Mariateresa Muraca, Rosa Fiore


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The paper focuses on a research based on structured interviews and aimed at exploring the professional experience of educators in the Calabrian territory, during the first months of the Covid-19 pandemic. The contribution starts from the recognition of the silence that was registered with respect to the challenges faced by non-formal education during this period, and intends to restore value and visibility to the professionals engaged with the most fragile social groups.

Keywords: educators, non-formal education, pandemic, lockdown, Calabria.

L’articolo è incentrato su una ricerca qualitativa, basata su interviste strutturate e finalizzata a esplorare l’esperienza professionale di educatori e educatrici del territorio calabrese durante i primi mesi della pandemia di Covid-19. Il contributo prende le mosse dal riconoscimento del silenzio che si è registrato rispetto alle sfide affrontate dall’educazione non formale in questo periodo, e intende restituire valore e visibilità ai professionisti impegnati con i gruppi sociali più fragili.

Parole chiave: educatori, educazione non formale, pandemia, lockdown, Calabria.

M. Muraca, R. Fiore, L’esperienza professionale degli educatori durante il primo lockdown. Riflessioni a partire dal contesto calabrese, in “Educazione Aperta” (www.educazioneaperta.it), n. 10 / 2021.


Introduzione

La pandemia di Covid-19 e le misure di contenimento del contagio hanno avuto un forte impatto sull’educazione in tutto il mondo[1]. Se, tuttavia, nel nostro paese l’educazione formale è stata al centro del dibattito pubblico e della ricerca scientifica[2], l’educazione non formale è stata maggiormente trascurata, nonostante l’importante azione di informazione svolta da alcune associazioni in essa impegnate[3]. Questo vuoto ha motivato il nostro contributo. L’articolo, infatti, si ispira dal punto di vista teorico e metodologico alla pedagogia critica e mira a problematizzare l’invisibilità che colpisce le molteplici attività di cura in cui gli educatori sono impegnati[4] e che hanno continuato a essere garantite in condizioni molto complesse.

Disegno della ricerca

L’articolo si basa su una ricerca qualitativa finalizzata a esplorare l’esperienza professionale di educatori impegnati sul territorio calabrese, in rapporto alle trasformazioni che hanno riguardato i servizi educativi durante il primo lockdown. In considerazione della volontà di dare centralità ai loro vissuti, lo strumento adottato è stata l’intervista strutturata che permette, inoltre, di esplorare percezioni e vissuti di soggetti diversi intorno ad alcune questioni centrali. Nello specifico, la lista dei temi ha preso in considerazione le relazioni con se stesso/a, con gli utenti, con i colleghi, con il servizio e con il contesto; i cambiamenti intervenuti nelle attività, nella progettazione, nei metodi e negli strumenti usati; le prospettive future e le percezioni rispetto all’intervista stessa.

Il campionamento propositivo ha consentito di identificare quarantasei interlocutori privilegiati. Tutte le persone contattate hanno accettato di partecipare alla ricerca. In particolare, il campione è stato costituito da venticinque educatrici e ventuno educatori, con un’età compresa tra i 25 e i 59 anni, che lavorano in servizi educativi localizzati nella provincia di Catanzaro (quarantatré), Reggio Calabria (uno) e Cosenza (due). Si tratta di servizi rivolti a persone con dipendenze patologiche (quattro), con disturbi psichiatrici (quattro), con disabilità (tre), senza fissa dimora (due), donne in difficoltà, vittime di violenza o di tratta (quattro), migranti (due), titolari di protezione internazionale (uno), minori stranieri non accompagnati (due), bambini e ragazzi (dieci), minori a rischio di devianza (sette), adulti e minori in difficoltà (due), famiglie disagiate (due), anziani (due) e persone affette da Alzheimer (uno). Le interviste sono state condotte dopo le prime riaperture, durante l’estate del 2020, in presenza (trentatré) per lo più negli spazi all’aperto nei pressi del luogo di lavoro, in modalità telematica (sei) o per telefono (sette). Quindi sono state trascritte fedelmente, nel rispetto dell’espressione originale degli intervistati, e analizzate attraverso l’identificazione di categorie significative.

Un aspetto originale della ricerca è che ha coinvolto alcuni docenti e studenti del baccalaureato in Scienze dell’Educazione dell’Istituto Universitario don Giorgio Pratesi di Soverato (Catanzaro), affiliato all’Università Pontificia Salesiana. In particolare, gli studenti[5] hanno realizzato le interviste e le hanno trascritte come attività alternativa al tirocinio, che era stato interrotto a causa delle misure di contenimento del contagio. D’altra parte, i docenti che compongono la commissione tirocinio, la professoressa Rosa Fiore, la dottoressa Maria Angela Ambrogio e il professore Luciano Squillaci, hanno elaborato la lista dei temi dell’intervista, hanno individuato i soggetti della ricerca tra i professionisti impegnati negli enti convenzionati e hanno formato gli studenti nella realizzazione e trascrizione delle interviste, valorizzando gli aspetti tecnici ed etici, in primis il rispetto dell’anonimato. La professoressa Muraca ha curato l’analisi delle interviste e ha redatto l’articolo. Quest’ultimo è stato, infine, rivisto e discusso insieme alla professoressa Rosa Fiore.

