di Spinella Dell’Avanzato, Francesco Ridolfi

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Abstract

The article studies and analyses the World House educational experience, core project of the Rondine Cittadella della Pace Organization, based on the relational approach for the creative transformation of conflict (Rondine Method). The project focuses on teaching young people how to take on mature leadership roles – with a different perspective on the past and the future – in countries filled with hatred, if not even doomed to hate. Since 1998, The World House project has been welcoming young people coming from armed-conflict or post-conflict countries, and has helped them discover the human being within their enemy, through the difficult and surprising effort that comes from living together daily. Thus, the elements of “relationship-conflict-enemy-trust” become deeply intertwined, within the framework of a specific educational/training programme. Rondine’s educational model aims at training “ambassadors of peace and reconciliation”, who can build new relationships that enable people to finally discover the huge deception of the enemy. For Rondine, exposing the deception of the enemy can pave the way for a new leadership of peace.

Sommario

L’articolo studia e analizza l’esperienza formativa della World House, progetto cuore dell’organizzazione Rondine Cittadella della Pace, basata sull’approccio relazione alla trasformazione del conflitto (Metodo Rondine), per formare giovani che sappiano avere ruoli di guida matura, con occhi diversi sul passato e sul futuro, in Paesi condannati dall’odio, se non addirittura all’odio. Il progetto World House, dal 1998, accoglie giovani provenienti da Paesi teatro di conflitti armati o post-conflitti e li aiuta a scoprire la persona nel proprio nemico, attraverso il lavoro difficile e sorprendente della convivenza quotidiana, dove “relazione-conflitto-nemico-fiducia” sono profondamente intrecciati in un percorso formativo/educativo definito. Il modello educativo di Rondine è quello di formare “ambasciatori di pace e riconciliazione” che sappiano generare nuove relazioni capaci di svelare un grande inganno: quello del nemico. Potremmo dire che svelare l’inganno del nemico è premessa a una nuova leadership di pace.

Decostruire il nemico per praticare la pace

Ieri [9 ottobre 2020] c’è stato a Rondine un evento importante, la Senatrice a vita Liliana Segre era alla Cittadella della Pace per la sua ultima testimonianza e per lasciare a Rondine la sua eredità morale. Oltre la bellissima testimonianza di Liliana, che Rondine custodirà come un tesoro unico, è successa una cosa che credo sia un ottimo modo per spiegare cosa succede in questa associazione che esiste ormai da 30 anni.

Dopo la testimonianza, ero con Alberto, il figlio di Liliana, a visitare il borgo di Rondine insieme ad alcuni studenti; stava raccontando che negli anni 80 ha vissuto in un kibbutz. In quella zona palestinesi e israeliani vivevano insieme, in pace.
Davanti a me oltre Alberto c’erano Maurine e Adi. Studentesse di Rondine, una palestinese ed una israeliana.  E qui è avvenuta Rondine: le due giovani hanno risposto ad Alberto usando quasi le stesse parole, ossia che entrambe conoscevano la storia di quel Kibbutz e di provarne profondo rispetto. C’è stato un momento di silenzio e poi ci siamo guardati, senza aggiungere altro, non c’era bisogno di altre parole.

Ecco, in quel momento di silenzio e in quegli sguardi, a mio avviso, si è manifestata Rondine.

L’associazione Rondine nasce nel 1988 quando Franco Vaccari e il gruppo dei fondatori di Rondine – che nel piccolo borgo italiano nel cuore della Toscana stanno sperimentando i valori dell’ospitalità e del dialogo ispirandosi a Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani – decidono di gettare il cuore oltre la cortina di ferro: nonostante non abbiano esperienza nel campo dei conflitti, inviano una lettera a Raissa Gorbačëva con l’obiettivo di aprire un canale di comunicazione con l’Unione Sovietica e l’Oriente, superando la logica della contrapposizione della Guerra Fredda.

