Akrasia

di Fabrizio Gambassi | Pdf

 

“Consideriamo i dibattiti filosofici sull’autoinganno e sulla debolezza di volontà. Nessuno mette in dubbio che i fenomeni così definiti dalla psicologia del senso comune siano onnipresenti. La controversia regna, su come, se mai, questi fenomeni possano essere descritti coerentemente in termini di credenza, conoscenza, intenzione, giudizio e altri termini standard della psicologia del senso comune. Articoli con titoli del tipo – Com’è possibile la debolezza di volontà (Davidson 1969) – tentano di dire esattamente che cosa si deve credere, pensare, conoscere, intendere e volere per soffrire di un autentico caso di debolezza di volontà. I paradossi e le contraddizioni che affliggono questi tentativi hanno scoraggiato pochi partecipanti.” (Dennett 1986, p. 23)

 

Definire preliminarmente l’akrasia significa già addentrarsi in un terreno scivoloso, visto che il fenomeno che con questa espressione si intende circoscrivere è stato caratterizzato in modo diverso nel dibattito filosofico.  Il problema stesso della definizione del concetto costituisce spesso il nucleo tematico e argomentativo dei diversi contributi ad esso dedicati. Il primo impiego filosofico del concetto è nel Protagora di Platone, in particolare nella tesi sostenuta da Socrate che conoscere il bene equivale a farlo. Nel dibattito contemporaneo in lingua inglese il termine akrasia viene spesso usato come sinonimo delle espressioni weakness of will e incontinence. Sulla scia di Aristotele, si ritiene di poter definire acratico il comportamento di un agente che, pur avendo giudicato ponderatamente e consapevolmente che fare A sia meglio che fare B, tuttavia, senza rivedere questo giudizio, liberamente e intenzionalmente fa B. Così caratterizzato, ed escludendo le dipendenze da sostanze e i comportamenti che fanno seguito a riconsiderazioni esplicite del proprio giudizio, il comportamento akratico crea un problema di razionalità soggettiva dell’agente. A questa descrizione del fenomeno si richiama Davidson (1969) nel saggio che più di ogni altro ha avuto un valore seminale e paradigmatico per il dibattito contemporaneo sulla debolezza della volontà. Nella sua complessa argomentazione Davidson sostiene che, a dispetto dall’apparente impossibilità logica dell’azione acratica (incontinent action) qualora si accettino le premesse che implicano un azione intenzionale e consapevole, essa è possibile perché: a. la causa dell’azione risiede nelle ragioni che la motivano; b. l’azione è conseguente alla forza delle ragioni che la sostengono; c. il comportamento acratico è determinato da ragioni contingenti più forti di quelle che, su un piano teorico, avevano condotto a stabilire la preferenza del comportamento alternativo. Attraverso un’analisi puramente concettuale Davidson cerca quindi di dimostrare che la definizione classica del fenomeno, da lui ritenuta una buona descrizione di fenomeni reali, non conduce a conclusioni paradossali.

Il saggio di Davidson ha suscitato una vasta letteratura critica che ha tentato di riconcettualizzare il fenomeno[1]. Questa letteratura ha suscitato la critica di Dennett (1978), la cui icastica ironia è ben rappresentata dalla citazione qui riportata in apertura; ammettendo che il fenomeno non solo esiste ma è onnipresente, Dennett sostiene che esso non possa essere proficuamente spiegato dalle categorie concettuali della psicologia del senso comune (PSC), denunciando come i tentativi di spiegare fenomeni di comportamento irrazionale con i concetti psicologici tradizionali conducano spesso ad esiti paradossali o di dubbio valore esplicativo. Sintetizzando in poche righe l’argomentazione dennettiana, condivisa tra gli altri da Churchland (1995), gli approcci classici al problema della debolezza di volontà (e di molti altri problemi filosofici) si rivelano inconcludenti perché si esercitano su pseudo-problemi generati proprio dall’impiego delle categorie concettuali che vengono impiegate per definirli.  L’atteggiamento intenzionale che assumiamo normalmente per dare un senso al nostro e all’altrui comportamento in genere funziona bene ma nei casi comuni in cui le persone sembrano sostenere credenze contraddittorie o ingannarsi i canoni interpretativi della strategia intenzionale non riescono a produrre verdetti chiari e stabili su quali credenze e desideri attribuire a una persona. L’atteggiamento intenzionale fallisce in situazioni quali la debolezza di volontà per due motivi: 1. perché l’atteggiamento intenzionale prevede agenti razionali e in molti casi gli uomini non sono razionali; 2. perché le credenze non sono nella testa. Rispetto al primo punto Dennett sostiene che un sistema qualsiasi è un credente (è un sistema intenzionale) se il suo comportamento può essere previsto adottando l’atteggiamento intenzionale, che consiste nel presumere che abbia le credenze e i desideri che dovrebbe avere data la sua posizione e il suo scopo nel mondo e  che agirà razionalmente per conseguire i suoi obiettivi alla luce delle sue credenze. L’atteggiamento intenzionale è un atteggiamento ottimistico (di certo non siamo così razionali) che però funziona bene nella maggioranza dei casi perché nel complesso siamo abbastanza razionali. Le attività mentali putative della teoria del senso comune, in quanto entità che postuliamo per dare un senso al comportamento, entrano in crisi quando si scontrano con problemi di irrazionalità. Rispetto al punto due  (le credenze e i desideri non sono proposizioni immagazzinate nella testa) Dennett sostiene che non ci sono sistemi che hanno realmente credenze e desideri (gli uomini) e sistemi che trattiamo come se li avessero ma non li hanno (i termostati e le rane, per esempio). La conoscenza della nostra biologia, come della biologia della rana, se padroneggiate alla perfezione a dispetto di tutta la loro complessità, potrebbe consentirci, assumendo l’atteggiamento progettuale, di prevederne il rispettivo comportamento. Ma a fronte dell’ostacolo insormontabile rappresentato dalla complessità degli organismi viventi assumiamo l’atteggiamento intenzionale come utile scorciatoia. Ciò non deve distoglierci dall’evidenza che il cervello è fatto di atomi e neuroni e non di credenze e desideri. A dispetto del nominalismo e di coloro che credono che per ogni credenza attribuibile ad un agente esista uno stato interno che la rispecchia, le credenze, al pari dei desideri e delle intenzioni, sono abstracta, astrazioni concettuali che noi creiamo; pertanto non è possibile determinare cosa crede realmente un sistema intenzionale[2].  La confusione nasce dal fatto che essendo immersi nel linguaggio confondiamo gli enunciati che attraversano la nostra mente con credenze e desideri istanziati nel cervello; quando ci chiediamo o ci viene chiesto cosa crediamo e produciamo enunciati del linguaggio naturale, mentalmente o pubblicamente non riveliamo nessuna credenza sottostante ma stiamo producendo un’azione di natura verbale e interpretativa. Churchland ritiene che le nostre espressioni dichiarative siano pallide proiezioni unidimensionali di un solido a 4 o 5 dimensioni (lo stato fisico reale del cervello cui si può linguisticamente solo alludere). Tuttavia, nelle parole di Dennett, anche se “certamente non si troverà mai una micro-riduzione passo per passo della psicologia del senso comune alla fisiologia cui si  alludeva negli slogans dei primi teorici dell’identità”, le credenze, esistendo come concetti teorici, sono un fenomeno perfettamente oggettivo, in quanto sono modelli di relazioni astratte che noi creiamo perché utili a spiegare fenomeni che esistono ad un livello inaccessibile alla descrizione fisica o  biologica. Ma il loro impiego diventa pericoloso nell’analisi di fenomeni quali l’akrasia perché finisce per generare interpretazioni involute che sono formulate (e possono essere sostenute entro teorie psicologiche ricche di conferme e di dettagli) solo sulla base del nostro “horror vacui della contraddizione”; per di più, modelli che spiegano la cognizione come se essa consistesse in una serie di regole deduttive a partire da un insieme di assiomi (per es. un elenco di credenze) è, secondo Dennett, un modello particolarmente brutto e sbagliato della mente.

