Parola di Martin Luther King
Un viaggio storico-testuale per lettori e insegnanti

di Cristina Mattiello


 

La segregazione non colpisce solo fisicamente, ma anche spiritualmente. Segna l’anima e degrada la personalità. Infligge al segregato un senso di inferiorità e conferma chi segrega in una falsa convinzione della propria superiorità. […] È un sistema che fissa continuamente negli occhi il segregato dicendogli: ‘Tu sei meno di… tu non sei uguale a […] è questa la tragedia: indurre gli oppressi alla passività, ad accettare le cose così come stanno, a perdere la consapevolezza che non è giusto.[1]

 

Questa è la segregazione razziale: nel Sud degli Stati Uniti, quando, nel 1955, nasce il movimento per i diritti civili, era totale, non si era affatto attenuata con l’abolizione della schiavitù nel 1864. Segregazione razziale. Sarà bene imparare questo concetto perché, se fino a poco tempo fa, era un fenomeno lontano da noi nel tempo e nello spazio (un altro esempio l’apartheid in Sudafrica), che osservavamo storicamente, oggi nella nostra società sta diventando una realtà attuale. Ci sono già segnali davvero preoccupanti. Gli immigrati in alcuni ambiti istituzionali e purtroppo in larghi strati della popolazione, vittime di un’informazione faziosa martellante, vengono considerati una categoria distinta dagli “italiani” (e se non sono bianchi di pelle non sono “italiani” neanche se hanno la cittadinanza), una categoria che deve avere un diverso trattamento rispetto agli “italiani” su molti temi: dalla casa popolare alle borse di studio, alle mense scolastiche alla sanità. Rianalizzare oggi la figura di Martin Luther King, quindi, non è soltanto ripercorrere un’esperienza di lotta inizialmente impari in cui la nonviolenza, radicata nel messaggio cristiano, come spinta ideale e metodologia d’azione ha consentito di arrivare a risultati positivi inimmaginabili: vuol dire anche trarre insegnamenti sui problemi drammatici che la deriva razzista in corso ci pone davanti tutti i giorni.

 

Le radici nella schiavitù

 

Chi era MLK e come si era arrivati al contesto nel quale si realizza la sua straordinaria esperienza? Per comprendere pienamente la sua figura è opportuno ricostruire brevemente il quadro storico e le dinamiche religiose che ne costituiscono le radici.

I Black Americans o afroamericani arrivano presto, dopo l’arrivo dei bianchi, nel nuovo Continente. La tratta degli schiavi, già praticata dai portoghesi nel ’500 cominciò ad avere come punto d’arrivo le tredici colonie sulla costa Est, che furono il nucleo iniziale degli attuali Stati Uniti, già all’inizio del ’600 (Jamestown, prima colonia: 1607, 1619: prime navi negrerie) e continuò, sempre più massiccia, fino all’abolizione della schiavitù da parte del presidente Abraham Lincoln, dopo la vittoria del Nord nella Guerra civile (1860-64). Difficile dare cifre esatte sul numero degli esseri umani vittime di tale orrore. Si oscilla di molto, senza però scendere al di sotto dei circa quindici milioni di neri arrivati come schiavi nelle Americhe, di questi larga parte al Nord. Orrori indicibili segnano la cattura, la vendita sulle coste africane come merce umana, la traversata, e poi la vita nella piantagione: gli schiavi erano considerati a tutti gli effetti una “proprietà”, come fossero una cosa, un bene qualsiasi e l’arbitrio dei padroni era totale. Gli schiavi non solo non avevano alcun diritto ma neanche una natura umana (un habeas corpus) riconosciuta. Ogni violenza contro di loro da parte del padrone era lecita. Le condizioni di vita erano disumane, volte a fiaccare ogni possibile capacità di opporsi e a distruggere ogni briciolo di dignità[2].