“Il virus delle emozioni”: vissuti e immaginari sulla pandemia

Un aspetto che evidenziano molti degli educatori e delle educatrici intervistati è l’impreparazione umana e professionale rispetto a un evento totalizzante[6], che ha colto tutti di sorpresa. Le immagini mobilitate per dare significato sia alla pandemia che alle misure adottate per contenerla sono state molteplici: oltre alla metafora bellica, dominante nei media[7], ne sono state usate altre che evocano uno scenario drammatico: “malattia invisibile”, “sospensione”, “vuoto”, “incubo”, “carcere”, “tunnel”, “bomba”, “inferno”. Alcune immagini adoperate dai protagonisti della ricerca sono profondamente legate alle caratteristiche stesse del lavoro educativo e ai cambiamenti che ha subito. A questo proposito Anna[8], educatrice in un convitto per ragazzi, usa la parola “sfollamento” e afferma:

Ritrovarsi dalla sera alla mattina sfollati (sorride)[9], perché così devo dire, sfollati dal proprio lavoro, sfollati dal proprio ambiente di lavoro, sicuramente non è stata una bella cosa. […] È come se entrassero in una famiglia e dicessero “ora tu non devi stare più qua”. È come se togliessero un genitore, un padre o una mamma a un figlio, […perché il lavoro che facciamo noi] è proprio questo: di supporto con i ragazzi che, […] oltre all’orario di scuola, […] vivono 24 ore su 24 […] con noi educatori, per cui siamo la seconda famiglia. […] Io mi sono sentita così: svuotata, spogliata all’improvviso, da questa cosa qua che era il mio lavoro, la mia professione, il mio rapporto con questi ragazzi che era bellissimo. [… E anche loro], dalla sera alla mattina, [sono stati costretti] a prepararsi subito le cose e rientrare nella propria famiglia. 

Similmente Nino, impegnato nell’ambito delle dipendenze, ricorre all’immagine dell’amputazione: “Noi lavoriamo con le persone quindi ci siamo sentiti amputati per quello che era il nostro lavoro. Anche alla fine del lockdown, quando abbiamo ripreso l’attività ambulatoriale, il doversi vedere e parlare con la mascherina o attraverso lo schermo toglie quello che è l’aspetto principale nella relazione, cioè osservare l’espressione […] del viso. […] La mascherina è una barriera tra noi e gli altri”.

Un’altra educatrice sottolinea l’intensità emotiva associata all’esperienza della pandemia e delle misure di contenimento del contagio, definendo il coronavirus il “virus delle emozioni” (dall’intervista a Rosa). In effetti sulla dimensione emotiva si sofferma la maggior parte degli intervistati, che menzionano il senso di incertezza, fragilità, angoscia, inadeguatezza e impotenza, la rabbia, la nostalgia per gli abbracci e la paura. Quest’ultima si declina in vari modi, come:

  • paura della morte, e principalmente del tipo di morte per soffocamento e solitaria cui condanna la Covid-19.
  • Paura delle conseguenze psicologiche a lungo termine della diffidenza nei confronti dell’altro, provocata dalla pandemia, tant’è che Salvatore si premura di precisare: “Si è troppo spesso parlato di distanziamento sociale, ma era il caso di parlare di distanziamento solo fisico, perché si è rischiato veramente di allontanarsi dagli altri, e questo è sbagliato. Bisogna tutelarsi in modo giusto e intelligente, ma senza perdere di vista il contatto con le persone”.
  • Paura di perdere il proprio posto di lavoro, specialmente per le strutture che si fondano sul costante ingresso di nuovi utenti. In effetti – come testimoniano tre intervistati – alcuni servizi sono stati sospesi e in seguito riaperti con il personale ridotto e un asilo è stato persino chiuso in via definitiva.

Soprattutto, molti intervistati hanno menzionato la paura di essere un veicolo di contagio per i propri interlocutori educativi: “Per chi lavora a stretto contatto con delle persone, non sei preoccupato solo di tutelare te stesso, la tua famiglia, i tuoi cari, ma di tutelare tutti i tuoi cari compresi quelli che vivono e abitano nel tuo luogo di lavoro. […] Quindi le attenzioni, l’ansia, lo stress è normale che sono dei sentimenti che nutri quotidianamente” (dall’intervista a Federica).

In questo contesto, se da un lato la cura nei confronti dell’altro è stata proprio l’elemento che ha consentito di trovare una misura nell’adesione alle norme di contenimento del contagio, dall’altro, diventa essenziale alimentare un contatto autentico con se stessi, riconoscere le proprie emozioni, perché diventino un ponte e non un ostacolo verso l’altro[10], come chiarisce ancora Federica: “Su che cosa è importante lavorare durante queste circostanze? È importante lavorare sulla gestione dello stress e delle paure. Quindi, in questo momento e in tutto il periodo del lockdown, abbiamo dovuto concentrarci soprattutto su questo, perché è normale che, se le tue paure e le tue ansie non vengono gestite e canalizzate in un determinato modo, non lavori bene e l’obiettivo fondamentale è […] di prenderti cura delle persone a te affidate”. 

Diversi intervistati evidenziano che la pandemia ha comportato uno stravolgimento della quotidianità, che tuttavia ha assunto connotati molto diversi a seconda del tipo di servizio: lo spartiacque principale si è registrato tra le strutture residenziali e tutte le altre attività educative. Nei prossimi paragrafi approfondiremo prima le une e poi le altre.

“Il rapporto è andato sempre più crescendo”: l’esperienza del lockdown nei servizi residenziali

Per quanto riguarda le strutture residenziali, la condivisione dell’intera giornata ha permesso agli educatori e alle educatrici di conoscere dimensioni dell’altro prima trascurate, ha rinsaldato legami di fiducia, ha comportato un potenziamento dell’esperienza comunitaria. Da un evento drammatico, dunque, sono scaturite anche opportunità inaspettate – come spiega Luca, educatore presso una comunità per minori stranieri non accompagnati: “È cambiato il senso di appartenenza, è aumentato il senso di responsabilità, sia tra operatori, sia tra ragazzi. Quell’edificio che prima i ragazzi chiamavano ‘struttura’ era diventata casa, la loro casa ed è stato un cambiamento che abbiamo avuto e vissuto tutti, ragazzi e operatori. Forse il prossimo passo che si farà sarà considerare quella casa e chi vive quelle mura ‘famiglia’”.

