di Paolo Vittoria

Intervista con Laura Cappon[1]

File:Patrick Zaki.jpg - Wikimedia Commons

Cominciamo dallo scenario giudiziario di Patrick: si tratta di scarcerazione, ma non assoluzione. Si parla spesso di cittadinanza italiana. Se come atto politico sarebbe opportuno, credi che dal punto di vista strettamente giudiziario sarebbe utile?

La cittadinanza legalmente potrebbe non servire. Nel caso della sua situazione sarebbe un segnale diplomatico forte, però se Patrick prendesse la cittadinanza italiana dovrebbe rinunciare a quella egiziana. A dire il vero, ci sono stati dei precedenti. Un giornalista canadese-egiziano di Al Jazeera sotto processo rinunciò alla cittadinanza egiziana per avere la protezione canadese. Quando i due passaporti sono insieme naturalmente ha più valore il passaporto del Paese dove sei sotto giudizio. Rinunciare alla cittadinanza richiederebbe un tempo che non necessariamente corrisponde a quelli tecnici del processo, alla richiesta di estradizione e protezione dell’imbasciata.  Sarebbe comunque un segnale molto forte, visto che ce ne sono stati pochi da parte del nostro Paese.

Potrebbe anche complicare il caso dal punto di vista diplomatico?

No, non esiste un vero e proprio caso diplomatico nel senso che l’Italia dice di aver sempre lavorato a fari spenti, quindi non c’è nessun caso diplomatico nell’accezione di crisi. Ovviamente il Governo si è mosso. L’ambasciata ha parlato con interlocutori che hanno lavorato con delle persone che hanno fatto da mediazione tra ambasciata italiana e governo egiziano. C’è stato un lavoro diplomatico, soprattutto cercando di seguire le udienze. Quando non sono stati ammessi al processo, hanno sempre presentato un documento di interesse sul caso, lo hanno seguito, ma evitando crisi e rotture.

Qual è il clima nella famiglia di Zaki?

Il clima è di sollievo, ma di grande incertezza e di paura per il futuro. Il caso non è ancora chiuso. Le accuse sono ancora tutte in piedi e quando si finisce nel sistema giudiziario egiziano e si resta in quel Paese, si è perennemente a rischio. L’Egitto è una prigione a cielo aperto, significa che in ogni momento può succedere qualcosa. Per esempio, c’è un faldone di cui solo una parte è stata utilizzata, c’è una altra parte che potrebbe diventare un altro processo. L’incognita e la paura è che il 1° febbraio si possa avere una condanna perfino superiore. Purtroppo, questa è la “giustizia” egiziana che è al servizio di un sistema di repressione e lavora contro coloro che chiamano i “detenuti di coscienza”.

Che spazio hanno i movimenti in difesa dei diritti umani in Egitto?

Ci sono gli avvocati che continuano a lavorare. Io non so mai, quando li incontro, come gli avvocati fanno a rimanere lì, perché a volte loro stessi possono correre il rischio di diventare detenuti. Sono gli avvocati che sono emersi dalla rivoluzione del 2011 che pose fine alla dittatura di Mubarak. Continuano a lavorare nonostante tutto, nonostante il rischio che corrono, ma ovviamente, dopo otto anni di al-Sisi al potere, le ONG e le organizzazioni per i diritti umani sono state sistematicamente prese di mira.

Trovi che ci siano possibili collegamenti con il caso Regeni?

Non abbiamo elementi, è qualcosa che non possiamo provare e che, quindi, non possiamo affermare in nessun modo. Il fatto è che abbiamo a che fare con un regime completamente schizofrenico: non sappiamo cosa fa, quando lo fa e perché lo fa. Così è il regime egiziano, così è il sistema giudiziario – se di giustizia si può parlare. Nessuno sapeva che Patrick sarebbe stato liberato l’8 dicembre. Nessuno se lo aspettava, nessuno è in grado di fare previsioni. Neanche gli avvocati che ogni giorno vanno a difendere i detenuti di coscienza. Non possiamo fare previsioni, né mettere in connessione un arresto con un altro caso… Possiamo solo cercare di dedurre, ma senza elementi sufficienti. Il regime è un buco nero.

Una schizofrenia ragionata?