Inaspettatamente, la first lady sovietica accoglie la loro proposta, invitandoli a Mosca. Il viaggio segna l’inizio delle relazioni con l’Unione Sovietica: un primo passo di diplomazia popolare, dal basso. Nel 1993 Rondine ricambia l’ospitalità invitando a La Verna Dmitrij Sergeevic Lichacev, autorevole figura culturale nello scenario della nuova Russia, tornato in libertà dopo anni di gulag. Nel santuario francescano, l’accademico pietroburghese affida a Franco Vaccari una missione: “Chiamate i popoli in guerra: qui faranno la pace!”
Nel 1995 – anno segnato dalla guerra di Cecenia – quel mandato si concretizza nella chiamata da parte di Mosca ai fondatori di Rondine perché cerchino una tregua al conflitto. La delegazione – composta da Vaccari, dal priore generale dei Camaldolesi Emanuele Bargellini, dal francescano Rodolfo Cetoloni, ministro provinciale dei Frati Minori della Toscana, e dall’allora tenente della Guardia di Finanza Domenico Giani, oggi comandante della Gendarmeria Vaticana – viene riconosciuta come soggetto affidabile da entrambe le parti: a seguito di febbrili trattative segrete, ottiene un primo cessate il fuoco di 72 ore, che avrebbe dovuto portare a La Verna due delegazioni per avviare la trattativa.
Il fallimento del cessate il fuoco mette fuori gioco la delegazione dei mediatori che, tuttavia, mantengono un dialogo di fiducia con entrambe le parti.

Nel 1998 al termine del primo conflitto armato in Cecenia, il rettore dell’Università di Groznyj, Mukadi Izrailov, chiede a Franco Vaccari di ospitare a Rondine alcuni giovani ceceni, perché possano completare gli studi interrotti a causa della guerra. Ispirato dal pensiero di La Pira, Vaccari risponde: “Sì, accogliamo i ceceni, a condizione che vogliano convivere con giovani russi”.

Nasce così lo Studentato Internazionale – World House, che definisce e inaugura la visione di Rondine Cittadella della Pace: un luogo dove giovani nemici sono disposti a mettersi in gioco per costruire una concreta relazione di pace.

La World House è il cuore di Rondine: da esso si sviluppa la Cittadella della Pace e ha origine il Metodo Rondine. Accoglie giovani provenienti da Paesi interessati da conflitti degenerati nelle diverse forme violente, attuali o recenti, che accettano di convivere con il proprio nemico, guardando in faccia ciò da cui avrebbero voluto fuggire. Insieme, intraprendono un percorso innovativo, partendo dagli esiti di dolore e di rabbia che la guerra ha prodotto – riscoperti come energie rinnovabili – ed elaborando un modello di trasformazione creativa. Questo si sviluppa in tre contesti: quotidiano, formativo e accademico. Al termine del biennio, i giovani della World House sono in possesso degli strumenti per promuovere azioni e progetti di sviluppo nei propri Paesi ed essere leader in contesti caratterizzati da rapide trasformazioni, elevata complessità e alta conflittualità.

La World House intende accogliere giovani dai cinque continenti, in rappresentanza di conflitti locali degenerati. Oggi ospita trenta-trentacinque studenti di venticinque nazionalità diverse, tra Europa, Africa, America e Vicino Oriente.

Questi giovani nemici si incontrano in un ambiente terzo, qui, a Rondine. Qui vivono insieme due anni, con il patto di non voler essere più nemici, ma anzi diventare amici, costruire una relazione basata sulla fiducia e sulla pace, proprio con quello che fino a prima dell’arrivo a Rondine veniva considerato un nemico.
A loro proponiamo un percorso che possiamo riassumere in 4 punti, citando le parole del Presidente di Rondine Franco Vaccari:

