Decirlo bonito: tre incontri di amore, morte e poesia

di Angelo Miramonti

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Il mio viaggio con la “Poesia dal Vivo” è stato segnato da tre incontri che mi hanno convinto della profondità di questo percorso di bellezza e guarigione. Il primo è avvenuto a Cali, in Colombia, in un vasto insieme di quartieri popolari chiamato Distrito de Agua Blanca, dominato dal narcotraffico e dalle “frontiere invisibili” tra bande rivali, dove gli adolescenti vivono una quotidianità di violenza e abbandono. In questo quartiere incontro Luis Enrique Amaya, poeta e animatore sociale di Lima, che mi parla di un metodo di poesia comunitaria che aveva creato anni prima con i suoi collaboratori1. Luis conduce un laboratorio di poesia con gli adolescenti del quartiere, dove spiega che questo metodo prevede due fasi. Nella prima, il poeta intervista un passante, un membro della comunità, e gli chiede di parlargli di una persona per lui importante (un familiare, un amico, un amante). Nella seconda, il poeta si allontana per circa dieci minuti e compone una poesia dedicata alla persona scelta dal passante. Quando ha finito, il poeta regala la poesia all’intervistato, chiedendogli di regalarla, a sua volta, alla persona cui è dedicata.

Durante il laboratorio, Andres, un ragazzino di tredici anni, alza la mano e domanda: “professore, ma…, se, per esempio, si ferma un ragazzo di qui, uno del quartiere, e mi chiede di scrivere una poesia per un suo amico col quale giocava quando era piccolo, ma che ora è passato con un’altra banda, un ragazzo che già non è più suo amico…, e mi dice che se domani si incontrano potrebbero anche accoltellarsi, io cosa faccio? Luis gli risponde pacatamente: “scrivi una poesia per la persona che l’intervistato ha scelto. L’intervistato può dire al suo ex amico tutto quello che sente, bello e brutto. Nella tua poesia tu scriverai le stesse cose che ti ha detto, ma attenzione: devi dirle in modo bello, cercando metafore, esprimendo esattamente quel che ti ha detto, ma mettendolo in un’altra luce”.

Di’ la stessa cosa” – anche la rabbia, l’insulto, la delusione – ma devi “decirlo bonito. Questa frase mi colpisce. Mi sembra che colga l’essenza profonda della Poesia dal Vivo: non inventare niente, ascoltare profondamente l’altro, rispettare i suoi vissuti e sentimenti contraddittori, senza giudicarli, ma attraversarli e trasfigurarli, attraverso la bellezza. Mentre Luis parla, penso a me stesso. Se fossi un ragazzo di tredici anni, nato in questo quartiere, come mi sentirei se un poeta sconosciuto mi chiedesse di parlargli di qualcuno per me importante e io scegliessi un coetaneo che da poco è passato con una banda rivale? Io e quel ragazzo siamo cresciuti insieme, ma ora ci troviamo ai due lati di una invisibile trincea, nemici, senza capire il perché. Come mi sentirei se questo poeta mi restituisse le mie parole di risentimento, frustrazione e amarezza verso il mio ex compagno di giochi, ma me lo narrasse con inedita bellezza, mostrandomi che i miei sentimenti sono stati accolti, e sono così degni, così importanti, da aver ispirato la creazione di un’opera d’arte? Sento che quando un poeta mi restituisce il mio inestricabile nodo di dolore e affetto, senza giudicarlo, ma trasfigurandolo attraverso la bellezza, qualcosa in me cambia. In quelle parole straniere leggo me stesso, la mia lotta, e ri-conosco mia profonda tristezza, tutto sotto un’altra luce. Mi vedo riflesso in quello specchio di ascolto e incanto che spesso mi è mancato. Uno specchio che mi restituisce la dignità che abita ogni sincero racconto di vita, anche quelli di dolore e sconfitta. Mentre Luis parla con questi ragazzi, scopro che la “Poesia dal Vivo” non è abbellire la quotidiana violenza di tanti ragazzi, ma risvegliare l’ascolto profondo e l’immaginazione. È imparare a guardare tutti i sentimenti umani attraverso uno specchio dove ciascuno possa ri-conoscersi e trovare altri significati, sepolti sotto la quotidianità prosaica delle nostre esistenze: trovare parole di dignità, cordoglio, speranza e disperazione: tutto l’umano, senza aggettivi.

