Scuola e covid-19: testimonianze, punti e spunti
Analisi di congiuntura del servizio educativo scolastico del territorio a confine tra le province di Roma e Viterbo durante l’emergenza sanitaria

di Giulia Bruni, Alessandra Iovene

 

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Da marzo 2020 la presenza della pandemia ha inevitabilmente destabilizzato gli equilibri e mutato la percezione del rapporto con il mondo oltre le mura della propria casa, talvolta vissuta contemporaneamente come gabbia e rifugio, del contatto interpersonale, della gestione lavorativa, della propria emotività. Ma in che modo questi cambiamenti si sono riflessi e si riflettono sulla scuola? Riteniamo che la scuola non sia un involucro di idee o un concetto astratto, ma sia un insieme di persone che trasversalmente incontrano, si scontrano e provano ad intessere differenze di ogni tipo, dall’età al livello culturale, alle condizioni economiche, alle situazioni familiari, agli stati psicofisici, differenze tali da renderla non tanto un settore specifico ma un vero e proprio microcosmo non sempre coincidente con le altre realtà che la circondano. La scuola è l’ambito formativo per eccellenza, quindi parlando di cambiamenti di visioni, di impossibilità di tornare allo statu quo ante, di prospettive, di nuove e sconosciute dimensioni dell’esistere, non possono che cambiare gli scenari della didattica, della formazione e della trasformazione educativa.

Con la voglia di osservare e di indagare da vicino la situazione inerente il servizio educativo-scolastico durante i primi mesi dell’emergenza sanitaria Covid-19 (dal primo lockdown nazionale alla successiva fase di apertura), abbiamo deciso di prendere in esame il nostro territorio di residenza ed i plessi scolastici nei quali lavoriamo rispettivamente come assistente alla comunicazione e come assistente educativo culturale. Abbiamo pensato che il modo migliore per offrire uno spaccato sull’esperienza scolastica durante il periodo dell’emergenza sanitaria fosse quello di ottenere risposte e dar voce a chi la scuola la vive in prima persona, cercando di far emergere criticità, riflessioni e proposte. Questa ricerca è stata condotta nel mese di luglio sulla base dello strumento dell’analisi di congiuntura, in particolare abbiamo creato e somministrato:

  • tre questionari contenenti domande d’indagine sia chiuse che aperte: uno rivolto al personale scolastico (insegnanti ed assistenti), uno rivolto alle famiglie (con figli in età scolare) ed uno rivolto agli studenti (sia minorenni che maggiorenni). Abbiamo cercato di sollecitare i nostri interlocutori riguardo i vissuti inerenti all’esperienza scolastica prima e durante il lockdown: è stato chiesto loro di evidenziare i sentimenti, di analizzare le criticità del modello educativo-didattico, di soffermarsi su cosa e in che cosa migliorarsi e di proporre idee in vista della riapertura di settembre.
  • delle interviste semi-strutturate con le persone che abbiamo ritenuto avere una visuale privilegiata al fine di ottenere dei profili maggiormente delineati e completi delle situazioni, integrando informazioni e punti di vista che i questionari, da soli, non potevano soddisfare. Abbiamo intervistato: i sindaci dei paesi di Oriolo Romano e Monte Romano, Emanuele Rallo e Maurizio Testa, in quanto portavoce istituzionali dei cittadini e, chiedendoci di restare anonime, una professoressa vicepreside, una maestra responsabile di plesso, un’insegnante ed una assistente educativo culturale (AEC). Tali interviste sono state caratterizzate da apertura e flessibilità in modo da evitare di racchiudere le informazioni in schemi prefissati e favorire piuttosto spunti di dialogo, di confronto per le scuole e le comunità locali. La realizzazione delle stesse è avvenuta sia tramite la piattaforma web Zoom, sia di persona sulla base di domande semi-strutturate create appositamente per le figure in questione. Cosa è emerso dalle risposte?