Non trapela niente. Hanno dei comportamenti così schizofrenici che sono inspiegabili e imprevedibili, sono azioni slegate tra di loro, ma è evidente da quello che accade ai detenuti di coscienza: arresti arbitrari, fascicoli che scompaiono, segnalano una schizofrenia completa. Fino ad ora nessuno sa veramente il perché del caso Regeni. Non c’è un motivo reale, non ci sono testimoni che dicono “è successo questo o quello”. Si parla di faide. La procura di Roma punta il dito contro la National security agency. Va bene, ma chi è il mandante? Chi avrebbe deciso che un ragazzo con passaporto italiano dovesse essere trattato in quel modo fino alle conseguenze tragiche a cui ha portato? Neanche questo possiamo sapere: sappiamo che l’esercito egiziano ha un consiglio militare supremo, l’organismo più alto delle forze armate, ma spesso non si sa neanche chi sono i nomi che lo compongono. L’unico giornale bilingue arabo-inglese ancora aperto che riesce a fare inchiesta e tirar fuori degli elementi è Mada Masr: ma sono briciole rispetto al potere del sistema.

Sentiamo vicini i casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki come avvenimenti vicini culturalmente. Ma se passiamo dal particolare al generale, non possiamo che rifarci a un processo storico: a quello che è accaduto in Egitto dal colpo di Stato e la sconfitta della primavera araba. È così?

Certo, quello che sta accadendo è il frutto della repressione che si è scatenata dopo il colpo di stato dei militari nel 2013 ai danni di Mohamed Morsi, presidente eletto appartenente ai fratelli musulmani: è stato l’inizio di una nuova epoca, tra le più buie dell’Egitto. L’Egitto è un paese che è stato, a fasi alterne, in dittatura per oltre 60 anni, dalla rivoluzione militare del 1952 degli ufficiali liberi fino alla primavera araba nel 2011. L’esercito è stato sempre il grande attore del potere. Quando ha barcollato Morsi, l’esercito ha ripreso di nuovo il potere e ha fatto in modo che non accadesse mai più una piazza Tahir. Sono così sorte le leggi liberticide, il delitto di coscienza, le uccisioni extragiudiziarie e tutto quello che ci porta oggi alla spietata dittatura di al-Sisi.

Di quanti detenuti di coscienza si parla?

Le ONG calcolano tra i 60000 e gli 80000 detenuti di coscienza. Ovviamente presi dalla paura non possono censire con precisione, ma questa è una stima.

Nel buio di elementi questo è l’unico dato “quasi” certo.

Questo è un dato che colpisce, i detenuti di coscienza sono davvero tanti. Così come le sparizioni forzate. È il modus operandi della dittatura. Magari un lettore si interessa della storia di Patrick, va a cercare altri casi e ne troverà migliaia molto simili. Accuse vuote, faldoni pieni di prove finte, rinvii a giudizio senza senso, avvocati che provano a costruire delle difese robuste ma non ce la fanno, che non riescono ad avere i documenti a disposizione. In Egitto, fino al rinvio a giudizio l’avvocato non vede proprio il fascicolo: quando hai un cliente in detenzione preventiva fino al rinvio a giudizio non riesci neanche a leggere le carte, non puoi organizzare una difesa, così come è accaduto per gli avvocati di Zaki. Ma anche dopo spesso non ti mettono nelle condizioni di accedere alla documentazione. Immagina cosa possa voler dire smontare un’accusa falsa senza aver accesso ai documenti…

Entri in una farsa.

Si, sapendo che la magistratura non è imparziale. Il ragazzo avrebbe scritto dei post su facebook, la difesa chiede la perizia informatica, ma non viene concessa. Oppure l’accusa sostiene che “è stato arrestato qui”, la difesa chiede le immagini di videosorveglianza e non le concedono. 

La libertà sembra essere una concessione unilaterale. Il regime egiziano sa nascondere le carte e ti mette nelle condizioni di illeggibilità, di analfabetismo.

Si tratta di impossibilità di leggere una situazione e aggiungo che la paura contribuisce a questa illeggibilità, anche perché non sai quello che succede e che ti può succedere. Molti attivisti di diritti umani dicono che si supera la “linea rossa” semplicemente restando nel Paese e occupandosi di diritti umani, così ci si sente in perenne pericolo. Il rischio è di stare sotto controllo, vigilanza, in una condizione di paranoia giustificata ed indotta.


[1] Giornalista RAI, collabora con Domani, Il Fatto Quotidiano, Radio Popolare.

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