Apprendere dall’esperienza. Campus di lavoro nell’Arcipelago Toscano

di P.P. Traversari | Pdf

 

Apprendere dall’esperienza è un progetto che parte dall’isola di Capraia. Quindi, dopo gli interventi precedenti, torniamo nuovamente in Toscana e precisamente in una piccola isola, di appena 19 chilometri quadrati, che fa parte dell’Arcipelago toscano.

Il titolo di questo intervento – Apprendere dall’esperienza – vuol significare proporre dei campus di lavoro in questa sperduta isola dove le classi giungono dopo un lavoro preparatorio scolastico, in un  contesto ambientale, a nostro avviso di primo ordine, e organizzano un campus di lavoro. Sì, come il progetto presentato precedentemente,  facciamo anche noi lavorare gli studenti. Parlo di studenti delle scuole medie secondarie di primo e secondo grado che adottano il campus in sostituzione del viaggio di istruzione.

Il soggetto promotore è Scuole Outdoor in Rete, che come  avete visto nel foglio che vi è stato consegnato nella cartellina, nasce circa una decina di anni fa per interesse di alcuni studenti e grazie ad uno studio sulla didattica  outdoor  di una tesi di laurea in Pedagogia presso l’Università di Trieste. Da quello studio è nato un percorso di riflessione su come si possono apportare dei cambiamenti educativi nel curriculum scolastico con una metodologia particolare che vede l’ambiente naturale come partner privilegiato da un lato e   l’apprendimento come obiettivo finale dall’altro .

Dal 2007 abbiamo iniziato questa sperimentazione, giunta oramai ad una sintesi teorica e metodologica ben precisa. Studi, esperienze svolte anche a livello empirico, ma con una continua elaborazione di dati e teorie ci hanno portato, ormai ad essere pronti a pubblicare un manuale di riferimento che possa essere utile agli insegnanti o agli operatori del settore. Abbiamo accennato  ai campus di lavoro. La proposta è quella di accompagnare gli studenti a lavorare in quest’isola per recuperare i vecchi itinerari, per la maggior parte scomparsi sotto la macchia mediterranea.

Negli anni la Rete ha coinvolto non solo le scuole del Veneto e del Friuli,  ma anche gli istituti della Toscana e dell’Emilia Romagna perché riteniamo che questa metodologia possa interessare   tutte le scuole d’ Italia.

Nella storia  recente l’isola era un carcere dal 1878, o meglio una Colonia Penale Agricola che ha chiuso la sua attività ufficialmente nel  1986,  anche se dal decennio precedente aveva già smesso di funzionare. Da quel periodo si interrompe l’intervento dei carcerati per la manutenzione ordinaria della viabilità minore, i sentieri,  che servivano come  collegamento  ai terrazzamenti in cui erano praticate l’orticultura, la viticoltura,  la frutticultura e l’olivocultura che, assieme ad altre produzioni agricole rendevano l’isola pressoché autosufficiente. Non provvedendo i capraiesi alla manutenzione ordinaria, i vari itinerari sono andati via via scomparendo, inglobati dall’avanzare progressivo della vegetazione, prima fra tutti l’Erica, chiamata anche scopa, che si è diffusa in maniera impressionante.

Zappa, sega, pala, piccone e quant’altro, attrezzi che per i nostri giovani sembrano non essere conosciuti, sono stati utili per riaprire la strada Vicinale del Reganico, di San Rocco, della Torre della Regina ed ora, dal 2016 anche quello dello Zenobito. Quindi, una esperienza che parte dalle cose concrete ed  semplici, come umile è il lavoro dello zappare la terra.

Questo progetto, denominato “Un’isola per le scuole”,  ha prodotto un effetto “contagio” in quanto il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano,  partner di queste attività assieme al Comune di Capraia, ci ha invitato a proporre la suddetta metodologia  anche all’isola Elba. E dal 2015  anche a Pianosa con interventi un po’ particolari, ma che comunque afferiscono alla stessa metodologia, dato che il luogo è a tutt’oggi carcere per la presenza permanente di detenuti in regime di semilibertà. Infatti Andrea Crippa ha potuto conoscere questa realtà in quanto mi ha incontrato in quest’isola mentre svolgevo il servizio volontariod i gestione della  Casa del Parco.

