Ildegarda di Bingen, symmista Dei

di Maria Alessandra Soleti | Pdf

 

Non poteva non prendere la parola. E allora lo fa “a occhi aperti”, con i “sensi interni” vigili, attraverso ogni genere di espressione e tonalità della voce. Non poteva Ildegarda di Bingen (1098-1179) tacere quanto udiva, vedeva e comprendeva, eppure nell’età di mezzo più lunga della storia, lo spazio riservato alle donne era dettato dal silenzio, osservato come una regola virtuosa nella vita monastica, anche se la visionaria lo infrangeva con cura e discretio per far udire quanto aveva appreso nell’ombra della luce vivente. Una conoscenza che alle parole si apre e si fa profetica, una fiamma che attraversa il corpo e illumina ogni campo del sapere, per cui colei che se ne fa canale di mediazione si esprime con il canto e con i versi, nelle vesti di magistra, profeta, medica. Altrimenti tacere avrebbe significato “disobbedire” alla voce divina.
Più volti di una figura “eccezionale” che Michela Pereira ha ritratto nel suo ultimo lavoro, lasciando trasparire la familiarità con il pensiero della badessa e con la sua variegata produzione. Dopo una prima riflessione su “maternità e sessualità femminile” in un saggio del 1980, l’autrice ha perseguito gli studi sulla visionaria di Bingen, realizzando nel 2002, insieme a Marta Cristiani, la prima traduzione italiana integrale del Liber divinorum operum: a cominciare dall’ultima delle opere profetiche, quell’incontro tra due donne così distanti si è rivelato un confronto appassionato durato decenni, su più piani e da diverse prospettive. Dopo quarant’anni dalle prime letture, la studiosa decide di darle nuovamente la parola in un volume nelle cui pagine intende condividere una visione più ampia e policentrica lasciando che la badessa racconti di sé e da sé; realizza così un raffinato montaggio di traduzioni, con la destrezza di chi maneggia la scrittura profetica da tempo. L’autrice ne ha modellato un ritratto a beneficio di un ampio pubblico, dando dignità filosofica a testi finora relegati nell’agiografia o riservati ad una ristretta cerchia accademica, restituendo spessore ad ogni aspetto del suo sapere, fino a risultarne un quadro godibile per completezza e fruibilità. Un approccio già sperimentato anche nel trattare altre figure (Porete, Lullo), ma che si manifesta in tutta la sua ampiezza nel ritrarre l’esperienza e il magistero della “sibilla renana”.
Chi si aspetta una dissertazione accademica può restarne appagato solo in parte, perché indiscusso è il valore scientifico di queste pagine, ma non è soltanto un saggio storico, tanto meno un apologetico ritratto della visionaria, di cui mostra forza e limiti. Non è soltanto la storia di una stra-ordinaria donna medievale, che ai potenti osava rivolgersi finanche con toni minacciosi. È sì un possibile strumento per accedere ad un altro modo di conoscere, ma soprattutto è un incontro diretto e guidato con una voce profetica, spogliato da qualsiasi interpretazione stereotipata.