Sul piano religioso nel periodo coloniale e poi dopo la Rivoluzione americana (1775-83) si disegna nel Nuovo Mondo un panorama originale rispetto al quadro europeo: oltre alla presenza minoritaria ma significativa dei cattolici (Maryland), le chiese (o “denominazioni”) protestanti si diffondono proporzionalmente alla capacità di interagire con situazioni non strutturate, di “frontiera”, appunto. Sono quindi le chiese metodiste e battiste (nel protestantesimo è pssibile che sorgano molte chiese con la stessa ispirazione e gli stessi organismi centrali, ma con molte autonomie specifiche) quelle più diffuse, ancora oggi. Sono chiese di bianchi, che si macchiano quasi tutte del crimine della schiavitù (eccezione importante i Quaccheri, sempre nonviolenti nel corso della loro storia e attivi anche nell’aiuto agli schiavi). Vengono elaborate assurde giustificazioni teologiche della schiavitù (come l’origine della “razza” nera da Cam, il figlio maledetto di Noè) e si stravolgono passi del Vangelo e soprattutto di Paolo per teorizzare il dovere di sottomissione degli schiavi al padrone[3]. Viene addirittura elaborato un Catechismo degli schiavi: “Perché ti ha creato Dio? Per il raccolto. […] Servire il nostro Padre celeste e il nostro padrone sulla terra, ubbidire al sorvegliante e non rubare niente”[4]. Molti uomini di chiesa, anche ministri del culto, erano proprietari di schiavi, anche violenti. Sono numerosi i racconti di ministri del culto che dopo la funzione andavano a frustrare i loro schiavi da “punire”[5].

Ma il messaggio cristiano ha una forza che non si può contenere. Nonostante tutti i tentativi di letture falsate, e il divieto per gli schiavi di lettura diretta – per questo veniva impedito loro di imparare a leggere – esso diede agli schiavi innanzi tutto un codice etico condiviso, che consentì loro di smascherare l’ipocrisia dei padroni e di consolidare la fiducia nella propria superiorità morale: “Ci dicono che rubare è male, ma perché i bianchi hanno rubato mia madre e sua madre? Vivevano vicino a un fiume. È venuto un uomo con la barca […] e sono state prese e portate in una barca grande e le hanno chiuse in un buco nero […] Questo è il rubare che è peccato”. È inoltre impossibile negare fino in fondo il messaggio ugualitario del Vangelo e l’idea che tutti siamo umani. Gli schiavi si appropriarono della religione e svilupparono una fede intensa, basata sulla profondità dell’emozione. Si crearono in tutte le piantagioni spazi segreti in cui la sera si pregava. Una sorta di “istituzione invisibile”, di chiesa clandestina all’interno della quale emergevano figure carismatiche di predicatori che con l’intensità della parola confortavano dal dolore della giornata[6]. E davano una luce di speranza in una liberazione non solo spirituale, che trovava espressione anche nel canto: è così che nascono gli spiritual, una musicalità fortissima, ritmica, che esprime la preghiera anche con i movimenti del corpo e che è viva ancora oggi[7].

È in questo quadro, che è dentro la coscienza di tutti gli afroamericani, nel ricordo degli antenati schiavi, che Martin Luther King attinge la forza che saprà trasmettere al movimento dei diritti civili. Lui, un pastore battista colto, che aveva studiato nelle facoltà teologiche del Nord, e che impiegava almeno 15 ore a preparare il sermone domenicale, racconta che nella prima, estemporanea riunione di massa nella Holt Street Baptist Church a Montgomery, Alabama, aveva avuto solo venti minuti per impostare il discorso. Un discorso storico, come notarono subito anche i giornalisti presenti, che parlarono di “inizio di una fiamma che attraverserà l’America”. Ricordandolo, King dirà che, di fronte alla reazione intensissima per un discorso sostanzialmente non preparato, per la prima volta aveva capito “cosa volessero dire i predicatori di un tempio quando dicevano: Apri la bocca e Dio parlerà per te[8]. Anche Obama, nel primo Discorso della vittoria, quando c’erano grandi speranze intorno alla sua elezione, ha avuto dei passaggi che ricordano questo tipo di retorica, intensa e “di base”, non intellettualistica: il predicatore schiavo è dentro ogni grande leader afroamericano, perché in questo contesto la religione è tra le spinte maggiori nel percorso per la liberazione.

Un altro elemento che resta da evidenziare per delineare le radici storiche della figura di Martin Luther King è il fenomeno delle chiese nere “separate”. Nel 1787 a Philadelphia, in una chiesa metodista, un ministro nero si era inginocchiato nel posto “sbagliato” e gli venne intimato di spostarsi subito, senza neanche aspettare che finisse la preghiera. Allora, racconta, alla fine “uscimmo tutti come un sol uomo e in quella chiesa non sono più stati tormentati dalla nostra presenza […] Il nostro amato Signore era con noi e ricevemmo nuovo vigore per costruire un edificio nel quale adorare Dio”. Da allora la comunità afroamericana ha le sue chiese (battista, metodista, ecc.), che sono indicate come Black, nere, e dette “separate” e non segregate, perché nascono da una scelta, e non da un’imposizione razzista[9].