Poche settimane dopo, arriva il mio secondo incontro. Partecipo a un laboratorio per insegnanti e bibliotecari, tenuto da Luis Enrique, a Cali. Durante il laboratorio imparo a intervistare i passanti e a scrivere una poesia usando quel che la persona mi svela di un’altra persona per lei importante. Andiamo in una delle zone pedonali più frequentate della città. Alcuni partecipanti hanno il ruolo dei “dialogatori”: fermano i passanti ripetendo: “se ci regali venti minuti del tuo tempo ti regaleremo una poesia”. Io e altri cinque abbiamo invece il ruolo dei “poeti”: aspettiamo seduti che ci conducano qualcuno che vuole una poesia. Sono inquieto, perché lo spagnolo non è la mia lingua madre e non confido nel mio talento poetico, ma accetto la sfida. Forse per caso, quel giorno mi toccano due giovani uomini, ed entrambi mi chiedono una poesia dedicata alla donna che amano e con la quale hanno un rapporto tormentato. Il primo è Carlos, un giovane militare dell’esercito colombiano, appena tornato a Cali dopo qualche mese di addestramento nella selva. Carlos mi racconta che è innamorato di Daniela, una giovane che si guadagna da vivere facendo la “chica webcam“: intrattiene clienti di tutto il mondo via internet, in cambio di mance lasciate con le loro carte di credito. Carlos ha conosciuto Daniela nella vita reale e vuole avere una relazione con lei, ma lei non sembra interessata; non si fida degli uomini e l’ultima volta che si sono visti gli ha detto: “noi due non possiamo stare insieme, io sono una bandida, e anche tu sei come me, e: “Bandida no se mete con bandido“.

Questa frase mi colpisce: scriverò una poesia dedicata a Daniela, la bandida. Dopo dieci minuti, porgo a Carlos la poesia e gli dico: “ecco la tua poesia, non è per te, è per lei, perché tu gliela regali la prossima volta che la vedi”. Carlos si illumina: ora ha un inaspettato pretesto per sorprendere la sua tecnologica e disincantata amante: le regalerà una poesia a lei dedicata, scritta a mano su un pezzo di carta, da un ignoto poeta straniero. Carlos mi ringrazia, mi lascia la foto del suo profilo e si congeda. Mentre salvo il suo numero, vedo di sfuggita la sua foto di profilo: Carlos in uniforme, nella selva, ma non ci faccio molto caso e continuo a scrivere poesie per altri passanti.

Tre giorni dopo, scorrendo i miei contatti, lo sguardo mi cade su quello di Carlos: ha cambiato la sua foto di profilo. Ora è in abiti civili e con una ragazza al suo fianco. Scruto attentamente il viso della ragazza: sembra corrispondere alla descrizione della bandida: pallida, capelli rosso fuoco e occhi chiari, semichiusi, persi in lontananze. Non ho voluto scrivere a Carlos, non ho voluto chiedergli se qualcosa fosse cambiato tra lui e la bandida, dopo che le ha regalato la poesia, ma durante il giorno continuo a pensarci. Le avrà dato la poesia? Forse qualcuna delle mie parole ha toccato il cuore disilluso della sensuale concubina della webcam? Forse l’amore inconfessato di questo Ares colombiano per la sua Venus informatica è stato ricambiato quando i due hanno incrociato i loro sentieri di eros e guerra? Forse sui ruvidi margini delle mie parole straniere, l’anima bandita della sacerdotessa dell’amore mercenario ha incontrato il cuore ferito del guerriero? Forse sull’orlo scivoloso di una delle mie frasi l’evanescente venditrice di promesse non mantenute ha incontrato la mesta rassegnazione del reduce? Forse leggendo insieme quelle parole, Daniela e Carlos hanno calato per un istante le loro maschere di cinici mercenari di amori e guerre altrui? La poesia trasforma la vita delle persone? La ragazza della foto corrisponde davvero alla descrizione della bandita? Oppure il poeta inciampa nelle sue illusioni e confonde i suoi desideri con la realtà? Domande senza risposta. Domande che porto dentro di me, mentre guardo la foto di Carlos, che sorride felice al fianco una giovane dagli occhi di mare e le chiome di fuoco, con lo sguardo smarrito in lontananze.

