“Semplicemente un fratello, disponibile a dialogare”
Intervista con Waldemar Boff

di Marco Gulisano

 

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Waldemar Boff, educatore popolare, fondatore e direttore della ONG brasiliana Água Doce Serviços Populares. Da più di 30 anni è impegnato nell’organizzazione di progetti sociali nelle periferie delle città di Rio de Janeiro e Petrópolis in Brasile. Le esperienze realizzate vengono da lui stesso definite di lavoro ed educazione popolare, a significare l’immersione degli interventi in mezzo al popolo povero ed escluso delle aree urbane e rurali. L’ispirazione principale delle azioni educative è quella di Paulo Freire. Tuttavia l’esperienza nelle periferie povere e violente lo ha portato a contestualizzare e adeguare il metodo pedagogico alle condizioni particolari di questi contesti, lavorando principalmente con un metodo aperto e sperimentale di pedagogia degli esclusi. Centrale nella sua visione è la questione ambientale. La sfida principale nelle scuole popolari e nei centri comunitari da lui fondati è infatti quella di articolare l’ecologia e la povertà, attraverso il metodo dell’alfabetizzazione ecologica su base comunitaria. L’obiettivo è soprattutto quello di portare avanti un altro paradigma di relazioni tra natura e società, più sensibile e cooperativo, radicato nelle comunità locali ma con uno sguardo planetario e globale.

Io ho avuto personalmente il privilegio di conoscere da vicino il lavoro e la visione di intervento sociale di Waldemar Boff e il suo è un lavoro profondo, silenzioso, ma con un’energia fortemente trasformatrice, in grado di realizzare tante “rivoluzioni molecolari” in un Brasile ancora pieno di disuguaglianze, povertà e ingiustizie.

In questo dialogo con Waldemar vengono tracciati gli aspetti principali del suo lavoro e della sua visione di educazione, aprendo finestre e fornendo spunti di riflessione per la continua evoluzione, costruzione e sperimentazione dell’educazione popolare.

Waldemar, da circa 30 anni sei impegnato in interventi sociali e servizi popolari nelle periferie urbane e rurali di Rio de Janeiro e Petropolis, in Brasile. Qual è stata la ragione che ti fatto intraprendere questo percorso?

Per quanto riguarda le periferie urbane è stato il sentimento di giustizia e di compassione con i miei simili, vittime di una società disuguale e crudele. Rispetto al mio impegno nelle aree rurali, è stato il richiamo delle mie radici agricole ancestrali e il potenziale economico e umano che offre la vita nelle campagne. Ritengo che la cultura contadina può facilitare l’instaurazione di un modello di società più solidale e più sostenibile.

I progetti che hai promosso e portato avanti durante questi anni sono soprattutto collegati alla costruzione e al rafforzamento di Centri educativi e scuole comunitarie. Perché ritieni centrale la questione educativa per il superamento delle disuguaglianze e della povertà?

La decisione di costruire strutture socio-educative nelle periferie è dovuta all’assenza criminale dello Stato che, garantisce servizi pubblici unicamente per le persone incluse socialmente e, in particolar modo, per le élite tradizionali dello stato brasiliano: il baronato finanziario-industriale, sia nazionale sia internazionale, e i “colonnelli” latifondisti dell’agribusiness.

L’ignoranza collettiva è una politica deliberata e strategica dello Stato brasiliano per poter riprodurre la struttura di dominazione e di privilegi e preservare così gli interessi dei suoi partner internazionali, in un regime apparentemente democratico, ma che di fatto è un regime neocoloniale.

All’interno delle varie forme possibili di “rivoluzione sociale”, noi abbiamo scelto l’educazione, che consideriamo non appena come istruzione, ma soprattutto come processo collettivo di coscientizzazione e organizzazione popolare per il superamento delle diseguaglianze, attraverso la costruzione di meccanismi realmente partecipativi e inclusivi tanto per i ricchi quanto per i poveri.

In Brasile il concetto di educazione popolare è molto diffuso. Che cos’è per te l’educazione popolare? E quali sono i principi fondamentali che dovrebbe tenere conto ogni educatore popolare?

Per me, l’educazione popolare è prima di tutto “sedersi in mezzo al popolo”, e non solo attraversare un luogo, svolgere un tirocinio o partecipare a un’attività di tipo umanitario. Educazione popolare è entrare in comunione con il destino della popolazione povera, un matrimonio di fedeltà, di dedicazione e di devozione. Oltre a servizi e orientamento, inoltre, è necessario portare affetto e rispetto.