 

Montgomery, Alabama

 

Quel giorno, dunque, il primo dicembre 1955, si considera la data d’inizio del movimento per i diritti civili, anche se da tempo preparavano il terreno organismi come la NAACP. La mattina Rosa Parks, una donna nera molto stimata nella comunità, e attivista, rifiuta di cedere a un bianco il suo posto a sedere su un autobus. Secondo la legge improntata alla segregazione razziale il conducente chiama la polizia, che arresta la donna. Erano episodi diffusi. Ma quel giorno succede qualcosa di diverso. La comunità, soprattutto le donne, sente che deve reagire. Si convince anche la NAACP, che accetta di tentare un’azione cui si pensava da tempo: il boicottaggio degli autobus. La mattina dopo il presidente Nixon chiama due pastori battisti attivi e stimati, per discutere il da farsi. Sono Martin Luther King e Ralph Abernathy, che resteranno vicini fino alla fine. Sarà il nucleo dirigente del movimento.

Viene subito fondato un coordinamento per organizzare la mobilitazione, la MIA (Montgomery Improvement Association) della quale facevano parte molti pastori. King fu eletto presidente. Non deve infatti ingannare l’apparente spontaneismo del movimento dei diritti civili e della sua azione nonviolenta. King è un leader a tutto campo, che sul piano religioso sa mettere in gioco la forza emotiva dello schiavo predicatore, creando un contatto diretto con le masse, e la teologia progressista colta, che conosce e approfondisce tutti i risvolti della nonviolenza collegata al discorso di fede, ma sul piano politico si pone anche continuamente problemi di strategia e organizzazione tattica concreta. Problemi che si pongono e si affrontano consapevolmente dal primo minuto.

Per un’assemblea cittadina di lancio si sceglie, appunto, la chiesa della Holt Street e l’affluenza supera ogni aspettativa. “Perché proprio lì? Perché proprio allora?”, si chiederà a posteriori King: “Arriva un momento in cui ci si stanca di esser schiacciati dall’oppressione, di essere gettati nell’abisso dello sfruttamento e dell’ingiustizia”. Ma per chiarire la sua interpretazione del ruolo di leader che nasce, è legittimato e trae forza dal basso sottolineerà sempre: “Io non ho né cominciato né suggerito la protesta. Ho soltanto risposto alla ‘chiamata’ della gente, che aveva bisogno di un portavoce”.

Il clima straordinario, colto anche dai giornalisti presenti, che parlano di “una nuova fiamma che attraverserà il paese”. Parte il giorno dopo il boicottaggio degli autobus, che erano per ovvi motivi economici frequentati soprattutto da neri. Il successo della mobilitazione colse tutti di sorpresa e superò ogni aspettativa, non solo per l’adesione (praticamente totale nella comunità nera) e la durata (55 settimane!), che provocarono un ingente danno economico. Ma soprattutto perché fu l’occasione per porre le basi per la costruzione sia di un cemento ideale sia di una macchina organizzativa complessa: i tassisti neri praticarono tariffe ridotte, furono organizzati passaggi collettivi, molti andavano al lavoro a piedi e insieme. A livello nazionale si colse subito l’importanza di quanto stava succedendo a Montgomery e cominciarono ad affluire aiuti e dimostrazioni di solidarietà. Ma è anche subito chiaro che la reazione sarà terribile, sul piano fisico e morale. La tensione sale immediatamente: attacchi denigratori, minacce, insulti, aggressioni continue, annunci di procedimenti legali. E le bombe, lanciate nelle case dei dirigenti. Ed è qui che gioca un grande ruolo l’apparato teorico della nonviolenza proposto come unica via possibile dal carisma di King, che, se dovrà contrastare la violenza razzista, si troverà anche a doversi a più riprese confrontare con la tentazione di rispondere con altra violenza, sempre presente in alcuni settori soprattutto giovanili della comunità nera[10].

 

La scelta radicale della nonviolenza

 

La scelta è affermata con forza dall’inizio, con le parole rivolte alla folla furiosa che si raduna davanti alla sua casa dopo il primo attentato: “Non possiamo risolvere questo problema con la ritorsione violenta. Dobbiamo rispondere alla violenza con la nonviolenza”.