Questi cambiamenti hanno richiesto dei sacrifici importanti a molti educatori, che hanno dovuto osservare delle misure di distanziamento fisico nei confronti dei propri familiari; hanno circoscritto al massimo la cerchia dei propri contatti, anche dopo le prime riaperture; hanno dovuto intensificare i ritmi di lavoro. A questo proposito, sono emblematiche le parole di Davide: “Abbiamo deciso di fare tutti quanti doppi o tripli turni per evitare uno scambio eccessivo di contatti ed è stato abbastanza massacrante” e di Massimo: “Abbiamo stretto i denti: nessuno è andato in malattia, nessuno ha avuto paura di venire in struttura”. Il sovraccarico di lavoro è stato aggravato dal venire meno del supporto dei volontari, ai quali è stato impedito l’accesso alle strutture e che – da quanto si evince da alcune interviste – costituiscono delle figure indispensabili.

In relazione ai servizi residenziali, inoltre, non sono mancate delle difficoltà legate alla necessità di sospendere ogni contatto con l’esterno ma anche le attività di gruppo, come chiarisce bene Maria, in rapporto al suo lavoro con adulti con grave disabilità intellettiva:

Per quanto tutti gli operatori si sforzino di ricostruire e mantenere una quotidianità rassicurante per i nostri ragazzi, in realtà stanno venendo a mancare tanti elementi e abitudini che davano loro sicurezza e scandivano le diverse fasi della giornata. […] Ognuno di loro aveva compiti e responsabilità che gli consentivano non solo di mantenere autonomie e abilità, ma di mettersi alla prova sperimentando il senso di autoefficacia e autostima, percependosi utili e capaci, degni di stima e riconoscimento. […] Sono state sospese, momentaneamente, tutte le attività domestiche, per cui se prima i ragazzi collaboravano nel riordino e pulizia degli ambienti, ora devono limitarsi a guardare gli operatori che svolgono quelli che prima erano i loro compiti, vivendo ciò con un senso di frustrazione e senso di colpa, quasi come se fosse colpa loro. Le attività di giardinaggio sono molto limitate perché la chiusura del servizio è coincisa con il periodo di semina, quindi (non avremo) gli ortaggi che solitamente, negli anni precedenti, erano stati piantati e ci avevano dato tanto lavoro e soddisfazione: quest’anno anche nel nostro orticello si vive quel senso di vuoto e desolazione che viviamo tutti noi. […] Anche la relazione tra di loro è molto limitata. […] Se prima uno degli obiettivi su cui si lavorava era proprio la socialità, attraverso giochi di gruppo e la condivisione di materiali, adesso ognuno lavora in maniera indipendente e ognuno ha una propria scatola […] di materiali da utilizzare che non deve, assolutamente, essere condivisa per evitare potenziali contagi.

Per molti intervistati si tratta di una vera e propria contraddizione, dal momento che la socialità è al contempo un fine e un mezzo educativo[11]: “È come lavorare al contrario: mentre prima lavoravi sull’avvicinamento, sull’inclusione sociale, adesso […] bisognava cercare di lavorare sulle distanze” (dall’intervista a Massimiliano); “Se pensiamo che uno dei capisaldi dello SPRAR è quello di creare autonomia sul territorio per i beneficiari, quello di tessere relazioni che creino opportunità, allora capiamo quanto possa essere stato inficiato il nostro lavoro” (dall’intervista ad Alessandro); “C’è stato il momento più critico dove i pazienti non potevano nemmeno mangiare nello stesso tavolo. […] Ho visto solo delle limitazioni che andavano sicuramente contro la riabilitazione, perché [… in genere si fa il possibile] per non far isolare il paziente e invece durante la pandemia succedeva proprio questo” (dall’intervista a Massimo). L’interruzione di ogni rapporto con l’esterno e in particolare delle visite ai/dei familiari ha comportato effetti drammatici e, in alcuni casi, persino la decisione di lasciare la struttura. Dal lato opposto, è penosa anche la situazione di chi non ha potuto accedere al percorso educativo che avrebbe dovuto intraprendere, come spiega Giovanni, educatore in una comunità per persone tossicodipendenti: “Il nostro ruolo è stato quello di essere il perno delle comunità e delle famiglie. […] Molti ragazzi che dovevano entrare non sono potuti entrare in comunità. […] Prima del lockdown erano programmati degli ingressi in comunità, quando è uscito il decreto che bloccava tutto, […] la prima cosa […è stata] la disperazione da parte delle famiglie che mi dicevano: ‘non ce la faccio più con mio figlio’ e io […] cercavo in qualche modo di canalizzare il loro malessere e i loro vissuti e non è stato facile perché un conto è vivere il lockdown in una situazione tranquilla e un altro è viverlo con un figlio con problematiche”.

La necessaria rimodulazione dell’organizzazione interna in alcuni casi si riconnette a memorie penose: “La messa in protezione è una parola che comunque ci rievoca altre situazioni. Perché noi in passato abbiamo ricevuto delle intimidazioni dall’esterno, dal territorio in cui operiamo, [… dal momento che il centro si trova in] un palazzo confiscato alla mafia e la messa in protezione è comunque qualcosa che […] ci rievoca delle situazioni non proprio piacevoli. Oggi invece ci siamo trovati a difendere non solo il luogo fisico […] ma anche la salute delle persone accolte da un avversario che era sconosciuto e invisibile” (dall’intervista a Federica).