1. Guardare le ferite dell’odio e il veleno dell’inimicizia
Un percorso difficile in cui proponiamo di volgere le sguardo verso l’interno, guardarsi dentro. Capire e dare valore alla propria inquietudine, tipica di tutti i giovani. Un lavoro sulla fiducia, in Rondine e il nuovo contesto dove si trovano a vivere, e principalmente in se stessi e verso i loro compagni di viaggio e il loro nemico. Fiducia nel nemico, e qui arriva il secondo passo:

2. Generare un cambiamento nelle relazioni interpersonali
Colei o colui che fino a pochi mesi prima consideravano il loro nemico, adesso è il loro compagno di casa con il quale condividere ogni momento della giornata: lezioni, formazione, training, ma anche cura della casa, tempo libero. Sempre insieme per due anni! I nostri studenti si trovano nell’urgenza di dover vedere l’essere umano e non più il nemico.

3. Divenire portatori di una speranza carica di futuro nell’oggi
Proponiamo un percorso di individuazione della propria leadership, lavoriamo insieme per capire che tipologia di leader possono e vogliono diventare. Cerchiamo di dar voce al leader che è in loro.

4. Immaginare insieme successive ricadute culturali, sociali e politiche
Il secondo anno si concentra maggiormente sull’azione verso l’esterno, sulla consapevolezza del percorso evolutivo fatto, sull’individuazione della propria vocazione. In pratica il percorso si concentra sulla creazione di un progetto di ricaduta nei paesi di origine, curato in tutti i suoi passi.

Portiamo avanti questo percorso attraverso il Metodo Rondine, che nasce e si sviluppa dall’esperienza ventennale dei giovani internazionali, laboratorio vivo sull’umano, che ci ha permesso, come una vera e propria ricerca-azione, di definire un approccio relazionale alla trasformazione creativa dei conflitti[1], validato oggi anche dal mondo accademico[2].

Il Metodo prevede la decostruzione del nemico appoggiandosi su cinque parole chiave esperienziali (experiential keyword): relazione, persona, comunità, politica, festa.

1. Relazione: è la dimensione fondamentale del desiderio di incontrare altri simili e quindi è costitutiva dell’essere umano. Una relazione interpersonale, se si mantiene aperta a ogni sviluppo, diventa stabile e può sfociare nell’amicizia, che è il sentimento di fiducia reciproca per eccellenza. Si prolunga nello spazio pubblico facendo convivere le differenze, per rendere possibile una democrazia più inclusiva. Se poi, nelle diverse intensità critiche di una storia, ciascuno rispetta la libertà dell’altro, si sfiora la pienezza della vita stessa[3].

2. Persona: è il divenire dell’essere umano in quanto, sotto il profilo educativo, alla nascita si è persone “in potenza” e, poi, grazie alle relazioni familiari e amicali potrà svilupparsi la consapevolezza della propria e altrui unicità. Soprattutto nei momenti di cambiamento o di crisi, la responsabilità di essere soggetto libero e di confrontarsi in prima persona (tra due, tra pochi o tra molti) stimola la ricerca di essere se stessi, cioè di darsi un volto autentico sia nella vita interiore che nell’ambito sociale[4].

3. Comunità: è il luogo della prossimità e dell’appartenenza. Vivere “attraverso” e “oltre” l’incontro con l’altro e con gli altri “vicini” aprendosi verso i “lontani”, fa acquisire una identità evolutiva: il singolo, protetto in uno spazio, è sfidato ad aprirsi insieme al mondo sociale, per il desiderio di andare oltre le vicende del proprio tempo.

4. Politica: è l’agire sociale orientato oltre la propria cerchia, in vista del bene comune, anzi dei “beni comuni” del pianeta Terra. Dal “mio” al “nostro” e poi al “loro”, l’agire politicamente chiama a diventare cittadini del mondo, ovvero “cosmo-politi”, il che implica andare oltre i confini dello spazio locale, cioè verso l’intera famiglia umana, e oltre il tempo attuale, cioè verso le future generazioni. Una caratteristica particolare si ritrova nei paesi in guerra o nelle società dove c’è solo una pace apparente: l’eredità di ricordi avvelenati è molto pesante, e quindi la memoria va purificata per farne scaturire una diversa interiorizzazione dei fatti ricordati. In questi casi, la vera tensione politica mira a un’azione concreta per uscire dal vittimismo e, al tempo stesso, da una presunta innocenza.

