L’idea di politica in don Tonino Bello
Tra la Bibbia e Goethe

di Cesare Paradiso

 

“Se uno mi chiedesse a bruciapelo: ‘Dammi una definizione di quel che dovrebbero essere i politici’ io risponderei subito: operatori di pace”. Così dice don Tonino ai politici di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi nel 1985, preparandosi al Natale.

La frase racconta, con la sintesi immaginifica di cui pochissimi uomini sono capaci, quale fosse l’atteggiamento, la direzione nella ricerca di senso, del vescovo di Molfetta verso la politica[1]. Mette al centro una delle sue parole chiave, la pace, accostandola all’impegno pubblico, e con ciò conferendole un’altra risonanza. Evoca una consuetudine, quella dell’incontro coi politici in occasione delle festività, che don Tonino coltivò finché poté e che trasformò a un certo punto in messaggi sonori affidati alle vecchie “musicassette”, di fronte alla diserzione fisica di qualche politico di cattiva coscienza.

Certo, la pace di cui parla in questa suggestione non è l’assenza di guerra, che fu per altro il suo massimo struggimento, la missione definitiva che lo accompagnò fin proprio agli ultimi giorni: l’alienum a ratione dell’enciclica Pacem in terris. Qui c’entra la pace dettata, alimentata dalla democrazia, dalla giustizia in “scandalosa accoppiata”. E c’entra il compito, affidato ai politici di ogni stagione, di “portare acqua” attraverso le condutture agli uomini, ad ogni singolo uomo, alle loro case, alle loro vite, senza inquinarla, manipolarla, disperderla, trattenerla, accaparrarsela, farsela pagare. Tutto mentre sotto i suoi occhi attenti e vigili la politica, al contrario, anzi all’opposto, si inaridisce, perde progetto e fertilità.

Per comprendere fino in fondo il rapporto di don Tonino Bello con la politica[2] è interessante fissare il contesto in cui vive e il momento in cui muore, coglierne con attenzione cronologica e logica, quindi anche storica, significati e simboli.

Don Tonino lascia questa terra nell’aprile del 1993. L’anno successivo, il 1994, rappresenta un autentico spartiacque tra un prima che don Tonino vede e un dopo che forse intravede, ma certo profeticamente scorge: il passaggio dalla impropriamente detta prima repubblica alla impropriamente detta seconda repubblica, il rovinoso rotolare di sassi in un’infinita transizione nel nulla e verso il chissà che, lo vedono infatti solo in parte presente. Eppure, la sua analisi pare centrata non solo su quel che è stato ma anche su quel che sarà. La caduta del Muro di Berlino e i suoi effetti sul mondo e non solo su un mondo; il tornado di Tangentopoli e la fine dei partiti su cui il Paese si era retto dalla fine della seconda guerra mondiale; lo smarrimento dei valori che non consente che la fine delle ideologie mostri almeno all’orizzonte l’affacciarsi di idee nuove; l’impoverimento del Paese e del mondo: tutto ciò  sembra adattabile ai suoi concetti e alla sua predicazione non meno che a quello che è arrivato dopo, che non ha visto lui ma abbiamo visto noi: i lunghi anni del “berlusconismo” e la bolla di sapone del “renzismo”, i cattolici che cercano casa, i partiti nuovi che nascono e si dissolvono, un’intera parte politica praticamente estinta, i movimenti senza bussola. Senza contare che l’attenzione agli ultimi, la possibilità che la politica generi giustizia e liberazione, che un Papa conti “quanto un subacqueo di frodo che fa campare la famiglia” e un nero qualunque nel mondo pesi quanto Nelson Mandela, sembrano, come sembravano, lontane utopie. E il gesto di don Tonino, del vescovo di Molfetta, di ospitare gli sfollati in Episcopio, continua a sembrare una meravigliosa stravaganza. E provate a leggere oggi Caro marocchino, la lettera che scrisse nella giornata sull’emigrazione del 1985, in cui chiede perdono agli immigrati che sopravvivono con la disperazione della clandestinità: chiedetevi se qualcosa è cambiato oggi, se è arrivata la misericordia, se sono migliorate le politiche, se contro il cinismo e l’egoismo non ci resta che la voce, certo altissima, di papa Francesco.