In rapporto a questi cambiamenti, alcuni educatori fanno riferimento alla mancanza della percezione del rischio sia da parte di adolescenti, sia da parte di persone abituate “a mettere a repentaglio la loro vita con l’uso delle sostanze” (dall’intervista a Giovanni). Dunque, la prima esigenza che si è posta è stata quella di una comunicazione coerente ed efficace con gli ospiti. In questa direzione, gli educatori si sono attivati proponendo un grande spettro di strumenti e possibilità, coerentemente con le caratteristiche dei propri interlocutori. A titolo esemplificativo, riportiamo le parole di Marilù, educatrice presso un centro per minori a rischio di devianza: “Le conferenze stampa e le notizie fornite dai TG venivano elaborate e discusse insieme per avere maggiore contezza della situazione: discutevamo insieme e trasformavamo ansie e timori in consapevolezza. Abbiamo cercato sempre di creare un clima sereno, senza generare panico, ribadendo sempre l’importanza delle norme igienico-sanitarie”.

Più in generale, le interviste mostrano che sono state messe in campo numerose attività, allo scopo di vivere il lockdown come un tempo carico di senso e valore, un tempo di crescita, in cui sperimentare forme altre di socialità: “Abbiamo usato giochi e laboratori che impegnavano i ragazzi e noi in un confronto relazionale che [… altrimenti non avremmo potuto] avere con le restrizioni. […] Abbiamo visto l’utilizzo di altri strumenti, come disegni, lettere, canzoni: un’affettività espressa con parole che prima era impossibile avere” (dall’intervista a Davide).

“Più che a distanza è stata un’esperienza di vicinanza”: i servizi non residenziali alla prova del lockdown

Per quanto riguarda i molteplici servizi educativi che non sono basati sulla residenzialità, la difficoltà principale è stata associata alla ristrutturazione o sospensione di varie attività, come chiarisce Antonella, coordinatrice di un centro diurno per anziani: 

Chiuderlo ha significato abbandonare a sé stesse persone fragili, sole, che ogni giorno si presentavano al centro desiderose e bisognose di condividere con gli altri la propria solitudine. Ho cercato fino alla fine di impedire che la struttura venisse chiusa ma è stato impossibile: la situazione era troppo grave e le persone con molti problemi di salute non potevano essere in alcun modo […] messe in pericolo. Ragion per cui mi sono trovata costretta a sospendere le attività. Ho sentito le famiglie disperate, perché per molti di loro era impossibile gestire genitori e figli, dovendo continuare a lavorare, e tenerli a casa senza alcun tipo di sostegno era veramente difficile. […] Non appena abbiamo potuto riprendere il servizio, abbiamo dovuto riorganizzare tutti gli ambienti affinché fossero idonei ad accogliere gli utenti e abbiamo dovuto preparare i dipendenti a osservare tutte le precauzioni necessarie per svolgere il lavoro in sicurezza. Non è stato facile, né per loro né per me, eravamo impacciati, insicuri e timorosi e avevamo di fronte persone che ci guardavano smarrite, non capendo perché non potevamo più abbracciarli, stringergli la mano e imboccarli. Da una parte però ho notato l’impegno degli utenti a venirci incontro: alcuni, che per pigrizia si facevano imboccare, hanno imparato a mangiare da soli, per gli altri siamo stati costretti a ridurre l’orario e farli andare a casa prima dei pasti.

In un simile frangente, come mostrano anche altre testimonianze[12], la preoccupazione maggiore – persino da parte delle educatrici che hanno perso il loro posto di lavoro – è stata come continuare ad alimentare la relazione educativa. Si tratta di un obiettivo spesso reso ancora più complesso dalle condizioni socio-economiche degli utenti: “[Mi occupavo di due ragazzi] che non avevano assolutamente una rete internet, non avevano un computer […]. Non avendo […] altri mezzi se non un messaggio o una videochiamata così molto di sfuggita, […] c’è stato […] un tumulto dentro [di me], perché […]: come ci arrivo a loro? Come faccio capire che comunque io ci sono per loro?” (Dall’intervista a Rosa).

Anche in questo caso, la via maestra è stata quella della comunicazione autentica e della sperimentazione metodologica: infatti “Se è vero che il lavoro educativo è, per sua natura, pronto ad accogliere l’imprevisto, i cambi di rotta, l’incertezza, è altrettanto vero che di fronte al vacillare di quasi tutti i paradigmi relazionali noti occorre un pensiero nuovo ed originale”[13].  Lo argomenta bene Maria, impegnata nell’ambito della disabilità:

La difficoltà più grande che si è subito presentata è stata quella di gestire una relazione a distanza. La relazione con i nostri ragazzi è sempre stata una relazione molto fisica fatta di abbracci, di sorrisi e sguardi e tutto ciò per telefono non era assolutamente possibile. Anche le videochiamate, nelle quali ci sforzavamo di usare toni entusiasti, in realtà erano poco proficue perché mi rendevo conto che i nostri ragazzi non sono mai stati abituati alla conversazione telefonica. […] Inizia quindi un serrato lavoro di ricerca e valutazione di attività da poter proporre alle famiglie, sfruttando materiale comune che si possa trovare in ogni casa. Suggerisco quindi ai genitori giochi e attività per mantenere le funzioni cognitive e le autonomie raggiunte, spiegando loro come realizzarli con materiale di riciclo. Invio foto esemplificative, rimodulo le attività in base ai loro feedback, li incoraggio a mantenere alta la motivazione dei ragazzi e creare un clima di apprendimento sereno e non forzato, in alcuni casi propongo l’utilizzo di agende visive che aiutano i ragazzi, che presentano maggiori rigidità, a riorganizzare e comprendere questa nuova quotidianità, supporto i genitori nell’affrontare i comportamenti-problema dei loro figli con strategie proattive e reattive.

