultati. Creare è coltivare sia lo stupore – che è l’accesso a nuove possibilità e orizzonti – sia la pazienza del confronto con la realtà e con gli altri che di questa realtà fanno parte.

Ortese fu affascinata dalla figura della giovanissima Anna Frank e dalle parole del suo diario. Il meraviglioso di questo libro, scrive, sta nell’andare e venire continuo di sentimenti, affanni, angosce, improvvise allegrie, desideri, slanci e smarrimenti giovanili, un’esigenza viva di verità, di resistenza al male, “dovunque esso sia, fuori e dentro l’«alloggio segreto », fra i tedeschi o nel giovane cuore di Anna” (Ortese, 2011).

Ortese apprezza la dignità della “ragazzina di Amsterdam, il suo volto spiritoso e soave, dove gli occhi sono grandi di tutta la gioia e i sospiri del mondo”. Anna come è noto morì, due mesi prima della liberazione dell’Olanda, marzo del ’45, nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dov’era stata deportata e aveva vissuto otto mesi:

Anna Frank, morta, è viva definitivamente; è tutte le ragazze e le donne del mondo, in quanto hanno di meglio: il desiderio di capire, amare, proteggere la cara realtà del mondo, vestendo di grazia la forza, di dolcezza il coraggio, di pietà l’indignazione: partecipando attivamente, continuamente, senza farlo pesare, alla lotta per la liberazione dell’uomo dai suoi mali più cupi. Lotta che non può cominciare se non partendo da se stessi.

La scrittrice si appella alla rilevanza del sentimento di fiducia e speranza, necessari per creare un movimento dove poter crescere e assumere le forme che ci sono proprie: “E vorrei gridare: lasciate che gli uomini tutti creino qualcosa con le loro mani, o la loro testa, in tutte le età, e soprattutto nella primissima” (Ortese, 1993).

Anna Maria Ortese ritiene fondamentale l’educazione all’uso di mezzi espressivi per non lasciare che il bambino entri nel mondo, da solo, esclusivamente attraverso oggetti di mercato o di proprietà senza l’apporto della propria invenzione o visione. Creare, per la scrittrice, è dare nuova nascita, una forma di maternità che educa e rende felici e adulti in senso buono. Non creare invece è morire e, prima, irrimediabilmente invecchiare.

Un insegnante non può essere qualcuno da compiacere o a cui mentire ma dovrebbe essere qualcuno capace di mettersi in gioco con gli studenti in uno spazio comune per dar vita a un apprendimento vivo e incarnato, che è scambio e costruzione di fiducia in un luogo dove ciascuno può essere se stesso senza essere ingannato o tradito. Una scena condivisa che permette di prendere posizione e scegliere senza dover dissimulare o tacere per sopravvivere al contesto. Come scrive bell hooks in Insegnare comunità: una pedagogia della speranza il comportamento predatorio, concetto centrale della cultura dominante, si manifesta quando gli studenti sentono di dover, simbolicamente, distruggersi a vicenda per dimostrare di essere i più intelligenti piuttosto che considerarsi compagne e compagni in un modello della collaborazione reciproca che invita a un impegno del sé che umanizza, e rende possibile l’amore. Cambiare se stessi rispetto al mondo e alle azioni che ci vengono destinate permette l’accesso alla vita morale. Riforme e rivoluzioni che non abbiano per oggetto la rinascita della vita morale sono nella visione di Ortese illusorie ed è da questa prospettiva che la scuola può rappresentare una sicurezza del crescere e del crescere insieme educando a “vivere con pietà e amore in mezzo agli altri” (Ortese, 1997).

Riferimenti bibliografici

bell hooks,  Insegnare comunità: una pedagogia della speranza, Meltemi, Sesto San Giovanni 2022.
Carson R., Brevi lezioni di meraviglia. Elogio della natura per genitori e figli, Aboca edizioni, Assago (MI) 2024.
Lorenzoni F., Educare controvento. Storie di maestre e maestri ribelli, Sellerio, Palermo 2023.
Maraini, D., “Anna Maria Ortese” in E tu chi eri? 26 interviste sullinfanzia, Rizzoli, Milano, 1998.
Ortese A. M., Corpo Celeste, Adelphi, Milano 1997.
Ortese A. M., Da Moby Dick all’Orsa Bianca, a cura di M. Farnetti, Adelphi, Milano 2011.

 

Ivana Margarese, fondatrice e direttrice editoriale della rivista "Morel, voci dall’isola", insegna filosofia e scienze umane. Ha conseguito un dottorato in Studi culturali e un postdoc in Cinema documentario presso l’Università Elte di Budapest. È stata docente a contratto di Teoria della letteratura all’Università degli Studi di Palermo. Ha curato Ti racconto una cosa di me (Edizioni di passaggio, 2012), I miti allo specchio (Mimesis, 2022), Tra amiche (Les Flâneurs, 2023), Il tempo è un altro. Colloqui con Anna Maria Ortese (Iacobelli, 2025) e ha pubblicato racconti in diverse antologie. Fa parte della Società italiana delle letterate e collabora con le riviste “Leggendaria”, “Letterate Magazine” e “Dialoghi mediterranei”.

Nella foto: Anna Maria Ortese. Pubblico dominio.