Manifesto per una rivoluzione della scuola

di Remo Rostagno | Pdf

 

Nessun essere ragionevole può pensare che in Italia si arrivi a rianimare la scuola se non con una rivoluzione dal basso.

E allora tocca a te, papà, tocca a te, mamma, tocca a voi, famiglie, tocca a te, singolo insegnante, soffiare sul braciere custodito nell’anima e nel corpo dei bambini, dei ragazzi, dei giovani, farlo brillare. Tocca comunque a noi non sperare in miracoli che non arriveranno mai.  La scommessa di una scuola nuova parte proprio da qui, smettiamola di piangere. Stabilito che la scuola non si rinnoverà mai dall’alto, si comincia dal basso. L’insegnante è un artista e non lo sa, nessuno glielo dice e lui per non sbagliare preferisce non provare.

“Penso che la nostra specie non durerà a lungo. Non abbiamo la stoffa delle tartarughe […] I nostri cugini si sono estinti e noi facciamo danni. Nasciamo e moriamo, come nascono e muoiono le stelle. […] La natura è la nostra casa e nella natura siamo a casa. Per natura vogliamo sapere di più e continuiamo a imparare. La nostra conoscenza del mondo continua a crescere e brucia il nostro desiderio di sapere […] Qui sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato.”

Lo scrive  Carlo Rovelli nel libro Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi).

Domanda: se questo è vero, e questo è verissimo e ha un fascino irresistibile, chi farà brillare o affosserà il mondo? Chi sarà? A chi tocca far brillare il mondo?

Inesorabilmente, inevitabilmente, non ci sono alternative, i bambini, i ragazzi, i giovani di qua, di oggi, perché il futuro è oggi e il futuro fa sempre paura, ce ne accorgiamo in questi tempi. Dobbiamo superarla questa paura.

La scuola, molti lo sanno, pochi lo ammettono, è un dinosauro esanime, fuori dal presente. Gli insegnanti sono astronomi con il telescopio puntato su stelle estinte: i bambini, i ragazzi, i giovani che abitano nella loro testa, sono persone immaginarie che non esistono più. La baracca scricchiola da ogni parte, e per salvarla, occorre cambiare radicalmente strada. È possibile? Sì. Si può fare molto, moltissimo, perfino la rivoluzione. Tutto dipende dal rapporto nuovo che i genitori vogliono e possono creare con i loro figli nei primi anni di vita e poi gli insegnanti con i loro allievi. Quale può essere  una rivoluzione possibile? Come funziona la scuola oggi? Male. Malissimo. Non sempre. Non tutto…

Maestro Remo Rostagno, nel tuo libro (Manifesto per una rivoluzione della scuola, edizioni Anordest, Villorba 2014), nella parte di memoria, racconti dell’esperienza di Collegno negli anni ’70. Ci trovi qualcosa nella Riforma della Buona Scuola?

Ringrazio Mauro Carnelos per la domanda. Prima, un breve respiro di memoria.

(Lettura dal libro) “Collegno. Incontri quotidiani a tessere fili di una complessa rete educativa. Una scommessa politica. Una città, quarantamila abitanti. Un modello da estendere in Italia per il futuro di ragazzi dai tre agli undici anni. Ragazze in jeans, dipendenti comunali, diploma fresco di stampa in tasca, una gran voglia di mettersi in gioco, contro signore in gonna plissè, di scuola statale. Abolizione dei libri di testo, dei libri individuali, ricchissime biblioteche di classe, materie scolastiche dirottate su centri d’interesse, lavori di gruppo e poi ancora macchine fotografiche sempre a portata di mano, uscite frequentissime, relazioni fu fatti reali, quotidiani in classe, inidagini sulla condizione di vita dei cittadini, giornali scritti e ciclostilati per autofinanziare le iniziative, laboratori di lingue, creazione di spettacoli da offrire alla comunità, lettura e riscrittura di classici, bambini in lacrime per la scuola chiusa. Anni di lavoro, un’esperienza unica in Italia. Centinaia di docenti, migliaia di ragazzi e di famiglie, per anni. Le utopie a volte non sono chimere, ma realtà”.

In quegli anni il PCI non era un personal computer, era una cosa diversa. Raccontata in breve, la storia è così. Un giorno mi vedo capitare in casa il mio ispettore scolastico e il sindaco di Collegno, che mi dicono, secco secco: domani smetti di insegnare e vieni a Collegno a fare altro. È successo a Collegno qualcosa che è difficile da raccontare.  Così difficile, che non ci provo. Per ora aggiungo solo una tesserina. I sindaco di Collegno mi dice: noi paghiamo le insegnanti; questo modello dovrà espandersi in tutta Italia; lo vuole il Personal Computer.

Sappi che esiste un direttore che non è Personal Computer, è democristiano, quindi la prima cosa da fare è litigare sonoramente, entrare in rotta di collisione. Mi spediscono in Ungheria, dove si sa, le scuole sono meravigliose, nella Repubblica Democratica Tedesca, dove è tutto bellissimo. Torno sconfitto. Ma l’altra parte è dalla mia stessa parte, combattiamo la stessa battaglia. È stata una meraviglia.