Alcuni intervistati usano la parola “mediazione” per descrivere le ulteriori sfaccettature assunte dalla propria professione, in relazione sia agli insegnanti che ai familiari degli utenti. E molti sostengono che, se un guadagno c’è stato dal primo lockdown, è stata giustamente la possibilità di sperimentare modalità inedite e inaspettate di collaborazione.

È interessante che i cambiamenti provocati dalla pandemia e dalle misure di contenimento del contagio abbiano incoraggiato forme nuove di prossimità nei confronti di persone che vivono situazioni di estrema marginalità e che altrimenti sarebbero rimaste senza sostegno:

[Prima] giravamo con un pulmino, mentre allo sportello c’erano altre persone che si occupavano dell’assistenza legale. Fatto sta che, dal 4 marzo, lo sportello è stato chiuso e quindi […] c’eravamo solo noi dell’unità di contatto esterno. […] Quindi non erano più le persone che venivano semplicemente da noi, ma eravamo noi che andavamo dalle persone […], che in qualche modo ti chiedevano aiuto per le cose più svariate: […] chi […] semplicemente aveva bisogno di pannoloni, chi magari di un pagamento di una bolletta, chi della busta della spesa, chi di altro ancora. […] L’esperienza con i beneficiari è stata molto bella, perché poi più che a distanza è stata un’esperienza di vicinanza, perché eravamo quei pochi che andavamo presso le case di queste persone, aspettavamo fuori, però raggiungevamo il loro domicilio (intervista ad Arturo).

In alcuni casi, l’esigenza di far fronte a emergenze impreviste ha motivato, in via temporanea, il passaggio alla residenzialità, come racconta Dario a proposito di un dormitorio: “Il problema grosso che abbiamo dovuto affrontare è stato il fatto che le persone che accoglievamo durante la notte tecnicamente il giorno erano fuori e, in quel periodo [… in cui] era vietato stare fuori, capisci bene che queste persone… dove dovevano andare? Noi li rimettevamo in strada, quindi con il rischio di prendere il virus e [… portarlo] all’interno della struttura. Con uno sforzo da parte dell’organizzazione, soprattutto della diocesi, che [… l’ha finanziata per due mesi], la struttura è stata aperta h 24. Quindi la difficoltà è stata avere operatori, che erano preparati per il servizio itinerante, [… pronti a] gestire un servizio h 24”.

“Un rapporto di fiducia forte e indissolubile come non lo abbiamo mai avuto”: le relazioni tra i colleghi e con il servizio

Un elemento che ritorna in tutte le interviste riguarda la collaborazione tra colleghi, che oltre a rendere possibile la riorganizzazione delle attività, ha rappresentato un’essenziale fonte di sostegno mutuo. Le riflessioni dei soggetti della ricerca a questo proposito, infatti, sono cariche di toni affettivi: “Ci siamo supportati e aiutati a vicenda; ci siamo avvicinati ogni giorno di più” (dall’intervista a Valentina); “Abbiamo condiviso i nostri dubbi, le nostre perplessità e questo ci ha aiutato moltissimo” (dall’intervista ad Angela); “Il fatto di vivere 18-24 ore insieme ha sicuramente rafforzato la nostra relazione lavorativa ma non solo. […] Conoscere meglio i colleghi mi ha fatto apprezzare molto di più i loro lati che non conoscevo” (dall’intervista a Davide).

Proprio la necessità di far fronte all’emergenza sanitaria ha rafforzato relazioni già positive, permettendo agli educatori e alle educatrici di sperimentare una sinergia senza precedenti: “Spirito di solidarietà a 360 gradi, siamo anche cresciuti nei rapporti personali, ci siamo conosciuti meglio […]. È stata una forte opportunità di crescita comunitaria” (dall’intervista ad Alessio).

Per la maggior parte degli intervistati l’organizzazione ha svolto un ruolo determinante nel potenziamento di legami di sostegno reciproco e cooperazione: “Dall’ente è stata subito attivata un’email aziendale grazie alla quale tutti eravamo in comunicazione gli uni con gli altri. Per ogni singolo servizio sono stati creati gruppi whatsapp per le comunicazioni specifiche dirette all’equipe del servizio. Tutti gli operatori siamo stati formati, mediante un corso online, sulle procedure anti Covid. Diverse sono state le riunioni online per organizzare i servizi per la riapertura, organizzare l’approvvigionamento di tutti i DPI necessari, trovare soluzioni di fronte all’iniziale difficoltà di reperimento di mascherine ecc.” (dall’intervista a Maria). 

In altri casi la mancanza del fondamentale supporto da parte del servizio ha inficiato sia il rapporto con gli altri professionisti, sia il rapporto con gli utenti: “L’azienda non ci ha messo neanche nelle condizioni di poter fare una videochiamata, utilizzare zoom o skype […]. Quindi la relazione con il servizio è stata difficile» (dall’intervista a Nino). 

“Non esiste una sola definizione ma mille e mille definizioni”: l’educatore tra etero- e auto-rappresentazioni

La drammatica esperienza della pandemia ha consolidato la consapevolezza di molti educatori rispetto all’essenzialità del proprio ruolo di accompagnamento e cura nei confronti dei più fragili: “Non è stato semplice agire in questi luoghi, chiamiamoli luoghi di confine, di marginalità, dove nessuno insomma tende poi ad affacciarsi” (dall’intervista ad Arturo). Li ha indotti a riflettere sulla professione dell’educatore come una professione che, prendendo le mosse dal riconoscimento dell’unicità di ogni persona e da situazioni mai identiche l’una all’altra, non può che fondarsi sulla capacità di elaborare sapere dall’esperienza[14]: “Il nostro lavoro è una continua scoperta, evoluzione: bisogna inventare e inventarsi ogni giorno per aiutare chi […] si trova in uno stato di necessità” (dall’intervista a Serena).

