Dream Project. La democrazia affettiva entra nelle scuole

di Renato Palma | Pdf

 

Il Progetto DREAM intende promuovere una pedagogia innovativa, centrata su un approccio educativo basato sulla relazione affettiva.

Tale approccio è rivolto ai bambini della fascia d’età 0-10, agli educatori e insegnanti del nido, della scuola dell’infanzia e della scuola primaria.

Accanto ai contributi significativi della pedagogia contemporanea, che hanno sollecitato un approccio educativo basato sul benessere e sulla dimensione relazionale, questo progetto prende come riferimento l’idea innovativa di Democrazia Affettiva avanzata da Renato Palma.

Secondo tale idea è possibile un’educazione basata sul buon trattamento, che esclude rigidità e relazioni centrate sul potere e in cui le preferenze dei bambini non sono considerate come forme di opposizione.

Clara Silva

Prof. Associato di Pedagogia Generale e Sociale

Dipartimento di Scienze della Formazione

e Psicologia

Università degli Studi di Firenze

 

 

Sono medico e psicoterapeuta: mi occupo di quella sofferenza che per la medicina non è oggettivabile.

Per molto tempo ho riflettuto sui motivi che spingono le persone a essere così poco collaborative con sé stesse.

Mi riferisco, ad esempio, alle persone che fanno dell’alimentazione uno strumento di tortura (anoressia e bulimia); o a quelle che si mostrano molto preoccupate per il loro benessere, fino a farne una malattia, e che soffrono del modo in cui si narrano il futuro. Oppure a quelle che si mettono continuamente alla prova, verificando ogni volta che non possono assolutamente fidarsi di loro stesse (pensate alle fobie). E molti altri potrebbero essere gli esempi.

In tutti i casi, queste persone stanno in rapporto con sé stesse in un modo maltrattante, danno un giudizio negativo di sé stesse, e delle loro capacità. Alimentano un senso dell’impossibilità a prendersi cura di sé stesse, e rifiutano, spesso in modo ostinato, di darsi una mano.

Non riescono a prendere in considerazione la possibilità di cominciare a trattarsi bene.

A questo punto mi sono chiesto: dove hanno imparato a maltrattarsi?

A mio parere esistono poche cose che ci distinguono dalle altre specie viventi.

Una è la nostra capacità di pensare il possibile prima che sia reale.

Tutto quello che ci circonda è frutto di questo nostro ingegno.

Anche alcuni animali sanno adattare l’ambiente alle loro esigenze di sopravvivenza: costruire un nido, inventarsi espedienti per cacciare, risolvere problemi di sopravvivenza.

Lo fanno nella stessa maniere da secoli.

Il nostro senso della possibilità, invece, non si applica solo agli adattamenti dell’ambiente in cui viviamo.

Siamo capaci di immaginare relazioni sociali che non siano basate sul potere.

I nuovi arrivati, in particolare, non possono ricorrere nelle relazioni alla forza, risorsa della quale loro non sono dotati.

Nonostante questo sia ovvio, noi adulti siamo condizionati dalla paura che loro vogliano, fin dall’inizio, competere con noi per il potere, mettendo in pericolo l’ordine sociale.

Così noi siamo l’unica società animale che, nel tempo, ha cambiato le regole dello stare insieme, sottraendole alle rigide regole dettate dalla genetica.

Con il passare delle generazioni le posizioni deboli sono riuscite a farsi riconoscere un numero sempre più grandi di diritti a essere trattate da pari: i processi di umanizzazione della nostra specie partono evidentemente dalle posizioni deboli.

L’altra caratteristica appartiene purtroppo solo a noi: noi impariamo a maltrattarci e, in una certa misura, arriviamo a considerare il maltrattamento come un modo inevitabile per raggiungere un obiettivo.

Sarebbe bello e auspicabile che ci fosse un limite da non oltrepassare, ma molti esempi ci dicono che questo limite è solamente una linea d’ombra, oltre alla quale i giovani cominciano a farsi male irrimediabilmente e non riescono a tornare indietro.

Ma noi siamo convinti che una certa dose di maltrattamento sia inevitabile e quindi non ci muoviamo alla ricerca di un metodo alternativo.

Nella nostra memoria resta un senso di gratitudine nei confronti di quella insegnante di matematica che ci fece molto soffrire, ma che, proprio per quella sua durezza, ci ha permesso di imparare a fare i conti.

Non poteva insegnarcelo in un altro modo? Pare di no.

Così il fine giustifica i mezzi.

Dobbiamo riconoscere che siamo diventati quello che siamo grazie anche a quei piccoli maltrattamenti. Quasi mai diciamo nonostante quei piccoli maltrattamenti. Siamo convinti che una certa dose di maltrattamento faccia bene. Non sappiamo definire quanto è quel poco di più che crea disastri. Dunque dovremmo guardare ai maltrattamenti con molta prudenza.

