Raccontar di Mario Lodi. Un maestro che insegna a costruire insieme

 
di C. Ridolfi | Pdf

Prima di tutto cercherò di spostare un po’ di cose.
Uno dice: “Devo parlare davanti a tanta gente. Ho le farfalle nello stomaco”, che nella nostra accezione normale dovrebbe voler dire: “Sono agitato, sono emozionato, ho paura”. Però, se uno è un pennuto può rispondere: “Se hai delle farfalle nello stomaco vuol dire che hai mangiato troppi bruchi”. E questo è Angry Birds, il film.
Oppure, c’è una cicala che canta e suona tutta l’estate; poi arriva l’inverno, va dalle formiche e dice: “Mi date qualcosa da mangiare?”, e le formiche dicono: “No, hai cantato e suonato tutta l’estate. Adesso tocca a noi godere nel nostro lavoro”. Qual è la morale? La morale può essere: le formiche non sono caritatevoli. Questo è Peter Hoeg, I quasi adatti, uno scrittore danese.
Allora, devo spostare un po’ di cose perché, primo, io non sono un insegnante. Faccio il ferroviere. Secondo: la prima volta che sono venuto a Bergamo, sono venuto al cinema, qualche anno fa, perché qui c’è uno dei più importanti festival cinematografici d’Italia, che si chiama Bergamo Film Meeting. Terzo: faccio il coordinatore di questa bellissima esperienza che si chiama Rete di cooperazione educativa (nome); C’è speranza se accade @ (cognome), della quale dopo vorrei raccontarvi qualcosa.
Il fatto è che, per quanto riguarda le cose di cui dovrei parlare qui con voi, nella vita mi sono capitate due cose importanti. La prima è di avere quattro figli, anche di età molto diversa: uno di 34, uno di 31, uno di 8 anni e mezzo e uno di 20 mesi.
La seconda è aver conosciuto Mario Lodi, proprio per merito del cinema. Io mi sono occupato per molti anni di cinema dove abitavo. Ho passato i primi cinquant’anni della mia vita a Verona. Dopo mi sono trasferito per i secondi a Padova e per i terzi vediamo. Al momento, non ho programmi definiti. Però a Verona, avendo fatto il servizio civile – per colpa, anzi, per merito di persone come don Milani o Aldo Capitini – nel senso che, purtroppo o per fortuna (per fortuna, davvero), capita di prendere sul serio delle parole che si leggono… Allora, uno legge la Lettera ai cappellani militari e pensa: “Ah, però. Sì, forse è meglio che, invece di andare a fare il militare…”. La legge è del ’74. Io ho cominciato a fare il servizio civile nel ’77. Quelli prima di me erano quelli che andavano in prigione. Noi abbiamo fatto il servizio civile che durava quasi due anni per merito loro. A me è capitato di farlo in un posto che aveva un cinema, quindi di restare lì, poi, per molti anni a gestire questo cineclub, insieme ad altri, naturalmente, di occuparmi di cinema e di televisione.
Anche Mario Lodi, a un certo punto della sua vita, si è occupato di televisione. Aveva organizzato una raccolta di firme che si chiamava “Una firma per cambiare la TV”. Ha raccolto più di 500.000 firme, quindi più di quello che serviva per un referendum, che furono consegnate all’allora Presidente della RAI, signora Moratti Letizia. Forse giacciono in qualche magazzino a Roma.
La TV pubblica è cambiata, in peggio, sicuramente, però io ho avuto la fortuna, in occasione di un convegno che Mario organizzò a casa sua (poi vi racconterò dove), di andare a portare un contributo. Mi chiesero: “Vieni a fare un intervento”. Io dissi: “Vengo a piedi”, perché avendo conosciuto Mario Lodi per i suoi scritti, l’occasione di incontrarlo di persona era veramente troppo ghiotta. Succede, a volte, che si conoscono delle persone di cui si è letto, di cui si è assaggiato lo spirito e, magari, l’immagine che ci siamo fatti viene smentita dalla realtà. A me è capitato che sia stata smentita in proporzioni molto più ampie. Mi aspettavo una cosa ed è stata dieci, cento, mille volte più di quello che mi aspettavo, e sono rimasto collaborare con Mario fino a quando lui se n’è andato, il 2 marzo 2014.