A fare da contraltare a questi sentimenti positivi, c’è da parte degli intervistati e delle intervistate una generalizzata percezione di essere invisibili per l’opinione pubblica e le istituzioni. È un’invisibilità che si manifesta su tutti i piani “Sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista professionale e personale” (dall’intervista a Rosa); che stona se messa a confronto con altre figure professionali “Gli infermieri hanno fatto il lavoro più duro però anche noi abbiamo fatto tanto” (dall’intervista a Sabrina), e che quindi si fonda su una sottovalutazione dei rischi ai quali gli educatori sono stati esposti: “Tutti sono diventati eroi […] ma le migliaia di educatori che sono rimasti in servizio e hanno continuato a svolgere le loro attività in situazioni di pericolo – perché il nostro lavoro, più di altri, richiede il contatto umano – [non sono stati visti]” (dall’intervista a Silvana), o addirittura su una conoscenza distorta o una non conoscenza delle sue molteplici funzioni: “L’opinione pubblica sinceramente non credo che abbia contezza del significato di terzo settore, credo più che altro che questo venga identificato con il volontariato» (dall’intervista a Luca).

L’invisibilità dell’educatore appare profondamente associata all’invisibilità delle persone e dei gruppi sociali di cui si occupa, come argomenta efficacemente Maria:

L’emergenza sanitaria è stata e continua a essere una condizione di svantaggio per tutti, in tutto il mondo. Ci ha colpito indistintamente tutti, ma le persone che già normalmente vivono una condizione di svantaggio per motivi vari, in questo momento storico sono ancora più svantaggiati. Il mondo della disabilità e soprattutto, come nel nostro caso, della disabilità intellettiva grave, ha pagato un prezzo enorme. Comprendere tutto ciò che sta avvenendo e convivere con tutte le nuove regole è davvero difficile, se poi si aggiunge il fatto che l’attenzione e la sensibilità da parte della classe politica sia stata davvero scarsa si comprende come tante battaglie e tanti diritti siano andati in fumo. Non mi soffermo a commentare la scelta di alcune nazioni di salvaguardare la popolazione “normale” (con le mani fa segno delle virgolette)[15] e sacrificare le persone con disabilità, se ce ne fosse stato bisogno, ma rimanendo nel nostro paese, che fortunatamente ha criticato questa scelta, quali attenzioni e quali accorgimenti ha messo in atto per tutelare persone che vivono già di per sé un grave svantaggio? E restringendo ancor di più il campo e limitandolo al nostro territorio calabrese, cosa è stato fatto? Il governo ha autorizzato la riapertura dei centri ma ha delegato alle regioni la stesura dei protocolli. Quando finalmente arriva l’ordinanza […], che stabilisce la riapertura dei centri diurni, quali sono le linee guida? Sono state delineate più chiaramente le modalità di riapertura dei saloni estetici e non quelli dei centri diurni che lavorano in condizioni molto più difficili e con un’utenza più complessa e avrebbero, forse, avuto bisogno di più certezze e più chiarimenti. Anche in questa circostanza, sicuramente drammatica per tutti, gli invisibili hanno continuato a mantenere il loro status di invisibilità.

L’invisibilità si aggrava fino a diventare emarginazione, in rapporto ad alcune categorie di persone, che specialmente negli ultimi anni sono divenute mira di politiche discriminatorie orientate solo al consenso elettorale: “Sacche di razzismo […] iniziano […] a farsi vedere con insistenza, penso siano dovute anche a una comunicazione sbagliata e a una politica che usa il fenomeno migratorio per i propri scopi” (dall’intervista ad Alessandro). D’altra parte, Arturo spiega che questo atteggiamento non costituisce una novità:

Spesso venivano […] alcuni (ride)[16] […] che ci dicevano: “perché aiutate gli stranieri e noi no”. E quindi poi vai a far capire che lo sportello era dedito ai bisogni dei più emarginati, soprattutto se emigranti […] stagionali o stanziali. […] Ci siamo resi conto che […] bisognava reagire a questo contesto sociale […] fatto di indifferenza, […] un contesto sociale dove spesso arriva l’informazione a livello politico, [… che presenta] gli stranieri [… come] il male della nostra terra ma in realtà non è così. Alla fine siamo noi che sfruttiamo gli stranieri. […] Ci sono i lavoratori in nero che vengono sfruttati veramente e che per pochi soldi al giorno fanno il lavoro sporco. […] Ultimamente abbiamo fatto anche qualche denuncia sociale, perché abbiamo visto che alcuni alloggi sono stati buttati giù da un bulldozer […]. Non sappiamo se è stato qualche privato o qualche soggetto compiacente con l’amministrazione locale. Fatto sta che alcuni alloggi per i poveri sono spariti […] e poi ultimamente, alcuni giorni fa, ci hanno detto che hanno dato fuoco anche alla baraccopoli […] di Schiavonea. Ecco! Noi lavoriamo in questo contesto (dall’intervista ad Arturo).

L’invisibilità che interessa educatori e utenti ha delle ripercussioni molto concrete: “Noi non siamo esistiti, il nostro ruolo non è esistito. Anche oggi, che sta riprendendo l’attività ambulatoriale, non ci sono dispositivi di protezione individuale che rendono più facile il colloquio, non ci sono distanziatori, non c’è un plexiglass. […] A distanza di mesi siamo all’anno zero e quindi il nostro lavoro come lo percepisci?” (dall’intervista a Nino).

All’origine di queste difficoltà molti intervistati situano l’ulteriore irrigidimento del modus operandi, già di per sé burocratico, delle istituzioni (questure, prefetture, regione, ministeri), rispetto alle quali nei primi mesi della pandemia si è acuita la consueta frattura.

