La pace è un’arte che si impara
La pedagogia generativa di Tonino Bello

di Sergio Paronetto

 

In Tonino Bello l’impegno per la pace, il tema a lui più intimo, sgorga limpido e impetuoso dalla normalità di una vita curiosa e intensa, creativa e inquieta. Tra le persone più care, assieme alla madre ricorda con piacere un maestro e un frate. Con loro nasce l’interesse per il mondo spalancato sulla sua fresca meraviglia. Sono loro la prima radice della sua capacità di vedere l’oltre, l’altro e l’alto.

 

Le domande originarie

 

Un anno prima di morire (nell’agosto 1992), conversando con docenti, don Tonino ricorda il suo maestro come una delle persone più importanti che hanno segnato la sua vita, “persona semplice, discreta e umile”. Lo andava a trovare spesso. Dice che la sua biblioteca conteneva più segreti di quella vaticana. Guardava “con stupore infinito” i pochi libri foderati con carta velina: Le avventure di Pinocchio, Cuore, L’isola misteriosa, Le Fiabe dei fratelli Grimm, Un capitano di quindici anni… Pensava lo aiutasse a risolvere qualche complicato problema ma “ogni volta che lo lasciavo, sentivo di avergli rubato spezzoni di mistero: quegli spezzoni che a scuola ci sottraeva volutamente, senza che noi ce ne accorgessimo”. Non voleva spiegare tutto, “per ogni cosa lasciava ampio margine all’arcano. Non so se per stimolare la nostra ricerca o per alimentare il nostro stupore. Perché l’arcobaleno dura così poco nel cielo? Che cosa fa Dio tutto il giorno? Perché le farfalle lasciano l’argento tra le dita?” E inoltre: perché il compagno di scuola veniva con la carrozzella? Perché si muore anche a dieci anni? “Non aveva l’ansia di rivelarci tutto. Non era malato di onnipotenza culturale e neppure ci imponeva le sue spiegazioni. Qualche volta sembrava che fosse lui a chiederle a noi. Ma quando, dopo gli acquazzoni di primavera, spuntava l’arcobaleno, ci conduceva fuori per contemplarne la tenerezza”[1].

Qui c’è già, in sintesi, un itinerario pedagogico che don Tonino riprende più avanti: lavorare sulle domande, non tirare mai conclusioni definitive valide per tutti, stimolare la curiosità, educare allo stupore per il mistero della vita, costruire occasioni di crescita, accogliere le differenze come un dono, ritenere ogni ragazzo capace di progettare, dare importanza alla sfera relazionale, predisporre momenti di festa e di gioco durante i quali si impara la pace. “Se per don Milani la scuola era tutto – osserva l’amico prete Salvatore Leopizzi – per don Tonino si può dire che tutto era scuola”. Per questo egli si sente ed è sempre docente e discente, educatore permanente, credibile e affidabile. Ai suoi alunni insegna anche l’importanza dell’esercizio fisico e dell’attività sportiva, dal calcio alla pallavolo. Ama soprattutto il nuoto magari a punta Rìstola dove Jonio e Adriatico sembrano incontrarsi quasi “simbolo naturale di incroci necessari e fecondi tra popoli, fedi e culture”[2]. Suona la fisarmonica, coltiva la poesia, cura il canto. Le considera attività, oltre che belle, utili per acquisire autostima, alimentare la fantasia e abituarsi al gioco di squadra. Da don Vincenzo De Florio, prete tra gli zingari in Calabria, impara un linguaggio semplice per spiegare la Trinità, che significa “uno per uno per uno che fa sempre uno”, cioè relazione di uguali e distinti, essere “casa Trinità”, vivere l’uno per l’altro. A chiunque, soprattutto alle persone che si sentono anonime o tristi, ricorda l’importanza del loro volto unico e del loro nome scritto sul palmo della mano di Dio (Isaia49, 15-16)[3]. Per lui educare è un atto generativo, è “servire i giovani”, imparare a “camminare in novità di vita verso quei cieli nuovi e quelle terre nuove a cui si sono sempre diretti i piedi di Giovanni, l’apostolo dagli occhi di aquila, che è morto ultracentenario senza essersi stancato di credere nell’amore”[4].

