La scuola aperta

di Antonio Vigilante Nel dicembre del 2005 ho affrontato la prima crisi professionale della mia vita di docente. Insegnavo allora da sei o sette anni, abbastanza per essere pienamente consapevole delle contraddizioni, delle assurdità, dell’arretratezza pedagogica della scuola italiana. Reagii scrivendo. In pochi giorni buttai giù un libretto che poi pubblicai con il titolo La barchetta di Virginia. Manifesto per una scuola improbabile. Raccontavo la scuola come l’avevo vissuta da studente prima e da docente poi e, nella conclusione, provavo a immaginare – a sognare – una scuola diversa.
Mi è capitato di ripensare a quel libretto in questi giorni, perché mi pare che alcune delle cose che scrivevo allora siano diventate di attualità. Tra i punti della mia proposta di una scuola improbabile (strutture, intellettualità, lavoro, presente, laicità, tutti, relazione) c’era quello del territorio.[Leggi tutto]

Los Ateos de Moscú. Un cuento desde las montañas del Sur-occidente colombiano

Angelo Miramonti | Julián es un hombre de treinta y cuatro años que vive en el Departamento del Cauca, una región del sur-occidente colombiano. Tiene una barba larga, el pelo desgreñado, una voz baja y una sonrisa burlona impresa en la cara. Cuando lo encuentro, lleva cuatro meses de haber iniciado un proyecto en las zonas más remotas y rurales del sur-occidente colombiano: las bibliotecas itinerantes en zonas rurales afectadas por le ocflclto armado. Julián viaja en motocicleta y a pie por las montañas del Cauca, tierras habitadas por varios pueblos indígenas, zonas de guerrillas, paramilitares y narcotráfico. Su proyecto es ser una biblioteca ambulante en aquellas zonas donde no hay bibliotecas, donde las actividades culturales escasean y donde las escuelas sólo tienen libros curriculares y nada más. [Leggi tutto]

Sistemi di regole come ambienti educativi

di Flaminia Brasini |Le emergenze cambiano le regole. Questo è normale e necessario (e personalmente rientro fra le persone che pensano che in questa fase ci sarebbe potuta andare molto peggio). Per superare questa crisi è necessario il rispetto delle regole, da parte di tutti. Le regole, però, soprattutto quelle maturate e imposte in tempi brevi e di crisi, semplificano: per adattarsi a tutte le situazioni in maniera gestibile (semplice) rischiano di essere grezze, approssimative. Alcune delle attuali regole, quindi, possono non convincerci granché. Può avere senso non rispettarle? Non mi pare: non solo perché di regole, in questo momento (e sempre) c’è bisogno e perché noi, vivendo nel nostro mondo, abbiamo implicitamente accettato di condividerle per il bene di tutti, ma anche perché non credo che il modo migliore per uscire da alcune grandi trappole di questo periodo passi per l’opposizione (pro e contro, buoni e cattivi, legalisti e illegali…). [Leggi tutto]

Il corpo malato della modernità. Hind Swaraj nella modernità

di Domenico Fiormonte | Molti commenti pubblicati nelle settimane cruciali della pandemia si sono soffermati sulla crisi della modernità e su come il virus abbia messo e metta in discussione le basi del nostro sistema economico, politico, sociale, formativo, ecc. “Nulla sarà come prima”, abbiamo letto e ascoltato sui media: con toni a volte speranzosi o più spesso minacciosi. Alcuni ricorderanno la perentoria affermazione del sociologo e antropologo Bruno Latour: “la modernità è finita”1. Ovviamente non è la prima volta che la “modernità” contemporanea vacilla per effetto di una presunta collisione fra uomo e forze primigenie. Guardando alla storia recente, il disastro nucleare di Chernobyl fu una delle prime “emergenze sanitarie” globali. [Leggi tutto]