Educare il popolo povero allo stesso tempo non deve significare disconoscere o ignorare l’educazione dei ricchi, così da istaurare veramente una democrazia partecipativa e inclusiva e poter tornare alla patria della nostra comune umanità.

L’inserimento amoroso in mezzo al popolo ci permette di osservare la sua quotidianità, di ascoltare le sue domande, di rispondere non solo con l’informazione e l’orientamento, ma soprattutto con la soddisfazione concreta delle sue necessità. Può essere ad esempio organizzare una fila per la distribuzione di un pasto, di ceste basiche alimentari o il sostegno per realizzare una festa popolare. Può essere la donazione di risorse economiche per prendere un trasporto pubblico, per acquistare medicinali o per riparare la propria abitazione. Può anche essere un aiuto per raccogliere firme per una petizione popolare, la preparazione di un esposto agli organi governativi. Infine può essere la costruzione insieme a loro di un centro comunitario, di una farmacia di erbe medicinali o di un centro di educazione infantile.  “Fare è il nostro modo di dire”, affermava José Martì.

Qual è la metodologia pedagogica che porti avanti nei tuoi progetti? Quali sono i principali riferimenti teorici e pratici su cui hai impostato le scuole comunitarie?

Mi ritengo fortunato perché sono nato all’interno di una scuola rurale di legno, in un villaggio di circa venti famiglie, la maggior parte delle quali composte da contadini immigrati dal nord Italia. Le nostre camere stavano nella soffitta della scuola e la cucina della famiglia era collegata alla scuola da un corridoio dove mio padre dava lezioni supplementari agli alunni che s’impegnavano di più. Mia madre era analfabeta grafica e si occupava dei campi e degli animali con i suoi undici figli. Da mio padre ho imparato l’alfabetizzazione scritta, da mia madre l’alfabetizzazione ecologica.

All’età di 8 ani sono stato inviato al seminario dei frati francescani, da cui sono uscito solamente a 25 anni, quando ero al 3° anno di teologia, totalmente imbottito della spiritualità del Poverello…

Come studente di teologia sono stato inviato negli Stati Uniti dove ho conosciuto il movimento per i diritti civili a New York e il movimento culturale dei beatniks, predecessore degli hippies.

Ho letto le biografie di Gandhi e Tolstoj, gli scritti di Henry Thoreau, di Peace Pilgrim, di Paulo Freire, Anton Makarenko e quelli della teologia della liberazione.

Sono questi i miei vissuti e i miei riferimenti teorici. È da questi che nascono le mie visioni e la mia metodologia.

Per diversi anni hai diretto una rivista chiamata “Poema pedagogico – Saggi sulla pedagogia degli esclusi”. Qual è la differenza tra la pedagogia degli oppressi e la pedagogia degli esclusi?

Gli oppressi appartengono al sistema di dominazione in cui sono necessari come forza lavoro da sfruttare. Dal loro sfruttamento i lavoratori oppressi ne traggono il sostentamento vitale, nonostante spesso sia insufficiente.

Diversamente gli esclusi sono le persone da scartare, inutili, indesiderabili, il rifiuto sociale di cui non si ha bisogno e del quale non si sa che cosa farne.

La dinamica sociale egemone di oggi va dallo sfruttamento all’esclusione, dall’esclusione all’invisibilizzazione, e infine verso l’eliminazione, fisica o culturale. In questo la tecnologia digitale e la robotizzazione, che eliminerà molti lavoratori di tutte le classi, rischia di essere il colpo di grazia nel lavoro dignitoso dei poveri.

Se all’oppresso gli è proibito di essere libero, all’escluso gli è proibito vivere. Il primo si confronta con la mancanza di libertà, l’altro con l’impossibilità della vita.

La pedagogia degli oppressi lavora con la “parola generatrice”. La pedagogia degli esclusi lavora con il gesto redentore, con l’abbraccio dell’accoglienza, con la dichiarazione di benvenuto, con il tocco nella pelle e nel cuore.

Molti dei centri comunitari da te fondati si chiamano “Nuclei di Alfabetizzazione Ecologica” e il tema ambientale è molto importante nei tuoi progetti. In che modo la questione ecologica diventa centrale nel lavoro popolare e in che modo si collega alla questione sociale?

All’inizio delle nostre attività lavoravamo in un inquadramento antropocentrico con il riferimento oppressore/oppresso, metropoli/colonia. Con il tempo ci siamo resi conto che, per quanto lavorassimo in questa direzione, il divario tra ricchi e poveri, tra paesi centrali e periferici, continuava ad aumentare progressivamente e in un modo quasi insuperabile. È da lì che abbiamo pensato nel collocare l’ambiente come area di lavoro comune attorno alla quale ricchi e poveri potersi sedere, conversare e pensare ad un futuro comune, positivo per tutti, poiché l’attuale modello ci sta portando tutti verso il disastro.

