Cambiare la scuola davvero si può: don Milani insegna ancora

di E. Martinelli | Pdf

 

i ringrazio per le emozioni che questo convegno mi ha dato e, nello stesso tempo, abbandono l’idea di utilizzare le slide, perché vedo che siamo molto stanchi e quindi devo stringere. Racconterò Barbiana attraverso degli aneddoti, delle storie, dei vissuti e spero, comunque, di riuscire a esprimere quella che era la pratica di insegnamento del nostro Priore.
Il mio tempo a Barbiana si lega alle grandi scritture collettive: ai giudici e alla professoressa, il periodo più ricco – diciamo così – della didattica della nostra scuola. Quando le attività diventarono di gruppo e in apprendimento cooperativo.
Importante e fondamentale fu l’incontro con Mario Lodi. Se voi andate sul sito www.barbiana.it e leggete la corrispondenza tra Don Milani e Mario Lodi capirete ancora meglio quello che io vi sto per dire.
Insieme sperimenteranno quella che è stata definita “la tecnica umile della scrittura collettiva” e che, a distanza, invece, io credo che non fosse altro che il processo educativo nella sua completezza. La scrittura collettiva non era altro che lo strumento pratico-operativo di una metodologia che partendo dal motivo occasionale (motivazione) si trasforma in ricerca azione per prendere coscienza e modificare la realtà, nei suoi aspetti più negativi o ingiusti. Scopriremo proprio attraverso questi aneddoti, che sto per raccontare, il metodo e la personalità del nostro Maestro.
Intanto, vi voglio far rivivere il passaggio tra quella che è la scuola tradizionale di quei tempi e l’impatto che può aver avuto un ragazzo, come lo ero io a quei tempi. Faccio parte dei famosi “Gianni”. Quindi, non sono nativo di Barbiana, ma vi approdo perché in difficoltà. Come tanti del territorio limitrofe al Monte Giovi, ho cercato, adando alla scuola di don Milani, di recuperare in un primo tempo l’anno scolastico ed avere anch’io un diploma. In un secondo tempo, ho capito le scelte della nostra scuola e sono rimasto tutto il tempo, finché il Priore non è morto, perché ho capito quello che era il pensiero più profondo.
Come dicevo, faccio parte dei famosi “Gianni”, dei bocciati. Arrivato a Barbiana, il mio problema principale quale era?
Mi sentivo nelle orecchie i consigli della Melchiorre, la mia insegnante di terza media, che, per venirmi incontro, prima che io partissi, mi disse: “Edoardo, quando torni”, dovevo ripetere italiano e storia, “quando torni ti interrogherò sulle battaglie di Custoza”. Ovvio, questa era la logica di comportamento quando eravamo di fronte, se non altro, a una insegnante che, in qualche modo, ti veniva anche incontro.
Arrivai a Barbiana, in quell’apparente “confusione” che vi regnava, dove non c’era cattedra, non c’era lavagna, non c’era niente di quello a cui io ero abituato. Capitai in un giorno estremamente particolare, perché sui tavoli, invece di esserci libri, quaderni o penne, c’erano delle ossa. Era crollato il pavimento della Compagnia, locale visibile ancora oggi ed adiacente la Chiesa, e, praticamente, i ragazzi (qui si capisce il metodo) incuriositi si domandavano che cosa fossero quelle ossa. Le domande principali erano “di che epoca?”, “sarà donna o sarà uomo?”, “che cosa abbiamo trovato?”. Don Milani, che non perdeva occasioni di questo tipo, vedendo i ragazzi motivati, sistola alla mano, pulisce le ossa, che poi si portano sui tavoli e, con mia grande sorpresa, invece di fare la lezione frontale, disse: “Ora due vanno a prendere la Treccani e insieme ricomporremo queste ossa sparse”.