La poliedricità della figura e della sua cultura sapienziale tramanda un modello che ancora oggi ha molto da insegnare: non a caso nel sottotitolo e nel capitolo conclusivo è presentata come “maestra del suo e del nostro tempo”. Una badessa che parla di sessualità e descrive il piacere corporeo, che non esita a far adornare le sue consorelle, che loda Dio con il canto e guarisce con le piante e le pietre, zoologa e predicatrice: sagome che prendono forma dalle sue parole e dai suoi scritti, estratti scelti e tradotti – molti i brani finora inediti resi accessibili in italiano nel presente volume, dove la stessa profetessa ripercorre la propria esperienza visionaria sin dal suo primo manifestarsi durante l’infanzia. Non tanto una “bambina ribelle” (assente nei recenti albi illustrati attenti al “gender” dove non compare mai nessuna religiosa del passato), quanto una “vergine indomita”, magistra (1138, anno in cui subentra alla guida del monastero di Disibodenberg) prima ancora di iniziare ad incidere la voce con la penna (1141, anno della prima opera profetica); una donna ostinata in tutte le varie fasi della sua formazione, dal ritiro in solitudine al gesto di scrittura fino all’intervento nelle vicende ecclesiastiche e politiche del suo tempo (dura la critica a chi aveva ridotto la Chiesa ad una nobile dama dalle vesti logore e dal volto insudiciato, pp. 23-24). In ogni tappa della sua biografia però non è mai del tutto sola, se non nell’esperire il sapere attraverso le visioni (“le cose che non vedo, non le conosco, perché sono quasi priva di istruzione”, p. 20), immersa in una vita monastica comunitaria e sempre affiancata da figure guida. Da principio affidata a Giuditta, alla sua morte diventa magistra riconosciuta tale dalle consorelle, poi sostenuta dal monaco Volmar e infine da Ghiberto di Gembloux: se l’organizzazione della vita monastica è indicativa delle capacità di guida e di governo della madre spirituale, la sua produzione è frutto di un sapere collaborativo, che si alimenta nella relazione con Dio e con la comunità tutta. Un aspetto che emerge in vari passaggi del volume, ma è evidenziato e si fa tangibile soprattutto nella produzione epistolare: prendere la penna è un gesto che non resta confinato nella solitudine, che richiede autorizzazione e collaborazione affinché il messaggio sia reso pubblico e abbia risonanza politica. In particolare Pereira tiene a precisare come la corrispondenza medievale non avesse valore privato né restasse confinata alle fondazioni monastiche, ma permetteva una circolazione delle idee che ne oltrepassa le mura e si faceva pratica agente nella trama del suo e del nostro tempo.
Dalle descrizioni riportate in vari passaggi scritti, i monasteri si rivelano essere centri attivi e autonomi, dove l’attività manuale affiancava la preghiera e la meditazione, l’accesso al sapere passava dalla liturgia alla copiatura di manoscritti, dalla conoscenza pratica della natura al rapporto diretto di produzione e coltivazione (come si legge nella lettera di Ghiberto da Rupertsberg, pp. 147-148). Modelli di insegnamento collaborativo, che da allora giungono ad oggi, attraverso testimonianze scritte redatte in modo comunitario. Nulla è trasmesso da una cattedra, le figlie spirituali ascoltano le parole della loro maestra, registrate dal monaco che la affianca e le riporta fedelmente. Già autore della Vita di Giuditta, il monaco Volmar annotava e rendeva “in un latino grammaticalmente corretto quanto lei diceva, senza aggiungere, togliere o modificare” (p. 31). Con il suo confratello, segretario, consigliere si instaura un rapporto di fiduciosa collaborazione che si coglie nel termine symmista, lo stesso con il quale le si rivolge in una lettera in quanto “collaboratrice di Dio” (symmista Dei). Una indicazione intraducibile, che evoca la complicità, la condivisione intima e la performatività del rapporto di insegnamento, che ha molto da dire al modo di intenderlo attualmente nelle scuole.
Eppure lei stessa svuota questo contenitore linguistico dal “peso” del contenuto, affida la sua parola ad altri/e senza sottrarsi al compito di cui è investita. Lascia che tutte le sue filiae partecipino alla confezione delle sue opere, anche se non le nomina singolarmente perché solo la voce divina possa risuonare e ammaestrare. Anche Riccarda von Stade, sua allieva prediletta affidatale dalla famiglia ancora giovanissima, aveva partecipato alla stesura della prima opera profetica, lo Scivias, nella quale Ildegarda presenta sé come “timida per parlarne, semplice per darne spiegazione, incolta per scriverne” (p. 35), così anche nei più maturi scritti successivi si definisce una paupercula feminea forma, illetterata al punto che a lungo si era rifiutata di scrivere. Ancor più ostinata però nel bisogno di dire quanto vedeva e udiva, tanto da ammalarsi, non le restava che cedere alla “costrizione” della parola. Lei che altrove si presenta come “povera donnetta” che simile ad una piuma vola da sé senza umano sapere (Epistola a Oddone, p. 41), prende la penna per scrivere ai papi e ai potenti del tempo – nella lettera a Anastasio IV chiede la riforma della Chiesa (pp. 67-70), nella epistola a Corrado III esprime preoccupazione per quei tempi di crisi (pp. 71-72) – fino alla massima personalità spirituale del tempo, Bernardo di Chiaravalle, cui si rivolge come “misera e più che misera col mio nome di donna” (p. 54) nella missiva in cui spiega il compito da cui è investita e al quale non può sottrarsi (p. 55 “ […] apprendo soltanto a leggere in assoluta semplicità, senza analizzare il testo. Ecco su questo rispondimi, che cosa te ne pare, perché sono una creatura priva di istruzione, dato che non ho avuto insegnamenti esterni, e tuttavia l’insegnamento mi è stato dato all’interno della mia anima.”).