Decirlo bonito: tre incontri di amore, morte e poesia

di Angelo Miramonti | Il mio viaggio con la “Poesia dal Vivo” è stato segnato da tre incontri che mi hanno convinto della profondità di questo percorso di bellezza e guarigione. Il primo è avvenuto a Cali, in Colombia, in un vasto insieme di quartieri popolari chiamato Distrito de Agua Blanca, dominato dal narcotraffico e dalle “frontiere invisibili” tra bande rivali, dove gli adolescenti vivono una quotidianità di violenza e abbandono. In questo quartiere conosco Luis Enrique Amaya, poeta e animatore sociale di Lima, che mi parla di un metodo di poesia comunitaria che aveva creato anni prima con i suoi collaboratori1. Luis conduce un laboratorio di poesia con gli adolescenti del quartiere, dove spiega che questo metodo prevede due fasi. Nella prima, il poeta intervista un passante, un membro della comunità, e gli chiede di parlargli di una persona per lui importante (un familiare, un amico, un amante). Nella seconda, il poeta si allontana per circa dieci minuti e compone una poesia dedicata alla persona scelta dal passante. Quando ha finito, il poeta regala la poesia all’intervistato, chiedendogli di regalarla, a sua volta, alla persona cui è dedicata. [Leggi tutto]

Quattro ragioni per leggere Una scuola per l’emancipazione di Philippe Meirieu ai tempi della pandemia

di Marieteresa Muraca | Ho iniziato a leggere Una scuola per l’emancipazione. Libera dalle nostalgie dei vecchi metodi e da suggestioni alla moda (Armando, 2019, p. 279) all’inizio del mese di marzo 2020 e mano a mano che le conseguenze sulla scuola della diffusione globale del coronavirus si rivelavano nella loro gravità mi è sembrata sempre di più una lettura opportuna. Rilevante per le persone impegnate a vario titolo nel mondo dell’educazione, dai genitori fino ai responsabili politici. In particolare per le insegnanti e gli insegnanti, che si sono trovati molto velocemente attanagliati tra l’urgenza di trovare risposte appropriate per continuare a garantire la scuola a tutti, la necessità di mantenere una comunicazione significativa con studenti privati di molte occasioni di socialità e l’inadeguatezza di un discorso pubblico, confusionario nel migliore dei casi ma spesso proprio recriminatorio. [Leggi tutto]

Quando la scuola crea ghetti

di Paolo Vittoria | L’aula era luminosa, molto fredda. Ci sedemmo in circolo. Sembrava che non ne fossero abituati. Mi presentati ai docenti e raccontai che stavo coordinando un progetto di formazione ideato da Cesare Moreno e i Maestri di Strada, da anni impegnati nell’educativa territoriale e nella lotta alla dispersione scolastica. Seduta accanto a me, l’educatrice Gloria La Gattuta scriveva appunti su un quaderno che compongono una traccia, un segno tangibile nella memoria, tra cui le parole di una docente: “La scuola negli anni è stata stigmatizzata come contesto d’apprendimento complicato, difficile e non indicato per i figli di italiani, una tipica scuola di periferia, con studenti bisognosi in un quartiere bisognoso. La dirigenza precedente, infatti, per reclutare nuovi iscritti tra gli italiani, abitanti della parte residenziale del quartiere, ha creato la classe “A”, ad alta tecnologia, garantendo un’offerta di alta formazione costituita da studenti italiani doc, costituita da ragazzi con buone competenze, anche se non eccelse, parallela alla classe “B” costituta dai ragazzi difficili di periferia, dove convergono i diseredati, gli esclusi, i diversi, gli stranieri. [Leggi tutto]

Sul vanverismo pedagogico

di Paolo Fasce | Si susseguono sulla stampa di massa gli interventi di intellettuali molto visibili e generalmente stimati che propongono contributi, sostanzialmente, sul tema della degenerazione della gioventù moderna, ovviamente collegata alle distorsioni della scuola del ventunesimo secolo, in particolare, spesso, accreditando tesi tecnofobiche. Un breve filmato illuminante, disponibile su Youtube e caricato nel 2014, mostra un intervento di Franco Nembrini, pedagogista nell’area di Comunione e Liberazione, dal titolo “L’educazione è un casino da mò”. Egli leggeva frasi imbarazzanti sui “giovani di oggi” profferite niente po’ po’ di meno che da Socrate (470 a.C.), Esiodo (720 a.C.), da un sacerdote dell’Antico Egitto (circa 2000 anni prima di Cristo) e rilevate in un’incisione su vaso d’argilla proveniente dall’antica Babilonia (circa 3000 anni prima di Cristo). [Leggi]