Le domande originarie del maestro lo accompagnano sempre nel suo operato di docente, di rettore del seminario di Ugento, di parroco a Tricase e di vescovo. Nel 1988 le rilancia e le dilata immaginando di parlare a Maria. “Non abbiamo sentito mai così vivo il bisogno di vedere oltre. Oltre la vita, la morte, i sogni, il dolore, la gioia, la gloria. Oltre l’avvicendarsi delle stagioni, il germogliare dei fiori, il cadere delle foglie, il frantumarsi delle rocce. Dove vanno a finire le lacrime delle madri? Qual è l’ultimo approdo dei naufraghi? Verso quali estuari sfocia il fiume degli oppressi? Quali traguardi taglierà la carrozzella dell’handicappato? C’è qualcuno che scrive sul palmo della sua mano il nome dei poveri, che non viene scritto su alcuna lastra di pietra? Che c’è oltre le fosse comuni degli Armeni? Che cosa è la felicità? Di quali comunioni più grandi sono frammento le tenerezze degli amanti? Perché la solitudine è amara? A quali lampeggiamenti allude il sorriso di un bambino? Perché Daniela sta morendo a vent’anni? Che fanno in cielo le stelle? A quest’ansia di vedere oltre c’è risposta?”[5].

 

Il cielo in una stanza

 

Don Tonino è cosciente dei mali che ci avvolgono, esperimenta tristezze e delusioni ma è forte in lui la capacità di vedere lembi di cielo in una stanza grigia. Da ragazzo va spesso a trovare un frate missionario la cui stanza gli sembra l’universo in miniatura, tappezzata da un lato con un planisfero, con una carta geografica dei cinque continenti, dall’altro con la mappa dei due emisferi celesti. Si distrae nella contemplazione della geografia e del cosmo. Per lui la cella del frate è “una capsula spaziale spinta nella vertigine misteriosa dei mondi”. Nel ricordare i suoi viaggi immaginari, le sue aperture alla varietà delle terre e alla bellezza dei cieli, prende a prestito una bella canzone di Gino Paoli che, a suo parere, si richiama a una frase di S. Bonaventura che invitava i suoi monaci a considerare la loro cella come il loro cielo. L’immagine del cielo in una stanza deve in qualche modo diventare “la sigla morale di ogni uomo di buona volontà che si batte per la pace”. La sua apertura alla mondialità si collega all’idea della terra come villaggio globale, all’interconnessione dei problemi (l’apartheid sudafricano, ad esempio, riguarda anche la qualità della vita in Alaska), alla partecipazione alla storia dell’unica famiglia umana. I problemi e i lutti dei popoli lontani sono problemi e lutti di famiglia! La morte per fame, i debiti dei paesi sottosviluppati, l’oppressione e l’ingiustizia, l’oscena distribuzione delle ricchezze, lo scempio delle risorse naturali, i sacrilegi della corsa alle armi, le follie degli scudi spaziali, la violazione dei diritti umani, i traffici di droga fanno parte del nostro mondo, interpellano ognuno di noi. Ognuno è chiamato, evitando lamenti velleitari, sospiri inutili o teorizzazioni improduttive, a “educarsi alla convivialità delle differenze” non solo accogliendo fisicamente qualcuno in casa ma preparando una mensa, condividendo una storia per placare la nostra “fame di umanità”[6]. È in gioco la nostra felicità. La pace riguarda il bisogno di cercare il nostro “profondo perché, un “orientamento decisivo” verso la vita piena. “Scoprire, sotto lo scorrere dei grani del tempo, il filo nascosto che articola i giorni, senza frantumarli in monadi chiuse. Leggere sotto la scorza degli avvenimenti, tristi o luttuosi, la tensione ultima che li lega al Regno. Udire la voce segreta che geme nell’universo, sofferente per i travagli del parto. Intuire che i frammenti di gioia che si sperimentano quaggiù fanno parte di un mare di felicità, in cui un giorno faremo tutti naufragio”[7].