Non “possiede” la conoscenza, non la percepisce in sogno, né in stati deliranti ma dice di riceverla “come fiamma che non brucia ma riscalda”, da sveglia e con la mente sgombra (p. 36). Non è una estatica, si fa semplicemente canale di trasmissione perché la profezia “non è tale se non viene comunicata” (p. 35): in una simile relazione di apprendimento non è indispensabile la fede ma la disposizione all’ascolto. Ennesimo aspetto che riconduce il suo magistero all’oggi, finanche come modello di necessaria disobbedienza alla legge degli uomini quando quella interiore ingiunge di seguire altre vie riconosciute come sapienziali.
Nella seconda parte della sua esistenza l’attività di predicazione, allora non ammessa per le donne, avvalora la definizione di “badessa del mondo”, distanze che attraversa idealmente con una fervida corrispondenza e fisicamente fino a raggiungere luoghi distanti dalle sue fondazioni, cavalcando le indicazioni della luce divina – momento su cui si chiude la pellicola Vision che ne ritrae la prima parte della biografia. Non esita a rivolgersi con toni aspri e autorevoli ai potenti del tempo (v. lettere ai prelati di Magonza), ormai legittimata nella sua missione dalle approvazioni di Bernardo (p. 56 “ho cercato rifugio nella tua anima, affinché, rispondendomi, tu mi riveli se pensi che io debba dire queste cose pubblicamente o se devo restare in silenzio”) e di papa Eugenio III, incastonate in traduzioni che arricchiscono l’armonia del testo in senso polifonico, con il controcanto di chi ha udito e interloquito con la profetessa.
Il suo messaggio è accolto come ispirato e dettato direttamente dal divino, che agisce con il nome e le vesti di Sapienza: un volto femminile del sacro mostrato da Pereira in una delle visioni del LDO, che si riflette anche nella relativa miniatura, al di là dei significati metaforici e al di qua delle declinazioni grammaticali (LDO III.3.2). Non solo le virtù hanno abiti femminili, ma il soffio che spira nel corpo e nell’anima, la “Ruah”, ha un ruolo e una declinazione pari a quella di Sapienza nella creazione, atto visualizzato con tratti cinematografici come una “gravidanza divina” che si manifesta in una sorta di “parto” (p. 97) di grande impatto visivo.
Prima ancora che il movimento beghinale animasse le strade d’Europa e che l’Anima di Margherita dialogasse con Amore fino a morirne – dall’interno del suo reclusorio Giuliana di Norwich non aveva ancora mostrato il volto materno di Dio – tre secoli prima della Città costruita dalla Pizan e abitata dalle dame virtuose della storia, la badessa aveva messo in scena la sconfitta del Demonio a opera delle Virtù divine (Ordo Virtutum): un’eredità che ha attraversato la storia ed è giunta fino ad oggi come modello di cultura sapienziale.