All’interno di questa posizione che resta ferma, il movimento per i diritti civili crea modalità nuove per la mobilitazione di massa organizzata e sarà un laboratorio prezioso anche per le future proteste studentesche. Il periodo del boicottaggio si chiude con la prima storica vittoria – la sentenza della Corte Suprema (13 novembre 1956), con la passeggiata in autobus in prima fila di Martin Luther King seduto vicino al pastore bianco Glenn Smiley il 22 dicembre. È la prima conquista formale nella direzione della “desegregazione”, cioè l’abolizione della segregazione razziale. Ma tutto questo primo anno è anche un momento di formazione fondamentale, una “scuola di nonviolenza” che permetterà di resistere ai tempi ancora più duri che dovevano ancora arrivare, alle violenze continue dei razzisti e delle istituzioni locali che non accetteranno i riconoscimenti giuridici dei diritti dei neri, per cui ogni spazio dovrà essere “liberato” con la mobilitazione sul campo. Le riunioni-assemblee (mass-meetings) si tenevano nelle chiese: “I mass-meeting fecero il lunedì e il giovedì sera quello che la chiesa cristiana non era riuscita a realizzare la domenica”. L’elaborazione teorica si sviluppa così anche in itinere, attraverso il contatto e il confronto con la gente.[11] La visione della nonviolenza di King ha le sue radici nel messaggio cristiano e in genere nella Bibbia – in particolare l’Esodo, centrale già per gli schiavi per esprimere la spinta alla liberazione e il Vangelo e alcuni passi di Paolo, ma ha anche altri riferimenti teorici: Gandhi, maestro insuperato di nonviolenza, Henry Thoreau, scrittore della seconda metà dell’Ottocento, che già aveva elaborato il concetto di “disobbedienza civile” (è legittimo rifiutare di collaborare con un sistema ingiusto), l’elaborazione del Vangelo sociale, secondo la quale il Regno di Dio, che è il regno della giustizia, anche terrena, si deve costruire qui ed ora con l’impegno attivo. Gli incontri avevano uno schema preciso: preghiera, lettura delle Scritture, relazioni dei vari comitati e raccolta dei dati, discorso finale di un pastore finalizzato a rinsaldare i legami comunitari e a ribadire e approfondire i principi della nonviolenza per dare forza alla lotta.[12]

Il presupposto di fondo, su cui King insistette fino alla fine, anche quando altre scelte cominciavano a prendere corpo nella comunità afroamericana nazionale, è che la nonviolenza non è né una scelta strumentale dovuta alla debolezza dell’essere minoranza oppressa, né un metodo per vigliacchi: anzi, se si è nonviolenti solo perché si ha paura non si è in una posizione autentica. “Resistenza passiva” non vuol dire essere inerti e piegarsi al male, al contrario, il metodo è passivo sul piano fisico, ma fortemente attivo sul piano spirituale: alla forza fisica si risponde con la forza dell’anima. La scelta della nonviolenza è una scelta coraggiosa, perché è radicale, va mantenuta fino alle estreme conseguenze, in una situazione che si farà sempre più dura pericolosa: “Forse dovranno scorrere fiumi di sangue prima che noi otteniamo la libertà. Ma dovrà essere il nostro sangue”[13].

La resistenza nonviolenta implica in molti casi la disobbedienza civile:

 

Una legge giusta è un codice umano che si accorda con la legge morale o con la legge divina. Una legge ingiusta è un codice che non è in armonia con la legge morale. Per dirla nei termini di San Tommaso d’Aquino, una legge ingiusta è una legge umana che non è radicata né nella legge eterna né in quella naturale. Ogni legge che eleva la persona umana è giusta; ogni legge che degrada la persona umana è ingiusta. Tutti gli statuti di segregazione sono ingiusti, perché la segregazione ferisce l’anima e degrada la personalità. Essa dà al segregatore un falso senso di superiorità e al segregato un falso senso di inferiorità. […] La segregazione non è quindi soltanto politicamente, economicamente e sociologicamente malsana, ma è moralmente sbagliata e peccaminosa. […] Perciò io posso invitare gli uomini a disubbidire alle leggi della segregazione, perché sono moralmente ingiuste. Infatti, un fatto basilare nella resistenza nonviolenta è che essa è basata sulla convinzione che l’universo è dalla parte della giustizia. Di conseguenza colui che crede nella nonviolenza ha profonda fede nel futuro. Questa fede è un’altra ragione per la quale il resistente nonviolento può accettare la sofferenza senza spirito di vendetta[14].