 

Quel che don Tonino vive nel suo tempo è una evidente impopolarità della politica. Non dimentichiamo che egli parla in un volgere di anni, in cui nel Paese matura prima una silente insofferenza e poi un’aperta ostilità verso la classe politica. E anche questo dà continuità con il dopo, con la disaffezione alla politica che è sotto i nostri occhi, con una personalizzazione e una banalizzazione che svuota il pensiero politico in tutte le sue direzioni.

Ma don Tonino è un ottimo comunicatore – come oggi si usa e abusa dire – e quindi dopo averci detto che in fondo è un “mestiere ingrato”, un’idea di quel che deve essere la politica ce la dà.

“La politica è un’arte nobile e difficile”, ripete don Tonino citando la Gaudium et spes. Va intesa come “programma, progetto, apprendimento, tirocinio, studio”; addirittura come “una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano” il cui fine ultimo sia il bene comune, mettere al centro la persona, “adottandola come misura di ogni impegno, come principio architettonico di ogni scelta”. In più è laica. Non c’è una politica cristiana, così come non c’è una matematica cristiana o una chimica cristiana. C’è un modo cristiano di fare politica.

Ne consegue che l’identificazione della Chiesa Cattolica con una parte politica è “incauta” e produce un costo pastorale “carissimo”; che il cristiano deve chiedersi se le sue scelte concrete siano collegate al Vangelo; che l’unità dei credenti non va ricercata nelle scelte politiche e di partito, ma “a monte delle mediazioni storiche, culturali e politiche”, nella vita essenziale.

In politica, i cristiani devono ottenere il consenso “non nel nome di Gesù Cristo”, ma grazie all’efficacia della proposta politica considerata in sé, e grazie alla competenza e alla coerenza morale di chi la propugna. Il rischio, da scongiurare ad ogni costo, è di utilizzare la fede a fini ideologici.

Sicché i politici, oltre ad essere “operatori di pace”, come abbiamo già visto, devono essere “capaci di misericordia”. Usa un’espressione chiarissima nel lessico dei credenti, ma certo non oscura fuori di quel campo. Perché il politico deve avere sulla sua scrivania la Bibbia e Goethe, proprio ciò che trovarono nella cella del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, impiccato il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossemburg. Bibbia e Goethe, il massimo del sacro e il massimo del profano, così che l’amore per Dio e per l’eternità non pregiudichino o limitino l’amore terrestre. Saldare la terra e il cielo, per dirla con don Ciotti, utilizzare la trasversalità del messaggio del Vangelo; d’altra parte don Tonino è sempre stato convinto che la condizione umana unisca al di là delle differenze religiose, che tra il credere e il non credere non c’è il Muro di Berlino, come osservò Pietro Scoppola ai dieci anni dalla sua morte; “chi crede e chi non crede si trovano entrambi alla soglia del mistero”, come suggerì con finezza un pensatore del livello di Norberto Bobbio. Ecco l’omaggio a un politico non credente come il suo conterraneo Gaetano Salvemini, che definisce “profeta laico”. Ecco l’amicizia forte, profonda con un politico di razza come il socialista Finocchiaro, testimoniata da una comunicazione epistolare[3] e da una consuetudine personale intensa fino agli ultimi giorni.

E ancora, i politici siano portatori di sobrietà, di giustizia, di pietà.

Sobrietà (personale e comunitaria). L’opposto dell’ubriachezza, dell’arroganza del potere, come si diceva non molto tempo fa. L’uomo pubblico non può essere ubriaco, deve avere senso del limite, saggezza, equilibrio.

Giustizia (personale e comunitaria). “Tutti siamo veramente responsabili di tutti”: don Tonino si aggancia a un’efficacissima espressione contenuta in un’enciclica papale, la Sollicitudo rei socialis. Vuole far comprendere che il comportamento dei politici non può e non deve essere settario, predatorio, protervo; il potere deve essere usato per promuovere il bene di tutti e non per difendere i privilegi di qualcuno. La solidarietà non è “compassione”, “intenerimento”, ma al contrario impegno, di sicura provenienza evangelica, a “perdersi a favore dell’altro dimenticando il proprio tornaconto”. Di qui l’impegno a sostenere la nonviolenza, il disarmo, i diritti delle minoranze, quelli delle popolazioni svantaggiate: un nuovo “ordine economico internazionale”.