Io vi dovrei parlare di cinema, di ferrovia, di reti ferroviarie. Tra cinema e ferrovia qualche attinenza posso trovarla a partire dal primo “arrivo del treno nella stazione” dei fratelli Lumière. La deformazione è quella. Ad esempio, la prima volta che io ho sentito parlare di Johann Heinrich Pestalozzi è stata in un bellissimo film italiano di Vittorio Sindoni, del 1979, che si intitola Gli anni struggenti. Cercherò di fare in modo che questo intervento non sia distruggente, ma di struggente ho sentito veramente molte cose oggi che mi piace riprendere.
Ad esempio dovrei un po’ smentire per un attimo il mio carissimo amico Edoardo, nel senso che io sono uno di quelli che la storia l’ha fatta con le date. Avevo anche una madre maestra. C’è una bellissima sequenza di un film di Truffaut, che è Gli anni in tasca, in cui la maestra interroga il bambino sulle date delle battaglie francesi. Truffaut costruisce un esempio perfetto di montaggio, per cui il bambino guarda l’orologio fuori dalla scuola, guarda in alto, non sa rispondere, l’orologio diventa sempre più grande, fino a quando non suona la campanella e il bambino fa “eh!” e se ne va molto felice. Quella era la scuola. Forse per qualcuno lo è ancora.