Come scegliere i futuri dirigenti scolastici?

di Paolo Fasce | Dalle risposte pervenute ai quindici quesiti proposti inizialmente ad un gruppo di una ventina di “testimonial” emerge un’idea sostanzialmente condivisa di come si dovrebbero rinnovare le procedure per il reclutamento dei dirigenti scolastici. Questo, a maggior ragione, anche alla luce della situazione che si è venuta a determinare con gli interventi della Magistratura (in particolare con la Sentenza del TAR del Lazio del 2-7-2019 e la successiva sospensiva del Consiglio di Stato) che mettono a rischio la possibilità di concludere l’iter concorsuale con la nomina dei neo-dirigenti all’inizio dell’anno scolastico 2019-2020 e che, comunque, lasciano dietro di sé una scia infinita di polemiche e di incertezze. [Leggi]

Riflessioni sul “Concorso a preside”

di Paolo Fasce | Debbo precisare in premessa che ho partecipato con successo al “Concorso-corso per Dirigente scolastico” bandito nel 2017 – conseguendo un punteggio alto sia nella prova scritta che in quella orale -, pertanto il lettore dovrà fare la tara sulle mie considerazioni al riguardo, che cerco di esprimere in termini pacati e argomentativi e con metodo scientifico, ma il conflitto d’interesse psicologico può annidarsi da qualche parte che vedrete voi. Eventualmente segnalate nei commenti. [Leggi]

Una prof un po’… fascista

di Gabriella Falcicchio | E’ successa una cosa su cui sto riflettendo da stamattina. Riguarda i giovani, riguarda il destino di chi cioè prende in mano il mondo e di chi educherà le generazioni a venire. Sono le studentesse e gli studenti dei corsi dove anche io insegno. Ma in realtà riguarda soprattutto noi adulti e gli errori – quali e quanti! – stiamo facendo nel tirarli su. Ho fatto a dicembre una prova di valutazione intermedia, su richiesta della classe di Pedagogia interculturale, un esame del secondo anno. Io non amo questo genere di prassi, sminuzza i contenuti dell’insegnamento, li parcellizza, finisce per creare quello che chiamo il fast food della cultura: cibo ingurgitato in fretta e vomitato dopo poco, senza nessuno o scarso assorbimento. Ma siccome rispetto la popolazione studentesca e la ritengo responsabile della propria formazione (hanno 21-22 anni, basta chiamarli adolescenti!), sono andata incontro a questa richiesta, specificando dall’inizio che di una pratica autovalutativa si sarebbe trattato. [Leggi tutto]

Riflessioni sulla prova preselettiva del concorso a Preside

Il giorno lunedì 23 luglio 2018 alle ore 10,00 si è svolta la prova preselettiva del Concorso per Dirigenti Scolastici. 34.580 gli iscritti, 24.447 donne e 10.103 uomini dislocati in 1984 aule. Complice la data estiva che ha scoraggiato chi si era iscritto “cautelativamente” (occorreva un versamento di soli 10 euro e la scadenza era stata fissata nel dicembre 2017), i partecipanti sono scesi a 24.082 (gli assenti, quindi sono stati poco più del 30%) per gli 8.700 posti utili per la partecipazione al concorso vero e proprio. È quindi passato alla successiva selezione il 36,276% dei partecipanti effettivi (un po’ più di uno su tre, considerati i 36 aggiunti perché parimerito con il concorsista posizionato in 8.700ma posizione). Il rapporto rispetto ai semplici iscritti era del 25,16% (poco più di uno su quattro), quindi il giorno della prova, per le assenze, la probabilità di superare lo sbarramento è passata da uno su quattro a uno su tre. [Leggi tutto]