Abbiamo parlato dell’ambiente come laboratorio, quindi del fare concretamente, producendo dei risultati che si possono leggere in questa slide e che abbiamo elencato perché questi numeri possono riassumere la storia di questi dieci anni.

Quasi 7 chilometri di stradelli aperti, che non sono pochi. Chi ha visitato Capraia sa che è un’isola considerata tra le più selvagge dell’arcipelago toscano  (l’origine greco del nome di quest’isola è Aegylon che significa terreno da capre, terreno roccioso e impervio).

Oltre 3.000 gli studenti che periodicamente si sono avvicendati in questo decennio, il numero delle  giornate lavorative, dei volontari che collaborano a questi progetti, delle produzioni dei ragazzi e delle classi contemplate in quei “prodotti” che testimoniano il lavoro fatto.  Nonostante la distanza dal continente Capraia è un’isola che con la presenza delle scuole può considerarsi meno isolata anche se gli isolani, con un chiaro orgoglio, si sentono non cittadini come verrebbe naturale dire, ma “isolani”.

Per l’appunto in un incontro pubblico dissi al Sindaco: “… presentiamo alla cittadinanza ..”. Mi interruppe immediatamente dicendomi: “Noi non siamo cittadini, siamo isolani”. Il vivere la lontananza al Continente ha creato una loro forte identità di cui vanno fieri.

I nostri lavori vengono presentati periodicamente  alla popolazione, lavori che per definizione devono essere utili e non semplici esercitazioni didattiche. È questo uno stile che ci caratterizza in quanto per noi fondamentale è restituire al territorio prodotti che siano utili all’ambiente e alla popolazione e al contempo per le scuole possano essere una prova delle capacità e delle competenze maturate nell’ambito scolastico.

Ma quali sono stati i punti di partenza di questo progetto?

In questa slide sono ben evidenziati: il disagio giovanile, il fatto che gli studenti si sentono  demotivati per quanto riguarda l’apprendimento e  denunciano fatica nel vivere nel contesto scolastico e di non capire il senso di quello che si va a fare. Di conseguenza, come ricaduta sul profitto, i risultati scolastici non ci sono o meglio non sono in linea con quanto sono le aspettative dei docenti. Nasce quindi una distanza relazionale tra docente e studente o, spesso tra consiglio di classe e studente o gruppo classe. C’è da tener presente che soprattutto alle scuole secondarie di  secondo grado, molto meno nella scuola primaria, vi è una cronica difficoltà di interazione didattica tra discipline.

Come Rete,  puntiamo a fare qualcosa di più incisivo, soprattutto, di concreto. In questa slide ho riportato questo passo di don Milani in “Lettera ad una professoressa”, dove ricorda l’arrivo di nuovi alunni    alla scuola di Barbiana, alunni che dimostravano un diverso approccio alla scuola:  “il maestro per loro era dall’altra  parte della barricata e conveniva ingannarlo. Cercavano perfino di copiare”.  Allora si trattava di un altro modo di fare scuola.

Anche noi cerchiamo di proporre un altro modo di fare scuola, però dobbiamo lottare contro quella che da più parti ormai viene chiamata la “finzione pedagogica”, cioè all’interno del proprio ruolo sia studenti che insegnanti recitano la propria parte per ottenere ciascuno un proprio risultato. È un richiamo al discorso della maschera di cui questa mattina si parlava. All’insegnante interessa giungere alla conclusione del programma, avere un congruo numero di valutazioni per essere

in linea con il suo compito.    Lo studente, spesso si sente incompreso, deve rispondere in qualche modo a queste richieste anche quando  risultano essere molto distanti dai suoi interessi sia come metodo sia come contenuti.  E i docenti riferiscono ai genitori con la solita frase: “Suo figlio potrebbe fare di più. Ha raggiunto solo il 6”.  Noi possiamo confermare che il ragazzo  ha ottenuto un semplice 6, solo perché, in questo modo, non ha il debito. La domanda che egli si fa inconsciamente  è la seguente: “Perché devo fare fatica per raggiungere un livello più elevato quando va a soddisfare solo l’insegnante mentre quello che studio non giova al mio apprendimento”?