Per quanto riguarda le famiglie, il numero di risposte ottenute è 45, sono state soprattutto le madri a compilare il questionario, la nazionalità è stata prevalentemente italiana, ma anche albanese, romena, colombiana e l’età compresa tra i 30 e i 57 anni. I genitori hanno affermato che la didattica a distanza: ha invaso tutte le case; ha generato confusione per il passaggio da uno spazio fisico ad uno virtuale; ha creato indubbiamente nuovi canali e mezzi comunicativi per far circolare nozioni e informazioni, ma perdendo quell’approccio umano necessario in ambito formativo. In alcuni ha creato disorientamento, in altri invece sfida, creatività e nuove conoscenze soprattutto da un punto di vista tecnologico. Oltre la metà dei genitori dei genitori ha definito buona l’esperienza scolastica del proprio figlio in presenza e accettabile o insoddisfacente durante la DAD.​ I sentimenti rispetto a questo periodo sono stati: disorientamento, preoccupazione, stanchezza, malinconia, propositività, sfiducia​ ma anche piacere di stare a casa/in famiglia, collaborazione, solidarietà. Le difficoltà riscontrate: la connessione labile; il conciliare gli impegni familiari e la gestione degli spazi in casa; reperire i dispositivi elettronici (scarsamente distribuiti dalle scuole); l’inesperienza con l’uso di siti e piattaforme web; la troppa partecipazione richiesta dalle scuole (quasi la totalità dei genitori ha supportato il figlio/a nella gestione della didattica a distanza), la poca attenzione all’effettiva interiorizzazione dei contenuti. Le parole-chiave scelte sulla propria esperienza con la scuola prima del Covid-19: tranquillità, entusiasmante, fiducia, positiva, collaborazione, palestra di crescita, altalenante. Le parole-chiave sulla propria esperienza durante il primo lockdown: negativa, stanchezza, incertezza, inadeguata, destabilizzante, inconcludente, innovativa, particolare, collaborazione.​ La riapertura a settembre veniva immaginata: incerta, dubbiosa, negativa, complessa, preoccupante.​ Le attività proposte per vivere la scuola in sicurezza riguardavano: fare attività e lezioni all’aria aperta, a contatto con la natura; corsi di formazione per famiglie ed alunni su temi digitali; affinare le capacità acquisite durante l’uso della DAD e quindi alternare i lavori in rete con i lavori in classe; investire i fondi scolastici per acquistare dispositivi elettronici; elaborare insieme agli alunni stessi e alle scuole modalità per svolgere lezioni in presenza, ritenuta più che fondamentale.