Infine, per concludere questa ingenerosa sintesi della critica di Dennett, sarà utile chiarire il suo punto di vista su come dovrebbe essere la psicologia del futuro. A questo proposito Dennett auspica che una psicologia cognitiva subpersonale possa un giorno proporre modelli concettualmente fondati su illata diversi da quelli della psicologia tradizionale, in grado di spiegare fenomeni che includano la vulnerabilità all’inganno, al sovraccarico, alla confusione (e quindi fenomeni, si potrebbe aggiungere, come l’akrasia); e tuttavia, lo studio della mente non potrà mai prescindere da un approccio funzionalista; la psicologia ridotta alla neurofisiologia non sarebbe infatti psicologia perché non potrebbe spiegare quelle regolarità che è compito della psicologia spiegare.

 

Definire l’akrasia

 

L’avvertimento di Dennett non ha impedito che l’apparato concettuale della PSC sia stato ampiamente utilizzato dalla maggior parte degli autori che, con interessi e background culturale diversi, si sono occupati dell’akrasia attraverso saggi ad essa dedicati o all’interno di teorizzazioni più ampie. Tra gli interventi che si muovono prevalentemente sul terreno dell’analisi concettuale troviamo i contributi di Mele, Bilgrami, Wiggins, Elster, Rorty, oltre che del già citato Horton.

Mele (1987) nel suo modello psicologico dell’azione intenzionale, riconduce il fenomeno acratico ad un caso di irrazionalità soggettiva dovuta all’esistenza di scopi motivazionali contrastanti di diversa intensità; tradurre in azione le nostre intenzioni scaturite dai nostri migliori giudizi, o ostacolare comportamenti indesiderati, richiederebbe il possesso di strategie per resistere ai desideri avversati che momentaneamente ottengono il grado maggiore di motivation. Wiggins (1978), Horton (1999) ed Elster (1979)ridescrivono il fenomeno acratico come fallimento nel persistere in una risoluzione. Premesso che per gli esseri umani è utile formulare intenzioni relativamente stabili e immuni da riconsiderazioni future, gli autori osservano come non sempre la formulazione di una policy di comportamento sia sufficiente a garantirci dall’insorgere di desideri, scopi, impulsi che contrastano con essa. Di qui l’utilità di supportare l’intenzione con strategie di supporto finalizzate a garantire all’agente un comportamento in linea con le intenzioni formulate. Il fenomeno della debolezza della volontà può essere quindi ricondotto ad un problema di maggiore o minore abilità nello schermare le nostre intenzioni da tentazioni e inclinazioni indesiderate.

Searle (1999) sostiene una posizione analoga quando afferma che l’esistenza del comportamento acratico (fare Y, in un istante t2, dopo aver deciso di non fare Y in un istante T1, in assenza di ulteriori deliberazioni sul problema) è reso possibile dall’intercorrere,  tra t1 (momento della deliberazione) e t2 (momento dell’azione akratica), di differenti  stati del cervello e del mondo – tentazioni, fattori di contesto ecc. – che possono indurre il sistema ad agire diversamente da quanto deliberato.

Se i precedenti contributi si proponevano soprattutto di definire il fenomeno acratico, altri autori si preoccupano piuttosto di delinearne le condizioni di esistenza a partire dall’organizzazione funzionale della mente: tra questi, la maggioranza sembra ricondurre i comportamenti inconsistenti a conflitti motivazionali spiegabili a partire da concezioni partizioniste dei processi di decisione e motivazione[3].

Frankish (2010) aderisce ad una visione dualista dei tipi di processazione dell’informazione (un sistema veloce, inconscio, automatico contrapposto ad un sistema lento, consapevole, controllato) e condivide con gli autori precedenti il riferimento alla planning theory of intention di Bratman.  L’intenzione è un commitment (il ritenersi impegnati a fare qualcosa) che presenta una certa resistenza alla revisione e consente di perseguire scopi in modo stabile (stable action-oriented goal pursuit). L’akrasia è determinata dal fallimentio di un commitment provocato da un basic desire che si impone sul momento come più forte rispetto al nostro desiderio, altrettanto basico, di aderire alle regole di condotta consapevolmente deliberate.

Anche Hofmann, Friese, Strack (2009) propongono un modello (reflective-impulsive model) che postula una partizione sistemica tra un impulsive system e un reflective system, in competizione tra loro per attivare schemi comportamentali in un winner-takes-all process; il sistema impulsivo è fatto per rispondere velocemente e non richiede risorse attenzionali, mentre il sistema riflessivo serve obiettivi auto-regolativi a lungo termine e può inibire o ridirigere verso altri oboettivi gli impulsi di livello inferiore. Quando  un impulso (impulse) si oppone a un obiettivo personale (goal) si ha un conflitto in cui vince il più forte; il tipico temptation scenario opporrebbe un impulso edonico a obiettivi di lungo termine perseguibili attraverso strategie di self control o self regulation. Un altro importante contributo alla causa del dualismo dei processi mentali i relazione a comportamenti irrazionali è costituito dal recente articolo di Von Hippel e Trivers (2011)  sulla self-deception, fenomeno spesso correlato con l’akrasia. Gli autori riconducono la self-deception ad una funzione evolutiva e lo ritengono il prodotto di un dualismo mentale che postula l’esistenza di due tipi di processi mentali (automatici e controllati), due tipi di memorie (esplicita e implicita), due tipi di scopi (consapevoli e inconsapevoli), potenzialmente in conflitto tra loro.

All’interno di un approccio più filosofico e mosso da obiettivi diversi, ma in linea con  il partizionismo, si colloca il contributo di Bilgrami (2006), che formula una peculiare distinzione tra stati intenzionali (nella sua formulazione per definizione trasparenti e legati a valori e atteggiamenti normativi) e stati disposizionali (inaccessibili all’introspezione). Il comportamento acratico scaturirebbe da un conflitto tra stati intenzionali e stati motivazionali in contrasto con i commitments del soggetto; come Frankish, anche Bilgrami traccia una netta distinzione tra le nostre dichiarazioni (avowals) circa credenze, desideri, intenzioni, che avrebbero carattere performativo oltre che descrittivo, e le nostre dichiarazioni, non particolarmente autorevoli, circa stati mentali non consci, che dobbiamo inferire dal nostro comportamento.

