di Tiziana Puzzovio, Anna Bellamacina

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Premessa

L’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (da qui in poi UEPE) di Viterbo e Rieti in cui lavoriamo come assistenti sociali, appartiene al Dipartimento della Giustizia minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia. Istituito con la Legge di riforma dell’ordinamento penitenziario n. 354/75, la nascita di questo Ufficio segna una svolta storica dal punto di vista dei principi ispiratori. La riforma intendeva infatti mettere in pratica il dettato costituzionale dell’art. 27 terzo comma riguardo al fatto che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Va sottolineato, come l’attenzione dei padri costituenti fosse posta al concetto di “pene” (al plurale) sgomberando il campo dall’idea, oggi così diffusa, che la certezza della pena sia da intendersi esclusivamente come pena detentiva in un’ottica ideologicamente carcerocentrica. Ecco che le cosiddette misure alternative alla detenzione (affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, semilibertà, pene sostitutive quali la libertà controllata e più recentemente la messa alla prova ed i lavori di pubblica utilità) vengono considerate nell’immaginario sociale, come dei modi per “farla franca” e quali caratteristiche di una pena incerta rispetto alla pena detentiva certa. L’ UEPE, tuttavia, oltre che di esecuzione penale esterna si occupa sin dalla sua istituzione, anche di ‘esecuzione penale interna’ ovvero di persone sottoposte alla pena detentiva, sia partecipando alla stesura del programma di trattamento insieme all’equipe multidisciplinare composta da educatori, volontari, cappellano, psicologi e polizia penitenziaria sia svolgendo le inchieste socio-familiari per i detenuti condannati in via definitiva per i quali viene avviata “l’osservazione scientifica della personalità” (ai sensi dell’art. 13 dell’ordinamento penale) e richiesto il contributo professionale dell’assistente sociale. Lo spirito della Legge, per quanto fin qui riassunto, si pone il superamento della mera finalità custodialistica: la privazione della libertà dovrebbe divenire opportunità di recupero sociale.

L’emergenza sanitaria da marzo a luglio 2020

L’emergenza sanitaria, per quanto preannunciata da quanto stava accadendo alla Cina, ha colto di sorpresa l’intero paese. La necessità di prendere rapide decisioni, spesso risultate contraddittorie fra loro e in assenza di un preciso piano d’emergenza per una situazione del tutto nuova, ha generato preoccupazione quando non vero e proprio panico. La soluzione più immediatamente efficace è stata ravvisata nella necessità di garantire un distanziamento fisico, per cui è stata disposta, dal mese di marzo, una sospensione di tutte le attività non considerate urgenti. In particolare, delle udienze nei tribunali e quindi delle inchieste sociali condotte dal servizio sociale dell’UEPE oltre che, dei colloqui in presenza con gli utenti in esecuzione penale esterna e con i detenuti. Questi ultimi hanno vissuto una situazione particolarmente drammatica, che non ha consentito in concreto il rispetto delle indicazioni minime stabilite dalla legge per contenere il contagio, come di seguito meglio specificato.

  • Interruzione delle visite dei familiari

Se da un lato, al fine di fronteggiare l’emergenza Covid 19, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha disposto che venisse impedito l’accesso dall’esterno ai familiari dei detenuti per i colloqui, non si è di contro prevista alcuna forma che potesse supplire a questa improvvisa limitazione. Si riporta a titolo esemplificativo un’intervista a Luigi[1], detenuto del carcere di Viterbo che lavora presso il nostro ufficio come addetto alle pulizie come previsto dall’art. 21 dell’ordinamento penitenziario:

ci siamo sentiti come topi in gabbia, ammucchiati senza vie di uscita. Mi è stato consegnato il foglio che mi ordinava nuovamente la chiusura senza poter uscire e lavorare. Per quattro mesi. Dal 5 marzo al primo luglio. Non ho potuto più frequentare la scuola, il quarto anno dell’Istituto tecnico professionale.[2] Le notizie che arrivavano solo dai mezzi di comunicazione… nessuno del personale ci ha cercato per sostenerci! Alle nostre richieste di notizie certe, reagivano dimostrando una preoccupazione molto forte per loro stessi di contagio etc. Tutti contro tutti. Questo è quello che mi ha ferito di più, pur comprendendo anche le loro paure. Anche io sono stato sopraffatto da sentimenti di rabbia, confusione, paura. Spesso ho pensato: moriremo tutti. Dopo 15 giorni abbiamo avuto la possibilità di parlare venti minuti tutti i giorni con i nostri famigliari. Questo ci ha calmato e rassicurato, vedendo soprattutto che stavano bene nonostante tutto.