 

È questo un altro punto basilare ma molto più difficile da introiettare: chi usa il metodo nonviolento combatte e vuole sconfiggere il male e non le persone che lo commettono, il sistema ingiusto e non gli individui che ne fanno parte. Il messaggio evangelico inteso in senso radicale offre le premesse per una considerazione del “nemico” del tutto nonviolenta:

 

Forse nessun comandamento di Gesù è stato così difficile da seguire come “Amate i vostri nemici” […] Ben lungi dall’essere la pia raccomandazione di un sognatore utopista, il comandamento di amare i propri nemici è un’assoluta necessità per la nostra sopravvivenza, la chiave per la soluzione del problema del nostro mondo. Gesù non è un idealista teorico, è un realista pratico. […] Siamo pratici e domandiamoci: in che modo possiamo amare i nostri nemici? Innanzi tutto, dobbiamo sviluppare e conservare la capacità del perdono. Colui che è incapace di perdonare è incapace anche di amare. […] Perdonare non significa ignorare quanto è accaduto o mettere un’etichetta falsa su un atto malvagio: significa piuttosto che l’atto malvagio non rimane più come una barriera che impedisca i rapporti. […]

Passiamo ora al perché teorico. Perché dovremmo noi amare i nostri nemici? La prima ragione è addirittura ovvia: rendere odio per odio moltiplica l’odio, aggiungendo oscurità più profonda ad una notte senza stelle. La tenebra non può scacciare la tenebra. Solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo. L’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza, la durezza moltiplica la durezza, in una discendente spirale di distruzione […] La reazione a catena del male – l’odio che genera l’odio, le guerre che producono altre guerre deve essere spezzata, o noi saremo sommersi nell’oscuro abisso dell’annientamento […] La seconda ragione è che l’odio deturpa l’anima e sconvolge la personalità, produce un danno irreparabile alle vittime ma è ugualmente dannoso per la persona che odia. Come un cancro non conosciuto, l’odio corrode la persona e divora la sua unità vitale. L’odio distrugge in un uomo il senso dei valori e l’oggettività: lo porta a descrivere il bello come brutto e il brutto come bello, a confondere il falso col vero […] la terza ragione è che l’amore è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un amico. Noi non ci liberiamo mai di un nemico rispondendo all’odio con l’odio: ci liberiamo di un nemico liberandoci dell’inimicizia. Per la sua stessa natura, l’odio distrugge e lacera: per la sua stessa natura l’amore crea e costruisce. L’amore trasforma col suo potere redentivo[15].

 

È anche per questo che il nonviolento non vuole umiliare l’avversario se vince e accetta la violenza, ma non la infligge: sa che “la sofferenza immeritata redime”, ha un immenso potere educativo, è capace di trasformare, di far ascoltare all’oppressore la voce della ragione. Quando Malcolm X lo attaccherà dicendo che la nonviolenza disarma l’oppresso, King risponderà con fermezza che la nonviolenza disarma invece l’oppressore. Al centro c’è la “forza di amare”, il principio dell’agàpe: “Agape non è amore debole, passivo. È amore in azione. Agape è amore che cerca di preservare e creare comunità. È cura perseverante per la comunità anche quando qualcuno cerca di frantumarla. Agape è la volontà di coprire qualunque distanza per restaurare la comunità. Tutta l’umanità è coinvolta in uno stesso processo: se faccio del male a mio fratello faccio del male anche a me stesso. Chi crede nella nonviolenza vede la sua lotta per la giustizia finalizzata a tutta la comunità e inserita in un contesto di forze cosmiche, non per tutti corrispondenti a un Dio personale”[16].

Per i neri riuscire ad assumere la protesta con questi presupposti vuol dire, secondo King, ritrovare quell’identità che prima la schiavitù, poi la segregazione, avevano cercato in tutti i modi di annientare. Se lo sapranno fare, disse King già quella prima sera a Montgomery, gli storici del futuro potranno dire: “Lì visse un grande popolo – un popolo nero – che instillò un nuovo significato e una dignità nuova nelle vene della civiltà”[17].

 

I mille rivoli del movimento

 