Altri tentativi, sempre riconducibili ad un’idea partizionista o dualista del processamento mentale dell’informazione, si caratterizzano perché cercano di ricondurre il fenomeno a specifiche funzioni o strutture cerebrali. Rolls (1999) descrive il cervello come un sistema composto da molti livelli stratificati gerarchicamente in cui aree corticali diverse specializzate in differenti tipi di computazioni mandano i loro input ai livelli superiori o li inviano direttamente ai gangli basali per trasformarli in azione. Rolls individua nelle strutture cerebrali una rotta duale verso l’azione, fonte di potenziali conflitti; a fronte di un sistema inconscio (implicit), che interessa amigdala e corteccia orbitofrontale, che valuta il valore di uno stimolo in base alla storia dei rinforzi precedenti, allo stato motivazionale corrente, ad una computazione del valore assoluto della ricompensa attesa (computed reward value of the stimulus), esisterebbe un sistema (HOLT, Higher Order Linguistic Thoughts) che interessa la corteccia prefrontale, e grazie al linguaggio consente di implementare piani multi-step che prevedono il differimento della ricompensa. Il sistema HOLT prende spesso il controllo sul sistema implicito ma in molti casi la via per l’azione segue rotte inconsce che dalla corteccia primaria o secondaria passano per l’amigdala e lo striato per essere inviate direttamente alla corteccia premotoria senza passare dalla processazione cosciente e linguistica. Anche per Cunningham, Zelazo, Packer, Bavel (2007) il cervello è un sistema organizzato in modo gerarchico, ma nel loro modello i sistemi automatici di basso livello influenzano quelli riflessivi di alto livello e ne sono a loro volta influenzati in un processo continuo di loops iterativi.  I processi di ordine inferiore informano il sistema della valenza (positiva o negativa) e del valore di arousal dello stimolo; nelle regioni limbiche e subcorticali si originano le prime rapide valutazioni dello stimolo basate sulle precedenti associazioni e le preferenze innate; regioni specifiche del cervello elaborano lo stimolo in modo integrato: l’amigdala invia all’ipotalamo, alla corteccia orbitofrontale e all’insula una prima valutazione dello stimolo, processata poi dalla corteccia cingolata anteriore e dalla corteccia prefrontale, in un confronto costante tra stato attuale del corpo e rinforzi attesi. Nel corso del processo lo stimolo viene interpretato e reinterpretato molte volte alla luce di una quantità crescente di fattori motivazionali e contestuali che emergono gradualmente dai processi di livello più alto. Le contraddizioni comportamentali e le ambivalenze cognitive si spiegano perché lo stesso stimolo può essere processato in modo diverso (con maggiori o minori iterazioni) e con un diverso coinvolgimento di differenti aree cerebrali, in modo più automatico o più riflessivo; il modo di processazione dello stimolo determina il comportamento lasciando spazio per azioni acratiche laddove i processi di valutazione automatica dello stimolo prevalgano sui processi di alto livello.

Il contributo di Hirstein (2005) si caratterizza in quanto interpreta molti fenomeni, tra cui l’akrasia, a partire dall’idea che il cervello sia costantemente impegnato in un’incessante produzione di ipotesi.  Le ipotesi  generate, di cui molte implausibili, sono filtrate da funzioni di controllo e di inibizione, che decidono quali tra esse  promuovano azioni. Tra i checking processes si possono annoverare processi logici e inferenziali (es. analisi delle conseguenze logiche e causali di una credenza), considerazioni sulla plausibilità delle proprie rappresentazioni percettive sensoriali, considerazioni di ordine morale o sociale in relazione alle proprie azioni, validazione di ipotesi alla luce della conoscenza incorporata nella memoria sematica o autobiografica. Ciò sarebbe reso possibile dalla stratificazione funzionale del cervello: le risposte generate dai livelli inferiori ed evolutivamente più antichi (aree parietali e temporali) soggiacciono alla funzione inibitoria dei processi superiori evolutivamente più recenti (corteccia orbitofrontale); entro questa cornice teorica Hirstein propone una spiegazione comune per moltissimi fenomeni quali la sindrome di Korsakoff, gli esperimenti di stimolazione cerebrale e divisione emisferica, l’anosognosia per emiplegia, la sindrome di Anton, la sindrome di Capgras, la schizofrenia, il comportamento di malati di Alzheimer, fenomeni riconducibili alla self-deception e fenomeni akratici, tutte riconducibili a fallimenti nel processo inibitorio. In particolare, la debolezza di volontà si verificherebbe quando le funzioni corticali superiori falliscono nell’inibire un comportamento; la debolezza della volontà sarebbe dunque una forme quotidiana e non patologica di disinhibition.

Inquadrando il fenomeno in una cornice evoluzionista e adattazionista, Huangh e Bargh (in Von Hippel, Trivers 2011) sostengono che prima che si evolvesse un self il comportamento fosse guidato inconsciamente da programmi per il perseguimento di scopi ed anche in seguito a questa evoluzione tutti gli scopi, compresi quelli consci, continuano ad operare autonomamente attivandosi alternativamente e producendo effetti a cascata su cognizione e comportamento che possono produrre conseguenze indesiderate a livello del self. Analogamente, Suddendorf (in Von Hippel, Trivers 2011) nota come il sistema umano che genera la motivazione sia stato nel passato e per lungo tempo finalizzato a conseguire rewards nel presente; poiché è ipotizzabile che l’evoluzione abbia plasmato l’attuale sistema motivazionale a partire dal vecchio sistema, è inevitabile che gli uomini siano soggetti a diversi problemi nei compiti di svalutazione del la reward presente a favore di una ricompensa futura.

Un approccio del tutto diverso è condotto da quegli autori che cercano di inquadrare il fenomeno all’interno della teoria della complessità dei sistemi dinamici, della fisica dei sistemi complessi e del non equilibrio (teoria delle catastrofi, teoria del caos, teoria dello stato critico). In un sistema caotico ogni elemento influenza tutti gli altri e il sistema diventa imprevedibile anche se fondato su leggi semplici e comprese; inoltre, un sistema non in equilibrio si organizza in uno stato critico al confine tra ordine e caos ed è perciò vulnerabile alle catastrofi: questo non solo rende imprevedibile il cervello per eccesso di complessità ma anche lo espone a fenomeni di vulnerabilità allo stimolo, come spesso avviene nel fenomeno acratico. Kelso (2006), esponente di rilievo di questo approccio, sottolinea la natura dinamica del cervello come sistema aperto e complesso. Il cervello sembra “goal oriented” ma in realtà la sua agency deriva dal coordinamento di molti agenti privi di mente, gruppi neuronali che si coordinano sincronizzando le loro oscillazioni con gruppi di aree diverse, dando origine a una rapida creazione e dissoluzione di assemblati neurali. Il cervello  dunque non ha stati stabili ma è un mondo di “tendenze” e “disposizioni” in cui la coesistenza di tendenze opposte, comune a tutti i sistemi viventi, è la regola e non l’eccezione. Entro questa cornice teorica i comportamenti alternativamente impulsivi o self-controlled che si alternano nella weakness of will potrebbero emergere dall’incertezza del sistema nel convergere verso attrattori contrastanti che faticano per affermarsi come pattern comportamentali stabili (metastable regime). Analogamente, Juarrero (2002) descrive il cervello come sistema non in equilibrio, soggetto a frequenti cambi di fase (ristrutturazioni che tentano di garantire ordine al sistema) dagli esiti sono imprevedibili. In questo quadro teorico la debolezza della volontà sarebbe resa possibile dalla vulnerabilità costante del sistema ad attractors (stati ad alta probabilità di essere realizzati dal sistema) in contrasto con il comportamento desiderato. Come testimoniato dal progressivo consolidarsi di abitudini e preferenze nel corso della vita, la competzione sarebbe decisa più dalla storia delle passate interazioni del sistema che dalla forza della risoluzione o dello stimolo, sebbene l’esito sia sempre imprevedibile.

Sempre da posizioni emergentiste, ma integrate dall’idea della mente distribuita, stimoli di particolare interesse ai fini del comportamento acratico affiorano nel lavoro di Clark (1997). L’autore ritiene che le impalcature esterne (scaffolding) o internalizzate costituite dal linguaggio, dalla cultura, dagli artefatti in genere, dalle istituzioni, dall’intelligenza di gruppo, spremano coerenza da menti frammentate e poco lungimiranti e che in assenza di situazioni “highly scaffolded”, i nostri comportamenti si fanno piuttosto irrazionali e imprevedibili. Clark documenta come nei casi di scelta non guidata da vincoli e pratiche sociali, là dove la psicologia individuale non è supportata da impalcature esterne evolute per aiutarci e orientarci nel problem solving, i nostri comportamenti cessano di essere prevedibili in base alla teoria della “razionalità sostanziale” che ci tratta come agenti economici razionali. La coerenza e l’incoerenza comportamentale non sarebbero dunque riconducibili ai succdessi o ai fallimenti di una struttura centrale di controllo e decisione quanto alla prersenza o assenza di ambienti strutturati per aiutarci a intraprendere azioni di successo in relazione alla gerarchia incorporata dei nostri scopi.