  • Sovraffollamento

Il tasso di sovraffollamento penitenziario è andato aumentando a scapito delle condizioni di vivibilità degli istituti: si pensi che, a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti, a febbraio 2020 erano presenti 61.230 detenuti, registrando in taluni istituti un tasso di sovraffollamento fino al 190% per l’inagibilità di alcune aree degli stessi e rendendo impraticabile, nei fatti, la misura del distanziamento tra le persone imposto quale misura di prevenzione[3].

  • Impossibilità di distanziamento

A seguito dell’interruzione delle attività trattamentali e dei benefici che consentivano ad alcuni detenuti di fruire di permessi premiali o della possibilità di lavorare all’esterno, si sono acuiti il disagio e la paura di condividere, in tre persone e per un’intera giornata, uno spazio angusto (circa 12 mq.). A tal proposito, l’associazione Antigone[4] ha rilevato, a seguito della visita ad oltre 100 Istituti, gravi carenze strutturali quali l’assenza di acqua calda, un’unica doccia per un intero piano e l’assenza di prodotti per la pulizia e l’igiene.

  • Assenza di dispositivi di protezione individuale

Proprio nella fase più drammatica della crescita dei contagi, nessun dispositivo di protezione individuale è stato fornito ai detenuti mentre sostanzialmente inalterati sono rimasti gli accessi dall’esterno del personale degli istituti penitenziari ed in particolare della polizia penitenziaria, più a stretto contatto con i detenuti.

  • Nuovi giunti

Altra criticità è stata rappresentata dall’accesso esterno dei cosiddetti “nuovi giunti”, ovvero persone tratte in arresto e condotte in carcere in misura cautelare.

  • Presenza di detenuti anziani e malati

Un’ulteriore criticità, rappresentata dalla presenza di molti detenuti anziani ed ammalati, ha contribuito a creare all’interno degli istituti penitenziari una generalizzata situazione di tensione e preoccupazione.

  • Presenza di detenuti con pene ridotte e non definitive

Si tratta di detenuti che in molti non hanno accesso alle misure alternative, pur avendone diritto in base all’art. 47 dell’ordinamento penitenziario, che prevede questa possibilità per pene al di sotto dei tre anni, fatti salvi motivi particolari legati all’uso di sostanze.

L’emergenza sanitaria ha contribuito ad acuire ed esacerbare la situazione sopra descritta a grandi linee. Dal 7 al 9 marzo, lo stato di tensione in gran parte generato dalle ragioni esposte, ha innescato rivolte e disordini in ben cinquanta istituti di pena con un bilancio pesantissimo di quattordici detenuti morti, molti agenti di polizia feriti e ricoverati in ospedale ed ingentissimi danni materiali alle strutture. Per questo motivo a partire da aprile fino a giugno, l’amministrazione penitenziaria ha concesso misure alternative alla detenzione, prediligendo in via prioritaria la forma della detenzione domiciliare; ha permesso le videochiamate e ha proceduto a indire bandi di gara per housing sociale, in riferimento a quei detenuti che non erano in possesso di un’abitazione. Le misure adottate non hanno di certo sopperito alle mancanze ma sono state colte dalla popolazione detenuta e dalle famiglie, come un segnale volto a fronteggiare l’enorme disagio vissuto. Di fatto però, già a partire dal mese di luglio e fino ad ottobre, hanno ripreso a salire i numeri relativi agli ingressi in carcere: se tra marzo e giugno si era ottenuta una riduzione di circa 7.700 unità, a fine settembre i detenuti erano già a 54.577 unità. Non si assisteva dal mese di aprile ad un incremento di presenze che superasse le 53.000 unità. Con il nuovo picco di contagi cui assistiamo a partire dal mese di ottobre in tutta Italia, si torna a parlare di emergenza all’interno degli istituti dove, a fronte dell’accresciuto numero di detenuti ed agenti risultati positivi al Covid, ci prepariamo ad affrontare un’ennesima crisi[5].

Considerazioni e proposte

La pandemia sanitaria e l’emergenza che ne è scaturita non hanno precedenti per la drammaticità delle conseguenze generate: uno spartiacque tra un prima e un dopo che richiede di compiere scelte coraggiose nella direzione di una effettiva corrispondenza ai principi ispiratori della Riforma Penitenziaria del ‘75. L’auspicato cambiamento della società volto a garantire un volto più “umano” alla pena, rispettoso dei diritti e della dignità delle persone detenute, è ancora un orizzonte lontano che risente dello scollamento, sempre più evidente, tra scelte politiche e vita reale. Troppo spesso una classe politica orientata in modo prevalente o esclusivo al consenso elettorale e un’informazione giornalistica asservita a essa hanno favorito un clima di paura e di sospetto non funzionale al senso di comunità e alla responsabilizzazione delle scelte individuali. Occorre ripartire da qui. Dal rispetto della persona umana e delle sue istanze di crescita e di cambiamento che non possono prescindere dal rispetto dei diritti e di necessità che, se ignorate, generano sfiducia e acuiscono il divario sociale e il sospetto. La semplice e corretta applicazione delle leggi esistenti consentirebbe di far fronte a molte delle problematiche che la pandemia ha contribuito a rendere evidenti e non più rinviabili. Per i livelli raggiunti dal sovraffollamento carcerario, occorre ripensare al senso della pena per l’alta percentuale di persone in attesa di giudizio definitivo (in custodia cautelare) o giunte al termine di una lunga condanna con un residuo pena di non più di 6 mesi.

