Quando la scuola crea ghetti:
resoconto di una serie targata “La Bestia”

di Paolo Vittoria

 

L’aula era luminosa, molto fredda. Ci sedemmo in circolo. Sembrava che non ne fossero abituati. Mi presentati ai docenti e raccontai che stavo coordinando un progetto di formazione ideato da Cesare Moreno e i Maestri di Strada, da anni impegnati nell’educativa territoriale e nella lotta alla dispersione scolastica. Seduta accanto a me, l’educatrice Gloria La Gattuta scriveva appunti su un quaderno che compongono una traccia, un segno tangibile nella memoria, tra cui le parole di una docente: “La scuola negli anni è stata stigmatizzata come contesto d’apprendimento complicato, difficile e non indicato per i figli di italiani, una tipica scuola di periferia, con studenti bisognosi in un quartiere bisognoso. La dirigenza precedente, infatti, per reclutare nuovi iscritti tra gli italiani, abitanti della parte residenziale del quartiere, ha creato la classe “A”, ad alta tecnologia, garantendo un’offerta di alta formazione costituita da studenti italiani doc, costituita da ragazzi con buone competenze, anche se non eccelse, parallela alla classe “B” costituta dai ragazzi difficili di periferia, dove convergono i diseredati, gli esclusi, i diversi, gli stranieri. I ragazzi difficili vengono dipinti dal gruppo insegnanti come un gruppo che ha problemi relazionali. Con gli insegnanti, ma soprattutto tra loro, la comunicazione è la violenza, prettamente fisica”. Nella pratica è andata proprio così: una classe di italiani e una di stranieri, in cui c’era solo uno studente italiano che poi se ne è andato. Il muro, ghetto nel ghetto, era creato nel cuore della scuola e aveva costruito a livello politico/organizzativo una divisione, frattura insanabile. Immediatamente mi era riecheggiata la frase, invettiva di Lorenzo Milani e la citai ad inizio dell’incontro: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri…” Loro, pur condividendo il senso, si posero sulla difensiva spiegando che era stata una decisione senza cui altrimenti la scuola non avrebbe avuto iscritti. Insomma, una scelta obbligata … e ovviamente non modificabile. Non ci rassegnammo, decidemmo di impegnarci nel dialogo. Leggo ancora dagli appunti: “Abbiamo lavorato sul discorso dialogico che accendeva gli animi dei più piccoli, una volta stimolati sull’importanza del lavorare in gruppo. Sono tutti convinti che lavorare in gruppo, sia più vantaggioso, a volte più faticoso, aumenta il senso di responsabilità su di sé e sugli altri, la condivisone di successi e insuccessi, la suddivisione dei compiti, s’impara a lavorare. Mary asserisce che la scuola è la sua seconda casa: la nostra classe è multietnica, veniamo da tanti Paesi del mondo, c’è solo un italiano!”. Ricordo anche un momento particolare: la parola emersa dall’attività fu DIALOGO. Chiesi ai bambini, a tutti di pronunciarla nella propria lingua… una musica senza paragoni, sinfonia divina, quasi onirica, danzante. Tornai a Napoli con una sensazione meravigliosa. Quella musica continuava a riecheggiare.
Eppure continuavamo a stare nel ghetto. Il muro non era stato scalfito, abbattuto. Al di qua del muro praticavamo il dialogo. Al di là, nella classe di serie A, non sapevamo neanche cosa stesse accadendo. Al di qua del muro avevamo incentivato l’inclusione, la partecipazione, ma incollati a uno schema generale esclusivo segregante, umiliante.
Nella nostra azione eravamo entrati in un sistema in cui gli attori si riconoscono come facenti parte di una comunità/ghetto che riconoscono come positiva e a loro vantaggio quando vi sono dentro, ma da cui non riescono a uscire. Al di qua del muro, sono forti e hanno identità, al di là si indeboliscono e smarriscono. Non siamo riusciti ad emergere da una autoidentificazione da ghetto.
Eravamo in una scuola media del quartiere Pilastro, periferia bolognese, resa nota negli ultimi giorni dall’onda mediatica per la comica scenata thriller della serie “La Bestia”. La citofonata dell’impostore che si finge “sceriffo spaccone” mi ha ricordato questa recente esperienza. Chissà se la mamma accusatrice e il ragazzo accusato non sono parte della stessa scuola, di quella scuola del quartiere. La sceneggiata non è stata improvvisata, non è stata una bravata, ma intenzionale, studiata perché fatta nel cuore di un quartiere in cui la tensione tra italiani e immigrati è fortissima, non è risolta, in cui la stessa scuola opera strategie di segregazione per adattarsi ad una realtà divisiva. Su questi muri si costruisce una strategia mediatica che ha sostituito la caccia al terrone con la caccia allo straniero, in cui la fiction al citofono, il codardo gioco alla spia e quello di guardie e ladri, ha sempre più spazio, umiliando la vera politica. L’unica risposta possibile è in un’educazione che abbatta i muri!

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