Da molti autori il tema dell’acrasia e del self-control viene ricondotto ad un’idea della modularità della mente, dove il conflitto tra agenti spiegherebbe l’incoerenza nel comportamento. Un riferimento ormai classico è Minsky (1987): se il cervello umano è una società di sistemi (agenti) che competono per il controllo del comportamento in assenza di un processore centrale, ed istaurano tra loro  rapporti di collaborazione, conflitto e sfruttamento reciproco, il comportamentio inconsistente è iscritto nell’organizzazione funzionale della mente e la relativa coerenza esibita dagli esseri umani viene garantita (quando viene garantita) dall’esistenza di agenti che impediscono l’emergere di certi stati mentali (censori) o li ostacolano quando sono già attivi (soppressori). Più recentemente, Kurzban (in Von Hippel, Trivers 2011) ha sostenuto che in un sistema modulare non ha senso parlare di cosa un agente crede “davvero” perché, essendo l’informazione incapsulata modularmente, le credenze appartengono ai diversi moduli, non alla persona intera. McKay e Prelec (in Von Hippel, Trivers 2011) propongono di integrare il modello modulare con un sistema di self-signaling tra emittenti e riceventi internalizzati, in cui sub-agenti diversi, nel ruolo di sender subsystem e reciving subsystem, possono dar vita a scambi informativi distorti o auto-ingannanti responsabili di comportamenti potenzialmente inconsistenti.

Anche l’idea che il cervello sia un sistema distribuito che svolge molte operazioni in parallelo, affermatasi ormai come paradigma dominante nelle scienze della mente, ha fornito spesso un supporto teorico adatto a spiegare casi di incoerenza comportamentale e difficoltà introspettiva. Gazzaniga  (2000) tratta fenomeni comuni come il fallimento delle diete (che possiamo considerare una forma specifica di akrasia) quali evidenze che la mente cosciente non controlla il comportamento e non ha un accesso introspettivo privilegiato (ricordiamo che nella sua teoria dell’interprete Gazzaniga postula l’esistenza di uno speciale device dell’emisfero cerebrale sinistro – l’interprete –, specializzato nel linguaggio e nel ragionamento, crea l’illusione di un “io” responsabile della nostra agentività causale, nel tentativo di fornire un quadro coerente del comportamento a partire da migliaia di sistemi cerebrali automatici). Kenrick e White (in Von Hippel,Trivers 2011) descrivono la mente come un’aggregazione dissociata di sub-selves motivazionali che si occupano di classi di problemi diverse, cosa che in un certo senso ci renderebbe tutti personalità dissociate; specifici meccanismi si occuperebbero di inibire l’accesso alla coscienza di gran parte dell’informazione processata servendo gli interessi del sub-self correntemente attivo.

 

Problemi filosofici connessi all’akrasia

 

Dalla sintetica panoramica precedente emerge con chiarezza come l’akrasia rappresenti un fenomeno di grande interesse sia su un piano individuale e sociale, per l’ubiquità dei problemi comportamentali che descrive, che su un piano speculativo, per la psicologia e la filosofia della mente. Il problema concreto riguarda il controllo del comportamento, con le sue enormi ricadute sia sociali (problemi legati all’alimentazione, consumo di sostanze, controllo della violenza) che individuali, se le abilità di self control sono predittive di benessere psicologico e successo personale. Una psicologia più matura dovrebbe misurarsi con la capacità di mettere a punto strumenti integrati più efficaci di quelli attualmente impiegati per trattare i problemi collegati al fenomeno. D’altra parte, dal punto di vista filosofico questo fenomeno tocca tutti i temi principali della filosofia della mente contemporanea, e collocandosi all’intersezione del rapporto problematico tra giudizi, decisioni, intenzioni e azioni può rivendicare una posizione centrale e strategica nello studio della mente. In estrema sintesi, se vogliamo delineare un quadro schematico dei problemi filosofici sollevati dall’akrasia, possiamo individuare quattro percorsi tematici ad essa strettamente collegati: 1. introspezione ed accesso privilegiato; 2. volontarietà, agentività, libero arbitrio; 3. natura del self, 4. razionalità dell’agente.

Rispetto all’introspezione, l’akrasia mette in discussione la visione della mente trasparente a se stessa e dell’accesso privilegiato  (il cogito di Cartesio), rivelando l’esistenza di processi inconsci dotati di intenzionalità e la difficoltà a rendere conto delle proprie azioni a seguito di una ricerca introspettiva nelle proprie motivazioni.

Secondo Wilson (2002), non solo i processi mentali inconsci superano di gran lunga quelli coscienti  (Wilson ricorda che il cervello processa inconsciamente 11milioni di informazioni al secondo), ma tra coscienza e inconscio c’è un muro che non può essere abbattuto; se la consapevolezza è un lusso (limite economico) e l’accesso agli stati inconsci deve essere negato perché è adattivamente utile non poter controllare il proprio respiro (limite motivazionale) l’introspezione non può che ridursi ad un esercizio interpretativo. Argomenti ulteriori contro la teoria dell’accesso privilegiato, sulla scia di Dennett, affiorano nel pensiero di molti filosofi contemporanei; Blackmore (2009) e Clark (1997) negano addirittura l’esistenza di un flusso di coscienza concepito in modo tradizionale, sostenendo che in ogni momento accadono nel cervello molte cose contemporaneamente senza che ne siamo consapevoli ed è solo quando rivolgiamo l’attenzione ai nostri pensieri che creiamo l’illusione retrospettiva di osservare un fluire di immagini e pensieri; pertanto, non solo sarebbe sbagliata l’idea di un flusso di coscienza e di qualcuno che la osserva, ma sarebbe sbagliato anche sostenere che il cervello genera una coscienza o che un pensiero entra nella coscienza, e istituire una distinzione tra ciò che è conscio e ciò che è inconscio rende molti problemi insolubili. Analogamente Minsky (1987) sostiene che il pensiero non può osservare se stesso: nel momento in cui cerchiamo di osservare il flusso di coscienza questo stesso pensiero lo modifica. Gli stati mentali sono fluidi, amibigui e di natura anche extralinguistica, pertanto la loro complessità sfugge alla descrizione semplificata che ricostruiamo nella memoria a breve termine in seguito ad una ricerca introspettiva.

Anche rispetto ad un’idea tradizionale del self come agente di controllo prevalentemente consapevole dotato di agentività causale l’inconsistenza del comportamento acratico solleva pesanti dubbi. Minsky, Dennett, Gazzaniga, Metzinger, Wilson, Balckmore condividono l’idea che molti sottosistemi integrati possano guidare il comportamento di un sistema senza un supervisore centrale e che l’io sia una produzione ermeneutica di natura narrativa[4]  (Dennett). Il sé sarebbe un modello interpretativo di noi stessi, un complesso memico cangiante, una rappresentazione soggetta a costante revisione utile alla vita intrapsichica e a quella sociale (Flanagan 1999), un’autoimmagine reale e ideale che ci obbliga alla coerenza di comportamenti e ci permette di prevedere il nostro comportamento, consentendoci di perseguire piani a lungo termine (Rolls 1999). Le contraddizioni e le inconsistenze palesate da fenomeni quali la debolezza della volontà non avrebbero dunque niente di strano, dal momento che le previsioni su ciò che siamo, vogliamo e faremo possono essere sbagliate (Minsky 1987). Altri contributi, pur condividendo l’idea di self come costruzione prevalentemente concettuale, sottolineano aspetti diversi ma altrettanto utili per una spiegazione del comportamento acratico: per Markus e Kutuyama (1991) il self è un costrutto concettuale che ha un ruolo fondamentale nella regolazione del comportamento, sia in termini intraindividuali (information processing, affect regulation, motivation) che interpersonale;  i diversi modi di cotruire il self system e i self construals che lo compongono hanno quindi conseguenze notevoli sui nostri sistemi motivazionali; per Ledoux (2002) invece il sé coincide con il modo in cui natura e cultura hanno modellato le sinapsi di un individuo. Questa caratterizzazione, apparentemente scontata, serve a sottolineare come il sé sia un insieme di pattern dinamici soggetti a maturazione genetica, oblio, stress, malattia, invecchiamento e invita a non escludere dal self un inconscio cognitivo non strutturato linguisticamente.