 

La nave scuola della pace

 

Inevitabile per don Tonino concepire la pace come esplorazione, anzi come navigazione. Per questo ritorna spesso l’immagine della nave scuola di maestri e testimoni, di timonieri credibili e affidabili per evitare il naufragio prodotto dalle logiche di guerra, dall’indifferenza, dall’incomprensione o dall’irrisione di molti. Per navigare in modo fedele alla sua vocazione, la nave della pace deve seguire rotte concrete e superare un punto decisivo, il vero “capo di buona speranza” oltre il quale si può procedere in mare aperto: la scelta della nonviolenza attiva. Ne parla con decisione a partire dal 1987, in opposizione  all’invio di tre fregate, tre cacciamine e due navi appoggio con 1200 uomini nel Golfo Persico per un’azione di pattugliamento internazionale e un’operazione di bonifica da mine (alcune delle quali di fabbricazione italiana) dopo la disastrosa guerra tra Iran e Iraq. A proposito della spedizione militare del 1987 (preludio della guerra in Iraq tre anni dopo), partita da Taranto e da Augusta, tra squilli di tromba e sventolio di bandiere con spreco di retorica guerresca, don Tonino esprime tutta la sua tristezza non tanto nel veder partire uomini in assetto di guerra ma nell’avvertire il ritorno di logiche di violenza. Eravamo convinti che la cultura di guerra fosse superata o allontanata, osserva con amarezza, “invece la vediamo prendere il largo, a sirene spiegate, e con sofismi spietatamente lucidi, come i cannoni delle navi che sono sfilate sotto il ponte girevole di Taranto. Ci auguriamo tutti che queste navi non sparino nessun colpo, neppure a salve. Ma si sappia bene che un primo siluro l’hanno già lanciato. Non contro le imbarcazioni iraniane, ma contro la nave scuola su cui da ormai cinquant’anni impartiscono lezioni di pace Gandhi e Luther King, Tillich e Capitini, La Pira e Lanza del Vasto, Helder Camara, don Milani, Bobbio e Bettazzi”. L’elenco dei timonieri, via via allargato negli anni, ha come origine Gesù Cristo. È lui, scriverà nel 1992, il vero maestro di nonviolenza. Gli altri sono condiscepoli, bravissimi e generosi, cui si sente debitore, ma sempre condiscepoli che “mi hanno stimolato nella ricerca, mi hanno provocato nell’emulazione, mi hanno aiutato con l’esempio […]. Tra quelli che ho conosciuto di persona, La Pira, Lercaro, Bettazzi, Carretto, Turoldo, Balducci, il mio vescovo Mincuzzi…E poi la gente, i diseredati della mia parrocchia, i poveri della mia diocesi, gli umili e i semplici che ho incontrato”. In altri momenti, ricorderà Francesco d’Assisi, Dietrich Bonhoeffer, Italo Mancini, Primo Mazzolari, Jean Goss, Aldo Capitini, Oscar Romero, Giovanni Paolo II e tanti altri. Per questo don Tonino chiede coerenza evangelica alle chiese della Puglia davanti all’ampia militarizzazione del territorio. “È vero che non sono mancate in questi anni e non mancano autorevoli prese di posizione contro certi modelli di sviluppo in antitesi con la vocazione pacifica della nostra terra […]. È vero che gruppi e movimenti, con l’audacia di certe scelte apparentemente paradossali, hanno tenuti desti in mezzo al popolo i fuochi della profezia. Ma dobbiamo riconoscere, purtroppo, che tra noi, nonostante il multiloquio, quella della pace rimane ancora una cultura debole. Se no avremmo denunciato più rapidamente la mitologia della cosiddetta sicurezza nazionale, nel cui nome, per la prima volta nella storia, esportiamo la difesa oltre confine, su queste navi che hanno tutta l’aria di essere la protesi armata della nostra terra pugliese”. Il viaggio della pace è sempre pieno di rischi. Ne diventerà simbolo la nave Liburnia verso Spalato (e Sarajevo), l’8 dicembre 1992, che sobbalza sulle onde in modo terrificante. L’acqua, dopo aver rotto gli oblò, entrava a fiumi nelle cabine raggiungendo le cuccette. Sono state venti ore di tempesta coi motori della nave al minimo, quasi alla deriva. In quel rischio alcuni naviganti hanno pregato il Dio della pace perché il pericolo diventasse una profezia e fosse possibile mutare il lamento in danza[8].

