Democrazia Affettiva, rubrica di Renato Palma

di Giulia Lensi e Renato Palma

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L’idea che lo studio, il trasferimento dell’esperienza, delle conoscenze da adulti a bambini, e il modo in cui tutto questo viene offerto alle nuove generazioni sia il miglior sistema per declinare l’affetto, il trattare e trattarsi bene, ha fatto sempre parte della nostra ricerca.

Siamo convinti che la cultura, se non prevede di ricorrere al conflitto per imporre la propria visione della vita, sia la vera alternativa al conflitto.

Ci siamo spinti un po’ più in là quando abbiamo affermato che non esiste una dose minima di maltrattamento (anticamera del conflitto e, pertanto, esso stesso conflitto) accettabile e giustificabile nella relazione tra adulti e bambini.

Sosteniamo che lo stare insieme, e imparare a stare insieme, e anche solo imparare insieme, sia più bello e facile se non costa o non produce fatica, conseguenza di un attrito percepito come eccessivo e quindi misura del conflitto. Abbiamo molto lavorato per proporre una definizione di fatica, intesa come una sensazione sgradevole, che verrebbe voglia di evitare, se ci venisse consentito.

Nei nostri lavori abbiamo sottolineato che la fatica ha una risposta diversa nel mondo animale e nel mondo che cerca di rispondere ai bisogni di umanizzazione1.

Mentre gli animali hanno solo due risposte: faccio fatica, non faccio fatica, e in quest’ultimo caso considero l’obiettivo da raggiungere non così indispensabile, gli esseri umani danno alla fatica la possibilità di trasformarsi in una domanda: come posso fare a ottenere il risultato desiderato, l’obiettivo che ho scelto, trovando un altro modo?

Questo risponde a una delle più forti spinte a generare cultura: il senso del possibile. Molte cose che non esistevano in natura sono state create da noi per renderci la vita più facile.

In questo senso la fatica ha smesso di condizionare le scelte di quale obiettivo si può raggiungere e di quale invece dobbiamo fare a meno.

Naturalmente le cose non sono state così semplici, perché una volta capito che la fatica poteva essere diminuita, qualcuno ha pensato di creare un nuovo problema, che si riassume nella domanda: la fatica è semplicemente un segnale che attiva il senso della possibilità, oppure ha un valore?

Così si sono creati due partiti. Quelli che ritengono che la fatica sia un segnale hanno deciso di sviluppare il modello scientifico, in cui la fatica non assume mai un valore da premiare, ma è un segnale a cui rispondere.

Quelli invece che pensano che la fatica sia un valore hanno scelto come loro ruolo sociale quello dell’educatore, cioè di fare da ponte tra le potenzialità conoscitive dei nuovi arrivati e la conoscenza di cui devono impadronirsi.

In questo caso, sono convinti in molti, l’obiettivo da raggiungere può richiedere una certa quantità di fatica. Non c’è niente da fare. Non c’è nessuna alternativa. Certo si possono pensare aiuti e sostegni, ma la fatica fa parte dello sforzo conoscitivo. D’altra parte quando eravamo studenti ci raccontavano, vera o falsa che fosse, la contrarietà manifestata da Socrate nei confronti della scrittura, legata all’idea che potesse rendere più semplice imparare. I segnali che lo stare insieme agli adulti genera (i segnali che i ragazzi mandano per chiedere di fermarsi e di riflettere) possono essere non considerati.

Lo sforzo è la porta che consente alla forza di reclamare il suo diritto di cittadinanza.

Talmente alto il valore dell’obiettivo, l’educazione, che non ci si può fermare di fronte a un approccio di per sé non gradito da coloro che devono apprendere.

Si comincia molto presto quella che è una guerra per l’educazione. E ogni buon risultato ottenuto conferma la bontà del metodo e autorizza a un allenamento a sostenere richieste sempre un po’ più faticose.

Inevitabilmente la fatica che chiediamo di fare a chi apprende è spesso solo di poco superiore alla fatica che fanno coloro che educano.