Per quanto riguarda i docenti e gli/le assistenti scolastiche invece: il numero di partecipanti ai questionari è stato 81, le persone che hanno compilato il questionario sono state in prevalenza donne di un’età compresa tra i 25 e i 61 anni e le figure intervistate quattro: una professoressa vicepreside, una maestra responsabile di plesso, un’insegnante ed una AEC. È emerso che la scuola non è stata in grado di gestire adeguatamente la riorganizzazione dell’intervento educativo-didattico​, infatti agli alunni con disabilità sono state proposte attività rivelatesi poco efficaci: rispetto agli obiettivi prefissati nel PEI (Piano Educativo Individuale) la maggioranza ha risposto che si sono raggiunti solo parzialmente e che la normativa scolastica è stata, ed è tuttora, considerata poco chiara e puntuale​. Sulla base della loro esperienza, il cambiamento è stato vissuto da tutti/e inizialmente con smarrimento, poi entusiasmo per la novità e la ricerca di metodi alternativi (entusiasmo che però è scemato nel tempo). ​I docenti e le assistenti hanno dichiarato di fare il proprio lavoro con passione e coinvolgimento ma anche hanno precisato che: il carico di responsabilità è eccessivo, che la precarietà è demotivante e che vi è poco riconoscimento sociale. Le parole-chiave per la propria esperienza con la scuola prima del Covid-19: coinvolgente, vita, sinergia, relazioni, scambi, risate e impegno, efficace, divertente e stancante. Le parole-chiave per definire il proprio lavoro nel periodo della quarantena: faticoso, non ero io, ansia, stressante, collaborazione, frustrante, formativa, impegno senza direzioni, atti di bellezza inattesi. Le insegnanti avrebbero voluto: che la scuola desse più spazio alle famiglie; una migliore gestione del tempo; maggiore partecipazione da parte degli studenti; la creazione di un piano di intervento condiviso; delle direttive e disposizioni nettamente più chiare; una formazione adeguata sugli strumenti tecnologici. La riapertura delle scuole a settembre veniva immaginata: caotica, temuta, triste, surreale, timida, solidale e necessaria emotivamente.​ Le attività suggerite per coinvolgere gli studenti in sicurezza riguardavano maggiori attività laboratoriali; utilizzo di spazi alternativi per la didattica, approfittandone per aumentare il contatto con la natura o comunque in luoghi idonei per il distanziamento; proporre attività in piccoli gruppi; fare cerchi di discussione in cui ascoltare le esigenze degli alunni/e, richieste e proposte, oltre che discutere insieme della situazione, spiegarla ed affrontare le paure. ​Rispetto alla questione tempo si è potuto evidenziare che l’impegno richiesto da questo tipo di didattica è stato davvero oneroso in quanto i docenti italiani hanno triplicato il tempo dedicato alla loro professione e ai ragazzi, non sono state concordate fasce orarie per la reperibilità, i confini tra vita privata e vita lavorativa non sono stati rispettati. Infine per quanto sia stata ritenuta importante l’acquisizione di buone competenze digitali, propedeutiche all’inserimento delle stesse in una progettazione didattica maggiormente moderna, la didattica a distanza è stata (ed è) considerata valida solo come misura emergenziale. Tutte le intervistate ritengono che questa pandemia abbia messo in luce problematiche inerenti i finanziamenti per l’istruzione, a titolo esemplificativo le parole dell’insegnante responsabile di plesso: “I finanziamenti per l’istruzione pubblica sono da sempre un problema del nostro Paese, forse la pandemia ha messo sotto gli occhi di tutti questa annosa problematica.” E ancora: “noi purtroppo come scuola siamo sempre un po’ vessati dai governi, siamo sempre sottoposti a tagli anche in maniera indiscriminata, indipendentemente dai colori politici c’è la tendenza a gestire la scuola senza conoscerla”.

Per quanto riguarda gli studenti: il numero di risposte ottenute è 52, la nazionalità prevalentemente italiana, ma anche romena, albanese e colombiana. Le questioni maggiormente rilevanti emerse sono che: il livello di soddisfazione rispetto la DAD è risultato  ad un livello generale “accettabile”; la maggior parte degli studenti prediligeva la didattica in presenza; c’è stato anche per alunni/e ​poco confine tra vita privata e vita scolastica​; la parziale difficoltà di concentrazione durante la DAD ed i problemi legati ai device digitali (superati grazie all’aiuto di pari, famigliari oppure autonomamente ma senza l’aiuto del personale educativo-scolastico).​ I sentimenti e le sensazioni avvertite durante la quarantena: malinconia, disorientamento, preoccupazione, nervosismo, piacere di stare a casa e in famiglia, sfiducia, solidarietà, propositività, novità.​ Le parole-chiave sull’esperienza scolastica prima della pandemia: normale, bella, amici e nozioni, impegnativa, studiare e divertirsi, libertà, divertente, costruttiva, risata. Le parole-chiave durante l’esperienza lockdown: strana e unica, ovattata, impegnativa, stravolta, novità, incertezza e virtualità, difficile e confusionaria.​ La riapertura della scuola a settembre veniva immaginata: strana, organizzata, insolita, confusionaria e rigida allo stesso tempo, intensa.​ Gli studenti, in generale, avrebbero voluto e vorrebbero sentirsi più coinvolti, partecipare più attivamente alle decisioni, auspicano l’introduzione di metodologie didattiche maggiormente interattive, ritengono il metodo utilizzato statico. Riguardo la didattica svolta dai docenti e le attività svolte dagli assistenti, le proposte degli studenti vertevano sul: cercare metodi più coinvolgenti; fare più attività pratiche e laboratori; fare lezioni in spazi ampi o in piccoli gruppi. La questione che è emersa come preponderante è che come gruppo classe non vogliono essere divisi, la didattica in presenza anche per loro è di indiscusso valore.