 

La pace nasce da un cuore nuovo

 

La pace vive di formazione permanente. Tutti possono operare. Se ne devono interessare, soprattutto, i ragazzi, i giovani. “Comincio a dubitare che la pace, in questo vecchio mondo, possano essere i grandi a farla fiorire. Ce l’ha suggerito anche il papa col suo messaggio del 1984 La pace nasce da un cuore nuovo[9]. Messaggio analogo è presente nella Gaudium et spes (n. 82) che invita a convertire il cuore mirando al mondo intero. Che fare?

Anzitutto pregare per la pace che è dono di Dio affidato alla nostra azione perché diventi “storicamente possibile, politicamente raggiungibile e diplomaticamente realizzabile”. In secondo luogo, allenarsi al dialogo con genitori, educatori, compagni. In terzo luogo, imparare a parlare apertamente e a prender posizione contro la corsa alle armi e la morte per fame dovuta anche alle spese per armamenti. In quarto luogo, essere coscienti che la pace è un’arte che si impara con un’educazione permanente, consapevoli che non bastano marce, cartelli e slogan ma necessitano studio e confronto, coscienza forte, capacità di soffrire. Non importa essere anime belle. È più importante “creare forti coscienze capaci di farsi carico dei peccati del mondo”[10] pronte a vivere la pace nella povertà come capacità di annunciare, rinunciare e denunciare[11].

 

Compassione del cuore, del cervello e delle mani

 

A tal fine don Tonino invita a vivere tre forme di com-passione (intesa come forte sentire e condivisione profonda). Compassione del cuore. Per coltivare un cuore buono (il cuore biblico è il nucleo profondo della persona), è necessario avvertire il fremito delle bibliche “viscere di misericordia” (denominazione di JHWH come rahûm) che genera tenerezza nei confronti delle creature. Sentire le sofferenze degli ultimi significa capire che lo scoppio di una guerra, come quella del Golfo Persico del 1990, rivela in ultima istanza una crisi più pericolosa, quella del cuore, dovuta a una carenza di conversione[12], all’incapacità di vedere “le croci enormi che ondeggiano, sospinte da folle sterminate di oppressi”, i “massacrati di tanti focolai di guerra” e chi patisce lo sterminio per fame e la segregazione. “Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, ma deve anche schiodare tutti coloro che vi sono appesi, noi oggi siamo chiamati a un compito dalla portata storica senza precedenti: ‘Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi’ (Isaia 58,6)”. Fondamentale è vivere una pedagogia-teologia del servizio nella quale gli ultimi “non vanno considerati solo come i destinatari delle nostre esuberanze caritative o come i terminali delle nostre effusioni umanitarie. Ma, soprattutto, come i protagonisti della storia della salvezza”[13]. Occorre “mettersi in corpo l’occhio del povero”[14].

Compassione del cervello. Per avere un buon cervello occorre studiare a fondo, “individuare, con coraggio e intelligenza, le botteghe ove si fabbricano le croci collettive”. “Bisogna trovare nelle nostre comunità una simpatia nuova per l’analisi lucida, scientifica, articolata. Conoscere i meccanismi perversi che generano le sofferenze è il primo atto di solidarietà con i poveri. Le improvvisazioni sentimentali non bastano. Il volontarismo emotivo non è sufficiente. Occorrono la competenza e lo studio. Si comprenderà allora che le cause di tante situazioni disumane non sono fatalità, ma hanno un nome preciso. Occorre convincersi che l’analisi strutturale delle situazioni di sofferenza e la ricerca delle cause che le producono sono divenute, oggi più che mai, il luogo teologico nuovo sul quale il Signore interpella la nostra chiesa […]. È necessario stimolare una formazione politica seria per il nostro popolo, senza la quale i poveri si trasformeranno in massa manovrabile da parte di coloro che hanno in mano le leve del potere economico, politico e culturale”[15].