Se dunque l’akrasia sembrerebbe legittimare queste concezioni deboli del self, ciò che viene immediatamente chiamato in causa è il problema dell’agentività dell’io autocosciente. Rispetto al tema della volontarietà dell’azione e della volontà (will) il fenomeno della debolezza della volontà solleva molte questioni relative al libero arbitrio  e al determinismo subpersonale; in particolare spinge a chiedersi se l’ autoconsapevolezza di dare inizio del processo causale di volizione sia parte del processo decisionale o mero epifenomeno. Il comportamento acratico mette in discussione il nostro senso di agency[5], ed il senso di agency è ciò che fonda il concetto di volontarietà. Quando cediamo ad una tentazione a dispetto dei nostri più saldi propositi siamo proprio “noi” ad agire o ci sentiamo in qualche modo agiti da istinti e pulsioni irresistibili? L’azione che compiamo consapevolmente è volontaria o in qualche modo va contro la nostra volontà?

Secondo Metzinger (2009) l’agentività è l’esperienza cosciente di avere un’intenzione accompagnata dall’esperienza di un feedback motorio, mentre l’esperienza fenomenica della volontà (o causazione mentale) è fondata su tre principi: esclusività (l’azione è causata dal pensiero del soggetto), consistenza (l’intenzione del soggetto è consistente con l’azione), priorità (il pensiero precede l’azione);  l’esperienza fenomenica della volontà è la somma di una rappresentazione di un comportamento realmente eseguito con la rappresentazione implicita di un’intenzione motoria precedente al movimento, un’associazione tra ciò che abbiamo visto fare da noi stessi con una rappresentazione precedente di ciò che avremo fatto. Di fatto però la selezione degli scopi e delle azioni corrispondenti, oltre alla costruzione delle configurazioni motorie adeguate, avviene ad un livello inconscio, subpersonale. Il cervello è un sistema fisico che cerca di fissarsi in uno stato stabile, un’auto organizzazione dinamica: il precursore inconscio di un pensiero conscio non si percepisce perché il cervello è cieco ai suoi meccanismo subpersonali e questo ci porta erroneamente a ritenere che il pensiero cosciente sia l’inizio della catena causale. L’esperienza fenomenica di agentività e libero arbitrio, legata ad una concezione di apertura del futuro e di causazione del mentale sul fisico, seppure costituzionale della nostra umanità, è negata dal principio di chiusura del mondo fisico e dal determinismo causale. Anche Wegner (2002) si associa nel ritenere che quando si forma un’intenzione (pensiero cosciente sull’azione da perseguire) l’azione è già stata decisa inconsciamente (Libet 2004); le azioni che non sono precedute da intenzioni coscienti sono percepite come involontari automatismi; l’automatismo è la regola, l’illusione di volontarietà l’eccezione; poiché l’intenzione cosciente è spesso seguito dall’azione, ci illudiamo che questa causi quella. La debolezza della volontà consisterebbe dunque nell’osservazione di una mancata correlazione tra intenzioni coscienti e azioni.

Searle (1999), osservando come la nostra esperienza psicologica della volizione sia qualitativamente diversa dalle esperienze puramente percettive o dalle azioni riflesse, ritiene che noi avvertiamo di poter decidere liberamente tra alternative diverse sia nel momento in cui decidiamo di fare qualcosa, che nei momenti successivi in cui diamo effettivamente inizio all’azione che abbiamo deciso di compiere e in cui continuiamo a fare ciò che abbiamo intrapreso. In ognuno di questi tre momenti facciamo esperienza di una sensazione di libero arbitrio e possiamo deliberare in modo cosciente. Searle ammette la possibilità deterministica che uno stato totale del cervello e del mondo al tempo t1 possa produrre solo uno stato del cervello all’istante t2 e pertanto la sensazione del libero arbitrio sarebbe illusoria. In ogni caso, invita a non cadere nell’errore di pensare che il cervello decida tutto inconsciamente con la coscienza a svolgere solo il ruolo di epifenomeno ingannato; Searle argomenta inoltre che, essendo la coscienza (quando presente) parte dello stato del cervello, contribuisce a determinarne lo stato successivo; essa cioè svolgerebbe un ruolo sistemico, in cui non si danno né causazioni top-downbottom-up.

Se si accetta come almeno plausibile la visione della mente che emerge dalle considerazioni precedenti a proposito del self, della volizione, dell’intropezione, il problema dell’ irrazionalità dell’agente, che a partire da Davidson ha preoccupato diversi filosofi in relazione all’akrasia, si rovescia piuttosto nel suo opposto, e cioè nel problema di come garantire coerenza e razionalità al comportamento di un sistema costruito su stati motivazionali molteplici e contrastanti in assenza di un controllore centrale. Le nostre funzioni cognitive di alto livello si sono rivelate poco adatte a sostenere comportamenti guidati da linee di condotta e scelte razionali in senso logico o probabilistico. Lo studio dei processi inferenziali ha ampiamente dimostrato come il ragionamento umano, nelle generalizzazioni, nel ragionamento probabilistico, nelle inferenze induttive e deduttive,  sia soggetto a limiti della memoria di lavoro, all’applicazione di euristiche che non sempre funzionano, alla specificità dei contenuti cui si applicano, alla formulazione dei problemi. Gazzaniga (2000) richiama molti esperimenti che dimostrano come la nostra razionalità possa essere facilmente tratta in inganno e ciò è prevedibile, visto che la nostra intelligenza si è evoluta per prendere decisioni in situazioni concrete. La mente umana sviluppa naturalmente moduli per fare inferenze di utilità pratica ma non è fatta per la razionalità e per la logica assolute; le procedure elaborate dalla scienza e dalla logica richiedono tempo e fatica per essere apprese; la razionalità della mente è una razionalità ecologica (Pinker 2009), una razionalità cioè che, come ricorda Dennett (1997) citando l’esempio del piviere che si finge zoppo, può stare nei comportamenti, non necessariamente nelle menti. Queste considerazioni sembrerebbero ridurre il problema relativo all’irrazionalità del comportamento akratico ad un falso problema. Tuttavia, se l’esistenza del comportamento irrazionale non è un problema una volta riconosciuta la natura irrazionale in senso tecnico del comportamento umano, la debolezza della volontà pone comunque un problema di razionalità ecologica alla psicologia cognitiva evoluzionista:  il comportamento akratico può infatti dare origine a fenomeni irrazionali molto sfavorevoli sul lungo periodo, tali da compromettere forse un rapporto costi benefici anche su una linea di difesa pragmatica dell’irrazionalità. Quando i benefici sono immediati e i costi differiti le persone tendono a prendere decisioni di cui poi si pentiranno (Berglas e Baumeister 1993 parlano a questo proposito di autolesionismo utilitaristico: cercare benefici immediati in un rapporto costi benefici sfavorevole ).  Ainslie (2001) per  spiegare i self-defeating behaviours ha eleborato un modello utilitarista che spiega il motivo per cui le scelte che pagano a breve termine possano essere preferite a scelte concorrenti che pagano di più a lungo termine (modello dell’hyperbolic discounting:  se una ricompensa a portata di mano è valutata in modo sproporzionatamente alto rispetto al suo vaslore assoluto), ed ha legato la nostra capacità di resistere alle tentazioni alla padronanza di strategie che ci proteggano da questo meccanismo. Come conciliare dunque la vulnerabilità umana all’uso di sostanze, al fumo, agli zuccheri e ai grassi in un’ottica adattazionista? Una spiegazione potrebbe consistere nel rilevare come la nostra mente si sia evoluta per funzionare al meglio in una nicchia ecologica molto diversa da quella delle società industriali moderne; la nostra mente è un prodotto dell’evoluzione attrezzata per risolvere in modo efficiente i problemi dei cacciatori-raccoglitori, condizione in cui gli uomini sono vissuti per il 90% del tempo (Pinker 2009, Diamond 1999, Dawkins 1976). Le forme canoniche e più comuni di comportamento akratico (problemi legati all’alimentazione e al fumo) sembrano avere una base fisiologica ben individuabile nello sfruttamento di meccanismi edonici un tempo adattivi con esiti disadattivi dovute alle condizioni imposte dalla società industriale. Se così fosse, l’irrazionalità del comportamento akratico sarebbe tale anche in senso ecologico.

