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Portare il gioco a scuola, non la gamification

In maniera sottilmente provocatoria, mentre compilavo i campi richiesti per la progettazione di un PON, l’anno scorso scrivevo che l’innovatività della proposta stava nel fare davvero quello che era noto essere innovativo almeno cinquant’anni prima, ma che era rimasto lettera morta. Pare che il revisore abbia apprezzato in quanto il progetto al quale ho lavorato, poi, ha conseguito il finanziamento richiesto.
Il tema della gamification, invece, pare abbastanza nuovo e si affaccia nel mondo della scuola come l’ennesimo toccasana. Da conoscitore del mondo dei giochi[1], la cosa mi ha inizialmente incuriosito (ho partecipato ad un corso su Coursera oltre che a documentarmi in giro) per poi portarmi allo scoramento. La gamification è intesa come “un meccanismo che mette insieme punti, livelli, ricompense, distintivi, doni”[2]. Si tratta esattamente della struttura naturale della scuola che assegna voti (punti), promozione a classi successive (livelli), gratificazioni di fronte al gruppo classe (ricompense), pagelle (distintivi/badge) e doni (spesso dei genitori, ma anche borse di studio, ai “meritevoli”). Tradurre la gamification emersa in questi anni in procedure scolastiche è quindi sostanzialmente inutile non già perché si tratti di un settore esploso nei contesti commerciali dove la fidelizzazione del cliente e il suo proattivismo nei confronti di un marchio ha per conseguenza il suo successo e la conquista di settori di mercato, ma proprio per il fatto che le strutture cardine della gamification sono già ampiamente implementate nel DNA della scuola novecentesca, viva tutt’ora, al netto di ovvie differenze formali. [Leggi]

La democrazia è un porto sempre più lontano

Raramente scrivo sulle reti sociali perché il livello di discussione diventa facilmente violento, mancando un vero contesto dialogico. Mi faccio ospitare quindi dal blog di Educazione Aperta, cercando di dire la mia in modo pacato.
Sono stato un migrante anche io. Ho lasciato dieci anni fa l’Italia, un paese in cui non avevo speranze di futuro lavorativo, e sono andato in Brasile. A Rio de Janeiro prima ho vinto una borsa di ricerca poi ho passato un concorso come docente universitario. Dopo dieci anni sono rientrato in Italia. Dalla mia esperienza (come migrante certamente privilegiato) posso dire che nessuno ha il diritto di dire dove e come debba essere il futuro degli altri popoli.
Come migrante privilegiato, con un lavoro stabile, una famiglia e una vita discretamente agiata, ho sofferto molto. Ho sofferto la lontananza dalla mia terra, ho vissuto la paura di non riuscire più a tornare. Il vuoto della distanza dalle mie origini. Ho visto il tutto anche come un’opportunità. La possibilità di inserirmi in un altro contesto, di conoscere altre culture, di sperimentare il mio lavoro in un luogo che, fino al mio approdo, conoscevo poco.[Leggi tutto]

Le stelle dentro la polvere

Riesce a lasciare senza fiato La prima cosa fu l’odore del ferro scritto e illustrato da Sonia MariaLuce Possentini, pubblicato da Rrose Sélavy Editore ed è, decisamente, uno di quei testi che dovrebbero arrivare diretti nei banchi di scuola ed essere letti, assaporati, ascoltati in silenzio, per coglierne tutte le sfumature e tutta la potente bellezza, quella che nasce dal sudore, dalla fatica, dal coraggio, dalla determinazione. Il Premio Andersen 2017 come migliore illustratrice racconta una sua esperienza. Uno stralcio di vita. Tre anni in fonderia. In un testo asciutto, affilato come un bisturi, denso e pastoso come la polvere che si accumula nei vetri delle fabbriche la Possentini racconta. Racconta e si mette a nudo, con la generosità che sempre sorprende ed emoziona anche chi ha il privilegio di ascoltarla dal vivo, le giornate passate “accartocciata e sottile senza far rumore. Curva nelle stanze umide dell’officina. Lavoravo otto ore. Cinque giorni alla settimana. Come tutta la classe operaia. Timbravo all’entrata. Timbravo all’uscita. Ritmi lenti. Uguali”. A fare la differenza la sua ricerca, la sua essenza: “cercavo la bellezza. Scintille di ferro come stelle dentro la polvere. Chiamavo a raccolta la forza”. [Leggi tutto]