(Lettura dal libro):  “Il termometro permanente. L’unica grande novità degli ultimi anni è l’invenzione del termometro permanente. Le valutazioni per misurare la febbre del dinosauro malato.  I ragazzi si chiedono come mai maestre e professori sono sempre lì con il termometro in mano. Non ne capiscono bene la ragione ma si adeguano. Quando il maestro ha scritto il diagramma delle temperature della classe, le consegna a un capo, che le spedisce al ministro che le mette al confronto con le altre scuole, trova il modo di rallegrarsene e al telegiornale dice che la scuola italiana va bene, ha margini di miglioramento e sono in arrivo nuove tecnologie che concorreranno al raggiungimento di risultati di eccellenza. È un bugiardo. Sa di esserlo. Finge di crederci.”

C’è una costante in tutte le scuole superiori d’Italia. Quando entra uno studente in prima liceo, il primo giorno, il primo professore che entra fa il suo primo atto terroristico: “Avete cinque anni per prepararvi all’esame di maturità”. È l’equivalente del sacerdote cattolico che dice: “Sei nato, bambino, hai una vita per imparare a morire degnamente”. Vista dall’alto la scuola non è una gran bella cosa. È triste… castigare sempre chi sbaglia. Ma la vita non è questa, è un’altra cosa! Castighi sempre chi sbaglia. Ma io devo imparare a fare che cosa? La vita è grama, è dura, in cinque anni per prima cosa devi soffrire. Se soffri, la tua vita migliorerà, ti abitui, piano piano.

Remo, qual è la cosa più importante da fare nella scuola, dall’infanzia alle scuole medie, o meglio, scuola secondaria di primo grado?

Bisogna riuscire a innescare un rapporto generativo con il piacere di leggere. Finirei qui. Se un ragazzo si innamora alla lettura, poi leggerà di tutto e di più. Se invece pratichi in classe una cosa… ci sono bambini qui? no? poi tanto è in latino… se invece pratichi costantemente durante la lettura… c’è qualcosa di bello da leggere… coitus interruptus…

(Lettura dal libro)  “Come un gelato. Capita che appena i piccoli sanno leggere un po’ li si punisce con la prova del gelato. Ai bambini viene dato in mano un gelato. Loro se lo guardano con l’acquolina in bocca. ‘Ora lo potete mangiare, ma per ogni leccatina che date dovete pensare che alla fine vi sarà chiesto di compilare la scheda di assaggio, il nome dei gusti di cui il gelato è composto, la provenienza delle diverse materie prime, il tipo di grano della cialda, la temperatura ottimale di conservazione del prodotto, le controindicazioni allergiche, la stima in percentuale del peso dei diversi gusti dell’impasto che si sta leccando.

Tu attribuisci parecchia importanza al teatro e al gioco. Ma la scuola è una faccenda seria o no?

La faccenda più seria che ci sia al mondo è giocare. Io l’ho imparato leggendo un libro di Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente.  C’è un capitolo che racconta di due scimpanzé, di che cosa fanno quando si incontrano. Non sto a raccontarvelo perché sarebbe un po’ lungo, ma è di una delizia assoluta. Lì si capisce l’importanza del gioco e in particolare della finzione, che la scuola considera una cosa peccaminosa. La finzione è una delle cose più importanti della vita, della relazione fra le persone. E il teatro è il suo degno coronamento. La finzione. Il corpo. La scuola si è dimenticata del corpo. Ha preso l’ultimo piano e cerca di arredarlo. E voilà. Ma non si arreda l’ultimo piano se sotto non ci sono le fondamenta. Semplice!

Il gioco del teatro per fortuna non è entrato nei programmi, perché altrimenti farebbero digerire Pirandello in seconda elementare. Il vero teatro parte dal corpo. Ogni individuo è teatro, non fa teatro e lo scopre lavorando sul proprio corpo. La scuola si è dimenticata del corpo.

Siamo all’ultima domanda. Se ho capito bene, leggendo il libro vuoi dire che anche l’insegnante è un artista.

Ma in questo senso, nel senso che deve smetterla di avere delle malattie… I programmi! I programmi van bene, ma tu devi prenderli e poi lasciarli lì, buttarli via, perché se tu stai rigidamente sui programmi e ce n’è uno che il Pascoli non lo digerisce proprio, magari se provi a presentargli… che ne so… Jovanotti… è vero qualcuno potrebbe dire che non è letteratura, però tra perderlo e presentargli Jovanotti io preferisco il secondo, perché lo recuperi. Altrimenti lui se ne va. Meglio perderlo o passare da Jovanotti, Fabrizio De André ecc…?

Il grande privilegio, la grande responsabilità. Gli insegnanti se lo sono dimenticato, ma appartengono a una categoria sociale che svolge una funzione diversa dalle altre. Gli avvocati sgarbugliano il mondo. I medici lo incerottano. Gli attori lo raccontano.

Gli insegnanti hanno il privilegio unico, unico, unico, di poter migliorare il mondo.

Remo Rostagno Ha lavorato con il musicologo Sergio Liberovici portando alla Biennale di Venezia Un Paese, il primo spettacolo creato da ragazzi. Ha scritto libri per La Nuova Italia, Marsilio, Fabbri. Ha fondato e diretto la rivista Scenascuola. Ha insegnato dalle elementari all’Università. Convinto che il gioco, nelle sue infinite sfaccettature e profondità, sia il motore del mondo.