Intanto, faccio un inciso. Noi si sostiene che la pedagogia di Don Milani, il suo metodo o non metodo, si lega, come molti hanno affermato o ribadiscono quando parlano di compito di realtà, di rapporto stretto con il contesto reale e il territorio, in una modalità molto dinamica. Credo che siamo tutti in sintonia. Don Milani partiva dal motivo occasionale o, come qualcuno dice (la Giornelli di “Paesaggi Educativi), dall’atteso imprevisto. Il nostro maestro non era un pianificatore o un programmatore. Non solo non credeva nei programmi, ma proprio non li elaborava. Allora ci si domanderebbe: Don Milani era un anarchico? Non aveva un metodo? Era un improvvisatore, come tanti sostengono? La scuola di Barbiana funzionava perché non bocciava? Cos’era Barbiana veramente? No. Don Milani non era un improvvisatore. Don Milani aveva una logica completamente ribaltata: invece di pianificare in maniera enciclopedica tutto lo scibile, teneva presenti gli obiettivi curriculari e programmava in itinere. Ovviamente, veicolando gli elementi del contesto che, come avrete capito, si dipanavano da sé. Partendo dalla motivazione, riusciva a raggiungeva il nucleo forte della discipline. Attraverso delle strategie che mantengono un ritmo di classe elevato: alta attenzione, compartecipazione, dibattito e grande riflessione.
Sì, era una scuola molto autorevole, con delle regole rigide, però debbo dire che io, finalmente, all’interno di quella scuola, provai il brivido del libero arbitrio, perché se uno non diceva scemate sentiva che poteva parlare quando voleva. Provai anche il brivido delle logiche di senso, perché tutto era concretamente tangibile.
Ovviamente, c’era un insieme di regole condivise che dovevamo rispettare.
Questa coppietta partì, sparì, io ancora non sapevo dove, e tornò con un libro enorme che poi riconobbi essere un pezzo della Treccani.
Anche qui apro un inciso. Quando domandiamo a bruciapelo agli allievi e anche ai ragazzi che hanno visto il filmato su don Milani alla televisione, sì, lo faccio anche per provocare e per aprire il dibattito, di descrivere Barbiana, sia i bambini che i ragazzi che gli adulti tendono a dire: “Barbiana è quel luogo dove non c’è la strada”, “non c’è”, “non c’è”, “non c’è”. Cioè, è un susseguirsi di mancanze. Barbiana diventa così il luogo dell’esclusione totale. Addirittura ci sono intellettuali che hanno paragonato Barbiana al Ghana e non c’è niente di più mistificatorio. Parliamoci chiaro. Se in un contesto disgregato arriva un buon educatore e quel contesto resta disgregato licenziamolo. No? Se, invece, la comunità di Barbiana è cresciuta, è diventata cosciente, significa che quel posto lentamente è cambiato. Quindi, nella sua metodologia, non c’è solo l’“attingere” dalla realtà, ma il “cambiare” il contesto circostante, come vedremo nell’evolversi del racconto.
Quindi, tornano questi ragazzi, che avevano lasciato il grande gruppo, diciamo “una coppia” perché a Barbiana si lavorava molto in coppia, e danno il via a una lettura collettiva sul cosa è uno scheletro. Dopo la lettura, è ovvio che cominciamo, anche scimmiottando un po’ le immagini, a ricostruire questi scheletri. Ovviamente, se erano donne lo si capiva – si era letto – dal bacino e l’epoca la si capiva dalla misurazione della capienza cranica. Questo recitava la Treccani.