La mobilitazione a Montgomery aveva infiammato molte comunità nere in tutto il Sud. Per poter coordinare e alimentare queste spinte venne creata già il 10 gennaio 1957 la Southern Christian Leadership Conference, con King presidente e un nucleo direttivo di pastori di varie denominazioni, in maggioranza battisti. Il movimento per i diritti civili può così espandersi in mille rivoli, in tutte le città del Sud, con l’obiettivo di eliminare ovunque i cartelli Per soli bianchi: la lotta fu durissima. Tutto era sotto il regime ferreo della segregazione: le sentenze favorevoli non furono mai sufficienti, ogni spazio di libertà la comunità nera dovette conquistarlo sul posto con la mobilitazione. La dimensione nazionale veniva mantenuta dal coordinamento che già nel marzo 1957 fu in grado di organizzare un grande “Pellegrinaggio di preghiera” a Washington, con diversi personaggi celebri dello spettacolo e un bellissimo discorso finale di King. Ci furono fasi alterne: speranze, paure, dolore, ma sempre la volontà di continuare. Nonostante le violenze istituzionali: cariche pesanti a manifestazioni in cui la gente cantava e pregava, arresti (anche King): “L’individuo che infrange la legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta – scrisse dal carcere – ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità circa la sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge”. E poi continui attacchi, pestaggi, intimidazioni da parte dei razzisti. Tanto più il movimento cresceva, tanto più saliva la tensione. Sono anni caldissimi, in cui nonostante tutto si riusciva a organizzare un numero altissimo di iniziative e anche ad ottenere vittorie legislative, sempre da difendere sul campo. Come quando una studentessa nera rischiò il linciaggio a Little Rock, Arkansas, per aver tentato di entrare in una scuola superiore formalmente “desegregata”. Intanto era stato aggiunto alle rivendicazioni il tema del diritto al voto, di fatto negato ai neri da una serie di ostacoli burocratici. Due furono le forme di protesta più clamorose messe in atto dal movimento a partire dal 1960, anno di svolta: i sit-in nei locali pubblici e i Freedom Riders, viaggi sui pullman interregionali e interstatali formalmente desegregati. I primi iniziano il 31 gennaio 1960. Uno studente di Greensboro, North Carolina, si siede al bancone della tavola calda della stazione degli autobus e si sente dire, come era scontato: “Non serviamo neri”. Il giorno dopo tornano in 4, stessa scena, ma non se ne vanno: restano lì tutto il giorno, fino alla chiusura serale. Così per tanti giorni di seguito, con un’ostilità montante. I sit-in si diffondono rapidissimamente e in molti casi costituiscono una saldatura con il movimento studentesco bianco nascente. I dimostranti venivano coperti oltre che di insulti, di ketch-up, mostarda, venivano minacciati e derisi per tutto il tempo. Era una prova di resistenza nonviolenta durissima, alla quale si arrivava dopo una serie di incontri preparatori. Veniva dato un foglio con le raccomandazioni:

 

Non reagite fisicamente o verbalmente se aggrediti.

Non ridete ad alta voce.

Non attaccate discorso col personale.

Non alzatevi finché non ricevete istruzioni dal leader.

Mostratevi sempre cordiali e cortesi.

Sedete eretti e sempre di faccia al banco.

Riferite ogni episodio significativo al vostro leader.

Riferite tutte le informazioni al vostro leader in modo educato.

Non bloccate gli ingressi al negozio o alle corsie.

Ricordate tutti gli insegnamenti di Gesù Cristo, Mohandas K. Gandhi e Martin Luther King.

Ricordate l’amore e la nonviolenza.

Dio vi benedica tutti.

 

Le modalità d’azione e l’impianto teorico del movimento dei diritti civili furono molto efficaci nel creare confusione e contraddizioni nel sistema stesso. Chi sta violando la legge? Le accuse sono reciproche e, visto che a livello nazionale c’erano state molte sentenze favorevoli ai neri, a volte le denunce e gli arresti avvenivano sulla base di “ordinanze comunali” non meglio identificate. In questo modo entrarono in conflitto e in confusione diversi apparati istituzionali (comuni, Stati e governo nazionale, ormai, con i Kennedy, apertamente schierato con il movimento). Impressionante il grado di autocontrollo nei momenti della repressione dura: gli attivisti si abbandonavano completamente ai colpi e agli arresti, ma senza mai voltarsi, sempre col corpo eretto e lo sguardo dritto, come diceva uno degli Spiritual più amati dal movimento Ain’t Gonna Let Nobody Turn Me Round: “Non permetterò a nessuno di farmi tornare indietro, di farmi voltare”.