Fatichi tu, fatico io. Come vedi siamo tutti nello stesso campo di forza e con il tempo non ricordiamo più di chi è stata la responsabilità di avere cominciato. Abbiamo solo la certezza che non sia stato possibile fare altrimenti.

Perché è ormai accertato che è la contrapposizione che aiuta a crescere. O almeno seleziona le persone che sono più adatte, che si sono abituate a conquistarsi, anche a costo di deteriorare la relazione tra di loro, e poi con se stessi, l’ambìto successo: essere accolti in una società che fa del maltrattamento una sua caratteristica, messa in discussione solo quando i danni sono troppo evidenti, o quando la parte maltrattata (ad esempio le donne) prende coraggio e consapevolezza dei propri diritti e attraverso una battaglia (ancora una volta guerra) riesce a vederseli riconosciuti.

Quindi la nostra è una società fondata sulla lotta. In alcuni casi combattuta con armi convenzionali (armi da guerra, in tutto il loro catalogo), in altri casi con armi che non sono convenzionali e, nonostante siano usate da tutti, non vengono neanche definite come tali.

Un piccolo bambino piange perché non vuole separarsi dai genitori? Basta insistere un po’ e quando si sarà reso conto che non c’è altra alternativa, soprattutto che non abbiamo tempo da perdere e certi risultati vanno raggiunti con una certa fretta, si abituerà e sarà pronto al prossimo traguardo da superare.

Qualcuno potrebbe pensare di trovarsi di fronte a una scelta molto sbilanciata: lottare con chi lo educa o lottare con i suoi bisogni?

Ci vuole un po’ di tempo, ma alla fine la scelta è obbligata, con conseguenze sulla strutturazione della modalità di relazione: un po’ di forza è consentita.

Non vuoi amarmi? Posso insistere fino a quando capirai che non hai alternativa (vedi il bellissimo e tragico film “Il collezionista”, oppure “Misery non deve morire”). Vuoi separarti da un uomo o da una donna che non ami più? Preparati a una lotta senza quartiere, normalmente accettata nella maggioranza dei casi, che diviene notizia quando si passa dalle armi non convenzionali (minacce, sensi di colpa, potere) a quelle convenzionali che invece di uccidere solo il senso della possibilità, o il diritto ad avere preferenze, spargono sangue visibile.

Esempi che riguardano la libertà personale, contrastata con grande vigore e con tutte le armi a disposizione, sono diversi. Potremmo citare il diritto a finire la propria vita in maniera dignitosa, magari senza farsi male o senza fare fatica.

Dove vengono trasferite queste modalità conflittuali di dare risposte alle preferenze, prima fra tutta la preferenza di essere trattati bene? Nell’educazione parentale, prima, poi in quella istituzionalizzata. E questo probabilmente in conseguenza del fatto che l’idea di creare relazioni orizzontali, tra pari, anche a prescindere dall’età, produce e riproduce una società estremamente piramidalizzata. I sistemi gerarchici si organizzano intorno al potere di qualcuno su molti, e utilizzano a piene mani la paura, la minaccia, il maltrattamento in generale e, ovviamente, la retorica della fatica.

E torniamo alla fatica, intesa come segnale.

La fatica, lo abbiamo detto, è la misura del conflitto.

Poca fatica, piccolo conflitto. Grande fatica, grande conflitto.

Proviamo a pensare in questi termini a una situazione, purtroppo non rara: l’anoressia mentale. In questi casi il conflitto con le proprie preferenze si estende al conflitto con le esigenze di sopravvivenza. Una lotta senza quartiere, nella quale il maltrattamento diviene l’articolo primo della costituzione. Farai qualsiasi cosa pur di farti male. Senza altro limite che la possibilità di continuare a farti male.

Dove hanno imparato a trattarsi così, in un modo che solo gli umani sanno proporre?

Avremo esagerato nell’uso della forza in ambito educativo? O forse siamo stati troppo deboli? In un caso e nell’altro sempre di forza si parla. Troppa, troppo poca.