L’educatore interagiva esclusivamente per rimettere il senso logico nella riflessione, quando decadeva, oppure interveniva per correggere ipotetici errori, ma non c’era quella aggressività della lezione frontale come metodo costante. Alla fine, abbiamo ricomposto questi scheletri, che erano una donna e una bambina, d’epoca recente. Successe anche un altro fatto, e lo racconto per fare anche una risata. Quel giorno, per l’appunto, era arrivato un visitatore a Barbiana. Dovete sapere che Barbiana era una scuola aperta. Chiunque del popolo poteva entrare e mettersi a sedere. Ovviamente, c’erano delle regole. Se uno interveniva in malo modo era finita. Tanto era caro e dolce Don Milani quanto era impulsivo come carattere. Questo intellettuale, che veniva da fuori, sicuramente era del nord perché disse “padre”, un toscano non direbbe mai “padre” a un prete o a un parroco, ebbe l’ardire di interromperlo. Disse: “Padre, ma quanto tempo dedicate a anatomia e fisiologia?”. Scusate, sto andando un po’ troppo veloce. Devo rifare un altro inciso. Infatti il priore, al termine della fase anatomica passò a quella dell’educazione sessuale. La didattica, a Barbiana, si dipanava da sé, attraverso le domande dei ragazzi. Devo dire che quel periodo fu molto laboratoriale. Una mattina – faccio un altro inciso, ma non perdo il filo – il Priore arriva a scuola con dei grandi fogli, con pastelli colorati, con i soliti fogliolini (poi vi spiegherò anche cosa sono i fogliolini) e un contenitore di cartone. Ci dice a bruciapelo: “Ora che sapete tutto sui cromosomi e la genetica, oggi partoriremo un uomo”. Noi si rimase, come dire: Come si fa a partorire un uomo? E ci invitò a prendere ognuno di noi un fogliolino e, per ogni attributo, scriverci sopra. Per descrivere se era maschio o femmina dovevamo usare il metodo scientifico di “x” o “y”, perché nelle combinazioni di “x” e “y” si definiva la sessualità. Poi alto basso, moro biondo, e così via. Ve lo immaginate.
Sempre con la tecnica dei fogliolini, si discriminarono tali attributi per gruppi, come il colore della pelle, i capelli, gli occhi, l’altezza. Così come si farà poi per scrivere la Lettera a una professoressa, nella formazione dei paragrafi e dei capitoli. Anche su questo, magari, ci si soffermerà dopo se farete domande. Quindi, sopra il tavolo si formarono tanti monti di carta. Lui ne prendeva uno alla volta, lo buttava dentro lo scatolone, razzolava e diceva: “Ora, ragazzi, non guardate che il babbo e la mamma” e, hop, tirava fuori un fogliolino.
Partì dalla sessualità. Venne “xy” e lui disegnò, su questo grande foglio che si era portato, un pipino e attorno a questo pipino, con le successive estrazioni, disegnò, poi, il personaggio. Venne… un personaggio molto comune, un maschio moro, latino. Fu un gioco didattico e laboratoriale molto divertente.
Fu dopo questo momento così significativo che il nuovo arrivato, l’intellettuale – e ripiglio il filo del discorso – fece la domanda: “Quanto tempo, padre, dedicate all’anatomia e alla sessualità?”. Noi ci si aspettava, di fronte a questa ingerenza, una scenata, come era solito fare il Priore quando era interrotto o veniva interrotta la scuola per motivi che non partivano dai ragazzi. Allora lui, con estrema tranquillità, quel giorno, sorridendo, disse: “Beh, noi a Barbiana si è pesato un uomo, ed era 80 kg. Poi si è pesato il suo pisello e si sono fatte le dovute proporzioni”.
Ho voluto raccontare questo episodio – qualcuno lo avrà già sentito – per far capire quanto di mistificatorio ci sia sul mondo di Barbiana, descritto di una rigidità impossibile, di una logica schematica, solo ideologica e politicizzata. Non che non si facesse politica, anzi era la materia principale, però, in realtà, il clima della classe era questo.
A Barbiana ho capito il rumore della buona pratica. Qual è il rumore della buona pratica? Lo si sente quando c’è brusio.
Se c’è il silenzio assoluto, c’è anche potere assoluto. Se c’è confusione significa che l’insegnante ha perso il controllo. Invece quel brusio, che non interrompe il ritmo della classe, esprime il rumore di chi è cosciente e compartecipe, come lo eravamo noi, figli di contadini. Di chi lavora insieme e non disturba il vicino. Questo, secondo me, è il rumore della buona pratica.
Credo che questo aneddoto apra tanti spunti, tante finestre per capire il Priore di Barbiana.