“In comunione con l’altro”: apprendimenti e prospettive trasformative

Nonostante l’utilizzo di alcuni strumenti e piattaforme si sia rivelato effettivamente utile e possa continuare a esserlo in futuro, i soggetti della ricerca sono pressoché unanimi nell’affermare che le misure di sicurezza necessarie al contenimento del contagio non possono diventare la norma, in una professione che si fonda proprio sulla riduzione delle distanze. Anche rispetto alla rappresentazione di se stessi come persone e come professionisti, gli intervistati non concepiscono, a medio e lungo termine, una quotidianità priva di relazioni con i propri interlocutori educativi:

Nel ruolo di educatrice, per indole personale e per etica professionale, sono portata ad avere sempre uno sguardo verso il futuro per poter programmare obiettivi di miglioramento e attività nuove, quindi lo stato odierno mi pone in una posizione ambivalente: da un lato devo rispettare alcuni vincoli e prescrizioni che limitano sicuramente l’agire, ma dall’altra parte mi pone di fronte a sfide nuove (sorride)[17]. Ora più che mai è necessario reinventarsi e trovare soluzioni nuove per affrontare lo stato di emergenza e non far prevalere la paura di ciò che potrebbe succedere. […] Trovare il giusto equilibrio tra tutela della salute, rispetto delle regole e necessità educative è sicuramente la sfida più importante e più difficile a cui siamo chiamati oggi. […] Il rischio, che a mio avviso si corre, è quello di far prevalere lo stato di incertezza e confusione attuale e rimanere fermi per la paura di sbagliare. È invece importante ritrovare, nonostante i cambiamenti, motivazioni, spunti e strategie nuove (dall’intervista a Maria).

Dunque il primo auspicio delle intervistate e degli intervistati, nell’estate del 2020, era che venissero messe in atto le modifiche strutturali atte a garantire la ripresa delle attività educative. Sono nette a questo proposito le parole di Nino: “Non vedo un futuro in queste condizioni per noi, perché finché non si realizzerà una ripresa del rapporto utente-operatore, saremo inutili. […] Noi lavoriamo soprattutto sulla relazione con la persona, se manca questo è tutto inutile”.

Il desiderio di normalità, espresso dai soggetti della ricerca, tuttavia, non si riduce a una mera conferma dell’esistente. Con forza viene affermata la necessità di metabolizzare, far sedimentare e consolidare gli apprendimenti essenziali maturati nel corso dei primi mesi della pandemia, per intraprendere un deciso cambiamento di rotta, che coinvolga quattro piani:

  • a livello personale, l’esperienza della chiusura ha offerto la possibilità di confrontarsi con se stessi e ridare senso al quotidiano.
  • A livello professionale, occorre imparare a prendersi cura di se stessi e al contempo potenziare la collaborazione con i propri colleghi.
  • A livello sociale, la pandemia “Ci ha reso tutti quanti […] umani e fragili» (dall’intervista a Rosa); per questo è fondamentale essere consapevoli “che l’essere soli è una perdita, che lo stare in comunità è un valore aggiunto molto importante” (dall’intervista a Marialuisa). 
  • A livello politico, è necessario che, in primis da parte dello Stato, ci sia maggiore sostegno e riconoscimento per il terzo settore ma soprattutto “Che si crei una catena virtuosa incentrata sulla giustizia sociale” (intervista ad Arturo).

È significativo che queste differenti dimensioni possano essere ricondotte a un’unica radice comune: “L’esperienza del coronavirus ci ha insegnato più responsabilità collettiva e ci sta suggerendo che la via da seguire è la valorizzazione delle relazioni” (dall’intervista ad Angela).

Conclusioni

Questo contributo si basa sulla ricerca qualitativa condotta da alcuni docenti e studenti dell’Istituto Universitario don Giorgio Pratesi, con la finalità di esplorare l’esperienza professionale di educatori impegnati nel territorio calabrese, in relazione alla cosiddetta prima ondata della pandemia di Covid-19. Nel corso dell’articolo, abbiamo fatto un ampio uso di brani tratti dalle quarantasei interviste realizzate. Lo scopo, infatti, era di restituire visibilità e complessità all’educazione non formale, mostrando i molteplici ambiti sociali in cui sono attivi gli educatori, i vissuti e le difficoltà che hanno sperimentato, ma anche gli strumenti educativi che hanno messo in campo e le alleanze che hanno attivato o potenziato per affrontare le nuove necessità sopraggiunte in seguito al primo lockdown e alle successive riaperture. Leggere la realtà dal punto di vista delle educatrici e degli educatori significa coglierne il portato di ingiustizia sociale, che continua a creare disuguaglianze, marginalità e povertà. Proprio per questo, però, significa anche prendere coscienza della necessità di una trasformazione radicale delle relazioni interpersonali, sociali e politiche, che sappia mettere al centro la cura per la vita. La pandemia ha permesso di fare un’intensa esperienza di interdipendenza: “ognuno temeva per sé e contemporaneamente per gli altri e tutti avevano a cuore il benessere proprio e altrui. Ci sentivamo assieme”[18]. La possibilità di trasformare questa esperienza in “una svolta esistenziale e politica da cui non si torna indietro”[19] dipenderà anche dalla nostra capacità di riconoscere e lottare per l’essenziale.

Bibliografia

Aa. Vv., Le professioni di educatore, pedagogista e pedagogista ricercatore nel quadro europeo. Indagine nazionale sulla messa a sistema della filiera dell’educazione non formale, a cura di P. Orefice e E. Corbi,ETS, Pisa 2017.

Aa. Vv., Education, Equality and Justice in the New Normal: Global Responses to the Pandemic, a cura di I. Accioly e D. Macedo, Bloomsbury, Londra 2021.