Un anno dopo, viene il mio terzo incontro con la “Poesia dal Vivo”. Partecipo a un laboratorio di Luis Enrique con gli studenti di una scuola secondaria di Lima. Andiamo al mercato del quartiere, un vasto edificio di cemento grigio, e gli studenti si distribuiscono nelle bancarelle, offrendo poesie ai venditori e ai passanti. Accompagno le giovani poetesse e poeti, che offrono poesie alle venditrici di frutta, pesce e vestiti. Alcuni passanti interrompono i loro acquisti per chiedere una poesia. Mentre osservo, mi passa accanto un uomo vestito umilmente, che si guadagna da vivere tirando un carretto di legno, pieno di merci del mercato. Si guarda intorno e mi chiede: “hermano, che sta succedendo?” Gli rispondo: “regaliamo poesie a chi ci regala venti minuti del suo tempo”. Mi fulmina con la sua risposta: “Ah… regalate poesie? Anch’io ho una poesia per voi” e recita a memoria un’intera poesia di García Lorca, che aveva studiato alle elementari, mentre si allontana tirando il suo carro pieno di scatole.

I giovani poeti si immergono nelle interviste. Passa più di un’ora, dobbiamo prepararci a tornare a scuola. Luis mi chiede di fare il giro dell’edificio e chiedere a tutti gli studenti di finire le loro poesie e di riunirsi all’ingresso. Faccio il giro del mercato. Attraverso la zona della frutta, della carne, del pesce, dei vestiti, in cerca di studenti chini sui loro fogli. Nessuno. Attraverso un altare della Vergine della Merced, circondata di fiori e biglietti di ringraziamento per le grazie ricevute. Nessuno. Arrivo in fondo al mercato, dove ci sono i servizi igienici e finalmente vedo uno studente, chino su un tavolino, che scrive. Davanti a lui c’è la signora che gestisce i servizi, raccoglie le monete e dispone sul tavolo piccoli rotoli di carta igienica. Lo studente scrive seduto davanti a lei, in silenzio, come se non avesse nessun legame con la signora e con le persone che entrano ed escono dai bagni. Probabilmente è l’ultimo studente rimasto, lo aspetterò. Il tempo passa. Il ragazzo continua a scrivere, senza una parola. Dopo quindici minuti, porge la poesia alla signora, che la legge, molto seria. Non sembra felice, non mostra emozioni, ma lo ringrazia. La salutiamo e andiamo via in fretta. Camminiamo verso la scuola, fianco a fianco, in silenzio. Dopo due minuti gli chiedo: “Mah… perché ci hai messo così tanto? È stato difficile per te scrivere una poesia? Forse era la prima volta che lo facevi?”. “No”, mi risponde serio; “non è stato difficile per me scrivere, è stato difficile per me ascoltare, e poi scrivere quello che avevo ascoltato. Un mese fa, la signora ha perso suo nipote, che aveva due anni. Il bambino è nato dopo soli cinque mesi di gravidanza, ha avuto un problema polmonare dalla nascita ed è morto all’età di due anni. Durante l’intervista, la signora non ha voluto parlarmi della sua malattia, né della sua morte, ma solo di come lei voleva ricordarlo, allegro e giocherellone come è sempre stato, fino alla fine. Sono rimasto ad ascoltarla a lungo, perché sentiva il bisogno di parlare con qualcuno di come si sentiva e di come fosse stato bello vivere con questo bimbo per due anni. Alla fine, non mi è rimasto molto tempo per scrivere la poesia. Ecco perché ci ho messo così tanto”. Arriviamo a scuola in silenzio e il mio pensiero ritorna alla signora dei bagni del mercato, e a quel cherubino irriverente, che da poco ha varcato la sua soglia.

