Allargare il cerchio

Allargare il cerchio. Pratiche per una comune umanità è un numero speciale di Metis (Progredit, Bari 2020) curato da Maria Livia Alga e Rosanna Cima.

Molte e multiformi sono le sollecitazioni di questo libro, così come molti e multiformi sono i registri di scrittura e i temi delle narrazioni. Una coralità polifonica con cui si rendono presenti alla lettrice, al lettore, pratiche libere e relazionali di apprendimento e di cura comunitarie, pratiche trasformative ad alta intensità politica radicate nelle esperienze e nelle esigenze quotidiane di donne, pratiche che allargano l’orizzonte del possibile per tutti convergendo verso un centro in comune: la comune umanità.

Il libro si inserisce in un percorso molto ricco che si è sviluppato nel corso di alcuni anni, sfociando nel Laboratorio saperi situati dell’Università di Verona, promotore del Convegno Allargare il cerchio di cui questo libro è testimonianza. Si tratta di un gruppo interdisciplinare e internazionale di lavoro aperto a ulteriori, anche impreviste, creazioni. Nel suo saggio introduttivo Divenire donne d’azione, Livia Alga esprime bene la filosofia del Laboratorio. Esso “riunisce ricercatrici e ricercatori nella vita, senza distinzione di statuto tra chi lavora in realtà pubbliche, associative e del privato sociale, nelle università e nella comunità che abita. Il gruppo si è composto man mano, negli ultimi dieci anni, grazie a incontri in momenti e in luoghi diversi, in particolare a Verona, Palermo, Dakar, Mbacke Cadior, Valencia, Bergamo, Donostia, Santo Domingo. Ciò che tiene insieme le componenti del Laboratorio è la condivisione di alcune pratiche – pedagogiche, etnocliniche, artistiche, artigianali ed etnografiche – nella ricerca sui temi della coesione sociale, della cura e dell’ecologia, dei saperi di convivenza, sull’esperienza della maternità e dell’educazione in contesti transculturali”1.

I saggi-narrazioni che compongono il libro, alcuni a più mani, e tutti caratterizzati da una genesi relazionale, ci chiamano a continui interrogativi e a spostamenti della mente e del cuore, mentre ci rivelano il carattere eccentrico e l’inquietudine feconda di una ricerca a cui ci invitano a partecipare. Un cammino di ricerca “appassionato e paziente”2 – così lo definisce Rosanna Cima– variegato e in divenire, in cui le relazioni e la fiducia sono misura e vincolo. E in cui la libertà rispetto ai codici dominanti, alle norme e ai protocolli è una sovversione guadagnata e rimessa al mondo ogni volta, in rapporto alle relazioni, alle pratiche, ai desideri soggettivi, ai contesti e ai saperi da legittimare o da reinventare, alla forza che nasce da fragilità riconosciute e condivise.

Da Verona a Palermo e altre città italiane, dai Paesi Baschi al Senegal, dal Marocco alla Tunisia, il cerchio si allarga, raccogliendo genealogie orizzontali e verticali di presenze incarnate, di saperi e sapienze, di forme differenti di cultura e di creatività. Si moltiplicano e si allargano i cerchi di cura, di formazione, di ricerca e di mediazioni viventi, che producono tagli simbolici e politici nel precario e contradditorio tessuto del presente. Un presente di cui le donne coinvolte scoprono le faglie, le aprono con il loro desiderio e la loro energia, per far vivere e respirare ciò che sarebbe destinato a rimanere soffocato nell’oscurità, lo accolgono e gli offrono una casa, anzi molte e diverse case dove creare nuove tessiture, tessiture femministe, e nuova vita. Sono i luoghi delle donne, sempre più numerosi nonostante le difficoltà economiche, luoghi pubblici e relazionali, alcuni creati anche dentro le istituzioni, molti altri indipendenti, tutti comunque alla ricerca, sostenuta e condivisa tra donne, di misure autonome per orientarsi al di là dei paradigmi sociali correnti, per poter contrattare e mediare con le istituzioni e le realtà sociali da una posizione di autorità e di forza. Si impara e si insegna a confrontarsi, a condividere, a crescere in consapevolezza, a generare una circolarità di saperi di matrice femminile, a creare alleanze impreviste anche con l’esterno, in questi spazi terzi dove “la parola circola libera da un dover essere e un dover fare”3. Esempi significativi sono, tra gli altri: i Centri interculturali delle donne, come Casa di Ramia del Comune di Verona, centro di incontro di donne italiane e straniere e sede della scuola per la libera circolazione delle lingue e dei cerchi narrativi condotti da Susanna Bissoli, la Casa delle donne Dar Rayhana in Tunisia, di cui scrive Nacyb Allouchi, i Centri antiviolenza come quelli narrati da Giuditta Creazzo e Alessandra Campani, nati e sostenuti dal libero protagonismo femminile. Essi non rispondono a logiche di servizio o assistenzialistiche, ma vivono delle relazioni quotidiane libere e significative e delle pratiche politiche tra donne diverse, le cui differenze possono convergere verso un centro in comune grazie alla forma del cerchio: di parola, di canto, di narrazione, di cura, di creazione artistica e artigianale, e molto altro. Il cerchio è allora figura dell’incontro, dello scambio ma anche della trasformazione (di sé e del mondo). Nel cerchio il potere professionale della/o specialista (psicologo, assistente sociale, ecc.) con il suo corredo di protocolli, diagnosi, progetti di tutela ed educativi, si rende visibile e si depotenzia: si crea uno spazio altro, nuovo, aperto e condiviso, non ingabbiato nelle separazioni tra chi sa e chi non sa, tra chi cura e chi è curata, tra discipline e professioni diverse.