Portare il gioco a scuola, non la gamification

In maniera sottilmente provocatoria, mentre compilavo i campi richiesti per la progettazione di un PON, l’anno scorso scrivevo che l’innovatività della proposta stava nel fare davvero quello che era noto essere innovativo almeno cinquant’anni prima, ma che era rimasto lettera morta. Pare che il revisore abbia apprezzato in quanto il progetto al quale ho lavorato, poi, ha conseguito il finanziamento richiesto.
Il tema della gamification, invece, pare abbastanza nuovo e si affaccia nel mondo della scuola come l’ennesimo toccasana. Da conoscitore del mondo dei giochi[1], la cosa mi ha inizialmente incuriosito (ho partecipato ad un corso su Coursera oltre che a documentarmi in giro) per poi portarmi allo scoramento. La gamification è intesa come “un meccanismo che mette insieme punti, livelli, ricompense, distintivi, doni”[2]. Si tratta esattamente della struttura naturale della scuola che assegna voti (punti), promozione a classi successive (livelli), gratificazioni di fronte al gruppo classe (ricompense), pagelle (distintivi/badge) e doni (spesso dei genitori, ma anche borse di studio, ai “meritevoli”). Tradurre la gamification emersa in questi anni in procedure scolastiche è quindi sostanzialmente inutile non già perché si tratti di un settore esploso nei contesti commerciali dove la fidelizzazione del cliente e il suo proattivismo nei confronti di un marchio ha per conseguenza il suo successo e la conquista di settori di mercato, ma proprio per il fatto che le strutture cardine della gamification sono già ampiamente implementate nel DNA della scuola novecentesca, viva tutt’ora, al netto di ovvie differenze formali. [Leggi]

La democrazia è un porto sempre più lontano

Raramente scrivo sulle reti sociali perché il livello di discussione diventa facilmente violento, mancando un vero contesto dialogico. Mi faccio ospitare quindi dal blog di “Educazione Aperta”, cercando di dire la mia in modo pacato.
Sono stato un migrante anche io. Ho lasciato dieci anni fa l’Italia, un paese in cui non avevo speranze di futuro lavorativo, e sono andato in Brasile. A Rio de Janeiro prima ho vinto una borsa di ricerca poi ho passato un concorso come docente universitario. Dopo dieci anni sono rientrato in Italia. Dalla mia esperienza (come migrante certamente privilegiato) posso dire che nessuno ha il diritto di dire dove e come debba essere il futuro degli altri popoli.
Come migrante privilegiato, con un lavoro stabile, una famiglia e una vita discretamente agiata, ho sofferto molto. Ho sofferto la lontananza dalla mia terra, ho vissuto la paura di non riuscire più a tornare. Il vuoto della distanza dalle mie origini. Ho visto il tutto anche come un’opportunità. La possibilità di inserirmi in un altro contesto, di conoscere altre culture, di sperimentare il mio lavoro in un luogo che, fino al mio approdo, conoscevo poco.[Leggi tutto]

Le stelle dentro la polvere

Riesce a lasciare senza fiato La prima cosa fu l’odore del ferro scritto e illustrato da Sonia MariaLuce Possentini, pubblicato da Rrose Sélavy Editore ed è, decisamente, uno di quei testi che dovrebbero arrivare diretti nei banchi di scuola ed essere letti, assaporati, ascoltati in silenzio, per coglierne tutte le sfumature e tutta la potente bellezza, quella che nasce dal sudore, dalla fatica, dal coraggio, dalla determinazione. Il Premio Andersen 2017 come migliore illustratrice racconta una sua esperienza. Uno stralcio di vita. Tre anni in fonderia. In un testo asciutto, affilato come un bisturi, denso e pastoso come la polvere che si accumula nei vetri delle fabbriche la Possentini racconta. Racconta e si mette a nudo, con la generosità che sempre sorprende ed emoziona anche chi ha il privilegio di ascoltarla dal vivo, le giornate passate “accartocciata e sottile senza far rumore. Curva nelle stanze umide dell’officina. Lavoravo otto ore. Cinque giorni alla settimana. Come tutta la classe operaia. Timbravo all’entrata. Timbravo all’uscita. Ritmi lenti. Uguali”. A fare la differenza la sua ricerca, la sua essenza: “cercavo la bellezza. Scintille di ferro come stelle dentro la polvere. Chiamavo a raccolta la forza”. [Leggi tutto]