Sono considerazioni che ci confidano i ragazzi e che sono emerse anche questa mattina nelle relazioni precedenti.

Quindi,   è importante fare sul serio, fare qualcosa che possa – come dicevo poc’anzi – essere utile  per l’ambiente, ma che di fatto diventa uno strumento per far crescere lo studente.  Nella slide ho scritto: “Creare un prodotto” perché è fondamentale la realizzazione di un qualcosa che sia verificabile,  soprattutto utile e che sia dotato di senso. Le esercitazioni scolastiche che svolgiamo in classe, a Capraia si realizzano con compiti veri.

Abbiamo scelto Capraia perché l’abbiamo ritenuta fin da subito un’ isola che poteva  diventare un laboratorio a cielo aperto nella sua accezione di “laboratorio” come spazio isolato dal contesto esterno, come per noi può essere, per esempio il Continente che  idealmente significa il distacco dalla vita di tutti i giorni, oppure dai cellulari,  considerati dagli studenti oramai compagni inseparabili di vita.

Ai ragazzi, in genere, viene concesso l’uso dei telefoni, solo per un’ora al giorno, per garantire una migliore e più autentica comunicazione all’interno del gruppo classe. È un risultato che giunge dopo  una discussione quasi estenuante, ma che vuol far capire che si può usare il cellulare con intelligenza e per le dovute e opportune necessità.

Proporre un luogo carico di bellezza è molto importante per suscitare nello studente emozione e stupore per un paesaggio che nell’apparire selvaggio è circondato dall’inteso blu del mare e dall’azzurro intenso del cielo. Ci sono poi delle giornate favolose nelle quali lo sguardo spazia dal Continente alla Corsica alle isole minori di Montecristo, Elba, Pianosa e Gorgona. Questo è un aspetto fondamentale, perché un luogo privo di bellezza non provoca  nello studente quell’emozione che porta a dei cambiamenti.

I laboratori di indirizzo. Ho già accennato al fatto che le classi svolgono una reale esercitazione che si collega all’indirizzo del corso di studio, quale prova per verificare le competenze raggiunte.

Tutto ciò avviene tramite una esercitazione che deve avere i caratteri dell’utilità e quindi strutturata all’interno di un quadro generale di interventi di valorizzazione del territorio a  cui concorrono anche le altre scuole che soggiornano a Capraia, ovviamente con obiettivi diversi.

Per esempio una classe di geometri ha  realizzato un rilievo topografico; un’altra del linguistico ha redatto dei depliants turistici in lingua; un’altra ancora ha effettuato delle analisi chimiche dell’acqua delle varie fonti presenti nell’isola e molto altro che presenteremo in una mostra a Capraia nel 2017. I risultati vanno presentati poi agli isolani in appositi incontri.

Per noi è importante vivere a contatto con la gente, con la quale, nel tempo siamo riusciti a creare delle relazioni e dei momenti di festa. E i ragazzi si affezionano a questo luogo. Rientrano a casa soddisfatti  perché si sono legati affettivamente ed emozionalmente a quest’isola. E in un breve lasso di tempo ritornano anche autonomamente a Capraia,  come di fatto avviene.

In questa slide presento gli aspetti importanti della metodologia che noi abbiamo chiamato outdoor.

La progettazione, che nasce a scuola e prevede la compartecipazione del consiglio di classe. Quindi, non viene delegato un insegnante, ma è tutto il consiglio  che si coinvolge nel progetto anche coloro che non partecipano al soggiorno sull’isola. Solo così si assicura importanza al progetto stesso in quanto la classe avverte che vi è un interessamento di tutti i docenti. Purtroppo non sempre questo avviene; spesso si constata un distacco di alcuni docenti che al ritorno degli studenti dicono che dopo “la gita a Capraia” è necessario ritornare velocemente sui libri, sconfessando tutta l’esperienza perché considerata purtroppo un “non scuola”.

Frasi del tipo “ …Bene, siete andati al mare, vi siete divertiti? Ora riprendiamo a fare scuola”  …come se l’esperienza vissuta a Capraia non fosse scuola.