Però, diciamolo fuori dai denti. Quale era il suo metodo? Quale era il nucleo fondante della sua pedagogia? Beh, credo che il nucleo fondante della sua pedagogia, come tanti hanno detto, sia, sì, la parola, ma sia il frantumare la realtà in tante parole. Lui, tutti i giorni, o che si leggesse un articolo di giornale, di fondo o di cronaca, o una lettera dei ragazzi che erano all’estero, ripeteva all’infinito questo gioco con le parole. Era così che lui frantumava la realtà ai minimi termini e, poi, la ricostruiva con i ragazzi in una logica di apprendimento.
La modalità la esprime molto bene nella Lettera ai giudici.
I titoli principali della sua autodifesa sono: “il motivo occasionale” e “il motivo profondo”.
Il luogo dell’apprendimento è il filo del rasoio.
È questo lo spazio-scuola di Don Milani, il filo del rasoio, cioè il punto quasi irraggiungibile, a volte anche pericoloso, della presa di coscienza. Cioè, Barbiana non è il luogo dell’esclusione, ma è il luogo in cui gli esclusi prendono coscienza, si impossessano della parola e cambiano la realtà. Barbiana non è un’utopia. È il luogo dove gli educatori abbandonano la didattica solo astratta per quella incisiva nel cambiare i mali della società.
Quindi, il processo educativo passa tutto attraverso questi due momenti: cogliere il motivo occasionale, un pavimento che crolla, oppure un articolo di giornale, e condurre poi l’allievo nel cuore delle discipline. In un approccio globale e dando centralità agli elementi motivanti. Il fatto che a Barbiana approdano i vecchi allievi con uno stato d’animo adirato, è occasione da non perdere. A Barbiana si leggeva più “Il Giorno” che “La Nazione”, un giornale meno oggettivo e di parte. Solo quando i momenti erano importanti, tipo le elezioni politiche o in questo caso, allora sì, diventava normale il confronto che si determinava anche tra “L’Unità” e “La Nazione”. In maniera che, inserendo più punti di vista, si aggredisse la realtà che è, come dice questo Papa, poliedrica. Nessuno ha la verità. Nessuno può arrogarsi del sapere.
Così riassumo: il processo educativo partiva da un elemento di occasionalità per raggiungere il motivo profondo.
Se il momento dell’occasionalità era la motivazione, il motivo profondo era il nucleo forte della disciplina, cioè era l’obiettivo curriculare.
Don Milani come lo esprimeva l’obiettivo curriculare? Per lui, l’allievo maturo, doveva “saper comprendere e commentare l’articolo di fondo del giornale”. Una verifica al vaglio della vita.
Oggi per paradosso, gli stessi insegnanti non vogliono essere verificati. Gli insegnanti, ai tempi del ministro Berlinguer hanno rifiutato la verifica, distruggendo l’ultimo vero tentativo di riforma nel secolo scorso. Grave errore. Anch’io criticavo tante cose, anche di metodo, ai tempi della Riforma. Ma quando ho visto utilizzare i ragazzi, far fare loro tanti “girotondini” per giustificare gli scioperi bianchi dei professori, alla fine mi sono schierato in difesa di Berlinguer. Perché ho capito, insieme a tanti, che quel giorno finiva la scuola, così come è successo.
Oggi la verifica ce la fa la realtà. Basta andare in un bar e si capisce il livello culturale della nostra gente. Eravamo abituati ad ascoltare operai, attivisti e consigli di fabbrica che esprimevano un livello di comprensione della vita che sicuramente alla valutazione di Don Milani passavano benissimo l’esame.
Comprendere e commentare l’articolo di fondo del giornale per loro non era complicato. Alla fine la verifica l’ha fatta la stessa scuola, l’università, coinvolgendo più contesti in tutta Italia. Tullio De Mauro ci fa scoprire che il 70 per cento degli italiani – 72 per cento, per essere più precisi – non sa più leggere e scrivere.