Così continuiamo a pensare all’uso della forza nelle relazioni come un sistema efficace, nel quale l’obiettivo da raggiungere diventa più importante della possibilità di mantenere una buona relazione con noi stessi, con gli altri, con la natura.

In pratica stiamo selezionando una specie di umanità che non si fa problemi a maltrattare tutto quello che gli sta intorno, con conseguenze che non possiamo più sottovalutare.

In natura nessun animale maltratta sé stesso.

Il maltrattamento deve essere quindi considerato come la conseguenza dello sforzo che abbiamo prodotto per generare una cultura.

Una cultura che accetta e favorisce rapporti scortesi durante le fasi di formazione, di modo che questi vengano a far parte del tessuto relazionale normale.

Ormai tutti sono d’accordo nell’affermare che gravi maltrattamenti condizionano in modo irreversibile e riconoscibile la vita delle persone.

Noi abbiamo pensato di valutare quali conseguenze può avere un maltrattamento sottile, continuo sulla qualità delle relazioni con noi stessi, con gli altri e con l’ambiente.

La maggior parte delle relazioni che conosciamo ruotano intorno al potere: qualcuno costringe qualcun altro a fare qualcosa che non vuole fare, o in un modo in cui preferirebbe non farlo.

Noi, più o meno consapevolmente, accettiamo di consegnare, attraverso le istituzioni scolastiche i nostri ragazzi a un modello di società asimmetrica, caratterizzata da un elevato livello di conflitto.

A questo punto è necessario porsi una seconda domanda.

Esiste, e possiamo immaginare, una dose, la più piccola possibile, di maltrattamento della quale non si può fare a meno durante l’educazione, che non ha conseguenze sul modo in cui i nuovi arrivati costruiranno la loro visione della vita?

Nel corso degli ultimi anni il ricorso al maltrattamento durante l’educazione è molto diminuito, sia come qualità che come quantità.

Oggi, molti atteggiamenti considerati educativi fino a qualche anno fa, vengono rifiutati con grande determinazione o hanno varcato definitivamente la soglia del codice penale: in questi casi riconosciamo che hanno effetti disastrosi sulla vita individuale e sociale.

Eppure molti comportamenti che adottiamo con i bambini, e solo con i bambini, vengono giustificati con il fatto che sono bambini: non sarebbero assolutamente accettati né da noi, né tanto meno da altri adulti con cui abbiamo rapporti.

Noi siamo convinti, in totale buona fede, immagino, che i bambini possano essere un po’ forzati.

La frase che ci autorizza è: per il loro bene.

Facciamo un passo indietro.

Come facciamo a capire quando un altro adulto si sente maltrattato?

Ce lo fa capire.

Per esempio una donna che mi ostino a corteggiare, con la massima cortesia, può sentirsi infastidita dalle mie buone intenzioni (buone per me non per lei, evidentemente) e sa come farmelo capire.

Mi darà cioè un segnale d’arresto: un semaforo rosso.

Se non capisco e insisto si troverà costretta a darmi altri segnali, sempre più forti. In ogni caso non accetterà di fare quello che io le chiedo.

In poche parole non si adatterà alle mie imposizioni.

In un modo o nell’altro, il suo segnale di arresto dovrà essere preso in considerazione.

Talora, nelle relazioni in cui esiste una disparità di potere, ricompare la formula a fin di bene: il medico si sente, ad esempio, autorizzato a forzare la mano al paziente, proponendo o cercando di imporre un trattamento che il paziente non gradisce. Anche in questo caso il paziente, facendo molto centro su sé stesso, può decidere di rispettare le sue preferenze e rischiare tutte le conseguenze negative che gli vengono preannunciate. Non deve per forza adattarsi.

La stessa cosa succede a scuola. Ma, in una certa misura è considerato inevitabile. I ragazzi devono crescere cognitivamente e non è grave se questo avviene a discapito del loro benessere affettivo.

Loro non possono fare a meno di adattarsi ai nostri modi di trattarli: in alternativa possono ammalarsi o uscire dalla relazione con noi.

 

 

 

Come facciamo a capire quando un bambino non si sente rispettato?

Nello stesso modo. Il bambino manifesterà un segnale di arresto.

E noi?

Nella maggior parte dei casi non ne terremo conto, perché pensiamo che un bambino non sia in grado di prendere decisioni che lo riguardano.

Lui non sa cosa lo aspetta nel futuro. Noi sì.

Per cui spesso rendiamo penosa l’esperienza del presente per evitargli un’esperienza che prevediamo sgradevole nel futuro.

 

 

Il bambino ha una cittadinanza parziale nel nostro mondo, che ci permette di non garantire a lui gli stessi diritti che pretendiamo per noi.

Anche per le piccole scelte. Quando mangiare, quando dormire, dove dormire, con chi stare, come trascorrere il tempo e così via.