Quindi vediamo le date.
17 febbraio 1922: Mario nasce. Siamo a Piadena, quindi nel panorama più piatto dell’universo, in piena Pianura Padana, tra Cremona e Mantova, provincia di Cremona.
10 giugno 1940. È una data importante, drammaticamente importante nella storia italiana, e non solo. C’è un signore che parla da un balcone in Piazza Venezia e racconta al popolo osannante che stiamo entrando in guerra. Però a noi piace ricordarlo per un’altra cosa. Lo stesso giorno Mario Lodi si diploma maestro. Ci piace più questa seconda cosa. Poi finisce in prigione come antifascista. Comincia a insegnare nel ’48. La sua prima classe è di 54 alunni, anche di età diverse, perché siamo in un momento particolare della storia d’Italia. Lui insegna come gli hanno insegnato a insegnare nella scuola del fascismo, ma si accorge ben presto che i risultati non vengono.
Allora, si guarda intorno e dice: “Non funziona quello che sto facendo. Io parlo, non mi ascoltano. Trasmetto delle cose. Posso trasmettere delle cose di grandissimo valore, ma non ho uditorio”. E cerca di capire: “Come posso fare altrimenti?”. Qualcuno gli dice: “Guarda, ci sono del maestri ‘strani’ che si incontrano a San Marino fra qualche settimana. Vai là. Prova a vedere”. Siamo all’inizio degli anni Cinquanta. Lui va là e incontra Bruno Ciari, Giuseppe Tamagnini, Giovanna Legatti, quei maestri che avevano fondato un’associazione che allora si chiamava Cooperativa della tipografia a scuola e poi diventerà il Movimento di Cooperazione Educativa.
Quest’anno cadono sia l’anniversario della nascita che quello della morte di Célestin Freinet, maestro elementare francese che inaugura il lavoro con la tipografia a scuola. Freinet ha cominciato a lavorare come maestro tra la prima e la seconda guerra mondiale. Era stato ferito e aveva perso l’uso di un polmone. Lo mandano a scuola e lui parla, ma ha poco fiato. È anche una scuola quasi di montagna e c’è freddo. Cosa fa? Smantella la cattedra – la smantella nel senso che la distrugge fisicamente – la butta nella stufa, così si scaldano, e si mette in mezzo ai bambini, così deve impegnare meno aria e può lavorare per farsi sentire. Poi li porta fuori, fa fare loro la tipografia, li mette in corrispondenza con altre scuole francesi. Da questo arriva anche l’MCE, cioè il Movimento di Cooperazione Educativa, che è tuttora in piena attività, fatto di insegnanti e tutto il lavoro che hanno fatto Mario Lodi e altri.
Ancora, il cinema. Portate pazienza. C’è un film su Freinet che si intitola L’École buissonnière, che in Italia non esiste, nel senso che in Italia esiste perché ce l’ha la RAI. La RAI ce l’ha in una copia francese sottotitolata e la manda in onda in quelle ore in cui si mandano in onda i film belli, fra le tre e le cinque di mattina. Per cui li vedono gli insonni, gli infermieri e i ferrovieri che fanno i turni di notte, come me. È un bel film. Voi fate finta di non averlo visto. Fate finta di non conoscere il protagonista. È interpretato da Bernard Blier, che è un attore che diventerà molto conosciuto in Italia nell’epoca della commedia all’italiana. Se vi ricordate Riusciranno i nostri eroi… di Ettore Scola, è il ragioniere che va in giro con Alberto Sordi a cercare Nino Manfredi disperso in Africa. Oppure in Amici miei è quel signore che si mangia otto brioches al bar e ne paga due, diventando una delle vittime della compagnia di buontemponi di cui parla il film. Grande attore francese. Siamo nel ’49, lui è ancora giovane. Il regista si chiama Jean-Paul Le Chanois e fa questo film bellissimo su Freinet. Perché vi parlo di Le Chanois? Perché Le Chanois, poi, arriva a lavorare in Italia e nel ’52 fa un film molto meno bello, molto meno importante, che si intitola Il villaggio magico. È un film promozionale del Club Méditerranée, che sta aprendo in Italia, con Walter Chiari, Gina Lollobrigida e Lucia Bosé. Però come aiuto regista fa il suo esordio nel mondo del cinema quello stesso Vittorio De Seta che qualche anno dopo, nel ’72 prenderà un libro che si intitola Un anno a Pietralata, di un maestro dell’MCE che si chiamava Albino Bernardini, che è mancato non molto tempo fa, e ne farà un film per la televisione che s’intitola Diario di un maestro. Chiede a Mario Lodi di interpretare il protagonista. Mario dice di no. Allora De Seta prende, fra pochi attori protagonisti di quel film, che ha bambini veri, insegnanti veri e qualche attore professionista. Prende Bruno Cirino, un bravissimo attore purtroppo mancato molto presto, che fa una delle più belle parti della sua carriera.
Diario di un maestro è in quattro puntate e diventa uno dei più grandi successi della storia della televisione italiana. C’erano due canali allora. 14 milioni di spettatori a sera. Grande successo. A De Seta, che non era un insegnante, arrivano lettere da insegnanti che gli dicono: “Bel film, bravo, però non esiste quella scuola lì che lei ha fatto vedere, dove il maestro porta fuori i bambini per studiare le scienze naturali, non sta in cattedra, non dà i voti”. E De Seta, che era uno puntiglioso e che aveva avuto come consulente pedagogico per Diario di un maestro Francesco Tonucci, dice: “Va bene, allora io vi faccio vedere che questa scuola c’è”, e realizza quattro documentari, una serie che si intitola Quando la scuola cambia. Due sono ambientati in Lombardia: uno a Milano, a Gorla, con Caterina Foschi Pini, che era una docente dell’MCE. Altri due in Puglia, uno dedicato a un maestro che si chiamava Carmine De Padova, che faceva lezioni in albanese nel pomeriggio a casa sua, in una enclave linguistica albanese, ma siamo prima che arrivino gli albanesi con le navi nel ’90. E l’altro dedicato all’AIAS di Lecce, che è il primo istituto scolastico che porta i disabili nelle scuole normali.
Il quarto film, secondo me il più bello, ma sono molto di parte dicendo questo, si intitola: Partire dal bambino: Mario Lodi.
Sono 55 minuti di documentario in cui Mario Lodi è al lavoro con i suoi bambini. In particolare, visto che questo è il tema del contributo che volevo dare, tutta l’ultima parte è costruita su come lui ha scritto La mongolfiera con i bambini, che è un po’ come ha scritto Cipì, ed è l’esempio di come faceva scuola un maestro come Mario Lodi. Cipì nasce così. Mario sta parlando e si accorge che nessuno lo ascolta. A questo punto ha due scelte possibili: o fare il maestro tradizionale, cominciare a battere i pugni sulla cattedra, minacciare sanzioni, urlare, minacciare brutti voti, oppure – era Mario Lodi – scende dalla cattedra, va in mezzo i bambini e dice: “Cosa state guardando?”. Uno dice: “C’è un gatto, là!”. Siamo al secondo piano della scuola di Piadena. “C’è un gatto sul tetto della casa qui di fronte”; “Ah, va bene. E questo gatto, secondo voi, cosa sta facendo?”. E uno dice: “Ma, forse sta inseguendo un topo”. E un altro dice: “No! C’era un uccellino, prima!”. Lì nasce Cipì, con un processo di scrittura collettiva. Infatti, c’è scritto “Mario Lodi e i suoi ragazzi”, sul frontespizio di Cipì.
Così come la Lettera ad una professoressa comincia con una dedica ai genitori. C’è scritto: “Questo libro – ed è il motivo per cui sono qui – è stato scritto per i genitori perché si organizzino”. L’idea è proprio che se si fanno delle cose insieme funzionano.