 

Prospettive di ricerca e conclusioni

 

Come abbiamo visto, il fenomeno acratico mette in discussione la caratterizzazione della mente propria del senso comune. Il nostro stesso rimanere perplessi di fronte al fenomeno della debolezza della volontà svela una serie di pregiudizi culturali producendo una sorta di dissonanza cognitiva filosofica[6]. Del resto, la cultura occidentale ha sempre individuato nella coerenza un valore legato alla maturità ed nel dominio di sé un prerequisito per la saggezza. È dunque naturale che si sia spesso riflettuto sull’inconsistenza tra ragioni e comportamento  nei termini di un’anomalia da dissolvere o da spiegare o di una contrapposizione tra entità inconciliabili (il peccato e la virtù, nella tradizione religiosa, le pulsioni e la ragione, l’anima e il corpo, il conscio e l’inconscio, i conflitti tra scopi, i sistemi motivazionali concorrenti). La veloce rassegna dei contributi citati in precedenza, stimolata dalla critica di Dennett, rivela inoltre che il fenomeno acratico è stato per lo più affrontato con il tradizionale bagaglio concettuale della psicologia del senso comune. I problemi sollevati dal fenomeno acratico sono in definitiva quelli più dibattuti dalla filosofia della mente: il problema dell’agentività, della causazione mentale, della volontarietà, del libero arbitrio, la coscienza, l’intenzionalità, l’introspezione, il rapporto corpo-mente. Il fatto che molte di queste questioni restino sul tappeto dopo tanti sforzi dedicati alla loro soluzione rende più che mai legittime le critiche avanzate dall’eliminativismo all’approccio analitico tradizionale. Tuttavia, come riconosce lo stesso Dennett, l’impiego di abstracta quali credenze e intenzioni può produrre risultati sperimentali replicabili che forniscono alla psicologia cognitiva una base abbastanza affidabile, per quanto forse non ben fondata epistemologicamente, per trarre previsioni e operare generalizzazioni sul comportamento umano[7]. Churchland replica che anche l’alchimia consentiva in passato di fare previsioni talvolta affidabili ma che ciò non costituiva una buon motivo per rinunciare a sostituirla con una teoria migliore. Ed anche relativamente al reale valore predittivo delle scienze psicologiche molte critiche che denunciano la stagnazione della disciplina sembrano cogliere nel segno. La ricerca sul fenomeno acratico sembra confermare questo pessimismo, se è vero che non solo i problemi che solleva restano oggetto di infinito dibattito, ma anche da un punto di vista applicativo le scienze psicologiche forniscono un contributo ancora molto inaffidabile in relazione a problemi di previsione e controllo del comportamento. Nei settori applicativi dello spettro acratico per esempio, dalle discipline economiche al settore sanitario, e persino nel trattamento psicologico dei disturbi comportamentali come i disturbi alimentari, sembrano affermarsi tecniche farmacologiche o psicologiche ma ispirate a una visione pragmaticamente comportamentista, che si accontenta di produrre, quando ci riescono, certi risultati, senza preoccuparsi eccessivamente di spiegare le funzioni cognitive superiori[8]. È prevedibile però che la psicologia non rinuncierà ai suoi tradizionali strumenti fintanto che nuovi illata non si candideranno credibilmente per sostituire i vecchi. In attesa che le future scoperte delle neuroscienze alimentino nuovi spunti di riflessione mettendo a disposizione nuovi dati sperimentali, si potrebbe cercare di indicare una possibile direzione per lo studio dei fenomeni acratici, indicando quelli che potrebbero forse essere i limiti degli approcci qui analizzati. In primo luogo, riteniamo che molti contributi settoriali debbano essere ricondotti ad un quadro integrato e condotti con in mente una visione più olistica del comportamento. Per spiegare il mentale si devono integrare molti livelli, da quello subpersonale chimico e biologico a quello dell’individuo e della società (Parisi 1999); motivazioni di base legate a necessità biologiche si sommano a tendenze selezionate dall’evoluzione ai comportamenti appresi per imitazione e insegnamento.  Nel caso dell’akrasia, sottovalutare il ruolo delle emozioni, del contesto, della variazione culturale nel processo decisionale significa forse precludersi la comprensione di assi di variazione fondamentali per la risultante comportamentale che preme comprendere.