Roby che sa volare

Torna in libreria con una nuova copertina ma soprattutto con il testo rivisto, riscritto, modificato in molte parti, il delicato spiraglio sul mondo dell’iperattività che prende il nome di Roby che sa volare, scritto da Gabriele Clima, illustrato da Cristiana Cerretti e pubblicato da CoccoleBooks.
Come ben spiega la postfazione di Filippo Mittino, “è chiaro che ci sono livelli di gravità differente, che sussistono anche cause neurobiologiche che predispongono i bambini a determinate reazioni, ma è come se il denominatore comune fosse una compromissione della capacità di gestire il mondo emotivo: quando le emozioni sono troppo forti, sia in senso positivo (felicità) che negativo (rabbia), spaventano e generano comportamenti inattesi. Ciascuno di noi ha maturato la capacità di gestire le proprie emozioni grazie all’ambiente familiare, scolastico e a tutti gli altri presidi educativi che ha frequentato”.
Questa piccola storia avvicina i giovani lettori (appartenenti indicativamente alla fascia d’età 9-11 anni) a un mondo che magari faticano a comprendere, che a volte li confonde o li irrita, è un invito alla comprensione, all’ascolto, all’apertura verso quei compagni, o quegli amici, che sembrano strani, che magari disturbano o non stanno mai fermi, o sembrano sempre distratti, persi tra le nuvole. Ed è anche un richiamo, uno specchio della realtà dei comportamenti e delle posizioni adulte, che più dei bambini a volte etichettano e non cercano lo spiraglio per accedere a quella “seconda pelle” dentro cui si proteggono e si rifugiano i bambini che vivono le emozioni come fossero “senza pelle”. Fare qualcosa, anche nel piccolo, si può, per agevolare lo stare nel mondo di queste persone per le quali il mondo è – spesso – “troppo”. Troppo lontano, troppo strano, troppo rumoroso, troppo noioso, troppo stimolante… “La prima – spiega Filippo Mittino, psicologo e psicoterapeuta, nella postfazione – è una strategia relazionale e quindi contenitiva, la seconda è una strategia comportamentale e quindi utile solo come valvola di sfogo”.[Leggi tutto]

Varcare il confine della comprensione

Si intitola Famiglie e altri scompigli ed è stato scritto da Manuela Salvi e illustrato da Tuono Pettinato l’ultimo nato tra i gioiellini di Collilunghi, la collana di narrativa della piccola e preziosa casa editrice fiorentina Librì Progetti Educativi. Il tema è attualissimo: la storia cerca di fornire delle chiavi per rispondere alla domanda su cosa sia una famiglia normale. Esiste? E che caratteristiche ha? Tratta temi importanti, densi, ostici, a volte scomodi, dalla perdita di una persona cara al terrorismo, questa collana di Librì, con una leggerezza e una grazia attente e scrupolose, amorevoli e accoglienti. Quella “leggerezza” che, per dirla con Calvino, “non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” (Lezioni americane): non avere macigni sul cuore significa poter condividere qualsiasi argomento e messaggio con trasparenza. Significa poter far sentire al bambino che non esiste nulla di sbagliato e brutto in ciò che prova, dargli chiavi e incoraggiamento per conoscere e attraversare le sue emozioni e crescere più consapevole, più forte. Significa anche, pur avendo come focus il ben-essere e il ben-crescere del bambino, dare agli adulti le parole quando non le trovano. Sono libri piccoli, questi Collilunghi, ed è quasi un paradosso coglierne invece, leggendoli, quell’infinito sbarluccicare di mondo bambino in tutta la sua straordinaria, cristallina, fragile e fortissima complessità. Va ribadito, perché fa parte del valore aggiunto di questa collana, oltre ad essere, evidentemente, uno dei pilastri su cui si fonda, che non strizza l’occhio agli adulti che leggono ai bambini e che acquistano libri ai bambini. L’intento è quello di far star bene i bambini non edulcorando la realtà, né omettendola, né rendendola meno cruda. Ma raccontandola con tutta la delicatezza e l’attenzione possibili, entrando nel mondo complesso del bambino stesso senza trascurare nulla, con un linguaggio che non solo è a misura di bambino, ma viene preso in prestito dai bambini stessi. È un linguaggio vero, contemporaneo, realistico. [Leggi tutto]

