Abbiamo bisogno del Debate?

di Antonio Vigilante | Pdf

 

 

Come è noto, l’innovazione didattica nel nostro paese ha imboccato decisamente la via del digitale: coding, social classroom, lavagne elettroniche, BYOD eccetera. Una via promossa dal Ministero attraverso il Piano Nazionale Scuola Digitale e l’introduzione di figure come l’animatore digitale e il team dell’innovazione. Non tutta l’innovazione tuttavia passa attraverso lo schermo di un computer o di un tablet. E’ possibile farsi un’idea, anche se non completa, di quello che si muove nelle scuole attraverso Avanguardie Educative, “un movimento di innovazione che porta a sistema le esperienze più significative di trasformazione della scuola italiana” (http://avanguardieeducative.indire.it) promosso dall’Indire. In sostanza, si tratta di scoprire esperienze innovative in atto nelle scuole, valorizzarle e diffonderle. Al momento le idee sostenute sono dodici, diverse delle quali riguardano le tecnologie informatiche e digitali, ma non mancano anche sperimentazioni centrate sulla ristrutturazione dei tempi e degli spazi (compattazione dell’anno scolastico, aule laboratorio) o sul rapporto tra scuola e territorio (“Dentro/fuori la scuola”). Non compreso nelle Avanguardie Educativa, ma legato a questa idea di scuola aperta al territorio, è il Service Learning, una pratica diffusa da decenni nel mondo anglosassone e latino-americano e che solo quest’anno, anche come conseguenza dell’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, si sta sperimentando nel nostro paese. E’ presente nelle Avanguardie Educative invece un’altra metodologia che nei documenti ministeriali (ad esempio il decreto 663 / 2016 del Miur) affianca spesso il Service Learning: il Debate.

E’ anch’esso una pratica didattica ampiamente diffusa nel mondo anglosassone, e che ha radici nella disputatio delle università medioevali. Gli studenti affrontano un tema dividendosi in squadre, e dopo averlo adeguatamente approfondito si fronteggiano usando abilità retoriche e dialettiche per far prevalere il proprio punto di vista. Leggiamo dalla presentazione su Avanguardie Educative: “il debate permette agli studenti di imparare a cercare e selezionare le fonti con l’obiettivo di formarsi un’opinione, sviluppare competenze di public speaking e di educazione all’ascolto, ad autovalutarsi, a migliorare la propria consapevolezza culturale e, non ultimo, l’autostima. Il Debate allena la mente a considerare posizioni diverse dalle proprie e a non fossilizzarsi su personali opinioni, sviluppa il pensiero critico, allarga i propri orizzonti e arricchisce il personale bagaglio di competenze. Acquisire ‘life skill’ da giovani permetterà una volta adulti di esercitare consapevolmente un ruolo attivo in ogni processo decisionale”.

Dunque: pensiero critico, capacità di argomentazione, educazione all’ascolto. Come valutare questi obiettivi? Per farlo, occorre avere una idea di scuola, che a sua volta è legata ad un sistema di valori, che non sono naturalmente dimostrabili. Quale è il senso della scuola? Bisogna educare al lavoro o formare la persona in senso integrale? Bisogna educare l’individuo o la comunità? Sono questioni sulle quali si può discutere a lungo senza trovare un accordo, poiché appunto le risposte riflettono la visione assiologica. Ma su una questione c’è poco margine di discussione: il legame tra scuola e democrazia. Nei regimi dittatoriali, la scuola è uno strumento di indottrinamento, serve a creare consenso, a diffondere l’ideologia, a disabituare alla libertà. In un sistema democratico, la scuola ha la funzione opposta: forma alla democrazia. E’ un obiettivo sul quale tutti i docenti, quali che siano le loro convinzioni pedagogiche, etiche, religiose, devono convenire. Ma cos’è una democrazia? Quale è la sua essenza? Certo, un paese è democratico se esistono i partiti, se vi sono regolari votazioni, se esistono giornali e pluralismo nell’informazione, se la magistratura è indipendente dal potere politico, eccetera. Ma tutto ciò può non bastare. La democrazia è in primo luogo un habitus, un modo di essere, senza il quale non c’è pluralismo che possa salvare una società da una involuzione autoritaria. Questo habitus è il dialogo. Senza dialogo non c’è democrazia.