La compassione delle mani. Le mani da stringere per camminare insieme, offrendo una mano salda per salvarsi, come canta il poeta Carlo Betocchi[16]. Le mani da muovere per operare sul tavolo del falegname, sul desco del contadino, sulla cattedra dell’insegnante, sulla scrivania dell’impiegato, sullo scanno dello scolaro, sulla mensola della casalinga, sull’impalcatura dell’operaio e “su ogni banco impoetico dove si consumano le più oscure fatiche giornaliere”. Più che con le marce, le veglie o le tavole rotonde, la pace va costruita nei “percorsi quotidiani”, nei “meandri sonnolenti della storia”, nelle “pieghe sotterranee dell’esistenza”, nelle umili “officine della pace”[17]. Le mani, infine, da sporcare continuamente, dice ai giovani di un liceo a Città di Castello nel 1988, per accompagnare “la cultura dei sogni” con il realismo operativo, per non accontentarsi di azioni sia pure generose o di qualche successo. Belli per lui sia i versi di Danilo Dolci, la città nuova inizia dove un bambino impara a costruire, provando ad impastare sabbia e sogni inarrivabili, sia quelli del poeta libanese Kahil Gibran: Non aver paura di sognare. C’è troppa gente pratica che mangia il pane intriso con il sudore della fronte dei sognatori[18]. L’azione per la pace deve essere costante e graduale su due fronti: “sulle radici del male sociale per rimuoverle e sui frutti amari dell’ingiustizia, per aiutare di volta in volta le vittime che sono costrette a nutrirsene”[19] collegando le opere di misericordia all’impegno politico per progettare il cambiamento delle strutture di peccato.

 

Curare la bellezza

 

Interrogarsi, stupirsi, camminare, esplorare, formarsi, imparare l’arte della pace, vivere la compassione, accendere i sogni diurni, generare novità di vita, diventare custodi e responsabili della bellezza. È ai giovani che don Tonino si rivolge. Nel 1986, in occasione della festa del Corpus Domini, riflette con loro sul disastro della centrale nucleare di Chernobyl. Ricorda “i sapori dell’erba verde”, la natura come “tappeto di speranza”, “altare primordiale” del banchetto messianico o “condizione preliminare per ogni impegno veramente eucaristico”. Proprio sull’erba Gesù, prima della moltiplicazione dei pani, fece sedere la folla affamata come a offrire “un gesto di pace con la terra”, quasi a celebrare “la festa della riconciliazione cosmica”. Alcune espressioni ricordano il famoso gesuita, teologo e scienziato francese, Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) che davanti all’Himalaya, non avendo pane e vino per celebrare l’eucaristia, “sulla patena delle montagne” innalzò l’offertorio più stupendo: “Signore, ricevi quest’Ostia totale che la creazione, mossa dalla tua potenza, ti presenta all’alba del nuovo giorno”[20]. Immagini di questa liturgia cosmica, che affascineranno anche Benedetto XVI[21], sono visibili in preghiere profondamente ispirate, dense di altissima teologia e di sofferenza per le mancanze della Chiesa, come quella che comincia “Eccoci davanti a te, Signore della storia, fratello solidale con gli uomini, Dio estroverso che hai impregnato della tua presenza il tempo e lo spazio […], alfa da cui si diparte il compitare delle stagioni e omega verso cui precipita la pienezza dei tempi”[22]. Da tale dimensione cosmica parte l’invito a non inquinare, a non sporcare, a non distruggere, a respirare a pieni polmoni, a scegliere per la vita, a coltivare la fantasia, a praticare esperienze artistiche come la poesia e la musica, ad amare le cose pulite e belle, a curare anche nei minimi particolari, “lungo i meridiani e i paralleli dell’esistenza”, la bellezza personale e planetaria che salverà il mondo[23]. Se la nube del terrore è quella nucleare, “la nube della speranza siete voi, ragazzi, chiamati a coprire la terra sotto un rigoglio di tenerezza. Ridateci i colori dei prati. Riconciliateci con la trasparenza del cielo. Restituiteci la fragranza del pane che sa di grano. Il profeta Naum, parlando della grandezza del Signore, dice: ‘le nubi sono la polvere dei suoi passi’. A voi, ragazzi, nube della speranza, polvere sollevata dai passi di Dio, il compito di dimostrare che c’è un reattore di segno contrario a quello di Chernobyl. Ed è il ‘cuore nuovo’ […]. Voi siete la nostra unica difesa strategica. Voi siete l’unico scudo stellare nel quale oggi ci è lecito riporre i residui della nostra fiducia. Voi siete la nostalgia di un futuro che irrompe sotto il segno della libertà. Il vento della Pentecoste vi sospinga lontano, creando in tutte le regioni del globo una stabile emergenza di gioia”[24].