Proseguendo nella nostra analisi abbiamo svolto e registrato le interviste dei primi cittadini dei nostri paesi di residenza. Ringraziamo la collaborazione e lo spazio che ci è stato dato dai sindaci di Oriolo Romano e di Monte Romano, Emanuele Rallo e Maurizio Testa, che cortesemente si sono prestati alla nostra analisi offrendoci e problematizzando con noi lo spaccato generale di cui sono stati testimoni privilegiati. Da parte dei sindaci è emerso fin da subito uno sguardo ottimista e propositivo per il futuro della popolazione e soprattutto rispetto al settore scolastico. Le cose positive a cui hanno assistito durante la quarantena sono state le forme di impegno, la dedizione, la solidarietà formale e informale e la grande consapevolezza e disciplina degli studenti e dei cittadini in generale. Il dialogo tra Comune, Regione e Stato è risultato intermittente, legato principalmente ai momenti topici e alle urgenze. ​Dal loro punto di vista, le rappresentazioni offerte da giornali e telegiornali non hanno trovato effettivo riscontro nelle realtà a cui hanno assistito, infatti nei paesi non si è percepito lo stesso livello di drammaticità proposto dai media: nello scenario di piccoli comuni come Monte Romano ed Oriolo Romano, a confronto la situazione sembrava e sembra ovattata.​ Di diverso rispetto alla gestione del servizio scolastico, i sindaci avrebbero voluto fare un’assemblea cittadina su come far ripartire i servizi scolastici in relazione alle specificità locali, nello specifico entrambi puntavano su dibattiti che abbiano come protagonisti chi vive la scuola: famiglie, studenti, docenti e assistenti. ​I sindaci hanno affermato che l’emergenza in corso potrebbe servire come molla per sperimentare nuove rotte, nel senso di nuove forme di socialità legate al digitale e di ri-spostamento della centralità delle piccole comunità, spesso oscurate dalle città limitrofe. Viene avvertita la mancanza di figure guida incisive sia sul piano locale che nazionale, dalle parole del Sindaco Rallo: […] io sento tanto la mancanza degli intellettuali qualunque cosa essi siano, però ecco persone riconosciute, riconoscibili nelle pratiche, che in qualche modo traccino dei segni. Mi sembra che questo ci manchi, dico proprio anche come popolo ed è un peccato perché mai come oggi potevamo avere bisogno di un Rodari o di un Calvino oppure anche di un Pasolini, per fare qualche nome, ma anche di pratiche più basse, non è che l’intellettuale sia solo questo, è anche quello che sta in mezzo alle cose, non è per forza colui che è riconosciuto, è anche colui che lo diventa, colui che fa e su questo probabilmente necessitiamo anche di indagini tra di noi, nella nostra nazione, per cercare chi sta sperimentando e farne tesoro.

Consigli per una scuola condivisa

A seguito della stesura dell’analisi di congiuntura, abbia scelto di consigliare alle scuole e alle comunità intervistate l’utilizzo, preferibilmente annuale, di due semplici questionari che possano essere la base di momenti di discussione strutturati: il primo potrebbe essere usato all’interno dei vari plessi scolastici, il secondo con l’intento di creare un confronto tra le istituzioni scolastiche e comunali. Questa proposta nasce come risultante di tutte le idee espresse da genitori, alunni, personale scolastico e dalla volontà da parte dell’ente comunale di costruire ragionamenti collettivi. Nello specifico le scuole potrebbero fornire alle famiglie due questionari anonimi così predisposti: ​

  • Tema A: cosa proporreste per migliorare l’esperienza scolastica? ​

Raccolte le idee, queste dovrebbero essere discusse tra docenti, assistenti, dirigente scolastico e rappresentanti dei genitori fino ad arrivare a stilare una lista condivisa che diventi un faro di guida e di buone pratiche per la scuola di riferimento. ​

  • Tema B: cosa proporreste per migliorare l’organizzazione scolastica? ​

A seguito dell’analisi dei suggerimenti e delle proposte emerse tra rappresentanti di classe e personale scolastico, si dovrebbe stilare una nuova lista di idee da poter essere poi discussa in sede comunale da: dirigenti scolastici, vicepresidi e presidi.