Per educare alla felicità

Educare alla felicità esce nel 2016 per i tipi della casa editrice la meridiana di Molfetta. Luogo storico di coltivazione della nonviolenza, secondo l’ispirazione di don Tonino Bello raccolta da Guglielmo Minervini, la casa pubblica da 30 anni libri uniti dalla comune ispirazione di modificare le pratiche educative, sociali, politiche di routinaria apatia per trasformarle in pratiche generative di umanità, comunità, condivisione. Nell’ambito di questa ispirazione che prende forma in molti modi, vengono avviati percorsi formativi che vedono gli autori ogni anno più attivi nell’incontrare insegnanti, educatrici ed educatori, dirigenti scolastici/che e chiunque voglia darsi opportunità formative diverse dal mainstream.

In questo solco nasce anche il libro di Lucia Suriano (nella storica collana partenze…per la pace), insegnante di sostegno alle scuole secondarie di primo grado, mamma di tre bambine e teacher di Lauther Yoga. Lucia ha assunto nel tempo – la conoscenza personale favorisce la definizione di un profilo non meramente editoriale dell’opera – la missione di portare la felicità a scuola (e non solo), facendo ridere i ragazzi e magari anche le colleghe, il personale ATA, chi guida gli scuolabus fino a giungere a chi della scuola ha il compito non facile della dirigenza.

Ridere?! Ma come, a scuola?!?!?! [Leggi tutto]

Ma Ferdinando no

Considerato in passato un simbolo politico, un libro che inneggiava al pacifismo mentre il mondo precipitava nella guerra, censurato per quasi quarant’anni in Spagna dal dittatore Franco e messo al rogo nella Germania nazista, La storia del toro Ferdinando è un albo che tutti dovrebbero leggere e mandare a memoria, come una preghiera del mattino.
Scritto da Munro Leaf, celebre autore americano per ragazzi, illustrato a china nera da Robert Lawson, l’unico, fino ad oggi, ad aver vinto le medaglie Newbery e Candecott, i due più prestigiosi premi americani nell’ambito della letteratura per l’infanzia, questo albo uscito nel 1936 per la Viking press è tornato nelle librerie italiane lo scorso ottobre nell’edizione Fabbri editore, con la traduzione di Beatrice Masini. [Leggi tutto]

Considerazioni sull’Appello per la Scuola Pubblica

Emerge dal web (https://sites.google.com/site/appelloperlascuolapubblica/), sostenuto da firme prestigiose, un appello che ho letto con attenzione e che, ad una lettura superficiale, trovo “coinvolgente” e persino a tratti attraente, ma che ad una lettura attenta ho trovato deludente e inattuale.
Nei limiti delle mie competenze, fornisco una lettura critica del documento. Tale lettura, che ha lo scopo di informare da un lato, ma anche di contribuire a quel dibattito richiesto dai promulgatori del medesimo, non ha alcuna pretesa di assolutezza. Tutto è opinabile, ed in particolare lo sono le mie tesi, ma vorrei comunque tradurre gli enunciati dell’appello entro quell’orizzonte che oggi viene chiamato “fact checking” e che io chiamo “metodo scientifico”. [Leggi tutto]

La selezione degli insegnanti e la creazione di aspettative

Nei tempi antichi, si accedeva al ruolo di insegnante per Concorso, come prescritto dalla Costituzione Italiana. Nessuno è così anziano da conoscere quali cadenze avessero i concorsi negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, ma col boom demografico di quell’ultimo decennio, già nel successivo, gli anni Settanta, la parola “Concorso” si era sfumata in graduatorie, doppi canali e modalità di acquisizione bulimica di personale che si è sostanzialmente conclusa con un concorso con zero posti in palio indetto attorno al 1990. [Leggi tutto]

Abbiamo bisogno del Debate?