Ad un livello computazionale i problemi di regolazione del comportamento nei casi acratici spinge a riflettere su quali funzioni mentali possano essere reclutate dalle funzioni di auto-regolazione cosciente in presenza di quegli stati motivazionali impliciti che il lessico psicologico decrive con  termini non sempre chiaramente definiti (impulse, urge, craving, drive, goal, motive). Hoffmann, Friese, Strack (2009) hanno rilevato che la capacità della memoria di lavoro è un buon predittore delle abilità di self control; secondo Michel invece la capacità di resistere alle tentazioni dipende soprattutto dalla capacità di allocare l’attenzione in modo strategico per distrarsi dallo stimolo e dal tradurre questa strategia mentale in abitudine. Hofmann et al (2007) ritiengono inoltre che il comportamento possa essere controllato sia dalle attitudini automatiche che dai processi riflessivi in linea con gli standard personali che derivano da ragionamenti (self regulation resources) proposizionali di ordine più alto e che la prima modalità prevalga sulla seconda nei casi di ego depletion. Altri fattori che farebbero prevalere i processi automatici sarebbero un basso livello di abilità cognitive, lo stress emotivo (come nel caso noto di disinibizione del comportamento alimentare a scopo compensatorio), fattori contestuali e situazionali. Stroebe (2008) nota l’emergere di possibili effetti paradossali derivanti da tentativi di controllare cognitivamente comportamenti biologicamente regolati  (per es. il tentativo di regolare cognitivamente l’alimentazione indurrebbe uno stato di minore sensibilità ai segnali di fame e sazietà)[9]. Passando dall’analisi delle funzioni cognitive di controllo ai processi decisionali un limite riscontrato nella letteratura citata sembra quello di non tenere nella dovuta considerazione il ruolo delle emozioi all’interno dei processi di valutazione escelta. Damasio (2000) ha esemplificato in maniera convincente come la valutazione emotiva sia fondamentale per prendere decisioni. Le emozioni sono programmi bioregolatori della specie ed il sistema di ragionamento cosciente è profondamente intrecciato con le valutazioni emotive inconsce. Stroebe (2008) ricorda il noto fenomeno per cui in presenza di forti emozioni si ha una sensibilizzazione allo stimolo alimentare a fini edonici.  Ledoux (2002) spiega come l’emozione sia il processo implicito attraverso il quale il cervello determina il valore di uno stimolo e attiva reazioni fisiologiche e comportamentali appropriate. E tuttavia la decisione non è semplicemente il risultato di un processo di apprendimento associativo in cui conta solo il rinforzo avuto in passato, ma è un processo integrativo tra memoria, situazione, aspettative, conoscenze, valutazione emotiva dello stimolo. Nella decisione umana entrano in gioco molti aspetti che possono trascendere una visione edonistica o utilitaristica semplice o comportamentistica semplice. Sebbene la memoria implicita di appraisal valuti lo stimolo in funzione dell’esperienza passata, i pattern di attivazione neurale che costituiscono lo stato della mente nel momento della decisione sono una configurazione unica che integra molte rappresentazioni condizionate da tante variabili regolative del processo (Siegel 2009). La mediazione della componente emotiva da parte dei neuromodulatori richiede, per la comprensione dei meccanismi biologici che sostengono il comportamento acratico, l’integrazione di questo livello computazionale con i numerosi studi che indagano per esempio il ruolo della ruolo della dopamina nei processi di apprendimento[10], o il ruolo funzionale svolto nel processo decisionale da specializzazioni anatomiche del cervello (per esempio gli studi sul ruolo dell’amigdala). Sebbene gli uomini non siano creature solo skinneariane, sono tuttavia anche creature skinneriane. La modificabilità attraverso stimolo-rinforzo presente nei vertebrati semplici esiste anche in noi (Dennett 1997), dunque non sarà inutile ai fini della comprensione delle inconsistenze acratiche interessarsi agli studi che riguardano l’apprendimento per rinforzo[11]. Per quanto esseri capaci di razionalità, in un tipico tempting scenario, l’inclinazione a eseguire o non eseguire un comportamento edonico a scapito di un restraint standard è indissolubilmente legata alla learning history dell’organismo (la storia dell’associazione tra stimoli e affective reactions presente nella memoria a lungo termine) che determina sia il valore di incentivo di uno stimolo che una previsione di ricompensa legata ai tipi di comportamento possibili in quel contesto. Questo ci introduce ad un altro asse di varazione, il contesto appunto. Il pensiero si verifica sempre all’interno di un contesto situazionale, la cognizione è incomprensibile se isolata dai fatti della vita (Cole 1998). La nostra concezione del comportamento come prodotto dell’individuo e dei suoi stati mentali privati è limitante e risente di una costruzione  ideologica della mente ispirata al soggettivismo e all’individualismo la cui genesi diversi autori si sino incaricati di ricostruire nel pensiero occidentale (Elliott 2001). I fattori contestuali e situazionali sono determinanti nella prevedibilità del  comportamento impulsivo. Hoffmann, Friese e Strack (2009) sottolineano come il self control outcome scaturisca dall’interazione di precursori del comportamento di tipo sia impulsivo-automatico che riflessivo (standard di condotta, valutazioni deliberate) con le condizioni di contesto, di tipo situazionale (capacità cognitive disponibili, stato organico di bisogno ecc.) e disposizionale (es. capacità della memoria di lavoro); il caso del fallimento delle diete è paradigmatico: nelle società moderne l’atto di mangiare è spesso indotto d una risposta edonica automatica a stimoli visivi del cibo più che dalla regolazione omeostatica della fame.

È evidente che la comprensione del comportamento acratico, ricondotto ad ambiti specifici quali per esempio problema dell’alimentazione, chiama in causa fattori sia contestuali che socio-culturali. Se l’antropologia ha bisogno di una scienza della mente (Shore, 1996), la scienza della mente ha bisogno di un’antropologia. I ¾ dello sviluppo del cervello avvengono nell’ambiente culturale. La mente scaturisce dalla relazione tra un sistema nervoso e fonti estrinseche di attivazione e la sua plasticità sociale ne è un fattore costitutivo (Schweder 1984). Queste considerazioni ci impediscono di affermare che esista una mente uguale per tutti riempita di contenuti variabili culturalmente (metafora della mente recipiente); Cole (1998) tra gli altri, ricorda che lo studio del comportamento e della mente deve essere cross-culturale, altrimenti si può scambiare per universale un principio che non lo è, come nel caso tipico delle ipergeneralizzazioni basate su osservazioni ristrette alle società industriali[12]. Se la mente è collocata fuori dalla testa, nella vita sociale, la scienza cognitiva è un’impresa etologica (Geertz 1973). Markus e Kitayama (1991) concepiscono il self system come uno schema costruito culturalmente e pertanto culturalmente variable, sia in termini geografici che lungo gli assi di variazione sociale e sessuale.  È tipico della psicologia occidentale riferirsi agli stati interni, agli attributi e ai tratti individuali per spiegare il comportamento, trascurando le componenti situazionali e sociali; il modello di self occidentale è individualista, autonomo, separato, egocentrico, concepito come relativamente invariante; gli autori contrappongono a questo modello un modello orientale in cui, tra le altre differenze, le autodescrizioni si basano su comportamenti concreti più che su tratti caratteriali o motivazioni individuali e in cui i comportamenti sono sempre interpretati alla luce della situazione, che diventa il terreno privilegiato per la spiegazione e la previsione del comportamento, anche in termini introspettivi. Questi ed altri condizionamenti culturali (la scarsa considerazione per il contesto situazionale, la nostra tendenza a vedere il comportamento come risultante di tratti stabili dell’individuo) potrebbero essere all’origine anche della  nostra difficoltà a comprendere i fenomeni acratici, laddove variabili culturali potrebbero influenzare i processi di valutazione dello stimolo, i processi decisionali, le condotte socialmente accettabili,  le strategie di autocontrollo ecc. Per finire, un altro settore di ricerca da non trascurare nello studio integrato del fenomeno acratico potrebbe essere quello linguistico; il linguaggio è un artefatto che provoca cambiamenti qualitativi e quantitativi nella cognizione e potrebbe avere un ruolo non secondario nella regolazione del comportamento[13]. Clark (2003) per esempio, argomentando a favore della tesi generale che le tecnologie cognitive (software agents esterni o internalizzati) sono parte della nostra intelligenza e della nostra mente (sistema cognitivo esteso o mente estesa) individua nel linguaggio l’artefatto interiorizzato fondamentale; il linguaggio cambia la mente umana potenziando la sua capacità di ragionamento astratto finalizzato al problem solving e alle funzioni di coordinazione e controllo; la pianificazione esplicita di solito è linguisticamente fondata e altera il centro dell’attenzione e permette di ridurre il carico cognitivo di continui ripensamenti e scelte.

 

Epilogo

 

Consideriamo questo scenario: il signor Acratico ha scoperto di avere valori elevati di colesterolo e ha deciso di non mangiare più dolci. La sera stessa, pranzando con i genitori, non resiste all’invito premuroso dell’anziana mamma ed acconsente a mangiare l’ultima porzione di crostata. Un po’ scontento dell’accaduto, ma pronto tuttavia aricondurre il proprio gesto ai doveri della riconoscenza filiale, si ripromette di non scendere più a compromessi e si ferma al negozio di alimenti biologici per comprare fiocchi d’avena. Prima di dormire, il signor Acratico si interroga di nuovo e si scopre più che mai determinato a cambiare radicalmente abitudini alimentari. Al mattino, dopo essersi alzato dal letto si specchia, si trova un po’ in sovrappeso e rafforza il proposito di regalarsi una sana colazione a base di avena. Ma quando finalmente entra in cucina viene investito da un irresistibile odore di caffè e dal profumo dei muffin al cioccolato che sua moglie ha appena sfornato. E mentre un feedback metabolico segnala un vago senso di fame, l’elaborazione subliminale dello stimolo si prepara ad innescare una cascata di eventi neurali e fisiologici orientati all’azione. Il loop abituale è pronto per essere agito di nuovo: segnale, routine, gratificazione; il sistema dopaminico prepara un’aspettativa di “ricompensa” e la mente traduce ancora: “ultima fetta!”.