Roby che sa volare

Torna in libreria con una nuova copertina ma soprattutto con il testo rivisto, riscritto, modificato in molte parti, il delicato spiraglio sul mondo dell’iperattività che prende il nome di Roby che sa volare, scritto da Gabriele Clima, illustrato da Cristiana Cerretti e pubblicato da CoccoleBooks.
Come ben spiega la postfazione di Filippo Mittino, “è chiaro che ci sono livelli di gravità differente, che sussistono anche cause neurobiologiche che predispongono i bambini a determinate reazioni, ma è come se il denominatore comune fosse una compromissione della capacità di gestire il mondo emotivo: quando le emozioni sono troppo forti, sia in senso positivo (felicità) che negativo (rabbia), spaventano e generano comportamenti inattesi. Ciascuno di noi ha maturato la capacità di gestire le proprie emozioni grazie all’ambiente familiare, scolastico e a tutti gli altri presidi educativi che ha frequentato”.
Questa piccola storia avvicina i giovani lettori (appartenenti indicativamente alla fascia d’età 9-11 anni) a un mondo che magari faticano a comprendere, che a volte li confonde o li irrita, è un invito alla comprensione, all’ascolto, all’apertura verso quei compagni, o quegli amici, che sembrano strani, che magari disturbano o non stanno mai fermi, o sembrano sempre distratti, persi tra le nuvole. Ed è anche un richiamo, uno specchio della realtà dei comportamenti e delle posizioni adulte, che più dei bambini a volte etichettano e non cercano lo spiraglio per accedere a quella “seconda pelle” dentro cui si proteggono e si rifugiano i bambini che vivono le emozioni come fossero “senza pelle”. Fare qualcosa, anche nel piccolo, si può, per agevolare lo stare nel mondo di queste persone per le quali il mondo è – spesso – “troppo”. Troppo lontano, troppo strano, troppo rumoroso, troppo noioso, troppo stimolante… “La prima – spiega Filippo Mittino, psicologo e psicoterapeuta, nella postfazione – è una strategia relazionale e quindi contenitiva, la seconda è una strategia comportamentale e quindi utile solo come valvola di sfogo”.[Leggi tutto]

Varcare il confine della comprensione

Si intitola Famiglie e altri scompigli ed è stato scritto da Manuela Salvi e illustrato da Tuono Pettinato l’ultimo nato tra i gioiellini di Collilunghi, la collana di narrativa della piccola e preziosa casa editrice fiorentina Librì Progetti Educativi. Il tema è attualissimo: la storia cerca di fornire delle chiavi per rispondere alla domanda su cosa sia una famiglia normale. Esiste? E che caratteristiche ha? Tratta temi importanti, densi, ostici, a volte scomodi, dalla perdita di una persona cara al terrorismo, questa collana di Librì, con una leggerezza e una grazia attente e scrupolose, amorevoli e accoglienti. Quella “leggerezza” che, per dirla con Calvino, “non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” (Lezioni americane): non avere macigni sul cuore significa poter condividere qualsiasi argomento e messaggio con trasparenza. Significa poter far sentire al bambino che non esiste nulla di sbagliato e brutto in ciò che prova, dargli chiavi e incoraggiamento per conoscere e attraversare le sue emozioni e crescere più consapevole, più forte. Significa anche, pur avendo come focus il ben-essere e il ben-crescere del bambino, dare agli adulti le parole quando non le trovano. Sono libri piccoli, questi Collilunghi, ed è quasi un paradosso coglierne invece, leggendoli, quell’infinito sbarluccicare di mondo bambino in tutta la sua straordinaria, cristallina, fragile e fortissima complessità. Va ribadito, perché fa parte del valore aggiunto di questa collana, oltre ad essere, evidentemente, uno dei pilastri su cui si fonda, che non strizza l’occhio agli adulti che leggono ai bambini e che acquistano libri ai bambini. L’intento è quello di far star bene i bambini non edulcorando la realtà, né omettendola, né rendendola meno cruda. Ma raccontandola con tutta la delicatezza e l’attenzione possibili, entrando nel mondo complesso del bambino stesso senza trascurare nulla, con un linguaggio che non solo è a misura di bambino, ma viene preso in prestito dai bambini stessi. È un linguaggio vero, contemporaneo, realistico. [Leggi tutto]