I sit-in provocarono un’accelerazione della spirale repressiva e della violenza razzista, ma dopo un anno ben 126 città videro la vittoria nonviolenta del movimento e i posti di ristoro furono almeno formalmente desegregati, con il supporto di una sentenza della Corte Costituzionale del 1960. Il Sud bianco però sembrava proprio non voler accettare e pestaggi, intimidazioni, attentati si intensificarono, mentre la macchina repressiva istituzionale, sempre in appoggio ai razzisti, eseguiva migliaia di arresti. La violenza raggiunse il culmine quando il movimento mise in atto un’altra grande forma di mobilitazione: i Freedom Rides, i “viaggi della libertà” di neri e bianchi insieme sui pullman interregionali e interstatali. Gli autobus venivano bloccati e incendiati, gli studenti pestati, marce pacifiche venivano attaccate contemporaneamente da razzisti e polizia con cani, idranti, bastoni. Esponenti e sedi del movimento subirono ripetuti attentati, una folla inferocita assaltò la prima chiesa di King a Montgomery durante un incontro da lui diretto. Ci furono morti e anche sconfitte, ad Albany, per esempio: una lotta di un anno senza significativi risultati. Ma il movimento non cedeva, anzi aveva inserito un’altra rivendicazione – il diritto effettivo di voto per i neri. Una rivendicazione molto pericolosa perché non solo di valore simbolico e civile: infatti poteva mettere in crisi gli equilibri politici consolidati. Le campagne per la “registrazione”, indispensabile per votare, furono condotte su larga scala e provocarono una reazione violentissima, con tre studenti e un dirigente locale uccisi in pochi mesi, il cui impatto la vittoria formale del 1965 (il Voting Rights Act) non riuscì del tutto a cancellare.

Ma la mobilitazione continuò, col nome di Campagna C, nelle zone del Sud più chiuse e ostili, come l’Alabama e in particolare Birmingham, dove il pastore dirigente locale aveva già subito due attentati dinamitardi. La reazione razzista fu tale che lo stesso presidente Kennedy intervenne, insieme al fratello Robert, molto vicini a King. Ripartirono così le lotte nonviolente in più di 800 città in poco tempo, ma la compattezza del movimento cominciò ad incrinarsi per l’emergere di componenti che rifiutavano il principio assoluto della nonviolenza e che presto sfogheranno la loro rabbia autodistruttiva nelle rivolte dei ghetti del 1964. Contemporaneamente King doveva tristemente constatare che “le chiese – anche quelle nere – sono arrivate tardi” o non sono arrivate. Un appoggio su cui aveva contato da sempre per rafforzare la linea nonviolenta e che invece ci fu in minima parte. Agosto 1963: l’immensa manifestazione di Washington e il discorso celeberrimo I have a dream confermano che il carisma di Martin Luther King è ancora vivo, l’anno dopo il Nobel per la pace lo istituzionalizza.

 

Povertà e Vietnam

 

Gli ultimi anni[18] vedono un King diverso che, ora che il movimento per i diritti civili ha raggiunto quasi tutti i suoi obiettivi di parità sul piano giuridico, si trova, andando a nord a rendersi conto di persona della disperazione dei ragazzi dei ghetti in rivolta, a rendersi conto che non si può prescindere dalla giustizia sociale ed economica per avere una vera uguaglianza. Sono anche gli anni caldi del Vietnam: come disse lui stesso ad Atlanta, “c’è un momento in cui la cautela può diventare vigliaccheria”. Nel 1967 partecipa a una marcia contro la guerra a Chicago, dando così dimensione internazionale e decisamente politica alla nonviolenza. Una settimana dopo affida ad un sermone nella Riverside Church di New York la sua decisa presa di posizione: “Parlo per i poveri dell’America che pagano il prezzo doppio delle loro speranze frustrate e della morte in Vietnam. Parlo ai governanti del mio paese. Dobbiamo fermare la guerra. Noi siamo dalla parte dei ricchi e stiamo massacrando i poveri”. Era un salto politico, di cui tutti si resero conto. Una montagna di odio lo sommerse. Era come se, non parlando più di neri, avesse osato troppo. Venne attaccato violentemente anche da giornali che in genere lo appoggiavano. Nell’ultimo anno lavorò a una grande “marcia dei poveri”. L’ultimo sermone, a Mason Temple, a Memphis, la notte prima dell’assassinio, è un appassionato richiamo alle chiese perché si impegnino: “Va bene parlare delle ‘lunghe tuniche bianche lassù’, ma la gente ha bisogno di vestiti e scarpe da portare qui. Va bene parlare di ‘strade su cui sgorga latte e miele’ ma Dio ci ha ordinato di preoccuparci dei ghetti quaggiù e dei loro bambini che non hanno da mangiare tre volte al giorno”. Poi la ripresa del tono profetico degli antichi predicatori: Sono salito sulla montagna e il presentimento della fine: “Vorrei che qualcuno dicesse quel giorno che Martin Luther King jr ha cercato di amare. Vorrei che diceste quel giorno che ho cercato di essere giusto sul problema della guerra, che ho cercato in tutti i modi di dar da mangiare agli affamati, di vestire quelli che erano nudi. Vorrei che diceste, quel giorno, che ho cercato di visitare chi era in prigione, che ho cercato di dare e servire l’umanità. Dite che, se sono stato un tamburino, son stato il tamburino della giustizia, il tamburino della pace. Non lascio denaro, né cose belle e lussuose. Voglio solo lasciare una vita di impegno”.[19]

