La solitudine dell’ultimo della classe

di Monica Tappa | Pdf

 

Sono sette le “lettere di un cattivo studente” contenute nel piccolo libro edito da Camelozampa, scritto e pubblicato in Francia nel 2016 e tradotto per la piccola casa editrice padovana dalla stessa autrice, Gaia Guasti. Nessuna sorpresa sul protagonista, che viene svelato già nel titolo: la voce narrante, la mano che immagina di scrivere sette lettere, è quella di uno studente che a scuola non va bene, anzi, si che autodefinisce “il peggior studente della classe e a volte anche di tutta la scuola”.
Questo piccolo libro (piccolo davvero, sta in una tasca ed è apparentemente leggero e fragile e trasparente come le vecchie buste da inviare per via aerea di una volta cui rimanda la copertina rigida ma che contenevano vita e ricordi e speranze e sogni) sta tutto qua. E una voce sola, un monologo a scena aperta, una “confessione” pudica, discreta, e sussurrata di pensieri ed emozioni di un “buono a nulla”.

Cosa prova un ragazzo già etichettato, già dato per scontato, già banale e prevedibile nei suoi pessimi compiti, nelle sue interrogazioni mute, nei suoi comportamenti incoerenti, aggrovigliati, al di là del giudizio sommario di adulti e coetanei? Di cosa ha o avrebbe bisogno quel ragazzo per smettere di stringere la mano alla frustrazione, al senso di fallimento, all’ansia, allo smarrimento, all’abitudine e alla rassegnazione per quella maschera di “pessimo studente” che si è (trovato) appiccicato addosso?
Pur presentando, tra le righe, una potente, e inevitabile, critica al sistema scuola, soprattutto nella lettera che viene inviata “al Ministro della Pubblica Istruzione”, ciò che colpisce, in questi soliloqui, è proprio quel senso di arrendevolezza, di disamore, di distacco, di acquiescenza, di delusione, tanto che quasi sembra giustificare (anzi, ne sottolinea la parziale giustezza, in più occasioni) gli sberleffi degli insegnanti, i tradimenti dei compagni, le punizioni dei genitori. C’è tutta la descrizione del dolore quando viene spinto giù, sempre più giù, nel profondo, fino a non sentirlo più, fino a volersene dimenticare, in queste righe, in questi racconti di quotidianità, in questi frammenti di solitudine, in queste frasi slabbrate dove sfugge, a volte, sommesso, un gemito, subito trattenuto. “Non fare gli stessi errori. Applicati a scuola. Mettici della buona volontà. E quando non capisci, alza la mano e non avere paura di chiedere” scrive ad un certo punto alla sorellina, prima che le frasi graffino “l’interno del cranio” e sia magari troppo tardi, aggiunge.

“A voi non capita mai di sentirvi incapaci?” chiede invece ai genitori, dopo aver immaginato la scena della presentazione della pagella in anticipo, fotogramma per fotogramma, “in modo da non arrivare impreparato” perché “io non mi abituo. Mai”. Anche se “Ovviamente faccio finta di fregarmene”. E la scrive la risposta, la sua risposta: “Lo so perfettamente come vi sentite. Vi sentite che quando tornate a casa, avete solo voglia di non pensare più a niente, né ai vostri problemi, né ai miei”.

Delusione e rabbia. Il dolore rappreso, il muro della solitudine. “Non sei una carogna, Eleonora, e sei tutto tranne che scema. Ma sei ruffiana. Con due effe” scrive alla compagna rappresentante di classe secchiona che sembra provare gusto a raccontare il “caso disperato” a tutti, dopo il consiglio di classe. E non si può forse leggere una radice di quel bullismo di cui tanto si parla e che spesso si liquida con un “è sempre stato così” in questo comportamento? E il “rispetto reciproco” vale forse, come sembra a volte, da una parte sola?

Una lettera è rivolta anche all’insegnante che ha insistito per il cinque in comportamento “come avvertimento”. Una scelta che pesa come un macigno, come se non fossero bastati i brutti voti nella pagella di questo ragazzo che descrive, in questa missiva, uno dei tanti insegnanti stanchi e disillusi, amareggiati e prosciugati che troppo spesso si incontrano nei corridoi delle nostre scuole. Non un’accusa. Una considerazione oggettiva. Uno sguardo che è di compassione, di comprensione. Uno sguardo rivolto all’altro, come a specchiarsi le ferite e le paure.

Non manca, in questo piccolo scrigno di ritratti direi “archetipici”, la figura del personaggio positivo, Caterina, la “maestra che mi ha fatto piacere la scuola” ricorda il nostro cattivo studente, quella che indica una possibile via d’uscita, la possibilità di cambiare scenario, di scendere dalla giostra senza “aspettare che le cose cambino per miracolo”, imparando a chiedere aiuto. Quell’adulto che si sa mettere nella posizione di saperla riconoscere e accogliere, una richiesta di aiuto.

Sì, certo, si intravedono, tra gli altri, Don Milani e Mario Lodi, tra le righe. E sì, certo, è un piccolo libro. Sintetico, essenziale, apparentemente semplice. A saperlo ascoltare però il respiro si fa ampio, la narrazione va oltre le parole scritte. Grazie al suo essere “minuto”, breve e compatto, si presta a essere suggerito per letture individuali e laboratori in classe. Lettere di un cattivo studente non ha certo la presunzione di presentarsi con la possenza di un grande albero secolare, ma si tratta piuttosto di un piccolo seme che può sorprendere e stupire con i suoi germogli.

Gaia Guasti, Lettere di un cattivo studente, collana Gli Arcobaleni, Camelozampa, Padova 2017.

 

Monica Tappa Giornalista professionista, attualmente vive in un borgo in sasso dell’Appennino modenese, ai margini di un bosco, collabora con la Gazzetta di Modena, in particolare per la realizzazione dell’inserto settimanale Zero14, dedicato al mondo dell’infanzia, e cerca di condividere bellezza anche organizzando incontri, laboratori e corsi con autori, formatori, educatori.