Il coinvolgimento di tutti i partecipanti, nel senso che ciascuno deve fare la sua parte per ottenere il risultato individuato nel  prodotto, ma anche tutto quello che ne consegue.

L’esperienza di gruppo. Il gruppo ha una sua dinamica. Si sviluppano delle leadership e delle collaborazioni inaspettate al suo interno. Di conseguenza i campus sono momenti arricchenti per il gruppo in quanto viene stravolto il proprio essere in relazione agli altri come avviene nella rigidità dell’aula e della scuola dove tutto è già predefinito.

Preciso che l’esperienza è solo per un gruppo-classe e non per più gruppi come sovente richiesto  dalle segreterie delle scuole per  il contenimento della spesa e questo al fine di favorire una migliore crescita umana e relazionale degli studenti permettendo loro di, all’interno della classe stessa,  un nuovo equilibrio dettato dal “vedersi diversi” in un contesto diverso come appunto è l’esperienza nell’isola, sconosciuta a tutti.

L’autogestione. La classe deve attivarsi per gestire la cucina, i pasti e gli spazi comuni.

Non si è in albergo dove si trova già tutto predisposto. Colazioni, pranzi e cene vengono preparati da gruppi organizzati che assicurano anche il servizio in tavola e le pulizia. E la medesima modalità viene ripresa nella gestione degli appartamenti in cui si provvede alla pulizia e al riassetto dei locali.

È un operare che si sviluppa nell’arco della giornata e in cui i ragazzi sono impegnati costantemente nel crearsi spazi e modi per provvedere personalmente  ad uno stare bene che transita attraverso le azioni concrete di tutti i giorni al fine di per vivere meglio, ma soprattutto di stare bene assieme.

In questa nuova slide si racchiude il cuore della proposta outdoor.

Orientare all’apprendimento. Ap-prendimento vuol dire “prendere – come dice il termine – qualcosa per sé” da queste esperienze, che non diventano una mera ripetizione  di modi e situazioni ma un dare senso al proprio agire  con positive ricadute anche sul gruppo. Se non focalizziamo bene questo concetto il tutto diventa un semplice imparare, una forma passiva dell’apprendimento.  Imparare infatti vuol dire ripetizione, cercare di arrivare alla pari rispetto agli altri o all’insegnante. Ma ap-prendere per noi significa mettere in atto quelle modalità perché la persona riesca ad “afferrare” quei concetti della vita che siano frutto di una ricerca esperienziale intelligente e poi assimilati perché ritenuti buoni e quindi degni di essere ricordati nel proprio patrimonio valoriale e di comportamenti.

Rapporto spontaneità-intenzione. Questi due termini  si rifanno alla passività e alla attività e si collegano a quanto appena espresso.  Quello che la scuola offre può essere  una dimensione passiva che vede nell’imparare la lezione e nel ripetere i concetti chiave di un argomento, tramite l’interrogazione  o il compito scritto che possono sembrare l’obiettivo finale. Si tratta però di un apprendimento passivo che fa dimenticare nel tempo quanto appreso. Ma può diventare attivo nel momento in cui si mobilitano interesse, ricerca, metodo, conoscenze, e quant’altro per fare in modo che quello che viene appreso possa diventare un elemento di riproposizione e di accrescimento per lo studente. Spesso si fa riferimento alla mancata motivazione e ad una didattica ripetitiva come elementi che sono di ostacolo ad un efficace apprendimento.  Ci si dimentica che uno studente deve stare bene a scuola e quindi avere una buona relazione con il docente e con il gruppo classe per evitare che dei questo studente che apprende non si faccia un individuo che patisce. Modificando la relazione educativa  lo si accompagna a ricercare un  proprio atteggiamento verso lo studio che da passivo può tramutarsi in attivo proprio perché riconosce interessante apprendere.

Si parlava, stamattina, di alleanza educativa all’interno del rapporto educativo. Questa alleanza è da riferirsi  non solo ad un diretto rapporto tra insegnante e studente nel periodo del campus, ma anche tra docenti del consiglio di classe e studenti. Queste esperienze possono cambiare la fisionomia e l’atteggiamento della classe verso sé stessa e verso il corpo docente.