5. Festa: è una esperienza quasi magica che fonde bellezza e forza, coinvolgendo ogni persona con riti rispettosi della varietà. In questo “mix” sta il motivo per fare festa nonostante il dolore, dimensione ineliminabile dalla vita. La festa, quindi, che non è stata inventata come un mero divertimento-evasione, è lo spazio-tempo alternativo che rigenera creativamente il quotidiano. Quando è solenne, cioè intensamente partecipata, la festa fa affiorare la dimensione dello spirito, a prescindere se siano presenti o meno le forme religiose.

Rondine è quindi un laboratorio per la trasformazione creativa dei conflitti, per sviluppare leadership di pace, dove ogni giovane, credendo nei primi passi, si propone al mondo non già perché ha capito tutto su “come si fa la pace”, bensì perché è andato incontro al nemico in carne e ossa.

Rondine e i leader di “oggi”

Fin dall’inizio della sua esperienza, Rondine ha inteso formare giovani che sappiano avere ruoli di guida matura, con occhi diversi sul passato e sul futuro, in Paesi condannati dall’odio, se non addirittura all’odio. La visione formativa di Rondine è da sempre stata quella di formare “ambasciatori di pace” che sapessero generare nuove relazioni capaci di svelare un grande inganno: quello del nemico. Potremmo dire che svelare l’inganno del nemico è per Rondine premessa a una nuova leadership di pace. Rondine è esperta di trasformazione creativa del conflitto perché la sua specificità è il lavoro sulla triade “relazione-conflitto-nemico”. Questo lavoro viene vissuto e sperimentato ogni volta dai giovani che decidono di accogliere una sfida faticosa e coraggiosa: prendere in mano il proprio conflitto degenerato a causa di una relazione malata e avvelenata che ha creato un nemico. E insieme a quel nemico aprirsi a nuove possibilità di cambiamento per l’umanità.

Ognuno di questi giovani è chiamato ad essere protagonista attivo di un percorso formativo che prima di tutto è occasione di incontro e progetto di convivenza. In un tempo lungo due anni e in uno spazio comune, quello del borgo della Cittadella della Pace, si arriva al cuore di una riscoperta della comune umanità, figlia di una più autentica conoscenza di sé e dell’altro. Il conflitto viene accolto come dinamica del quotidiano che in sé ha un valore nuovo, neutro rispetto alle provenienze ma non asettico: un terzo che cambia gli sguardi. Facendo Rondine una distinzione tra “violenza” e “guerra” (la pace può essere assenza di guerra, ma non di violenza), c’è un profondo ripensamento del tema del conflitto che parte dalla riscoperta della fiducia: reimmettere dosi di fiducia nelle relazioni non significa eludere il conflitto, bensì trasformare lo sguardo sul conflitto, fino a giustificare un approccio positivo nei suoi confronti. Tenendo conto delle principali teorie sulla gestione e trasformazione dei conflitti[5], si evidenzia lo specifico di Rondine: convivenza, decostruzione del nemico, generatività del conflitto, progettazione sociale.

Durante il percorso formativo di Rondine, ogni giovane si abilita a essere una persona capace di stare nelle relazioni per vedere il cambiamento e l’innovazione; una persona capace di navigare nei tanti conflitti, nelle complessità e nelle accelerazioni tipiche del nostro tempo (abitandoli e sapendo agire su di essi). Giovani che, mentre portano avanti il loro personale progetto di vita mantengono alta l’attenzione per le relazioni che creano, riparano e trasformano oltre l’odio, oltre il dolore.