Deluso ma non arreso, il Signor Acratico inizia a giustificare a se stesso i motivi della nuova imprevista “caduta”.

Oppure no. Il Signor Acratico, agente e paziente dei propri comportamenti, attore-spettatore delle proprie azioni, questa volta resisterà alla tentazione e stoicamente ignorerà il muffin, condizionando l’esito della partita tra sé e sé a proprio favore.

Ammesso, naturalmente, che si possa parlare di un sé, o che esistano cose come dei alle quali sia sensato riferirsi.

 

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Note

 

[1]  Recentemente Horton (1999), discostandosi dalla linea interpretativa prevalente, ha criticato la descrizione paradigmatica del fenomeno per proporre un’interpretazione della “debolezza della volontà” più vicina al senso comune; considerando le risoluzioni (resolutions) come un tipo particolare di intenzioni di agire che impegnano l’agente a non riconsiderare in futuro la decisione presa alla luce di prevedibili tentazioni, Horton definisce la debolezza della volontà come fallimento dell’agente nel persistere in una risoluzione; propone quindi una convincente distinzione tra weakness of will (incapacità di mantenere le proprie risoluzioni) e akrasia (inconsistenza generata da un comportamento non conseguente rispetto a ciò che si ritiene migliore), che tuttavia qui non seguiremo.

 

[2]  Queste affermazioni potrebbero spingere a chiedersi cosa significa che due persone hanno la stessa credenza. Secondo Dennett, avere la stessa credenza significa avere cervelli che si trovano in condizioni fisiche molto diverse ma in grado di produrre causalmente gli innumerevoli comportamenti tali da giustificare l’attribuzione di una credenza simile. La stessa credenza può essere attribuita in base a innumerevoli stati cerebrali diversi, reali o potenziali, ovvero la teoria dell’atteggiamento intenzionale è neutrale rispetto all’implementazione.

 

[3]  Le ricerche degli autori che seguono, a differenza delle precedenti, non si occupano in modo specifico di fenomeni acratici ma contengono riferimenti di varia estensione alla debolezza di volontà.

 

[4]  Diversi autori cercano di radicare la concezione del self autoriflessiva e autobiografica a funzioni cognitive  di ordine inferiore; il body schema (sistema inconscio di regolazione dei processi senso motori che può servire azioni intenzionali anche automatizzate), il body percept (l’esperienza percettiva soggettiva del proprio corpo) la body image (il senso di proprietà del proprio corpo, compromesso selettivamente nei casi di neglect) per Gallagher (2003); il proto sé, il sé nucleare per Damasio (2000); il modello fenomenico del sé fondato sull’agentività intenzionale per Metzinger (2009).

 

[5]  Gallagher (2003) ipotizza che il comando motorio possa essere accompagnato da una copia efferente del segnale motorio diretta a un sistema di automonitoraggio; quando il sistema rileva questa copia del segnale in presenza di un feedback visivo-sensoriale del proprio movimento esperisce un senso di ownership (questo è sufficiente a spiegare l’azione non volontaria); l’azione volontaria presuppone invece un sistema di monitoraggio precedente al comando motorio; il senso di agency sarebbe dunque un senso di controllo anticipato del comando motorio, e come tale, il senso cosciente di agentività, fondativo del mio giudizio di intenzionalità dell’azione, potrebbe essere un’esperienza accessoria generata dal cervello.

 

[6]  A partire da Festinger (1956), la dissonanza cognitiva è stata caratterizzata come sensazione spiacevole che ha origine nel rilevare una contraddizione nelle proprie credenze o nel raccogliere informazioni in contrasto con una propria credenza; nel caso dell’akrasia la contraddizione nasce dal fatto di credersi padroni del proprio comportamento e nel rilevare invece che non riusciamo ad auto-controllarci.

 

[7]  Per esempio, esperimenti replicabili in laboratorio dimostrano che il controllo degli impulsi produce un dispendio cognitivo misurabile, che esercitare la forza di volontà in un compito la comprometta nelle prestazioni successive (ego depletion) e che il fenomeno dell’ego depletion si riduce con l’esercizio della forza di volontà; Baumeister, Muraven, Tice (1998) hanno paragonato la capacità di esercitare self-control ad un muscolo che si affatica con l’uso. Se il pregio di queste ricerche è di contribuire alla comprensione di dinamiche osservabili che rendono il comportamento più prevedibile, è altresì evidente l’impiego di un bagaglio teorico metaforicamente fondato sul senso comune e una scarsa comprensione delle cause che spieghino le correlazioni osservate.

 

[8]  Gli interventi per aumentare il self-control (behaviour change intervention) possono essere  di tipo più cognitivista o comportamentista. Tra i primi ci sono gli approcci diretti a bloccare le strutture impulsive e le associazioni automatiche attraverso processi consapevoli come l’implementazione di piani di azione del tipo se… allora o la ridefinizione cognitiva delle emozioni, tecniche che agiscono sulla capacità di dirigere l’attenzione o distoglierla dallo stimolo, tecniche per rinnovare i propri obiettivi nella memoria di lavoro, cambiare le strutture riflessive (Friese, Hoffmann et al). Sul versante opposto si collocano invece approcci come la terapia breve strategica sviluppata dalla scuola di Palo Alto e Paul Watzlavick (in Italia, Nardone).

 

[9]  Per una trattazione filosofica dei self-control devices contro l’akrasia cfr. Wegner (2002) (poiché ogni scelta ci dà una previsione delle scelte future che faremo siamo motivati a non cedere alle tentazioni affinchè non si creda che in futuro cederemo di nuovo) e Nozik (1993) che riflette sulle strategie (privarsi dell’accesso allo stimolo o della possibilità di scegliere, prendere un impegno pubblico, auto-imporsi dei costi, manipolare l’attenzione, creare una formazione reattiva – odiare per non amare – ) e sui principi personali come strumenti di esclusione delle alternative (“nelle situazioni di scelta, non considerare opzioni reali le azioni che violano i tuoi principi”; “adottando un principio noi erigiamo un’azione particolare a simbolo di molte altre e in tal modo modifichiamo la sua utilità o disutilità”).

 

[10]  Il rilascio di questo neurotrasmettitore ai gangli della base indotta da uno stimolo è un segnale di rinforzo che seleziona il comportamento che precede lo stimolo; un agente flessibile in un ambiente imprevedibile deve effettuare scelte traducibili in termini di costi. L’agente dispone quindi di sistemi di orientamento (valutazione) che in base alla memoria dell’esperienza passata e al feedback presente emettono segnali di previsione della ricompensa attraverso i neuromodulatori, in particolare la dopamina; scariche e pause nella produzione della dopamina (burst dopaminici) segnalano il valore della ricompensa ottenuta in relazione a quella attesa; nel caso in cui questa segnalazione riveli che la ricompensa era maggiore o minore di quella attesa (“segnale di errore di predizione della ricompensa”) il comportamento messo in atto viene “valutato” positivamente o negativamente e sale o scende nella scala dei valori (Montague 2006).

 

[11]  Intendo apprendimento per rinforzo come imparare a fare azioni legate a ricompense.

 

[12]  Per una critica alla psicologia etnocentrica ed un interessante analisi della concezione orientale e occidentale del self cfr. Nisbett (2003).

 

[13]  Sul ruolo del linguaggio come strumento regolativo interiorizzato cfr. Vigotsky 1962.

 

Fabrizio Gambassi Docente di lettere al Liceo “Galilei” di Siena, dopo la laurea in storia della critica letteraria e la specializzazione per l’insegnamento ha svolto studi di linguistica, filosofia della mente, psicologia, scienze cognitive, didattica.