Per educare alla felicità

Educare alla felicità esce nel 2016 per i tipi della casa editrice la meridiana di Molfetta. Luogo storico di coltivazione della nonviolenza, secondo l’ispirazione di don Tonino Bello raccolta da Guglielmo Minervini, la casa pubblica da 30 anni libri uniti dalla comune ispirazione di modificare le pratiche educative, sociali, politiche di routinaria apatia per trasformarle in pratiche generative di umanità, comunità, condivisione. Nell’ambito di questa ispirazione che prende forma in molti modi, vengono avviati percorsi formativi che vedono gli autori ogni anno più attivi nell’incontrare insegnanti, educatrici ed educatori, dirigenti scolastici/che e chiunque voglia darsi opportunità formative diverse dal mainstream.

In questo solco nasce anche il libro di Lucia Suriano (nella storica collana partenze…per la pace), insegnante di sostegno alle scuole secondarie di primo grado, mamma di tre bambine e teacher di Lauther Yoga. Lucia ha assunto nel tempo – la conoscenza personale favorisce la definizione di un profilo non meramente editoriale dell’opera – la missione di portare la felicità a scuola (e non solo), facendo ridere i ragazzi e magari anche le colleghe, il personale ATA, chi guida gli scuolabus fino a giungere a chi della scuola ha il compito non facile della dirigenza.

Ridere?! Ma come, a scuola?!?!?! [Leggi tutto]

Ma Ferdinando no

Considerato in passato un simbolo politico, un libro che inneggiava al pacifismo mentre il mondo precipitava nella guerra, censurato per quasi quarant’anni in Spagna dal dittatore Franco e messo al rogo nella Germania nazista, La storia del toro Ferdinando è un albo che tutti dovrebbero leggere e mandare a memoria, come una preghiera del mattino.
Scritto da Munro Leaf, celebre autore americano per ragazzi, illustrato a china nera da Robert Lawson, l’unico, fino ad oggi, ad aver vinto le medaglie Newbery e Candecott, i due più prestigiosi premi americani nell’ambito della letteratura per l’infanzia, questo albo uscito nel 1936 per la Viking press è tornato nelle librerie italiane lo scorso ottobre nell’edizione Fabbri editore, con la traduzione di Beatrice Masini. [Leggi tutto]

Considerazioni sull’Appello per la Scuola Pubblica

Emerge dal web (https://sites.google.com/site/appelloperlascuolapubblica/), sostenuto da firme prestigiose, un appello che ho letto con attenzione e che, ad una lettura superficiale, trovo “coinvolgente” e persino a tratti attraente, ma che ad una lettura attenta ho trovato deludente e inattuale.
Nei limiti delle mie competenze, fornisco una lettura critica del documento. Tale lettura, che ha lo scopo di informare da un lato, ma anche di contribuire a quel dibattito richiesto dai promulgatori del medesimo, non ha alcuna pretesa di assolutezza. Tutto è opinabile, ed in particolare lo sono le mie tesi, ma vorrei comunque tradurre gli enunciati dell’appello entro quell’orizzonte che oggi viene chiamato “fact checking” e che io chiamo “metodo scientifico”. [Leggi tutto]

La selezione degli insegnanti e la creazione di aspettative

Nei tempi antichi, si accedeva al ruolo di insegnante per Concorso, come prescritto dalla Costituzione Italiana. Nessuno è così anziano da conoscere quali cadenze avessero i concorsi negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, ma col boom demografico di quell’ultimo decennio, già nel successivo, gli anni Settanta, la parola “Concorso” si era sfumata in graduatorie, doppi canali e modalità di acquisizione bulimica di personale che si è sostanzialmente conclusa con un concorso con zero posti in palio indetto attorno al 1990. [Leggi tutto]

Abbiamo bisogno del Debate?