Dare un orizzonte di significato. Attraverso l’azione dare un valore al nostro essere in movimento. Anche di questo se ne è parlato stamattina. Il valore dell’azione che si estrinseca non solo nel movimento ludico-motorio, ma soprattutto in quelle azioni che vedono il soggetto agire in un determinato contesto e con un determinato scopo, ovvero con intenzionalità. Troppo spesso si progettano iniziative che si sviluppano solo all’interno della scuola, per una serie di motivi che si legano in primis alla sicurezza, alla responsabilità dell’accompagnamento, ed altri ancora che conosciamo. Di fatto le esperienze che si sviluppano all’interno delle strutture scolastiche sovente non prevedono particolari attenzioni all’uso del corpo, ma contemplano solo la messa in  campo di ambiti cognitivi.

Capraia è un po’ come Venezia: per tutte le attività praticate ci si sposta a piedi. Si è sempre in movimento.  Quindi, tutti gli spostamenti avvengono in un questo ristretto spazio urbano. Ma anche quando si va in escursione l’isola appare piccola perché  nonostante i suoi 19 chilometri quadrati e la sua natura selvaggia: non ci sono centri abitati all’interno. C’è solo la natura che apparentemente sembra ostile,  perché non si conosce, ma che ben presto diventa accogliente proprio perché diventa familiare in quanto c’è la possibilità di muoversi in maggiore autonomia e con rischi estremamente ridotti rispetto ad altri contesti. Ma il movimento si riferisce alla vita anche di tutti i giorni in quanto ci si trova costantemente di fronte a scelte e a confronti che richiedono delle risposte concrete pongono il ragazzo di fronte ad un continuo rapporto con la realtà circostante facendo dimenticare quella dimensione  virtualità molto presente nella vita di tutti i giorni.

I ragazzi capiscono, solo al rientro a casa, che sono stati sempre in movimento  per la forte componente esperienziale che queste attività richiedono, oltre gli standard normali che si svolgono a casa.

Quindi, un corpo in movimento che nella nostra pedagogica outdoor trova anche un momento per fermarsi e percepire da un “immobilismo” un momento principe per pensare: si alternano perciò situazioni finalizzate al percepirsi in cui obblighiamo gli studenti a fermarsi, a riflettere sul proprio agire, entrare nella profondità  del proprio pensiero.

Quante volte li osserviamo mentre inviano sms e contemporaneamente parlano, camminano, o svolgono altre attività prestando superficiale attenzione alla comunicazione e alle sensazioni che  provano nella via di tutti i giorni, sensazioni che spesso rimangono tali.

Il fermarsi significa perciò percepire le proprie emozioni e farle affiorare a livello di coscienza,  pensare cioè a quello che è stato vissuto nel tempo precedente,  ricostruendo l’esperienza  nelle fasi temporali in cui si è espressa, per poi considerare il valore che ciascuna di esse dischiudono per la crescita personale.  E gli strumenti sono diversi: il diario, un testo poetico, la foto ricercata, etc.

Un altro cardine della metodologia outdoor è  la responsabilità. Tutti i soggetti sono coinvolti in una dimensione dove  quel famoso “I Care” prende concretamente forma. Mi interessa, quindi esprimo  il meglio di me stesso. È un educare alla responsabilità verso sé stessi – come autodisciplina – ma anche verso gli altri e verso l’ambiente. C’è un interessante libro di Raniero Regni Educare con il lavoro in cui l’autore analizza come l’ educare per mezzo dell’azione, ma con il lavoro strutturato diventa non solo finalità,  ma anche strumento per la realizzazione della persona, specialmente nella fase più delicata di un giovane, quella evolutiva.

La responsabilità pone lo studium come un importante riferimento per il processo educativo, che qui richiamo però nelle due accezioni. La prima è quella corrente, che ricorda la scuola, l’applicazione, l’impegno. Però, vi è anche un altro termine di studium, ormai dimenticato, che si rifà alla meraviglia, alla passione, all’osservare concretamente e attentamente certe cose che fanno parte del patrimonio della persona.