In sostanza i punti emersi dal primo tema rimarrebbero all’interno delle mura scolastiche ed invece quelli emersi dal secondo arriverebbero direttamente in municipio; l’obiettivo è chiaramente quello di facilitare e rendere pratica una scuola sinergica.

​Riflessioni aperte

Un elemento significativo emerso da tutti e tre i questionari è che la partecipazione maggiore si è riscontrata nelle insegnanti ed assistenti che lavorano nella scuola primaria e nelle famiglie con figli/e che frequentano il grado di scuola primaria, sarebbe dunque interessante capire se effettivamente l’avanzare del grado scolastico sia inversamente proporzionale alla motivazione e alla voglia di fornire i propri spunti oppure se si è trattato di una semplice casualità. Sottolineiamo inoltre che questa scossa repentina al mondo dell’Istruzione, oltre ad aver generato difficoltà, ha però anche dato una grande spinta ad uscire dall’impasse in cui la scuola si trovava dal punto di vista dell’alfabetizzazione digitale, è probabile infatti che la maggior parte del personale scolastico sia in grado di gestire siti, piattaforme web e materiale multimediale meglio di prima; da questo punto di vista, l’emergenza in corso ha consentito l’ingresso della competenza digitale nella progettazione didattica prima dell’inizio della pandemia scarsamente considerata.

Un altro elemento saliente è riscontrabile nel protagonismo che l’istituzione scolastica ha assunto nel panorama socio-politico attuale: a prescindere dai contenuti espressi, stiamo assistendo a plurime forme di mobilitazione da parte di insegnanti, famiglie e studenti, probabilmente spinti dalle aspettative disattese e ad un’attenzione diversa riguardo le risorse promesse ma poco investite. Questo, dal nostro punto di vista, è un fattore estremamente positivo in quanto: il movimento genera cambiamento ed il cambiamento genera confronto, quindi coscienza.

Altra considerazione emersa è stata quella riportata da molti ragazzi/e che hanno apprezzato il periodo della prima quarantena nella misura in cui hanno potuto godere di un tempo in un certo senso ritrovato, spesso rubato nella quotidianità dal lavoro del genitore e dai mille impegni, anche ricreativi, che di fatto tolgono spazio all’assaporamento dei rapporti familiari e alla ricerca, scoperta di nuovi interessi. Numerose sono state le riflessioni emerse sia dai questionari, sia dalle interviste, riflessioni che hanno evidenziato aspetti positivi nonostante il momento drammatico vissuto, e negativi mettendo in luce in particolar modo la mala gestione/organizzazione dei servizi educativi.

In particolar modo ha fatto riflettere il tema della disabilità, perché paradossalmente è stato un argomento di cui allora si è sentito parlare ben poco. Presumiamo che la riorganizzazione incompleta dell’intervento educativo-didattico, comunicataci da insegnanti ed assistenti, sia stata dovuta probabilmente: dal tipo di disabilità in questione, che può non aver consentito la messa in opera di percorsi didattici individualizzati; da un adattamento inadeguato dei materiali didattici e, come anche nel caso della AEC da noi intervistata, dall’esclusione o da un coinvolgimento parziale delle figure professionali preposte all’inclusione. Su quest’ultimo punto la diretta interessata ha affermato che la sua figura non è stata considerata neanche durante la DAD e gli unici contatti avuti con bambini e famiglie sono stati del tutto di tipo informale. Questo, dal nostro punto di vista, è stato un fatto gravissimo, dove si collocava la garanzia del diritto all’inclusione? Dove trovavano attuazione i dettami dell’uguaglianza formale e sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione, della legge quadro 104/1992 e della Convenzione ONU sulle persone con disabilità che stabilisce l’effettività di un sistema di istruzione inclusivo a tutti i livelli? Poche sono state le parole dedicate a tali questioni e per nulla chiare rispetto alla gestione di eventuali situazioni di disagio nei diversi settori sociali. Come anche rinforzato dallo stesso sindaco Maurizio Testa, se in questo settore le risorse sono state dirette ed utilizzate nella miglior maniera possibile, è stato soprattutto grazie all’auto-organizzazione di servizi e cooperative che hanno tamponato il disagio applicando soluzioni alternative e non grazie a decisioni, soluzioni o decreti imposti dall’alto. Ci teniamo però ad evidenziare che questo tipo di problematiche avvenute nei primi mesi della pandemia ha aperto la strada a quella che è oggi una significativa inversione di rotta delle condizioni di alunni ed alunne con disabilità, infatti, a differenza del resto dei loro compagni/e, possono beneficiare quotidianamente della didattica in presenza.