Antigone, Il carcere al tempo del coronavirus, Antigone, Roma 2020.

Cavalli F., Togliere la vicinanza a un educatore è come togliere la farina a un panettiere…, in “animazionesociale.it”, 2020, url: http://www.animazionesociale.it/come-togliere-la-farina-a-un-panettiere/.

Cima R., Pratiche narrative per una pedagogia dell’invecchiare, FrancoAngeli, Milano 2012.

Dewey J., Esperienza e educazione, Raffaello Cortina, Milano 2014.

Dominijanni I., L’io alterato, in “libreriadelledonne.it”, 25 maggio 2020, url: https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/lio-alterato/.

Mortari L., Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione, Carocci, Roma 2003.

F. Ruta e A. Rossi, L’educatore professionale prima e dopo il Coronavirus, in “Vita.it”, 9 aprile 2020, url: http://www.vita.it/it/article/2020/04/09/leducatore-professionale-prima-e-dopo-il-coronavirus/154969/.

Vantini L., Rileggere ciò che ci è successo, intervento al Grande Seminario di Diotima, Università di Verona, Verona 9 ottobre 2020.

Zamboni C., Una svolta esistenziale e politica da cui non si torna indietro, in “libreriadelledonne.it”, 29 luglio 2020, url: https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/una-svolta-esistenziale-e-politica-da-cui-non-si-torna-indietro/.

Le autrici

Mariateresa Muraca, dal 2020 assegnista postdoc presso l’Universidade do Estado do Pará (in Brasile) con la ricerca “Promuovere la giustizia sociale ed epistemica in aree geopoliticamente complesse”, finanziata dalla CAPES (Coordenadoria de Aperfeiçoamento de Pessoal de Nível Superior). Dal 2018 svolge incarichi di insegnamento presso l’Istituto Universitario Pratesi (docente stabilizzata) e l’Istituto Universitario Progetto Uomo (docente invitata). Dal 2016 è formatrice per la Scuola di Pace di Monte Sole in progetti di cooperazione internazionale, rivolti a docenti delle scuole primarie e secondarie del distretto di Gorongosa in Mozambico e incentrati sull’educazione alla pace. Autrice del libro Educazione e movimenti sociali (Mimesis, 2019), del manuale didattico per i licei delle Scienze Umane, I colori della pedagogia (Giunti TVP e Treccani, 2020) e di numerosi articoli scientifici. Fa parte di diverse comunità di impegno e riflessione, tra cui la comunità filosofica femminile Diotima e la Rete nazionale Freire-Boal. Dal 2020 è co-direttrice scientifica di Educazione Aperta.

Rosa Fiore, Direttrice dell’Istituto Universitario don Giorgio Pratesi – affiliato alla Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana, docente di Psicologia Generale all’Istituto Universitario Progetto Uomo, sede aggregata della Tuscia all’Università Pontificia Salesiana, psicologa e psicoterapeuta presso il Centro Calabrese di Solidarietà di Catanzaro.


[1]  Aa. Vv., Education, Equality and Justice in the New Normal: Global Responses to the Pandemic, a cura di I. Accioly e D. Macedo, Bloomsbury, Londra 2021.

[2]  I contributi in questo ambito sono troppo numerosi per essere citati senza correre il rischio di rilevanti omissioni.

[3]  Si pensi ad esempio a Antigone, Il carcere al tempo del coronavirus, Antigone, Roma 2020.

[4]  Aa. Vv., Le professioni di educatore, pedagogista e pedagogista ricercatore nel quadro europeo. Indagine nazionale sulla messa a sistema della filiera dell’educazione non formale, a cura di P. Orefice e E. Corbi,ETS, Pisa 2017.

[5]  Teodora Aloise, Gessica Aloisio, Marco Aulicino, Maria Asunta Calabretta, Stefania Catricalà, Irene Dominijanni, Gian Marco Lupis, suor Christine Ngo Bayiha, Angela Rosanò, Rosaria Spanò, Chiara Tropea, Stefano Trovato, Silvia Viscomi.

[6]   I. Dominijanni, L’io alterato, in “libreriadelledonne.it”, 25 maggio 2020, url: https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/lio-alterato/.

[7]  L. Vantini, Rileggere ciò che ci è successo, intervento al Grande Seminario di Diotima, Università di Verona, Verona 9 ottobre 2020.

[8]  Tutti i nomi usati sono di fantasia.

[9]  Nota dello studente, che ha realizzato l’intervista.

[10] R. Cima, Pratiche narrative per una pedagogia dell’invecchiare, FrancoAngeli, Milano 2012.

[11]  J. Dewey, Esperienza e educazione, Raffaello Cortina, Milano 2014.

[12]  A titolo esemplificativo si può considerare F. Cavalli, Togliere la vicinanza a un educatore è come togliere la farina a un panettiere…, in “animazionesociale.it”, 2020, url: http://www.animazionesociale.it/come-togliere-la-farina-a-un-panettiere/.

[13]  F. Ruta e A. Rossi, L’educatore professionale prima e dopo il Coronavirus, in “Vita.it”, 9 aprile 2020, url: http://www.vita.it/it/article/2020/04/09/leducatore-professionale-prima-e-dopo-il-coronavirus/154969/.

[14]  L. Mortari, Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione, Carocci, Roma 2003.

[15]  Nota della studentessa, che ha realizzato l’intervista.

[16]  Nota della studentessa, che ha realizzato l’intervista.

[17]  Nota della studentessa, che ha realizzato l’intervista.

[18]  C. Zamboni, Una svolta esistenziale e politica da cui non si torna indietro, in “libreriadelledonne.it”, 29 luglio 2020, url: https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/una-svolta-esistenziale-e-politica-da-cui-non-si-torna-indietro/.

[19] Ibidem.