Arriviamo al 1989. Mario Lodi era in pensione dal ’78. Nel ’89 succedono due cose importanti. La prima è che Antonio Faeti gli fa assegnare la laurea honoris causa in Pedagogia all’Università di Bologna. La seconda è che gli viene assegnato un premio della Lego, proprio quella che fa i mattoncini per bambini. La Lego ogni anno assegna un premio internazionale a chi si sia distinto nel lavoro sui bambini. Il premio consisteva in un albero fatto di mattoncini e in una certa quantità di denaro, che Mario investe. Aveva comprato una casa fuori Piadena, facendola ristrutturare per farci l’abitazione sua e della famiglia. Compra anche le stalle – perché è una cascina – e ci fa la sede della Casa delle arti e del gioco, l’associazione che oggi è presieduta dalla figlia Cosetta e che porta avanti il lavoro e cerca di documentare l’archivio di Mario Lodi.

Infine, e vado a concludere, perché davvero siete stati bravissimi a star qui fino a quest’ora, anche se gli interventi – quelli che ho potuto sentire oggi pomeriggio – sono stati di grande qualità, Mario se ne va il 2 marzo 2014. Aveva 92 anni.
Un paio d’anni prima, mentre pensavamo a come festeggiare il suo novantesimo compleanno, ci aveva detto: “Facciamo così. Vi mettete, per favore, a cercare le persone che in Italia, e non solo, ma intanto siamo in Italia, lavorano bene in campo educativo? Perché secondo me ce ne sono tanti e tante”. Precisazione: “campo educativo” non vuol dire solo la scuola. Lui ha sempre detto: “Quando i i bambini arrivano a scuola hanno già un bel bagaglio”. Quindi, sicuramente la scuola, ma non solo. Tanti e tante che hanno due problemi. Uno: molto spesso queste persone non fanno notizia. Se qualcuno di voi domani dà una sberla a uno studente va in prima pagina sui giornali o sui telegiornali. Se fa bene il suo lavoro finisce alla festa di fine anno con un trafiletto: la scuola ha fatto questa bella festa. Due righe. Secondo: molto spesso queste persone, a volte, non si conoscono fra di loro, magari neanche a distanza di quartieri. Allora, mettiamoli in rete. La chiamiamo Rete di Cooperazione Educativa, perché l’ispirazione e la cuginanza con il MCE è dichiarata. La chiamiamo C’è speranza se accade @ riprendendo il titolo di un libro di Mario scritto nel ’58, pubblicato prima dalle edizioni Del Gallo nel ’62 da Einaudi, che si intitola C’è speranza se accade al Vho.
Allora, Rete di Cooperazione Educativa-C’è speranza se accade @. Facciamo un incontro nazionale ogni anno. L’ultimo lo abbiamo fatto una settimana fa. Ogni anno in posti diversi. Una settimana fa eravamo in provincia di Verona, in Valpolicella. Ogni anno un tema diverso. Una settimana fa il tema era La Terra dell’educazione, seminare il futuro, e c’erano 300 persone da tutta Italia. La prima che si è scritta veniva da Iglesias, tanto per capirci.
C’è il sito retedicooperazioneeducativa.it. Non ho bisogno di dilungarmi.
Volevo solo, per finire, e salutarvi, e ringraziarvi naturalmente per l’occasione che mi avete dato, leggervi, ma devo proprio leggervelo letteralmente, come finisce il documentario di Vittorio De Seta.
Finisce così: “Una società è civile quando cerca di adattare se stessa, perciò le Istituzioni, e tra queste mettiamo anche la scuola, alla crescita umana e sociale dell’uomo. Questo è il cuore del problema. Il ribaltamento – ho detto che avrei dovuto spostare delle cose – deve avvenire proprio su questa base, non di inserire, come si dice, l’uomo nel sistema sociale, qualunque esso sia, un sistema di tipo autoritario, di adattarlo al sistema, ma quello di sviluppare al massimo le sue capacità di intelligenza, di elaborazione, di inventiva, perché in questo modo lui può contribuire alla crescita della società. Certo che questo pensiero fa paura. Tutti i sistemi autoritari lo temono, lo temono perché un uomo libero, normale, perciò libero non può non considerare in che mondo vive, quali sono i problemi e le cause di questi problemi e non può non contestarli, non metterli in discussione, cercando di trovarne le cause e di propone le soluzioni. Ecco perché diventa un uomo pericoloso. Pericoloso per chi lo vuole mantenere soggetto.
In un certo senso, si potrebbe dire, insomma, che l’uomo non è proprietà di nessuno. Questo è il principio. Non è proprietà né della madre né del padre né della scuola né della fabbrica né dello Stato e ha il diritto di vivere una vita felice e per nessuna ragione una società gli può impedire questo”.
Io sono stato felice di essere stato qui con voi stasera. Spero così anche per voi.
Grazie.
(Applausi)

 

Carlo Ridolfi Coordinatore Nazionale della Rete di Cooperazione Educativa – C’è speranza se accade @.