Pietà (personale e comunitaria). Sul piano generale, questo significa privilegiare l’uomo: badare alle persone, ai malati, agli anziani, ai minori in difficoltà, più che a costruire edifici, espandere l’urbanistica; migliorare la qualità della vita nelle città, aprire gli occhi sul degrado, sulla disoccupazione, sulla sofferenza degli ultimi. Salute, lavoro, ambiente, partecipazione, cultura: tutto questo deve venire prima delle “pietre”.

Mistici e anche un po’ artisti, devono essere i politici, mettere nel loro impegno, come diceva il Papa Paolo VI, “la stessa inventiva impiegata negli armamenti o nelle imprese tecnologiche”.

 

Utilizzando come metafora la parabola del Samaritano, don Tonino si immagina il Samaritano che nel Vangelo non c’è, quello “dell’ora prima”, quello che – se ci fosse stato – forse il viandante non sarebbe stato aggredito. È cioè il politico che preveda, progetti, giochi d’anticipo sulle emergenze collettive, spenda del tempo a prevenire i danni, più che a trovare i mezzi per risarcirli.

Sceglie ancora il Vangelo, la parabola del Buon Pastore. Nel sentiero di immagini di don Tonino il pastore è guida, ma è soprattutto “compagno di viaggio”, condivide il caldo e il freddo del suo gregge, corre gli stessi rischi, il suo bastone scarta i sassi e conduce allo spazio erboso, dove egli riposerà non separato dalle sue pecore.

Eppure, c’è anche un altro tipo di pastore. Un appellativo dato ai capi dei popoli, ai funzionari, ai detentori di autorità, ma è un pastore che si comporta il più delle volte col suo gregge in modo tale da meritare rimprovero. Un pastore che non ha cura del gregge, ma pascola sé stesso, che ammazza le pecore per cibarsi della loro carne, coprirsi con la loro lana, abbeverarsi del loro latte. Il pastore che non fascia le ferite ma le infligge, non raduna le pecore ma le lascia in balia degli animali selvatici. Ecco che arriva la domanda ai politici, neppure dissimulata, anzi piuttosto diretta: “In coscienza, che tipo di pastore pensate voi di essere stati? Avete servito o vi siete serviti?”  

Segnalo che all’interrogativo “Che cos’è la politica?”[4], in un prezioso volume che si fa la domanda proprio nel titolo, la filosofa Hannah Arendt, una delle teste più pensanti del Novecento, rispondeva: “È stare con. Non sopra, accanto, altrove. Con”. Credo che la grande pensatrice alludesse proprio a questa necessità di comunione.

In una conversazione del 1990, incentrata sull’integrazione degli immigrati, sulla lotta a razzismi vecchi e nuovi, sulla creazione di un vero antirazzismo che sia accoglienza di “persone uguali e distinte”, di irriducibile diversità, don Tonino non si sottrae a una risposta senza reticenze su cosa sia la riforma della politica. Dice: “È assumere sul serio e con coerenza quotidiana la sfida della mondialità, della multirazzialità, della multiculturalità, della multi religiosità, mettere per primi gli ultimi: nell’agenda della politica, degli atti amministrativi, degli impegni di spesa…”.

Eccolo, don Tonino. Non un vescovo che fa politica, ma un uomo di fede che richiama i politici di qualunque partito – ma anche di qualunque confessione – al loro compito, alla loro responsabilità, quella di fare politica mettendosi al servizio della collettività. Di stare con, appunto.

Rispetta l’autonomia della politica, ma non rinunzia a fare da pungolo perché essa vada nella direzione di promuovere la dignità dell’uomo e perché le sue scelte siano orientate sempre e soltanto al bene comune. Forte del proprio retroterra religioso, culturale, umano interpella i politici nel profondo delle loro coscienze, come ha interpellato quella di chiunque gli si sia accostato prima e dopo la sua morte.