Questa tipologia di leadership è prima di tutto “vocazione a diventare leader” nei propri settori di competenza o professione. È un insieme di competenze, attitudini, esperienze e strumenti attraverso le quali incanalare la propria storia o vissuto, la personale visione futura di società, le proprie attitudini, passioni e progetti futuri personali e professionali verso i bisogni e le problematiche del territorio o Paese di appartenenza, anticipando soluzioni e risposte[6].

Il percorso formativo di Rondine comincia soprattutto dal lavoro sulla persona (protagonista di un cambiamento possibile nel mondo) in relazione. La relazione, che, come è stato detto, è parte costitutiva dell’essere umano, contiene ogni possibilità evolutiva, compresa l’amicizia, che è anche l’anima della vita civile, sociale e politica verso la quale la relazione è orientata, implicitamente o esplicitamente. Nella relazione ognuno diventa persona, anche chi rientra nella categoria di “nemico”, perché è in essa che si acquista la consapevolezza della propria e altrui unicità. Sentirsi persona stimola la ricerca di essere sé stessi, cioè di darsi un volto sia nella propria vita interiore, che nello spazio pubblico.

In questo lavoro individuale, ma aperto all’ascolto da parte dell’altro (il nemico), che passa attraverso lo storytelling, avviene un’apertura, quella di quando nel “nemico” è vista una persona che soffre. A questo si affianca un lavoro sulle proprie emozioni per sviluppare e ampliare l’empatia e la capacità di ascolto del proprio e altrui dolore.

Attraverso poi una formazione mirata alla gestione delle dinamiche di gruppo, utilizzando le principali e consolidate teorie e tecniche del team building, della conflict resolution e del peace building[7], avviene un ripensamento del tema del conflitto grazie ad un costante aggiustamento di distanza sia tra i registri fisico e psichico della relazione, sia tra il livello concreto, inconscio, immaginativo della relazione stessa. È in questa fase del percorso che si sperimenta il circolo virtuoso tra la propria dimensione individuale e collettiva, dove il riconoscimento del conflitto e la sua gestione e trasformazione avviene grazie al lavoro sulla consapevolezza di sé e il saper gestire le proprie emozioni (autogestione) in costante rapporto alla comprensione dei sentimenti degli altri (consapevolezza sociale) e il saper curare le relazioni interpersonali (gestione delle relazioni). Il conflitto individuale e/o interpersonale è sempre riportato all’interno delle dinamiche relazionali per spostare l’approccio al proprio conflitto interiore da un piano strettamente psicologico ad uno antropologico/sociologico.

L’identità (che si ricentra in questo modo attraverso lo sviluppo dell’intelligenza emotiva) e la comunità (come insieme di persone che convivono e condividono un’esperienze comune di formazione) non sono in antitesi ma in reciproco arricchimento. Non esiste più un “noi” e un “loro”, ma un “noi con loro”. Coloro che vivono in zone di conflitto possono liberarsi delle strutture di odio e violenza tipiche degli scontri, per vivere dentro e come una comunità che ricrea in loro una tendenza all’apertura, alla fiducia e all’impegno verso possibilità di pace. La comunità che si crea a Rondine è caratterizzata da protezione e apertura, diritti e doveri, libertà e responsabilità, autonomia e rispetto, dove sperimentare quotidianamente una leadership di cura, di prossimità, di servizio, di messa a disposizione di aiuto, supporto, sostegno gentile (nudging) e collaborazione. In una società che ha disgregato le relazioni in nome di un individualismo estremo e “digitalizzato”, si riparte dalle relazioni per creare una nuova leadership che nella comunità locale, ma dal forte respiro globale, trova concretamente opportunità di essere messa in pratica.