Come è noto, l’innovazione didattica nel nostro paese ha imboccato decisamente la via del digitale: coding, social classroom, lavagne elettroniche, BYOD eccetera. Una via promossa dal Ministero attraverso il Piano Nazionale Scuola Digitale e l’introduzione di figure come l’animatore digitale e il team dell’innovazione. Non tutta l’innovazione tuttavia passa attraverso lo schermo di un computer o di un tablet. E’ possibile farsi un’idea, anche se non completa, di quello che si muove nelle scuole attraverso Avanguardie Educative, “un movimento di innovazione che porta a sistema le esperienze più significative di trasformazione della scuola italiana” (http://avanguardieeducative.indire.it) promosso dall’Indire. [Leggi tutto]

Il segno di Lorenzo

Ci sono maestri che masticano bambini e sputano uomini. Non è forse questo che dovrebbero fare gli adulti? Trasformare. Educare. Aiutare a crescere. Insegnare, nel suo significato etimologico. Lasciare il segno. Masticare bambini e sputare uomini è una immagine forte. È una frase dell’albo illustrato Il Maestro pubblicato da Orecchio Acerbo e dedicato a Don Milani, Priore di Barbiana, rivoluzionario, a suo modo, educatore. Suo malgrado, forse. Lui, trasferito in quel buco di paese che chiamarlo paese è un complimento. [Leggi tutto]

Educazione oltre le convenzioni. Incontri sull’educazione libertaria all’Università di Cagliari

Nei giorni tra il 6 e l’8 aprile scorsi si è svolto alla Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari Educazioni oltre le convenzioni. Seminari sull’educazione libertaria, che ha visto la presenza di Francesco Codello, ex dirigente scolastico ed autore di vari testi sull’educazione libertaria e Giulio Spiazzi, promotore della Piccola scuola libertaria Kether a Verona e, come Francesco, membro della Rete per l’educazione libertaria e redattore del sito www.educazionelibertaria.org. [Leggi tutto]

La solitudine dell’ultimo della classe

Sono sette le “lettere di un cattivo studente” contenute nel piccolo libro edito da Camelozampa, scritto e pubblicato in Francia nel 2016 e tradotto per la piccola casa editrice padovana dalla stessa autrice, Gaia Guasti. Nessuna sorpresa sul protagonista, che viene svelato già nel titolo: la voce narrante, la mano che immagina di scrivere sette lettere, è quella di uno studente che a scuola non va bene, anzi, si che autodefinisce “il peggior studente della classe e a volte anche di tutta la scuola”.[Leggi tutto]

Ildegarda di Bingen, symmista Dei

Non poteva non prendere la parola. E allora lo fa “a occhi aperti”, con i “sensi interni” vigili, attraverso ogni genere di espressione e tonalità della voce. Non poteva Ildegarda di Bingen (1098-1179) tacere quanto udiva, vedeva e comprendeva, eppure nell’età di mezzo più lunga della storia, lo spazio riservato alle donne era dettato dal silenzio, osservato come una regola virtuosa nella vita monastica, anche se la visionaria lo infrangeva con cura e discretio per far udire quanto aveva appreso nell’ombra della luce vivente. Una conoscenza che alle parole si apre e si fa profetica, una fiamma che attraversa il corpo e illumina ogni campo del sapere, per cui colei che se ne fa canale di mediazione si esprime con il canto e con i versi, nelle vesti di magistra, profeta, medica. Altrimenti tacere avrebbe significato “disobbedire” alla voce divina. [Leggi tutto]