Da quanto detto, è evidente che in gioco è un conflitto simbolico sul senso della convivenza umana e dell'educazione, sul significato della condizione umana nel suo scambio con il mondo, che ci trascende, che non è fatto solo per essere usato da noi, per disporne: al contrario, per prenderne la responsabilità come casa comune.

Nel cerchio il disporsi l’una a fianco dell’altra (e non di fronte), i gesti, le parole, gli sguardi di tutte aiutano a tracciare punti di vista autorevoli, a fare spazio al nuovo che si rivela, e a trovare vie percorribili per i problemi e i bisogni di qualcuna. Come nel caso della giovane donna nigeriana, affiancata nel suo difficile percorso dalla sua connazionale Sandra Faith Erhabor, una “esperta di esperienza”, una donna che sa parlare a un’altra in difficoltà e sa mostrare il senso delle cose agli operatori professionisti producendo in loro un cambiamento di sguardo, un sano spaesamento rispetto al ruolo istituzionale. Allora “La forma del cerchio diventa figura/metodo nella misura del come si partecipa a definire e affrontare i bisogni”4, sapendo che sono i bisogni a definire lo strumento utile a capire la domanda e non il contrario.

In un tempo come il nostro, caratterizzato da chiusure protettive ma anche difensive e offensive, da distanze alimentate da violenza e risentimento, da sempre nuovi e vergognosi confini che respingono chi cerca nuove possibilità di vita, questo libro ci porta un respiro di apertura e ci immette in una corrente di confidenza nel poter abitare la complessità senza farsene schiacciare o eluderla illusoriamente. A partire dalla consapevolezza, guadagnata per via di esperienza, che per abitare la complessità occorre farsene toccare intimamente, viverla con tutti i sensi, accettare conflitti e contraddizioni, fare spostamenti di sguardo e di pensiero per allargare l’orizzonte, condividerla con altre in movimenti diasporici che consentano a ciascuna di trovare il proprio posizionamento. Un posizionamento nomade, aperto alle trasformazioni, ma radicato e orientante, favorito dalla forza dell’affidamento reciproco tra donne, che si va tessendo ovunque si dia priorità alla qualità delle relazioni e di ciò che si mette in comune, al riconoscimento dei soggetti come portatori di capacità e di storie singolari, e ovunque circoli fiducia, credito, valore. Un partire da sé come movimento “dell’andare verso” e ritornare a sé più libere e consapevoli, che è stata la conquista pratico-teorica del pensiero e della politica della differenza sessuale.

Mi sembra questo uno dei guadagni più importanti per chi legge questo libro. Elena Migliavacca, responsabile del centro interculturale delle donne Casa di Ramia del Comune di Verona, lo esprime bene quando riconosce che anche in una piccola storia vive un intero mondo fatto di più mondi, una grande complessità che richiede azioni semplici. Semplici ma non semplicistiche o semplificanti.