Questo focus formativo della persona in relazione all’interno di una comunità è proiezione verso la politica, è orientamento oltre “i miei bisogni”: dal “mio” al “nostro” e poi al “loro”, la realtà politica chiama a diventare cittadini del mondo, appunto “cosmo-politi”. La dimensione politica della propria esperienza a Rondine si manifesta così attraverso la capacità di occuparsi degli altri oltre i confini dello spazio locale, cioè verso l’intera famiglia umana, e oltre il tempo attuale, cioè verso le future generazioni. Le competenze, le esperienze e la propria storia narrata, la depurazione del proprio conflitto da sentimenti negativi di odio, gli strumenti acquisiti nel lavoro con l’altro, vengono incanalate nella dimensione politica (che non nasce nell’uomo, ma tra gli uomini[8]), intesa come bene comune, responsabilità sociale, partecipazione e cittadinanza attiva. È in questa dimensione che ogni giovane sperimenta la realtà di Rondine come “laboratorio politico” in quanto esperienza dell’essere tra e dell’essere con. È a questo livello dell’esperienza formativa che vengono appresi e praticati strumenti di dialogo e di argomentazione, di partecipazione attiva alla vita di comunità, di insegnamento e educazione ai diritti umani e al metodo di trasformazione creativa dei conflitti di Rondine nei molti progetti con le scuole di tutta Italia (medie inferiori e superiori), di attività laboratoriali e formative con gli adolescenti selezionati da tutti i licei italiani che scelgono di frequentare la loro quarta superiore a Rondine (nel progetto Quarto Anno Liceale d’eccellenza), di democrazia diretta (come ad esempio il progetto Venti di Pace nel Caucaso), di comunicazione pubblica e istituzionale nei molti eventi, seminari e incontri con rappresentanti del mondo diplomatico, religioso, politico, imprenditoriale/economico e del terzo settore sia nazionali che internazionali. Si tratta di tutte opportunità e modalità attraverso le quali vivere e praticare la propria leadership, la propria vocazione di leader.

A questo si aggiunge un fondamentale percorso di progettazione inteso come percorso di pre incubazione sociale, che accompagna i giovani di Rondine lungo tutta la loro formazione nei due anni. Nella progettazione di una propria idea di impatto da riportare nei propri territori di riferimento, competenze e conoscenze si uniscono alla propria passione e vocazione, indirizzandosi poi nei settori professionali più affini (politico, imprenditoriale/economico, educativo/formativo). Nella progettazione si mette in relazione consapevolezza e regolazione emotiva, generatività dei conflitti e performance, con il valore aggiunto della replicabilità del modello appreso, sulla trasformazione creativa dei conflitti, in contesti diversi.

La dimensione politica della propria esperienza vissuta a Rondine mette in sinergia sfera privata (identità religione, mondo della vita) e sfera pubblica (popolo, Paese, opinione pubblica). È questa la forma più matura della leadership “umanistica” dei giovani di Rondine: la capacità di abilitare il privato a far parte di uno spazio pubblico/politico[9]. A Rondine il lavoro sul conflitto attraverso la relazione con il nemico, mette in gioco e decostruisce dimensioni del privato: chi sono io, la mia identità, la mia religione, la mia bandiera, il mio mondo della vita. La sfera privata trova strumenti di dialogo e argomentazione per entrare nello spazio pubblico, insieme all’altro, e dibattere, deliberare, sviluppare idee innovative e di impatto, riformulare istanze e bisogni. Questi sono i nuovi potenziali leader di pace: chi ha sedimentato in sé questo circolo virtuoso tra la dimensione privata e pubblica perché ha affrontato il proprio nemico in un lavoro profondo su sé stesso in relazione all’altro, guardando sempre al bene comune, guardando all’innovazione sociale.

Il focus della formazione di Rondine non è quindi formare in maniera diretta e professionalizzante un leader, ma far prendere consapevolezza e sviluppare competenze e comportamenti di leadership: chi sa accogliere e affrontare la sfida della convivenza pacifica e saprà, a prescindere dal proprio ruolo professionale nella società,  collegare e non dividere, riparare e non distruggere relazioni con un tocco leggero che sappia mettere in comunicazione il singolo con  il singolo e il singolo con il tutto.