Tutte le volte che un bambino manifesta una preferenza, che noi interpretiamo come una opposizione, il nostro intervento è molto chiaro ed è teso a contenerla.

Anche questa è una riflessione che dobbiamo fare: è vero che i sistemi di adattamento dei piccoli sono molto più elastici dei nostri, ma forse i nostri sono diventati più rigidi non solo per l’età, ma anche per lo stress al quale li abbiamo sottoposti.

Ci sono, per esempio, bambini che non gradiscono il modo in cui vengono inseriti nel mondo dell’apprendimento.

Noi insistiamo un po’ e alla fine la maggior parte di loro si adatta. Con quali conseguenze nella costruzione della loro memoria relazionale-affettiva?

Già, cos’è la memoria affettiva?

La memoria affettiva non dispone di ricordi e contiene solo due modalità:

Mi tratto bene                                                       Mi tratto male

I sistemi operativi competenti agiscono in base a meccanismi che si chiamano di percezione azione.

Sono meccanismi basati sulla fiducia, che possono essere migliorati o frustrati attraverso l’educazione.

Un sistema vivente percepisce un bisogno e si attiva per soddisfarlo.

Risponde sì, poi valuta come, in base all’esperienza che ha acquisito. Fa quel che può, con quello che ha, nel luogo in cui si trova.

Questo è il principio del buon trattamento del segnale.

Noi ci ostiniamo a mettere in dubbio i segnali che i bambini ci danno: anche se sappiamo che siamo indispensabili per chiudere il cerchio tra percezione (bambino) e azione (noi).

In questo modo noi diamo un esempio, uno stampo, sul quale loro costruiscono la relazione con sé stessi e successivamente con tutto ciò che li riguarda.

Manterranno una buona relazione con i loro segnali solo se noi glielo avremo permesso.

Una gran bella responsabilità, da non sottovalutare.

Ci viene insegnato che non ci si può fidare dei bambini.

La stanchezza durante una passeggiata, per esempio, e la successiva richiesta di essere presi in braccio viene spesso catalogata come un capriccio.

Molte richieste dei bambini sono classificate come capricci. Tutte le volte che il loro comportamento non è coerente con le nostre aspettative noi abbiamo pronta la definizione: capriccio; e la reazione: no.

Il capriccio è un segnale che si amplifica perché non riceve risposta.

Si crea così un paradosso.

Sembra che trattare bene un bambino, rispettare le sue richieste, possa avere conseguenze disastrose.

 

 

 

Noi siamo invece convinti che una buona relazione crea una buona educazione.

 

 

Concetto molto semplice.

Anche l’altro, per quanto rappresenti l’altra faccia.

 

 

 

Il progetto DREAM[1] rappresenta un sogno: fare almeno della scuola uno spazio affettivo.

Uno spazio nel quale i ragazzi si sentano cittadini a pieno diritto, si sentano trattati da pari, come deve essere in una democrazia affettiva.

Uno spazio dal quale sia bandito qualsiasi ricorso all’uso della forza, e quindi delle scortesie.

Un luogo, infine, nel quale i ragazzi vivono bene e vanno con gran piacere. Perché rappresenta per loro tutto quello che non trovano fuori. Un luogo dove le loro preferenze contano e dove sono chiamati attivamente a partecipare alla creazione di un modo di stare insieme, a partire da loro.

Nel corso del nostro lavoro cercheremo di dare risposte a domande molto impegnative.

Come siamo riusciti a non immedesimarci più nella condizione di bambino, e quindi a considerarli diversi e minori?

Che cosa è successo della nostra memoria di bambini?

Possibile che il passaggio all’età adulta richieda una cancellazione di tutto quello che abbiamo pensato da ragazzi?

Come trattiamo noi stessi? Siamo maltrattanti?

Qual è il nostro rapporto con la fatica? Con la fatica di stare insieme?

Sarà un lavoro di recupero del nostro senso della possibilità e dell’alternativa, alla fine del quale scopriremo che la fatica si accompagna spesso al maltrattamento e al conflitto, e la facilità invece a tutta quella cultura dell’affettività che possiamo ancora costruire.

Un mondo nel quale stanno meglio i bambini è un mondo nel quale viviamo meglio anche noi.

Con la collaborazione di tutti cercheremo di realizzare il nostro sogno: accogliere i nuovi cittadini in un ambiente affettuoso, sereno, pacifico. Solo in questo modo potremo crescere insieme in una democrazia affettiva.

 

Note

 

[1] Il progetto coinvolge i seguenti partners:  Vice-Rectorate for International Affairs (VRIA) – University of Malaga (Spain); Centre L’Horizon – Nanterre (France); European Center in Training for Employment (ECTE), Rethymnon-Crete (Greece);  Centro Machiavelli – EU Projects Dept. Firenze (Italia); Istituto Comprensivo Statale Giovanni XXIII – Terranuova Bracciolini (Italia); Università  di Firenze (Italia).