L’attenzione alla corporeità, all’azione consapevole e alla sfida della responsabilità, l’educare al lavoro, diventano per noi un vero modello di riferimento,  un paradigma dell’apprendimento.

Ma quali sono le tre azioni che si esprimo attraverso questa metodologia?

La prima è il lavoro di recupero di antichi sentieri. Come illustrato in questa slide si può notare, sulla sinistra, in alto, il sentiero come appariva agli occhi degli studenti e nell’immagine sotto come è stato recuperato. A destra invece gli studenti che lavorano  assieme in un sentiero.  Se avete colto i ragazzi non sono soli. Sono accompagnati da docenti o volontari e utilizzano attrezzi semplici. In un diario una ragazza scrisse: “Abbiamo utilizzato attrezzi di cui non conoscevamo l’esistenza: zappa, vanghetto e piccone”. Fa riflettere questa affermazione,  perché viene riportata spesso nei nostri campus.

Anche se si tratta di attrezzi semplici, richiedono una particolare attenzione nell’essere utilizzati, per ottenere il risultato voluto: la miglioria dell’itinerario assegnato. E per far questo è necessario attivare un impegno non solo coordinativo e fisico, ma anche intellettivo. Il lavoro diventa un’immagine della propria azione: quanto il ragazzo ha fatto come impegno e applicazione per realizzare quanto si è prefigurato,  gli viene restituito come prodotto finale che verrà valutato da un esperto. Possiamo affermare, con questo  richiamo hegeliano, che con il lavoro l’uomo vede la propria immagine e si ritrova in questa immagine, che può essere positiva o negativa, bella o brutta; però l’ha ideata e costruita  lui. Quindi, l’uomo fa la storia, la sua storia, come in questo caso.

I ragazzi che lavorano insieme per un ottenere risultato, intervengono nella storia locale modificando un territorio – il sentiero – costruito da altri ma che fa parte della memoria collettiva locale. Per noi, quindi, è importante educare attraverso il lavoro, perché frutto di quel facere intellectualis  che permette alla persona di prendere maggiore coscienza del proprio agire.

Un agire però che nasce da una attenta considerazione delle indicazioni fornite dai docenti e dai collaboratori della Rete e contenute in un disciplinare di recupero dei sentieri pensato e scritto con la Direzione del Parco Nazionale dell’Arcipelago  Toscano.

In base a questo protocollo vi è una fase di autovalutazione che si estrinseca con una scheda guida nella quale lo studente analizza con gli altri compagni il lavoro svolto e si assegna un punteggio riferibile alla efficacia e alla tipologia del risultato ottenuto. La presentazione va fatta di fronte al gruppo classe e ai docenti, in modo che tutti possano essere a conoscenza di quello che è stato fatto e detto, proprio perché il prodotto finale – il sentiero – non è del singolo, ma della classe.

Per noi il senso del lavoro sul sentiero si rifà all’apprendimento e quindi il collegamento allo studio è conseguente.  Il riconoscersi in quello che si è fatto significa valutare obiettivamente l’esperienza vissuta che se considerata positiva, verrà ricordata e assimilata come tale, con ovvie ricadute nell’autostima, nell’immagine di sé, e di conseguenza, anche come capacità di applicazione nello studio. Se l’esperienza è negativa richiede invece una analisi delle motivazioni ed è oggetto di riflessione per ricalibrare le motivazioni stesse ed i significati che hanno portato a questa negatività.

In questi anni abbiamo riscontrato un interessante parallellismo tra  l’atteggiamento degli studenti verso il lavoro manuale e le modalità di studio a scuola.

Nella maggioranza dei casi la disposizione per il lavoro,  che comprende passione, interesse, tenacia nel riuscire a realizzare e ottenere un  risultato, si equivale anche per lo studio. Si potrebbe affermare: “se si osserva come uno studente lavora, si riscontrano in esso le medesime  modalità anche nello studio”.

Nel creare il collegamento tra l’agire sul sentiero e l’agire nel contesto prettamente scolastico, mi ripeto, il passo è breve.