 

Bibliografia

 

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Note

 

[1] M. L. King, Stride Toward Freedom. The Montgomery Story, Harpe & Row, New York 1958, p. 69; M. L. King, Marching to Freedom. The Life of Martin Luther King, a cura di Bleiwess R.M., American Education Publication, Middletown 1968, pp. 240-241.

 

[2] Due testi fondamentali per il rapporto religione, politica, lotte di liberazione nella storia degli afroamericani sono S. M. Wilmore, Black Religion and Black Radicalism. An Interpretation of the Religious History of Afro-American People, Orbis Books, New York 1983; A. J. Raboteau, Slave Religion: The “Invisible Institution” in the Antebellum South, Oxford University Press, New York 1978. Sulla vita degli schiavi resta fondamentale G. P. Rawick, Lo schiavo americano dal tramonto all’alba, Feltrinelli, Milano 1973. Per un quadro sintetico in italiano rinviamo a C. Mattiello, Le chiese nere negli Stati Uniti. Dalla religione degli schiavi alla teologia nera della liberazione, Claudiana, Torino 1993.

 

[3] Per un’analisi completa delle interpretazioni razziste di passi biblici vedi S. R. Haynes S. R., Noah’s Curse. The Biblical Justification of American Slavery, Oxford University Press, Oxford 2002.

 

[4] C. S. Wilmore Black Religion and Black Radicalism, cit., p. 24.

 

[5] A. J. Raboteau, Slave Religion: The “Invisible Institution” in the Antebellum South, cit., p 167.

 

[6] Ivi, pp. 214-215, 239, 295, 297. Cfr. anche F. Douglass, Memorie di uno schiavo fuggiasco, manifestolibri, Roma 1992.

 

[7] Cfr. E. B. Du Bois William, The Souls of Black Folks, A.C. McClurg & co., Chicago 1903; F. Douglass, Memorie di uno schiavo fuggiasco, cit., p. 55; C. Mattiello, Le chiese nere negli Stati Uniti., cit., pp. 36-37.

 

[8] M. L. King, Stride Toward Freedom, cit., pp. 37, 60, 63, 69.

 

[9] J. H. Cone, Teologia nera della liberazione e Black Power, Claudiana, Torino 1973, p. 37.

 

[10] M. L. King, Stride Toward Freedom, cit., pp. 60-86.

 

[11] Ivi, p. 137. Cfr. anche C. Mattiello, Da Montgomery a Memphis. Il viaggio di Martin Luther King tra fede e politica, in Aa. Vv., Il sogno e la storia. Il pensiero e l’attualità di Martin Luther King (1929-1968), a cura di Naso P., Claudiana, Torino 2007.

 

[12] D. Fiorentino, Alla ricerca della Beloved Community: le radici americane del pensiero di Martin Luther King, in Aa. Vv. Il sogno e la storia…,  cit., pp. 63 e ss.

 

[13] M. L. King, Stride Toward Freedom, cit., pp. 60-69.

 

[14] King M. L. (1993), Lettera dal carcere di Birmingham. Pellegrinaggio alla nonviolenza, Movimento Nonviolento, Verona, pp. 7-8 e ss.

 

[15] M. L. King, La forza di amare, SEI, Torino 1972, pp. 75-88.

 

[16] M. L. King, Stride Toward Freedom, cit., p. 63.

 

[17] A. Portelli, Riti di assenso, pratiche di protesta. Alle origini del movimento dei diritti civili negli Stati Uniti, in Aa. Vv., Il sogno e la storia…, cit., pp. 45-56.

 

[18] Sull’ultimo King vedi B. Cartosio, L’ultimo King, tra sogno e incubo, in Aa. Vv., Il sogno e la storia…, cit. pp. 181-196; Cfr. P. Naso, L’ “altro” Martin Luther King, Claudiana, Torino 1993.

 

[19] M. L. King, Marching to Freedom,  cit., p. 148. L’ultimo discorso, Sono stato sulla montagna, è reperibile in italiano su vari siti.