Semplificanti e inclini alle scorciatoie sono invece il simbolico e le politiche dell’inclusione (parole d’ordine mainstream a cui poco seguono i fatti), così come la retorica dell’uguaglianza e del politicamente corretto, che eludono i conflitti necessari a trovare terreni condivisi e azzerano le differenze con la ricchezza potenziale che esse portano con sé. Persiste in questi visioni un pensiero dicotomico caro al patriarcato e lontano dal pensiero complesso di genealogia femminile, nonostante le tante recenti teorizzazioni maschili sulla complessità, fatta oggetto di studio ma forse mai vissuta e accettata fino in fondo, se pensiamo alle crescenti frammentazioni del tessuto sociale e istituzionale e al proliferare degli specialismi, produttori di distanze e separazioni. Ne vediamo la persistenza in moltissimi esempi, i più rilevanti dei quali, per chi si occupa di cura, formazione, ricerca, sono riportati nel libro. Persiste il pensiero binario quando si ipostatizza l’alternativa dentro o fuori delle istituzioni, o la dicotomia esperti/non esperti, teorici/pratici, professionisti/utenti, esigenze materiali/bisogni dell’anima, politica /vita quotidiana ecc., e quando si assolutizzano la linearità dei percorsi, la priorità dei protocolli e il carattere finalistico dei progetti. Ma, come rileva Rosanna Cima, è possibile ad esempio abitare in un altro modo l’università, sottrarsi agli sguardi istituzionali, re-immaginare e adattare, per sottrazione e composizione, i suoi spazi a una pluralità di voci e di mani, per dare vita a una tessitura di menti e di corpi, di storie e di luoghi, e dunque a “una nascente modalità di lavorare i saperi”5.

Le pratiche e le narrazioni di cui sono protagoniste le donne di questo libro, orientate dal pensiero dell’esperienza e della differenza sessuale, ci insegnano come abitare la complessità, come far convivere le differenze e le disparità qualitative, le ambiguità e le contraddizioni, come accettare l’imprevisto e metterlo al lavoro con amore e intelligenza, come mettersi in gioco in prima persona inventando soluzioni insieme con altre. Penso ad esempio alla figura delle “esperte di esperienza” di cui scrivono Rosanna Cima e Maria Livia Alga. Una sovversione del pensiero e delle forme di cura e di vita.

Chi scrive un testo pedagogico, storico, ecc. spesso prende le mosse da un rapporto di oggettivazione con i temi della sua scrittura e si pensa unico artefice del suo pensiero e solitario autore delle sue parole. Per questo pochi testi ci parlano veramente. Non ci trasmettono il ritmo della vita, i movimenti dell’anima e della mente, il senso delle trasformazioni rese possibili in chi scrive dal mettersi in una relazione vera, sensibile e di alterità con la realtà complessa di/con cui parla, e perciò non aprono a trasformazioni in chi legge.

Come lettrice del libro ho apprezzato la capacità delle autrici di tenere fino alla fine la tensione creativa a una scrittura relazionale, per nulla semplice, frutto di un voler narrare l’essenziale delle scoperte fatte insieme, contrattate e condivise nelle pratiche formative, di cura e nei percorsi di ricerca: con rigore, ma senza perdere quel “sapore del vivo” a cui invita la grande scrittrice Clarice Lispector, che attrae chi legge e lo trasporta verso nuovi inizi e orizzonti sconosciuti.

Anna Maria Piussi, già docente ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Verona, coltiva l’interesse filosofico e politico della pedagogia nella prospettiva del pensiero femminile, in primis nella comunità filosofica Diotima. La passione per le differenze ha orientato la sua ricerca e il suo impegno accademico. È stata coordinatrice del dottorato di ricerca in Scienze dell’educazione e della formazione continua dell’Università di Verona, dove ha creato il centro dipartimentale CESDEF (Centro Studi differenza sessuale, educazione, formazione). Da anni è docente nel master di Duoda (Università di Barcellona) e collaboro con l’Instituto Paulo Freire de España. Tra le sue pubblicazioni: con Ana Mañeru Méndez, Educación, nombre común femenino (Octaedro 2006); Due sessi, un mondo (Quiedit, 2008); con Delfina Lusiardi, E la vita cammina quasi dritta. Un laboratorio di narrazioni pazienti (Quiedit, 2015). Curatele: Educare nella differenza (Rosenberg & Sellier, 1989); con Letizia Bianchi, Sapere di sapereDonne in educazione (Rosenberg & Sellier, 1995); E li insegnerai ai tuoi figli. Educazione ebraica in Italia dalle leggi razziali ad oggi (Giuntina, 1997); Presto apprendere, tardi dimenticare. L’educazione ebraica nell’Italia contemporanea (FrancoAngeli, 1998); Paesaggi e figure della formazione nella creazione sociale (Carocci, 2006); con R. Arnaus, Università fertile. Una scommessa politi**ca (Rosenberg & Sellier, 2011).

1 Aa. Vv. Allargare il cerchio. Pratiche per una comune umanità. Numero speciale di Metis, a cura di Maria Livia Alga e Rosanna Cima, Progredit, Bari 2020, p. VII.

2 Ivi, p. 61.

3 Ivi, p. VIII.

4 Ivi, p. 65.

5 Ivi, p. XIV.