Recuperare il sentiero richiede  il coinvolgimento dello studente verso quell’assunzione di responsabilità nel suo agire, così come avviene, appunto, nello studio, responsabilità sollecitata nelle forme più convenienti di accompagnamento da parte del docente che si affianca al discente il quale percepisce, e poi constata, che è possibile avere fiducia nell’insegnante. Pensate quanto importante è  per uno studente  fidarsi e poi affidarsi al docente che ha saputo e voluto condividere con lui l’esperienza di un campus di lavoro.

“ Della parola non se ne fa nulla. – diceva don Milani-  Se noi lo mettiamo sul piano divino è la grazia, se lo mettiamo sul piano umano è l’esempio”.

Quindi, lo studente vede  nel concreto l’esempio dell’insegnate percependolo nella sua autentica espressione di uomo o donna e docente. È un richiamo a quella forma di “bottega artigianale” che gli permette di costruire la propria azione supportato da questo importante esempio. Ovviamente in un rapporto di rispetto dei propri ruoli.

La seconda azione:  la realizzazione dei prodotti di indirizzo.

 Chi svolge i campus a Capraia sa che deve realizzare qualcosa che possa essere di utilità per il territorio. Queste immagini sulla slide  presentano alcune delle numerose produzioni realizzate dalle classi in questi anni.

I prodotti vanno realizzati secondo obiettivi concordati e condivisi e vengono autovalutati dagli stessi studenti con i propri docenti, prima di essere certificati da persone terze. Come c’è un’autovalutazione sul sentiero in cui gli studenti si assegnano dei punteggi così avviene anche in questa fase di realizzazione di un prodotto d’indirizzo.

Questo sistema richiama quelle schede predisposte dalla scuola di Bordeaux.

A seguire c’è anche la valutazione dell’insegnante e del consiglio di classe.

I giudizi sono severi, ma reali, in quanto non si può tacere di fronte ad un limitato impegno o ad  elaborati scadenti.  Una severità di giudizio che nasce dalla consapevolezza che a Capraia si fa sul serio e che “tutti osservano tutto”  e quindi non si può tacere o giustificare un lavoro mal congeniato  per il semplice fatto di essersi impegnato. Riprendo quel facere intellectualis che spesso non è uno specchio dei risultati attesi.

Terza azione è l’autogestione. Riguarda un po’ tutte le attività proposte che vengono discusse e valutate assieme. Si tratta di predisporre una vera “scuola di cucina”.

I ragazzi si organizzano in gruppi, e questo già prima di partire: progettare il menù, calcolare le dosi  e i costi, individuare le modalità di acquisto e di conservazione degli alimenti, etcc.  Viene cioè strutturata  una unità  organizzativa condivisa con tutti i partecipanti che, se funziona, permette di far star bene tutta la classe, concepita come una “azienda condivisa”

Si definiscono incarichi, ruoli, tempi e modalità per considerare un lavoro “ben fatto” valutabile secondo i criteri di pulizia ed igiene dei locali, servizio generale verso i compagni, qualità dei piatti prodotti.

Altre  attività completano le tre azioni  prima illustrate: le uscite didattiche con le guide; i lavori di gruppo siano essi d’indirizzo o di servizio; i giochi sportivi; i briefing e le restituzioni; l’orienteering notturno in paese; lo snorkelling; le feste.  La festa è un momento importate non solo come conclusione del campus, ma anche perché rappresenta il momento in cui si consegnano alla comunità locale i prodotti realizzati.

Le competenze  relative alla costruzione del sé e quelle relative al rapporto del sé con con la realtà sociale e ambientale  illustrate in questa slide permettono di capire come  tutto il percorso sia intriso di attenzione educativa. (Dati i tempi stretti proseguo velocemente verso la conclusione).

Se il progetto nasce a scuola nella fase indoor,  a scuola deve ritornare al termine dell’esperienza outdoor. Quindi il trovare un momento di verifica da parte del consiglio di classe diventa un passaggio nodale.

Se per noi è fondamentale porre gli studenti di fronte alle prove e far in modo che possano rendere conto ad altri  del proprio agire, un agire consapevole che nasce da azioni dotate di senso. Al ritorno a scuola la classe si presenta al consiglio di classe e illustra il campus secondo tre profili che permettono di ricomporre il quadro esperienziale.