Ci si può fare una idea abbastanza precisa della qualità di una democrazia considerando la qualità del dibattito pubblico. Una dibattito pubblico assente, fiacco, timoroso è senz’altro indice di una pessima democrazia, ed è frequente nei paesi che sono appena usciti da una dittatura. Ma non va molto meglio quando il dibattito pubblico, anche acceso, è fatto di chiacchiere, o si basa su contrapposizioni ideologiche. Quando, ad esempio, si discute di immigrazione partendo da episodi di cronaca gonfiati ad arte, senza alcuna considerazione dei dati statistici, o quando si dibatte con la massima preoccupazione di sicurezza pubblica, ignorando i dati che parlano di una drastica diminuzione nel numero di crimini nel corso degli anni. O ancora quando si discute di temi etici come l’eutanasia o la procreazione assistita facendo guerre ideologiche, contrapponendosi per partito preso, spesso con una violenza che nulla sa, o vuol sapere, della sofferenza delle persone reali. La situazione del nostro paese è questa: ed è evidente che la scarsa qualità del dibattito pubblico ha molto a che fare con l’infimo livello della classe politica e il successo dei populismi.

Antidoti contro la chiacchiera sono la serietà ed il rigore nella considerazione dei fatti sociali; antidoti contro la contrapposizione ideologica sono il dialogo e l’onestà intellettuale. Compito della scuola, in una situazione di democrazia in pericolo, quale è quella attuale, è di formare sia al rigore che al dialogo. Per il primo obiettivo, il Debate sembra utile. Per partecipare al dibattito gli studenti devono documentarsi, raccogliere dati, discuterli. Ma sono dati che vengono raccolti a sostegno di una tesi, e che verranno usati per farla prevalere contro l’avversario. Non è la tesi che scaturisce dai dati; è la tesi che guida la ricerca dei dati.  Una cosa non troppo diversa da ciò che fa il razzista che condivide sulla sua pagina Facebook fake-news riguardanti gli immigrati. La differenza è che in questo caso, se si lavora bene, gli studenti imparano a cercare fonti attendibili, ma la sostanza non cambia molto. Soprattutto, è una pratica che alimenta la logica della contrapposizione e del conflitto e la convinzione che la ragione stia da una parte o dall’altra. Può servire a formare alcune qualità importanti in chi voglia intraprendere la carriera politica (e del resto, se richiama la tradizione medioevale, è anche imparentata con la formazione retorica delle scuole umanistiche e gesuitiche), ma compito della scuola non è formare le élites, bensì educare tutti alla democrazia; non mettere in condizioni di emergere nella situazione politica attuale, ma lavorare affinché vi sia in futuro una situazione politica migliore. Per questo fine, il Debate è non solo inutile, ma dannoso. Un paese in cui il dibattito pubblico si presenta non troppo diverso da una rissa tra ubriachi ha bisogno di pratiche pedagogiche e didattiche che educhino al dialogo ed alla ricerca condivisa di risposte alle domande comuni. Ignorate dal Ministero, l’esperienza di Danilo Dolci e la sua pratica della Maieutica Reciproca indicano la via di una formazione al rigore nella documentazione e nell’analisi dei problemi che al tempo stesso è educazione al dialogo, all’ascolto, al confronto aperto ed onesto.

 

Antonio Vigilante Vive a Siena, dove insegna filosofia e scienze umane al liceo “Piccolomini”. Dottore di ricerca in educazione alla politica ed abilitato all’insegnamento universitario della filosofia morale, si occupa di pedagogia critica, nonviolenza e filosofia interculturale. I suoi ultimi libri: Il Dio di Gandhi. Religione, etica e politica (2009); La pedagogia di Gandhi (2010); Pedagogie della liberazione (2011, con Paolo Vittoria); Ecologia del potere. Studio su Danilo Dolci (2012); L’educazione è pace. Scritti per una pedagogia nonviolenta (2014), A scuola con la Mindfulness (2017).

 

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