 

Bene. Provo a concludere schematizzando, confidando si comprenda la sintesi dello schema.

Se la politica è, in una visione verosimilmente condivisa, un discorso pubblico avente come fine il bene comune (1), con strumento il Governo (2), come regola la democrazia (3), allora il nostro atteggiamento come comunità – ma anche come singoli, seguendo i tre precedenti passaggi logici – non può essere solo attendersi, ma anche esserci.

Vigilanza, dunque, ma anche partecipazione. La responsabilità di tutti verso tutti che sopra richiamavo. E anche la solidarietà non è quel vocabolo che stiamo rischiando di svuotare; per stare sempre all’enciclica tanto cara a don Tonino Bello “non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine e lontane”, ma “la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, ossia per il bene di tutti e di ciascuno”, allora il richiamo di don Tonino ai politici e a tutti è nella domanda: abbiamo rispettato la dignità di ciascuno?

 

In un tempo come quello che attraversiamo, con una democrazia sempre un po’ precaria (come Bobbio già intravide nella prima metà di questo secolo), con una folla di crescenti disuguaglianze da curare, la risposta, allo stato attuale, non lascia molti spiragli di luce. Anche sui diritti c’è ancora e sempre da lavorare, perché essi nascono in diversi contesti storici e non vengono dati tutti in una volta e una volta per sempre: gli studiosi che lo ricordano non fanno uso di pessimismo ma di ragione e richiamano alla incessante attenzione, come fece don Tonino Bello col suo stile irripetibile e come certo non mancherebbe di fare se oggi fosse qui.

Delusione e speranza sono però due poli che si alternano nella visione di chi abbia a cuore il bene comune e veda la persona come fine e non come mezzo. Chissà che non nasca il tempo di nuove utopie, o che non sia il tempo di rivalutare quelle che abbiamo dismesso, rileggendole almeno per ritrovare impulso.

Don Tonino stesso tratteggia il profilo di un politico che si impegni senza smarrire il senso della costruzione del futuro, senza impelagarsi negli intrallazzi, ma guardi lontano, lavori nell’oggi per irrompere nel domani. Che non abbia paura del buio. Come cantava Edmond Rostand (l’autore del Cyrano de Bergerac), poeta, drammaturgo, pensatore, che il vescovo di Molfetta amava citare: È di notte che è bellissimo attendere la luce. Bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci.

 

Bibliografia

 

Arendt H. (1995), Che cos’è la politica, Einaudi, Torino.

Bello A. (1997), Carissimo Beniamino. Lettere di mons. Antonio Bello a Beniamino Finocchiaro, a cura di V. Valente, Mezzina, Molfetta.

Bello A. (1998), Il profeta e i re. La carità, l’istituzione e il potere, a cura di G. Minervini, E/O, Roma.

Bello A. (2014), Mistica arte. Lettere sulla politica, La Meridiana, Molfetta

Paradiso C. (2012), Don Tonino bello e la politica. L’Incontro col suo tempo, Cittadella editrice, Assisi

 

Note

 

[1] Vedi anche A. Bello, Mistica arte. Lettere sulla politica, La Meridiana, Molfetta 2014.

 

[2] Per una trattazione più estesa mi permetto di rinviare al mio Don Tonino bello e la politica. L’Incontro col suo tempo, Cittadella editrice, Assisi 2012.

 

[3] Cfr. A. Bello, Carissimo Beniamino. Lettere di mons. Antonio Bello a Beniamino Finocchiaro, a cura di V. Valente, Mezzina, Molfetta 1997.

 

[4] Nel 1955 venne proposto ad Hannah Arendt di scrivere una Introduzione alla politica. Il progetto concordato in quell’occasione non vide mai la luce, ma i manoscritti redatti dalla Arendt in previsione della pubblicazione sono stati ordinati e commentati da Ursula Ludz. Per l’edizione italiana vedi Arendt H. (1995 e successive ristampe), Che cos’è la politica, Einaudi, Torino.