Il primo è quello del tempo: ovvero il ricordare momenti, situazioni, fatti, attività, ridefinite in un  ordine temporale, giorno dopo giorno. Data l’intensità del campus al suo termine si fa fatica a ricordare quanto è stato vissuto i primi giorni. Questo primo passaggio avviene nell’isola, in tempi e modi appropriati, come ad esempio i briefing o attraverso  la scrittura autobiografica, anche davanti a paesaggi affascinanti che stimolano la riflessione.

Il secondo profilo è quello relativo al saper narrare, ovvero raccontare cosa e come è stato fatto, con raccordi su quello che ha preceduto e ciò che ha seguito l’esperienza per capirne il significato. Altrimenti, si tratta solo di una situazione emozionale: “È stato bello”. “Perché?”. “Mah, non so”.

Prima di lasciare l’isola si dedica del tempo ed uno spazio  per fermarsi e fare il punto della situazione, ricomponendo, step by step  il profilo del tempo al fine di trasporre dall’esperienza emotiva il senso della propria crescita. La somministrazione di una scheda di autovalutazione è di aiuto per questo delicato momento.

Ci sono dei segnali che ci permettono di capire se il processo messo in atto si dimostra efficace: un luogo, come si diceva in apertura,  in cui si vuole tornare e una storia che si vuole ricordare; il coinvolgimento del corpo che si percepisce maggiormente reattivo; un modo diverso di affrontare con più coraggio la realtà a fronte di una diversa percezione della virtualità; la ricerca equilibrata tra emotività e senso  per la propria crescita; la condivisione dei momenti e delle situazioni; non ultima la riflessione provocata e ritorno a sé del patrimonio esperienziale maturato.

Infine quello della memoria, che si svolge sempre a una certa distanza di tempo. Cioè, il fatto di ricostruire tutta l’esperienza con un maggiore distacco e senza essere viziati dall’emotività del campus.

“Cosa è rimasto nel tuo ricordo? E perché?  Quali ricadute ci sono state nella tua persona” sono tre domande che spesso danno inizio a questo ripensamento e che permettono di “fissare meglio” i significati che le esperienze, depurate dalle emozioni, imprimono indelebili nella propria formazione. Con il docente si definisce il processo che ha portato alla trasformazione dello studente verso lo studio e verso la scuola.

Con questa breve presentazione spero avervi fatto partecipi di questa metodologia in cui l’esperienza prende forma e tutto quello che è il vissuto diventa esperienza nel momento in cui si comprende il senso di quello che viene fatto. Diceva Dewey che l’esperienza è la capacità di trasformare i fatti in apprendimenti, e questa affermazione penso sia condivisa da noi tutti, in un ambiente comune, Oikos, che  è la casa comune, dove tutti noi stiamo bene, intendendo con “noi” il gruppo classe ma, di riflesso, anche il consiglio di classe, al quale il gruppo si rapporta e trasmette il percorso effettuato. Sempre Dewey ci insegna che il processo educativo messo in atto ci permettere di apprendere dall’esperienza e di elaborarla come memoria per il futuro.

In questo modo la scuola come istituzione, tramite i suoi insegnanti mantiene fede a quella che abbiamo chiamato alleanza che in definitiva altro non è che la promessa di rendere il sapere condivisibile e il mondo abitabile.

Mi sembra  importante concludere con questa ultima slide riferita all’ alternanza scuola-lavoro. L’esperienza fin qui presentata può essere inserita benissimo in questo contesto, però, come dicevo all’inizio, non come ricerca di ore da registrare, ma considerando l’ASL e questo progetto delle  interessanti occasioni per educare lo studente a ritrovarsi nella scuola in vista di un suo inserimento nel mondo del lavoro e sperimentando al suo interno un piccolo mondo lavorativo in cui il valore della persona supera quello della produzione. E questo nella dimensione attiva propria dell’apprendimento esperienziale.

Grazie.

(Applausi)

 

Pier Paolo Traversari Docente, è coordinatore delle “Scuole Outdoor in Rete” (http://www.scuoleoutdoorinrete.net).