Un drastico intervento ai sensi di quanto previsto dall’art. 79 della Costituzione con la concessione dell’amnistia e dell’indulto[6] consentirebbe di ridurre il numero dei detenuti riportando la situazione a livelli di civiltà e umanità. La situazione all’interno del carcere fotografa la presenza dell’estrema povertà presente nella società attuale ma del tutto (o quasi) scollegata dal concetto di “pericolosità” e riconducibile piuttosto all’estrema marginalità. Immigrati, tossicodipendenti, malati psichiatrici e senza fissa dimora rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione oggi detenuta che, in assenza di adeguate risorse all’esterno, non può beneficiare di quanto la loro stessa condizione imporrebbe. Malati psichiatrici che dovrebbero essere ricoverati in Residenze per l’Esecuzione di Misure di Sicurezza (REMS), non sufficientemente distribuite sul territorio, restano in carcere che non è un luogo deputato alla cura. Stesso discorso vale per tossicodipendenti e alcoldipendenti. Puntare a una depenalizzazione dell’uso personale e dunque alla legalizzazione delle sostanze, consentirebbe un importante e reale passo avanti nella lotta alla criminalità organizzata che di fatto si avvantaggia economicamente della situazione mentre si criminalizza l’anello fragile della catena, l’assuntore.

Una cospicua riduzione della popolazione detenuta, consentirebbe di puntare a un’offerta di programmi trattamentali più efficace e di qualità, oltre a garantire condizioni di vivibilità all’interno degli istituti di pena per quanti vi lavorano. Incrementare attività di sostegno psicologico, di studio e formazione professionale permetterebbe altresì di dotare le persone detenute di quegli strumenti che, una volta dimessi a fine pena, consentirebbero loro di sperimentarsi nella ricerca di un lavoro. E ancora, il carcere dovrebbe essere considerato davvero l’estrema ratio, incrementando il ricorso alle misure alternative alla detenzione e favorendo il processo di risocializzazione cui sono deputate. Solo in questo modo la tragedia che ci ha colpiti può divenire occasione di crescita e cambiamento.

Bibliografia

Antigone, XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, associazione Antigone, Roma 2020.

Antigone, Il carcere nell’Italia ai tempi del Coronavirus – La seconda ondata, url: https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/CarcereaitempiCovidsecondaprima.pdf.

Note

[1] Nome di fantasia.

[2] Il carcere non ha organizzato per lui e gli altri che frequentano le scuole, le lezioni da remoto e Luigi ha saltato l’intero trimestre.

[3] Antigone, XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, associazione Antigone, Roma 2020.

[4] Ibidem.

[5] Antigone, Il carcere nell’Italia ai tempi del Coronavirus – La seconda ondata, url: https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/CarcereaitempiCovidsecondaprima.pdf.

[6] L’una comporta l’estinzione del reato mentre l’altro agisce sulla pena.

Anna Bellamacina è studentessa presso l’Istituto Progetto Uomo nel corso di Laurea Magistrale in “Educatore specialista in programmazione e gestione dei servizi educativi”. Ha conseguito a Messina, città d’origine, una laurea triennale in Scienze del Servizio Sociale e lavora dal 1997 come funzionario di servizio sociale presso l’UEPE di Viterbo e Rieti. Dopo aver ricoperto nel 2016 il ruolo di referente presso la casa circondariale di Rieti, oggi è referente dei tirocini extracurricolari a favore di persone in carico all’UEPE.  Dal 2018 è tutore di un minore straniero non accompagnato presso il Tribunale dei Minori di Roma.

Tiziana Puzzovio è studentessa presso l’Istituto Progetto Uomo nel corso di Laurea Magistrale in “Educatore specialista in programmazione e gestione dei servizi educativi”. Ha conseguito la laurea triennale in servizio sociale presso l’Università La Sapienza di Roma. Dal 2005 è funzionario di servizio sociale presso l’UEPE di Viterbo e Rieti. Ha ricoperto il ruolo di referente della casa circondariale di Rieti nell’anno 2016/17. È stata referente per la giustizia riparativa e mediazione penale per il 2018/19, da ottobre 2020 è referente per i rapporti con il terzo settore e volontariato.