 

Per fare un tavolo ci vuole un fiore

 

Considerazioni simili, nella prospettiva di una vita donata, sono riproposte in molte occasioni. Ne è un esempio la riflessione rivolta agli studenti di un liceo classico di Città di Castello nell’ottobre 1988, poi intitolata “Obiezione di coscienza e società”, dove l’acquisizione di nuovi stili di vita si collega alla possibilità di cambiare la società, l’economia, la politica, l’ambiente-persona e l’ambiente-mondo[25]. Nessuna vaghezza estetizzante, quindi, nella sua esortazione ma desiderio di incarnazione trasformatrice. Per questo i giovani possono diventare protagonisti.

Il mondo ha bisogno di voi per cambiare, per ribaltare la logica corrente che è logica di violenza, di guerra, di dominio, di sopraffazione. Il mondo ha bisogno di giovani critici. Vedete! Gesù Cristo ha disarmato per sempre gli eserciti quando ha detto: ‘Rimetti la spada nel fodero, perché chi di spada ferisce, di spada perisce’. Ma noi cristiani non siamo stati capaci di fare entrare nelle coscienze questo insegnamento di Gesù. Diventate voi la coscienza critica del mondo. Diventate sovversivi. Non fidatevi dei cristiani ‘autentici’ che non incidono la crosta della civiltà. Fidatevi dei cristiani ‘autentici sovversivi’ come San Francesco d’Assisi che ai soldati schierati per le crociate sconsigliava di partire. Il cristiano autentico è sempre un sovversivo; uno che va controcorrente non per posa ma perché sa che il vangelo non è omologabile alla mentalità corrente. E verranno i tempi in cui non ci saranno più né spade e né lance, né Tornado e né aviogetti, né missili e né antimissili. Verranno quei tempi. E non saremo più allucinati da questi spettacoli di morte! Non so se li ricordate, se li avete letti in qualche vostra antologia quei versi di Neruda in cui egli si chiede cosa sia la vita. Tunnel oscuro – dice – tra due vaghe chiarità o nastro d’argento su due abissi d’oscurità? Perché la vita non può essere un nastro d’argento tra due vaghe chiarità, tra due splendori? Non potrebbe essere così la vostra vita? Vi auguro davvero che voi la vita possiate interpretarla in questo modo bellissimo”[26].

Stupendo, infine, l’aggancio alla canzone di Sergio Endrigo. “Vi ricordate!…Per fare il tavolo ci vuole il legno; per fare il legno ci vuole l’albero; per fare l’albero ci vuole il seme; per fare il seme ci vuole il frutto; per fare il frutto ci vuole un fiore; per fare il tavolo ci vuole un fiore. Per fare il tavolo durissimo, il tavolo sanguigno della vita di tutti i giorni, il tavolo…il simbolo delle cose materiali, della vita cui andate incontro con i problemi della salute, del lavoro, del denaro, della casa, dei rapporti; il tavolo duro della vita. Per fare la vita ci vuole un fiore. Il fiore è simbolo della bellezza. È la bellezza che salverà il mondo”[27].

 

Un’eredità che viene dal futuro

 