Io ho voluto avvicinarmi alla ricerca. Quando ho domandato ai ricercatori: “Scusate, che cosa si intende con il “non sanno più leggere e scrivere?” Loro lo hanno spiegato così: “L’italiano non sa più leggere un testo mediamente complesso”. Allora ho chiesto: “Cosa significa testo mediamente complesso?”. Mi hanno risposto: “È semplice. Anche un articolo sportivo, se solo fa riferimenti storici”. In poche parole abbiamo perso il rapporto con la nostra memoria. A scuola non si insegna più la storia o, comunque, si insegna a memoria la vita delle mogli di Enrico VIII, i ragazzi sanno tutto sulle mogli di Enrico VIII, ma niente dell’epoca in cui Enrico VIII è vissuto. Questo è il meccanismo perverso attraverso il quale ci insegnano a riflettere. Mai un legame serio tra il passato e il presente.
Una frase che a Barbiana io sentivo spesso, che utilizzava Don Milani nella quotidianità delle lezioni, era: “Estremizziamo il concetto per capirlo meglio”. Il concetto, per capirlo meglio, va estremizzato. Se voi leggete la “Lettera a una professoressa” vi accorgete che non è che “Lettera” ha la pretesa di dire la verità. Raccoglie delle semplici provocazioni che vogliono esprimere il punto di vista del contadino. Anzi, del contadino di montagna, direbbe Don Milani, perché per lui era importante partire da quello che l’allievo – e tanti lo hanno detto – viveva.
Volevo terminare con un altro concetto, quello di cui ho sentito parlare tanto oggi: il tempo scuola, così frenetico e legato solo a logiche quantitative. Don Milani molto spesso lo ribadisce nelle sue lettere e c’è anche, come provocazione, nei testi della “Lettera a una professoressa”: “Meglio fare a scuola una scrittura collettiva l’anno che affrontare mille temi senza sviscerarli fino in fondo”. Cosa significa questo? Intanto, io interpreterei il concetto di “tempo” con la sua metodologia. Cosa vuol dire “scuola”? Don Milani ci direbbe: “Prendi la Treccani, vai sul significato etimologico e leggi il significato di ‘scuola’”. “Scuola” da che cosa deriva? Da un concetto di tempo. Platone ne parla nel Timeo. Aion il tempo dell’essere, il tempo immutabile, il tempo della divinità. Chronos, il tempo del divenire. Scholè, il tempo del non assillo, dell’indugio, della lentezza. Questo è il tempo scuola. È il tempo, perché la parola si evolve, liberato dalle fatiche. Qualcuno diceva: “Bisogna coniugare tempo e benessere”, e ha ragione. Si andava a scuola per liberarsi dalla materialità e trascendere, andare oltre, quindi vivere uno stato quasi divino, di piacere e di benessere. Questo è il concetto di scuola.
Ha ragione Zavalloni quando, scrivendo quel bellissimo libro, La pedagogia della lumaca, ci invita a ripensare sui ritmi assurdi della Scuola. Esiste riflessione in un tempo veloce nel quale non viviamo mai la pausa per pensare?
Oppure la riflessione ha bisogno di un ritorno ad un altro significato, che non è il tempo che corre, ma è Scholè?
Stando accanto a Lorenzo ho capito che: Gli uomini di fede leggono i simboli del passato, ma parlano il linguaggio del futuro. Gli uomini di religione, invece, non hanno più rapporto con il futuro, ma vivono un eterno presente ripetitivo.
(Applausi)

 

Edoardo Martinelli Giunge per la prima volta nella scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani nel luglio del 1964 fino al 1967. Dopo una bocciatura, decide di frequentare la scuola, attratto dalla figura carismatica del priore. È uno degli autori di Lettera a una professoressa. Educatore multimediale, opera nelle scuole di Prato come esperto del Comune. È responsabile del Nuovo Centro Formazione e Ricerca “don Lorenzo Milani” e Scuola di Barbiana, associazione di volontariato, con la presenza quasi totale del gruppo storico che ha partecipato alla stesura della Lettera a una professoressa. Tra le pubblicazioni di Martinelli: Progetto Lorenzo: il maestro, Centro documentazione don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana, Firenze, 1998, Pedagogia dell’aderenza, Polaris, 2002, Don Lorenzo Milani. Dal motivo occasionale al motivo profondo, Studio Editoriale Fiorentino, 2007.