Per me, considerato il vissuto della mia infanzia, questo delineamento è stato naturale. Ritengo che un approccio ecologico ai problemi sociali appare più dolce, inclusivo, di prospettiva, carico di promesse di futuro.

Nella tua traiettoria d’intervento sociale hai conosciuto esperienze diverse: all’interno della politica istituzionale, nelle comunità ecclesiali di base, nei movimenti sociali, organizzazioni non governative e scuole popolari. Qual è oggi lo spazio socio-politico in cui pensi sia possibile immaginare dei cambiamenti?

Dopo tanti anni di desiderio di cambiamento e di tanti spazi di lotta sperimentati, credo che il luogo più adeguato è quello della con-vivenza con il popolo, la comprensione della sua visione del mondo, dei suoi percorsi, l’organizzazione e la cooperazione nella sua lotta quotidiana di emancipazione. Con questo non si escludono le forme convenzionali di attività politica come i partiti, i sindacati, i movimenti culturali e le organizzazioni sociali. È un intervento dialettico in cui i due movimenti sono necessari: dal basso verso l’alto (bottom up) e dall’alto verso il basso (top down).

La dimensione internazionale è sempre stata presente nelle tue riflessioni e nelle tue pratiche. Per molti anni hai lavorato nella gestione di importanti progetti di cooperazione allo sviluppo, in progetti di interscambio, etc. Qual è la tua visione della solidarietà e cooperazione internazionale?

La vista della terra dallo spazio da parte dell’uomo è stata l’opportunità per noi di svegliare la dimensione planetaria della nostra coscienza, di appartenere ad un’unica famiglia umana e di avere una sola casa comune, questo “pallido punto blu”. E dalla base di questa comprensione che noi intendiamo la cooperazione internazionale e la nostra sfida di costruire un futuro comune. È chiara l’interdipendenza nel mondo naturale.

Sempre rispetto alla dimensione internazionale hai elaborato un documento sul tema della “Diplomazia popolare”. Che cosa promuovi con questo termine e quali sono gli aspetti principali della diplomazia popolare?

Esiste una diplomazia togata, ufficiale, ed esiste una diplomazia scalza, popolare, entrambe della più alta grandezza e dignità. Se la diplomazia ufficiale rappresenta gli interessi di una nazione, la diplomazia popolare rappresenta gli interessi della famiglia umana e della cittadinanza globale. La diplomazia ufficiale porta con sé le credenziali dello Stato, quella popolare porta con sé un semplice foglio con scritto, “semplicemente un fratello, disponibile a dialogare”. La diplomazia popolare è una strada a due vie con reciprocità di trattamento.

In che modo ritieni possibile promuovere i principi della diplomazia popolare e della cittadinanza globale attraverso progetti educativi?

Le idee-sogno di Robert Muller possono essere un’ispirazione. Per quaranta anni lui ha servito tre segretari generali delle Nazioni Unite. Era un uomo di sogni, uno di questi lo ha realizzato nel 1980 quando ha creato con l’ONU in costa Rica l’Università della Pace, della quale è stato il primo rettore. Ha fondato in giro per il mondo 34 scuole di educazione planetaria che usano il piano di studi “World Core Curriculum”. Questo può rappresentare la base per la formulazione collettiva di un altro curriculo dinamico, elaborato dalle successive esperienze e idee degli stessi diplomatici scalzi.

 

Marco Gulisano ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali, specializzazione in Cooperazione e sviluppo, presso l’Università degli Studi di Siena nel 2010. Dal 2012 al 2017 ha vissuto prevalentemente in Brasile, prima come volontario internazionale del Servizio Civile, successivamente come educatore e operatore di sviluppo comunitario presso la ONG Agua Doce. Dal 2010 fa parte dell’associazione Amig@s MST-Italia (di cui dal 2016 è il presidente) con la quale ha organizzato e promosso diverse iniziative di solidarietà e interscambio tra realtà italiane e il Movimento dei Senza Terra del Brasile. Ha partecipato a diversi incontri come delegato internazionale alla Scuola Nazionale Florestan Fernandes (ENFF) di São Paulo e all’ultimo congresso nazionale del MST a Brasilia nel 2014.  Dal 2015 è progettista e formatore per l’associazione CESC Project in progetti di inclusione sociale e di Servizio Civile Universale in Italia e all’estero”.