Data la varietà e la qualità dei suoi riferimenti, don Tonino non appare solo nostro contemporaneo. Sembra ci venga incontro dal futuro. La sua eredità è un seme fecondo per una ricca fioritura in vari campi: l’attuazione del diritto internazionale con l’idea di un’ONU dei popoli; il valore della dignità umana come genoma etico universale; l’accoglienza come nuova cittadinanza umana; la difesa dei beni comuni; la cura del creato; l’intreccio tra pace e giustizia; la nonviolenza come strategia politica, “scienza articolata e complessa” e “valore di popolo”; il disarmo e la difesa nonviolenta; lo sviluppo della Costituzione italiana come “Carta della pace” che ripudia la guerra; il valore delle azioni femminili per la pace; la lotta alla criminalità e alla corruzione; l’importanza della formazione e dell’educazione permanente alla pace; il ruolo dei politici operatori di pace; l’annuncio di Cristo “nostra pace”; l’elaborazione di una teologia trinitaria della pace; la testimonianza di una Chiesa povera e dei poveri. Per don Tonino il dramma delle comunità cristiane è la mancata scelta della nonviolenza. La sua storia e quella di Pax Christi, di cui è stato presidente per otto anni (1985-1993), si intreccia con quella di tanti movimenti, è parte integrante della storia profonda dell’Italia, diventa momento significativo del magistero di pace della Chiesa soprattutto oggi col pontificato di papa Francesco. Oltre il tradizionale pacifismo, i nuclei tematici della sua tavola della pace alimentano il cammino del secolo spalancato davanti a noi. Operare per la pace significa, allora, affermare la civiltà del diritto, alimentare la lotta per il disarmo, seminare giustizia, promuovere la cura del creato, accompagnare processi di  riconciliazione-perdono, attivare i pilastri della Pacem in terris (1963): la verità, la libertà, la giustizia e l’amore. La forza della verità vive nella ricerca della pace come disarmo integrale; il soffio della libertà opera nelle pratiche di liberazione da ogni oppressione, nella cittadinanza attiva; la fame e la sete di giustizia diventano lotta alla miseria e alle malattie, riforma delle istituzioni economiche, stile di vita radicato nella sobrietà; il potere dell’amore matura nella costruzione di una cittadinanza umana, nell’esperienza ecumenica e interreligiosa, nella sperimentazione interculturale, nell’esercizio della convivialità delle differenze.

 

Educare a quale pace?

 

Per educare alla pace, occorre in primo luogo, ridare alla parola pace il suo senso originario creativo e globale. In secondo luogo, occorre precisare che la coscienza della pace come dono di Dio ha bisogno sia della  “tenacia dei contemplativi” sia di scelte di campo, di decisioni coraggiose, testimonianze audaci e gesti profetici. In terzo luogo, non bisogna mai scommettere sulla pace lontana dalla giustizia. “È peggio della guerra”, esclama don Tonino: “Frutto della giustizia è la pace, dice Isaia in uno splendido passo”. In quarto luogo è bene “non scommettere sulla pace come prodotto finito”. In quinto luogo, è necessario alimentare la fede in Cristo “nostra pace”, ospite misterioso di ogni vero impegno. “Finché staremo sulla terra, sarà sempre per noi un Ospite velato. Faremo di lui un’esperienza incompleta, e i suoi passaggi li scorgeremo solo attraverso segni da interpretare e orme da decifrare. Faccia a faccia, così come egli è, lo vedremo solo nei chiarori del Regno di Dio (1 Gv 3, 1-2). Allora, come per una arcana dissolvenza, le linee con cui abbiamo tenacemente disegnato la pace quaggiù si ricomporranno nella luce dei suoi occhi e assumeranno finalmente i tratti del suo volto. E la realtà, stavolta, sopravvanzerà il sogno. Ma qui siamo già alle soglie del mistero!”[28].

 

Bibliografia

 

Bello A. (1988), Alla finestra la speranza, San Paolo, Cinisello Balsamo.

Bello A. (1989),  Sui sentieri di Isaia, la meridiana, Molfetta.

Bello A. (1993), Parole d’amore, la meridiana, Molfetta.

Bello A. (1993), Senza misura, la meridiana, Molfetta.

Bello A. (1996),  Il Vangelo del coraggio. Riflessioni sull’impegno cristiano nel servizio sociale e nella politica, San Paolo, Cinisello Balsamo.

Bello A. (1996),  Le mie notti insonni, San Paolo, Cinisello Balsamo.

Bello A. (2000), Non c’è fedeltà senza rischio, San Paolo, Cinisello Balsamo.

Bello A. (2007), Scritti vari. Interviste.  Aggiunte, 6, Mezzina, Molfetta.

Bello A. (2009),  Affliggere i consolati, la meridiana, Molfetta.

Bello A. (1995), Vegliare nella notte, San Paolo, Cinisello Balsamo.

Bello A. (1997), Scritti di pace, 4, Mezzina, Molfetta.

Bello A. (1999),  La speranza a caro prezzo. L’utopia della pace, San Paolo, Cinisello Balsamo.

Bello A. (2002),  Servi inutili a tempo pieno, San Paolo, Cinisello Balsamo.