Non compare l’idea che le relazioni, almeno quelle di prossimità, non dovrebbero essere mai conflittuali, perché la maggior parte della cultura si ferma di fronte alla forza delle armi, ma raramente rinuncia all’uso della sua forza. In questo caso dobbiamo prendere in considerazione la possibilità che la cultura stessa, intesa qui in senso antropologico, possa essere usata per giustificare la violenza, oltre che esserne causa.

Quando una parte fa ricorso alla forza, all’altra restano solo due risposte.

Adattarsi, che vuol dire sentirsi sconfitti, e soprattutto accettare il metodo del conflitto. Oppure provare a resistere, magari coinvolgendo anche la relazione con sé stessi nella lotta.

In ogni caso i nuovi arrivati sono obbligati a fare un’esperienza inevitabile, nella quale possono persino pensare che c’entri qualcosa il loro bene, cioè l’affettività: la cultura, il suo trasferimento, non arretra mai di fronte alla possibilità di un deterioramento della relazione, tantomeno di una forzatura.

Questa consapevolezza potrebbe essere proposta così: ci sono risultati talmente importanti e vitali che ammettono la possibilità di rendere la relazione faticosa (con chi insegna e per chi insegna, con la materia insegnata, per le persone che si sentono costrette a imparare anche a costo di farsi male).

Pensiamo perciò di non essere andati fuori dal tema proposto per il prossimo Primopiano, “L’educazione in contesti di conflitto e post-conflitto”, se, invece di occuparci di conflitti e post conflitti che fanno uso di armi mortali, abbiamo provato a riflettere su tutti gli strumenti che fanno riferimento all’uso della forza e della asimmetria e di altre armi alle quali l’educazione “non in luoghi di conflitto” decide di ricorrere, senza per questo creare nessun disagio o nessuna riflessione in coloro che pensano all’apprendimento come frutto di una relazione asimmetrica di potere.

C’è un rapporto causa effetto tra il modo in cui trattiamo gli esseri umani quando li consideriamo allievi, educandi, e il fatto che ancora le guerre fanno parte di un modo disumano di costruire la vita?

Possiamo immaginare che persone cresciute in un clima non conflittuale rifiuteranno ogni genere di conflitto?

Non crediamo che esistano risposte definitive.

Certamente esistono riflessioni e risposte personali. Se impariamo a considerare le relazioni come un luogo in cui stare insieme e non contro, magari non risolviamo il problema della conflittualità umana, ma almeno decidiamo di non renderci complici di un modello da farmacista, quello per cui il farmaco è utile solo se non si superano certe dosi che lo trasformano in veleno.

Il maltrattamento, il conflitto, la scortesia sono veleni per i quali non esiste nessuna dose terapeutica.

Giulia Lensi, pedagogista e coordinatrice pedagogica, vive e lavora a Firenze come libera professionista in sostegno alle famiglie, alle bambine e ai bambini, alle scuole e ai loro docenti che incontrano tra loro difficoltà relazionali, educative e comportamentali e che implicano affaticamento soprattutto nel rapporto adulti/bambini.

Renato Palma, medico, psicoterapeuta, vive e lavora a Firenze.

Note

1 R. Palma, Indice di facilità relativa: La fatica non è un valore, in “Educazione Aperta”, n. 2, 2017. G. Lensi, R. Palma, Dialoghi sulla facile felicità, Goware, 2021. R. Palma, Una società che vuole creare la cultura dello stare insieme e non contro sceglie di non sanzionare i bambini, in “Educazione Aperta”, n. 5, 2019. R. Palma, I sì che aiutano a crescere – La relazione affettiva nei processi educativi, ETS, Pisa 2009. G. Lensi, R. Palma, La cittadinanza attiva in una democrazia affettiva, in “Psicologia&scuola”, n. 2, 2020. R. Palma, Qual è la dose minima di maltrattamento accettabile?, in “Educazione democratica”, n. 6, 2013.

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