La sua parola è maneggiata con cura e sapienza da chi ne ha attraversato ogni suono e segno. Un concerto che Pereira restituisce, preservandone le sfumature e la sinfonia. Scandaglia le singole note e i possibili significati, senza nascondere il rinnovato stupore e la gratitudine per i precedenti contributi attinti dal movimento delle donne. Ultimo ma pericolosamente non trascurabile il riconoscimento di Ildegarda come “Dottora della Chiesa”, dopo otto secoli dalle prime proposte di canonizzazione. Un titolo interpretato in queste pagine come espressione della necessità di un magistero femminile piuttosto che come apporto all’indagine sul suo pensiero e alla diffusione di un modello altro, a volte condizionato da letture agiografiche, da cui l’autrice del volume “depura” la sua ricerca, sebbene non tralasci nessun contributo bibliografico di tipo filosofico, medico, artistico, musicale, cinematografico nella ricostruzione di una figura così complessa e sfaccettata, dirompente e controversa.
Al tavolo della storia, già un’artista contemporanea, Judy Chicago, l’aveva fatta sedere tra una regina e una strega, altri ne hanno poi fatto un’icona pop, né mancano rivalutazioni dei rimedi enunciati nelle opere naturalistiche (Physica, Causae et curae) che ne fanno una guaritrice e riletture New Age del suo pensiero, eppure la discretio (la misura e il discernimento) regola non soltanto la medicina ildegardiana ma l’interazione fra microcosmo (corpo anima e spirito nell’essere umano) e macrocosmo. Una sinfonia che trova nella musica una forma di espressione ancora più incisiva del linguaggio concettuale, pratica quotidiana della vita monastica il canto giunge oggi con immediatezza alle orecchie di chi si mette in ascolto. Un’eredità che filtra in chi è venuta a contatto con la sua traboccante parola, né sono da meno le immagini che accompagnano i manoscritti, miniature preziose dove la carismatica è ritratta al margine di splendide iconografie che raffigurano la sua visione dell’uomo e del cosmo (un uovo nella Scivias, che diventa un cerchio [rota] nel Liber divinorum operum dal prezioso manoscritto custodito nella Biblioteca di Lucca, immagini visibili nelle tavole inserite nel volume).
Dopo aver accompagnato il lettore attraverso “le vie della conoscenza” ildegardiana (sci-vias; “apprendi le vie”, p. 31), percorse in modo diretto ma guidato, non resta che congedarsi proprio con un canto che chiude il volume e invita a fruirne in una delle tante registrazioni che circolano nel mercato discografico e in rete, perché il nutrimento percorre vie imprevedibili, a volte poco ortodosse. Allora come oggi, il sapere non resta confinato tra le mura di un monastero, tanto meno di un’aula scolastica e/o accademica ma si trasmette in maniera sapienziale, in un circolo vitale e “verdeggiante” di idee. Quello di Ildegarda permane però come un prezioso modello di magistero femminile, non imitabile ma ripercorso da Pereira con uno sguardo “pulito” sul passato e “altro” sul presente, per restituire un ascolto spregiudicato e puntuale delle fonti, come la stessa visionaria ha insegnato. Alle consorelle e figlie, a chi ne ha ereditato gli ammonimenti, alle contemporanee che ne trasmettono la memoria con la stessa viriditas che ha infiammato quella maestra di sapienza. Non resta che “cedere” il passo alla sua parola che già allora non poteva essere taciuta e che tuttora incalza e costringe all’ascolto, perché un altro magistero sia possibile.

Michela Pereira, Ildegarda di Bingen: Maestra di sapienza nel suo tempo e oggi, Gabrielli editori, Verona 2017.

 

Maria Alessandra Soleti si è laureata in Filosofia all’Università di Siena, con la discussione di una tesi su Margherita Porete che ha vinto il Premio “Grazia Zerman”, mentre la pubblicazione di tale ricerca ha ricevuto il Premio “Paese delle Donne” per la saggistica (Il Poligrafo, 2012). Dopo aver lavorato in campo editoriale come redattrice, ha conseguito il dottorato di ricerca con una dissertazione su Christine de Pizan, elaborata in parte all’estero. Ha pubblicato diversi saggi su figure femminile tardo medievali. Gli studi di genere sono approdati ad un Master, in occasione del quale ha iniziato a collaborare con la rivista “Noi Donne” (2012). Prosegue le proprie attività tra editoria e ricerca.