Bello A. (2003),  Articoli. Corrispondenze. Lettere. Notificazioni, 5, Mezzina, Molfetta.

Leopizzi S. (2011), Il potere dei segni. Don Tonino, eutopia della pace, Edizioni Mosaico di pace, Molfetta.

Teilhard de Chardin  P. (1995), Inno dell’ universo, Brescia.

 

Note

 

[1] A. Bello, Scritti vari. Interviste. Aggiunte, vol. 6, Mezzina, Molfetta 2007, p. 307.

 

[2] S. Leopizzi, Il potere dei segni. Don Tonino, eutopia della pace, Edizioni Mosaico di pace, Molfetta 2011, pp. 24-25.

 

[3] A. Bello, Alla finestra la speranza, San Paolo, Cinisello Balsamo 1988, pp. 91-99.

 

[4] A. Bello, Non c’è fedeltà senza rischio, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, p. 137.

 

[5] A. Bello, Vegliare nella notte, San Paolo, Cinisello Balsamo 1995, pp. 61-62.

 

[6] A. Bello, Scritti vari. Interviste. Aggiunte, vol. 6, cit., pp. 114-116.

 

[7] A. Bello, Non c’è fedeltà senza rischio, cit., p. 116.

 

[8] A. Bello,  Scritti di pace, vol. 4, Mezzina, Molfetta 1997, pp. 56, 93-94, 239; Id., Scritti vari. Interviste. Aggiunte, vol. 6, cit., pp. 496-497; Id.,  La speranza a caro prezzo. L’utopia della pace, San Paolo, Cinisello Balsamo 1999, pp. 23-24, 86. Su Giovanni Paolo II  “apostolo della nonviolenza” si legga  A. Bello,  Scritti di pace, vol. 4,, cit., pp. 109, 345-346.

 

[9] A. Bello, Alla finestra la speranza, cit., pp. 149-150.

 

[10] A. Bello, La speranza a caro prezzo, cit., pp. 41-43.

 

[11] A. Bello, Vegliare nella notte, cit., pp. 43-47 e A. Bello, Servi inutili a tempo pieno, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, pp. 106-108.

 

[12] A. Bello, La speranza a caro prezzo, cit., pp. 65-67.

 

[13] A. Bello, Articoli. Corrispondenze. Lettere. Notificazioni, vol. 5, Mezzina, Molfetta 2003, pp. 51-52.

 

[14] Ivi, p. 32.

 

[15] Ivi, pp. 52, 46-47.

 

[16] A. Bello,  La speranza a caro prezzo, cit., p. 5.

 

[17] A. Bello, Alla finestra la speranza, cit., pp. 125-126.

 

[18] A. Bello,  Scritti di pace, vol. 4, cit., pp. 131-132.

 

[19] A. Bello, Articoli. Corrispondenze. Lettere. Notificazioni, vol. 5, cit., p. 47.

 

[20] A. Bello, Scritti vari. Interviste.  Aggiunte, vol. 6, cit., p. 174. Ampie citazioni teilhardiane sono in A. Bello, Affliggere i consolati, la meridiana, Molfetta 2009, pp. 25-26. Si legga anche P. Teilhard de Chardin, Inno dell’ universo, Brescia 1995, pp. 9-10.

 

[21] Benedetto XVI, Dio è custode della nostra libertà, discorso pronunciato presso la  cattedrale di Aosta il 25 luglio 2009 (“Avvenire”, 26.7.2009).

 

[22] A. Bello, Il Vangelo del coraggio, cit., pp. 169-171 e A. Bello, Parole d’amore, cit., pp. 48-49.

 

[23] A. Bello, Alla finestra la speranza, cit., pp. 117-118.

 

[24] Ivi, pp. 158-159.

 

[25] A. Bello, Scritti di pace, vol. 4, op. cit., pp. 113-147, dove si cita Giulio Battistella, pioniere italiano dei nuovi stili di vita.

 

[26] A. Bello, Senza misura, la meridiana, Molfetta 1993, pp. 61-63.

 

[27] Ivi, p. 58.

 

[28] A. Bello, Sui sentieri di Isaia, la meridiana, Molfetta 1989, pp.11-21 e Id., Le mie notti insonni, cit., pp. 45-50.

 

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