Come è noto, l’innovazione didattica nel nostro paese ha imboccato decisamente la via del digitale: coding, social classroom, lavagne elettroniche, BYOD eccetera. Una via promossa dal Ministero attraverso il Piano Nazionale Scuola Digitale e l’introduzione di figure come l’animatore digitale e il team dell’innovazione. Non tutta l’innovazione tuttavia passa attraverso lo schermo di un computer o di un tablet. E’ possibile farsi un’idea, anche se non completa, di quello che si muove nelle scuole attraverso Avanguardie Educative, “un movimento di innovazione che porta a sistema le esperienze più significative di trasformazione della scuola italiana” (http://avanguardieeducative.indire.it) promosso dall’Indire. [Leggi tutto]

Il segno di Lorenzo

Ci sono maestri che masticano bambini e sputano uomini. Non è forse questo che dovrebbero fare gli adulti? Trasformare. Educare. Aiutare a crescere. Insegnare, nel suo significato etimologico. Lasciare il segno. Masticare bambini e sputare uomini è una immagine forte. È una frase dell’albo illustrato Il Maestro pubblicato da Orecchio Acerbo e dedicato a Don Milani, Priore di Barbiana, rivoluzionario, a suo modo, educatore. Suo malgrado, forse. Lui, trasferito in quel buco di paese che chiamarlo paese è un complimento. [Leggi tutto]

Educazione oltre le convenzioni. Incontri sull’educazione libertaria all’Università di Cagliari

Nei giorni tra il 6 e l’8 aprile scorsi si è svolto alla Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari Educazioni oltre le convenzioni. Seminari sull’educazione libertaria, che ha visto la presenza di Francesco Codello, ex dirigente scolastico ed autore di vari testi sull’educazione libertaria e Giulio Spiazzi, promotore della Piccola scuola libertaria Kether a Verona e, come Francesco, membro della Rete per l’educazione libertaria e redattore del sito www.educazionelibertaria.org. [Leggi tutto]

La solitudine dell’ultimo della classe

Sono sette le “lettere di un cattivo studente” contenute nel piccolo libro edito da Camelozampa, scritto e pubblicato in Francia nel 2016 e tradotto per la piccola casa editrice padovana dalla stessa autrice, Gaia Guasti. Nessuna sorpresa sul protagonista, che viene svelato già nel titolo: la voce narrante, la mano che immagina di scrivere sette lettere, è quella di uno studente che a scuola non va bene, anzi, si che autodefinisce “il peggior studente della classe e a volte anche di tutta la scuola”.[Leggi tutto]

Ildegarda di Bingen, symmista Dei

Non poteva non prendere la parola. E allora lo fa “a occhi aperti”, con i “sensi interni” vigili, attraverso ogni genere di espressione e tonalità della voce. Non poteva Ildegarda di Bingen (1098-1179) tacere quanto udiva, vedeva e comprendeva, eppure nell’età di mezzo più lunga della storia, lo spazio riservato alle donne era dettato dal silenzio, osservato come una regola virtuosa nella vita monastica, anche se la visionaria lo infrangeva con cura e discretio per far udire quanto aveva appreso nell’ombra della luce vivente. Una conoscenza che alle parole si apre e si fa profetica, una fiamma che attraversa il corpo e illumina ogni campo del sapere, per cui colei che se ne fa canale di mediazione si esprime con il canto e con i versi, nelle vesti di magistra, profeta, medica. Altrimenti tacere avrebbe significato “disobbedire” alla voce divina. [Leggi tutto]