Editoriale

della Comunità di Ricerca

 

Il titolo del Primopiano di questo numero è una frase tratta da Religione aperta di Capitini, che contiene una sintesi efficace della prospettiva della nonviolenza. Non dare la morte con l’atto, ma anche con il pensiero. È un completamento necessario del “non uccidere” che è un imperativo presente in tutte le culture. Ci sono molti modi di uccidere un essere umano. Prima che giunga la mano armata, o la bomba, o il gas asfissiante, c’è la demonizzazione, la disumanizzazione dell’altro, la costruzione del nemico, la creazione di confini all’interno dell’umanità che spostano la soglia del rispetto e del riconoscimento sempre più in qua. Ma c’è, in quella frase, anche un richiamo, un appello personale, che è importante perché la nonviolenza rischia sempre di diventare una posizione teorica, perfino una ideologia, mentre è, deve essere in primo luogo un impegno, una prassi da testimoniare quotidianamente. È questa l’aggiunta, per dirla ancora con Capitini, della nonviolenza alla filosofia: ogni autentica filosofia è sempre una filosofia della prassi, così come ogni prassi autentica è lo sforzo di tracciare il solco dell’ideale nel suolo duro della storia. Torniamo, in questo numero, alla teoria-prassi di tre grandi maestri della nonviolenza: lo stesso Capitini, Martin Luther King e don Tonino Bello. Torniamo, soprattutto, all’urgenza rivoluzionaria del loro pensiero e della loro prassi. Perché i maestri della nonviolenza rischiano sempre di diventare vaghe ipostasi del bene politico, di cui può apprropiarsi retoricamente anche chi pratica politiche feroci e disumane: il ministro che chiude i porti ai migranti, oltre ad agitare il rosario e chiamare dalla sua parte la Madonna, durante i suoi comizi non mancherà di citare Martin Luther King. Non dare la morte nemmeno con il pensiero significa rifiutare la logica che distingue noi e gli altri, la miseria morale e politica del “prima gli italiani”, e la riduzione del discorso politico a slogan che offendono l’intelligenza e la cultura di un popolo intero. A chi risolve la questione drammatica e complessa delle migrazioni con l’invito volgare a “portarseli a casa propria”, come se si trattasse di cose ingombranti e non di esseri umani, della loro vita o morte, rispondiamo ricordando il gesto di don Tonino Bello, che ai migranti aprì la porte dalla sua canonica.

 

Mentre chiudiamo questo numero, i giornali danno notizia del grave provvedimento disciplinare che ha colpito una insegnante palermitana, accusata di non aver impedito che alcuni suoi studenti esponessero un pensiero critico nei confronti dell’attuale governo. Un provvedimento che fa seguito al pubblico dileggio della docente sui social network, da parte di un esponente politico, che ha segnalato il fatto al ministro dell’istruzione. Un provvedimento gravissimo sia perché totalmente infondato  – la libertà di espressione degli studenti è garantita dalla legge (lo Statuto delle studentesse e degli studenti) – sia perché esprime un intento censorio nei confronti della classe docente che fa pensare al Brasile di Bolsonaro (con il quale il governo attuale ha un’ottima intesa). Un attacco alla libertà della scuola, e dunque alla democrazia stessa, che bisogna rintuzzare con forza, non solo rivendicando autonomia, ma anche e soprattutto rafforzando nelle scuole le quotidiane pratiche democratiche: più si vuole, dall’alto, una scuola autoritaria, più è urgente lavorare per una scuola libera, democratica, partecipata.

 

Commiato

 

Questo è il mio ultimo numero in qualità di condirettore scientifico di “Educazione Aperta”; dal prossimo numero continuerò a contribuire come membro della Comunità di ricerca. Le ragioni di questa scelta non sono difficili da spiegare: una rivista che intende lavorare per la democrazia non può che essere anche al suo interno democratica, e l’orizzontalità che è propria della democrazia poco si concilia con l’accentramento dei ruoli, sia pure di solo coordinamento (quale è il ruolo del direttore scientifico di questa rivista). Sono profondamente grato a chi in questi anni ha condiviso con me l’impegno, la fatica e la gioia di costruire una rivista che ha fatto dell’indipendenza il suo tratto distintivo. [Antonio Vigilante]