Unire conoscenza e competenza con sviluppo umano e relazionale sarà la “nuova” frontiera del modo in cui gli esseri umani, per restare tali, sono chiamati fin da ora a vivere. Ripensare la leadership vuol dire spostarsi dalla centratura esclusiva su di sé per ridare energie e progettualità allo sguardo altrui, e per un autentico servizio alle persone.

Bibliografia

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Vaccari F., Metodo Rondine Trasformazione creativa dei conflitti, Pazzini, Rimini 2018.

Wallensteen P., Understanding Conflict Resolution, SAGE Publications Ltd., London 2019.

Note

[1] F. Vaccari, Metodo Rondine Trasformazione creativa dei conflitti, Pazzini, Rimini 2018.

[2] L. Alici, Dentro il conflitto, oltre il nemico, Il Mulino, Bologna 2019.

[3] F. Vaccari, Metodo Rondine Trasformazione creativa dei conflitti, Pazzini, Rimini 2018.

[4] Ibidem.

[5] J. Schellenberg, Conflict Resolution: Theory, Research, Practice, State University of New York Press, New York 1996; J. Galtung, Conflict Transformation by Peaceful Means (The Transcend Method), United Nations Disaster Management Training Programme (DMTP), UN, New York 2000; P. Wallensteen, Understanding Conflict Resolution, SAGE Publications Ltd., London 2019.

[6] S. Dell’Avanzato, Verso una comune cultura politica. Competenze e processi per la cittadinanza attiva, FrancoAngeli, Milano 2010.

[7] B.W. Tuckman, Developmental sequence in small groups, in “Psychological Bulletin”, 63(6), 1965, pp. 384–399; P. Rogers, O. Ramsbotham, Then and Now: Peace Research – Past and Future, in “Political Studies”, XLVII, 1999, pp. 740-754; M.E. King, C.A. Miller, Teaching Model: Nonviolent Transformation of Conflict, University for Peace, Addis Ababa 2006; United Nations – Peacebuilding Support Office, UN Peacebuilding: an Orientation, UN publications, New York, 2010;  B. Bertani, M. Manetti, Psicologia dei gruppi. Teoria, contesti e metodologie d’intervento, FrancoAngeli, Milano 2007.

[8] H. Arendht, Che cos’è la politica, Edizioni di Comunità, Milano 1995.

[9] J. Habermas, L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Feltrinelli, Milano 1998.

Spinella Dell’Avanzato è dottore di ricerca in sociologia. Attualmente è ricercatrice per l’Ufficio Studi di Rondine. In ambito professionale e lavorativo ha svolto principalmente attività di ricerca, di progettazione, di coordinamento scientifico e organizzativo, di formazione e docenza. I principali interessi di studio e di ricerca riguardano: teorie e pratiche di democrazia deliberativa, approcci relazionali al conflitto, comunicazione pubblica e istituzionale, dinamiche e ruolo della sfera pubblica e della società civile, leadership di pace, società multiculturale.

Francesco Ridolfi, è psicologo-psicoterapeuta. Attualmente coordinatore della World House di Rondine Cittadella della Pace.  Ha lavorato come psicologo e come conduttore/regista di gruppi di teatro sociale in vari carceri della Toscana e nell’ex O.P.G. di Montelupo F.no, nelle scuole di ogni ordine e grado, in comunità di recupero per tossicodipendenti, in centri psichiatrici e di disabilità, in centri di accoglienza e campi profughi in vari paesi d’Europa. È stato ideatore e coordinatore di un progetto di cooperazione internazionale in Guatemala.

Lavora come supervisore di gruppi, formatore e trainer in varie tematiche psicologiche-psicoterapeutiche e sociali e gestione dei conflitti. Svolge la libera professione nel settore clinico come terapeuta individuale e di gruppo.