Sono stati questi tre incontri d’amore, morte e bellezza che hanno segnato il mio viaggio con la “Poesia dal Vivo” e le sue magie. È stato un compendio di passioni, attraversate dalla trascendenza di una parola altra, una parola resa sacra dalle emozioni che attraversano quei dialoghi tra sconosciuti. In questo viaggio, ho incontrato una galleria di personaggi dei quartieri popolari, dei mercati periferici, una processione di vivi e di morti, e decine di straordinarie poetesse e poeti delle scuole “difficili” e di alcuni dei quartieri più marginali dell’America Latina. È stata una discesa nel cuore palpitante e turbolento delle periferie e nella profondità delle anime; è stato sfiorare la pelle e penetrare nel cuore. È stato un viaggio nei dolori e negli amori di donne e uomini che non conoscevo, e che non rivedrò mai più. Lungo questa strada, ho visto i nodi dell’anima sciogliersi in lacrime, abbracci e parole. Ho ascoltato storie di amori non corrisposti, di orgoglio e vergogna, di sfrenati desideri carnali e di delicate, inconfessabili passioni. Ho visto sconosciuti che parlavano dei loro amori, dei loro morti, e di molto altro, tra una vendita di carote, l’acquisto di un pollo e una visita ai bagni del mercato. Questo per me è stata la “Poesia dal Vivo”, la bellezza creata e donata negli spazi prosaici della quotidianità, lontano dai santuari esclusivi della letteratura elitaria; immersi nella parola forte, profonda e vibrante del popolo che cerca una vita degna, attraversati dalla loro lotta e dal loro ineffabile anelito di amore e riscatto.

Sensuali carezze di amanti, disperate lacrime di lutto e sussurri di mesto commiato, effimera sensualità ed eterna riconnessione con le anime dei trapassati: tutto questo ho trovato nelle poesie scritte dai quindicenni della periferia di Lima o nei miei versi zoppicanti di poeta straniero. Tutto questo è Poesia en Vivo, un viaggio nell’anima di due sconosciuti che si incontrano, per pochi minuti si regalano una preziosa scheggia di sé, e poi si congedano, per sempre. Il poeta e il suo ispiratore quasi sempre non si vedranno mai più. Ma attenzione, perché lei, la poesia, non si ferma. La poesia continua il suo sotterraneo lavoro, sanando occulte ferite e tessendo inediti spazi di dialogo. La poesia, liberata dal suo autore, avanza da sola, dischiude tempi e spazi di incontro prima impossibili, tra amanti, parenti, amici. E nemici. Una volta scritta e consegnata, la poesia, come una medicina, scompare nel corpo e sana i mali che portiamo sepolti in noi: non parlarci, non incontrarci, non onorare le ferite e i doni che abbiamo ricevuto. Quando il poeta la offre, la poesia viaggia, viene donata, fisicamente o simbolicamente, al suo destinatario. Finisce appesa coi magneti sul frigorifero della nonna o deposta sul freddo marmo di una tomba, infilata in mazzi di fiori ormai secchi, accompagnata da lacrime d’addio. La poesia apre tempi e spazi inediti, dove vede la luce una parola altra, diventa pretesto per dire l’indicibile e svelare verità prima inaccessibili al discorso. La sua bellezza diventa la chiave che forza le serrature inceppate da tanti silenzi e apre una breccia nelle porte sprangate dal dolore, dall’orgoglio e dalla vergogna. La poesia accompagna difficili conversazioni e dolorose riunificazioni.

Forse la poesia che lo studente regalò alla signora è ora sulla tomba di quel giocoso cherubino, di certo è incisa nell’anima di sua zia, che, mentre lavora nei bagni del mercato, nel suo recondito spazio interiore, incontra il nipote e gioca di nuovo con lui. Forse la poesia dedicata alla bandida oggi si trova piegata e un po’ stropicciata in una delle sue borse alla moda, incastrata tra un profumo e un mascara. Forse di tanto in tanto, nascondendosi anche da sé stessa, la bandita la tira fuori e furtivamente la legge. Forse in quel momento la sua anima disillusa, fuggita dietro a quegli occhi chiari come le colline del Cauca e a quelle ciglia scure come le notti nella selva, scorge qualcosa. E forse, in quel furtivo istante, il cuore della bandita comincia a dubitare della sua disillusione…

 

Note

1 Amaya presenta questo metodo in L.E. Amaya, Como vivir de poesía – Guía para una literatura comunitaria, Grupo Editorial Gato Viejo, Lima 2016.

 

Angelo Miramonti è professore di Teatro comunitario all’Instituto Departamental de Bellas Artes di Cali, Colombia. E-mail: amiramonti@hotmail.com

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