Tante sono state le domande sorte durante questo lavoro di ricerca ma ce ne sono state alcune ricorrenti che scegliamo di riproporre qui di seguito, sperando che possano dar vita ad ulteriori interrogativi. In linea generale, essendo il distanziamento di sicurezza la misura preventiva considerata più efficace, fin da subito si è temuta la sua traduzione in un distanziamento sociale, nel senso di timore di perdere quel senso di prossimità e creare fratture sull’essere comunità umane. Per cercare di salvaguardare le distanze emotive e colmare quelle fisiche, ci sono stati tanti tentativi di mostrare solidarietà, dalle scritte rassicuranti Andrà tutto bene che sventolavano da ogni balcone alla costituzione di gruppi volontari volti ad aiutare le fasce della popolazione considerate più fragili. Questi moti solidali sono stati molto evidenti soprattutto durante i primi mesi del lockdown, il momento topico della pandemia, ma già a partire dai mesi successivi, cosa ne è stato di tutti questi slanci? Sono stati solo l’esplicitazione e l’esorcizzazione della paura, atti dimostrativi che si sono esauriti con il prendere confidenza col virus? O forse invece sono serviti a far intravedere il cuore pulsante delle reti umane che difficilmente trova spazi espressivi in momenti considerati standard? In che maniera questo insieme di incertezze, paure, spaesamento, fragilità, cambierà il nostro modo di stare al mondo e nel mondo? Come si evolveranno gli scenari dell’insegnamento e della formazione educativa? È prematuro rispondere a queste domande, tanto più perché la pandemia è tuttora in corso, ma riteniamo sia importante tenerle a mente, per capire cosa e come costruire nella prospettiva di una società differente. Ricordiamo infine, per noi stesse e per tutti/e, il significato etimologico della parola crisi, dal greco krisis: scelta, decisione.

 

Giulia Bruni: laureata in Scienze dell’Educazione presso l’Università Pontificia Salesiana. Ama l’arte e i viaggi, iscritta all’associazione Educatori Senza Frontiere, realizza esperienze di volontariato all’estero, nello specifico in Angola, Costa d’Avorio e Madagascar. Lavora come educatrice presso la cooperativa sociale Alicenova nella provincia di Viterbo, attualmente iscritta al corso di laurea magistrale Educatore specialista in Programmazione e Gestione dei Servizi Educativi presso l’Istituto Progetto Uomo di Montefiascone.

Alessandra Iovene: laureata in Servizio Sociale presso l’Università degli studi Roma Tre ed abilitata come Assistente Sociale albo B. Affascinata dalla comunicazione in tutte le sue forme e manifestazioni, studia la LIS (lingua dei segni italiana): consegue i 3 Livelli presso l’Istituto Statale per Sordi di Roma, frequenta il corso per assistente alla comunicazione e all’autonomia presso l’Istituto dei Sordi di Torino e collabora in qualità di stagista con l’Istituto Statale di Istruzione Specializzata per Sordi T. Silvestri. Attualmente lavora come assistente alla comunicazione per la cooperativa sociale Segni di Integrazione Lazio Onlus ed è iscritta al corso di laurea magistrale Educatore specialista in Programmazione e Gestione dei Servizi Educativi dell’Istituto Progetto Uomo di Montefiascone.