L’etica “divina” della persuasione
attraverso la lettura di Aldo Capitini

di Gabriella Putignano

 

Nel presente contributo[1] intendiamo mettere a confronto l’appassionata inquietudine di Carlo Michelstaedter con il pensiero di Aldo Capitini e la sua “disperata tensione” etica. Riteniamo, anzitutto, ineludibile prendere le mosse da un presupposto importante e, cioè, il senso del fare filosofia per questi due pensatori. Leggere i loro scritti implica, infatti, venir ai ferri corti con la nostra vita, poiché – per entrambi – filosofare seriamente è conquista di un atteggiamento, d’una stilistica dell’esistenza, radicale inversione di rotta morale. Si tratta, dunque, di non rimanere fermi alla mera posizione speculativa, bensì di vivere e sentire la pressione della prassi, la rivolta dell’irrazionale, il bruciore di dissidenza. Occorre davvero sentire erompere dentro di sé un rigurgito morale dinanzi all’imporsi della rettorica innalzata a sistema; occorre – come Michelstaedter scrive – non adattarsi alla sufficienza del già dato[2], perché da questo servile adattamento, da questa cieca obbedienza derivano il conformismo, l’inerzia spirituale, il compromesso con il letame. Ed il letame è, appunto, costituito – per il goriziano – dalla rettorica, alla base di un’individualità illusoria che patisce il proprio bisogno di vivere, baratta la libertà con la sicurezza e si dissolve, si dissipa, nella ruota del tempo, in una reificante e vuota continuazione. Ebbene, questa individualità illusoria si fonda su rapporti interpersonali che grondano di violenza, dà vita ad una comunella ben precisa denominata, non a caso, “comunella dei malvagi” (koinonìa kakòn). È un universo disvaloriale, quello della rettorica, che produce uno stupro di valori[3] e fa essenzialmente emergere un carattere: la vanità, l’adulazione del sé, ossia un narcisismo ontologico e una consequenziale disattenzione dell’altro. Non è una banale disattenzione, ma anche, come s’accennava, violenza intrisa di disvalori quali la prudente ipocrisia e l’invidia ambiziosa[4], la viscida maldicenza e la meschina frode. In questa comunella predomina, per dirla con Franco Arminio, una forma di autismo corale[5], in cui tutti parlano, ma nessuno ascolta più veramente: “gli altri vogliono parlare e non ascoltare – così l’un l’altro macella e contraddice. Non importa loro che la cosa sia detta, ma ad ognuno importa d’esser lui ad averla detta”[6]. Di più: ci si rapporta al prossimo – ed è questo un punto decisivo – trattandolo come mero mezzo, come oggetto dal quale si spera di poter ricavare un certo utile o profitto. Trionfano relazioni strumentali, funzionali, dove troppo spesso anche sotto il manto dell’amore si cela una selvaggia avidità di possesso, una fagocitante cupidigia[7]. Michelstaedter scrive, infatti, che la violenza verso l’altro uomo equivale alla proprietà: l’altro (e ciò vale nelle stesse relazioni che si dicono d’amore) deve ridursi ad uno specchio compiacente di noi stessi, del nostro nulla, della nostra “vanità cinta di querce”[8].

Contro tale universo disvaloriale rettorico, profondamente violento, si erge quanto Carlo Michelstaedter chiama “persuasione” che è, anzitutto, disintossicazione e conseguente liberazione. Per comprendere al meglio questo punto, ci avvaliamo, in particolare, dell’interpretazione e della mediazione di Aldo Capitini, il quale annoverava – si legge nella sua opera Antifascismo tra i giovani[9] – il goriziano tra i suoi maestri spirituali e, nel ’46, dava alle stampe uno scritto intitolato Inediti di Carlo Michelstaedter[10]. In quest’ultimo scritto si evince che la persuasione matura e prorompe da un’urgenza di autoliberazione. La filosofia assume serietà proprio nella misura in cui, costringendoci a venire ai ferri corti con la vita, produce in noi scontentezza, messa in questione della storia ove il pesce grande mangia il pesce piccolo, non accettazione della legge egoistica del puro utile, dissidenza nei confronti della realtà grezza e sorda. La persuasione è in primis – à la Foucault – “impazienza della libertà”[11], in quanto la libertà che si accontenta, che si adatta alla sufficienza del già dato, al letame, non è più libertà, è parassitaria rinuncia. La libertà deve, piuttosto, provocare uno scatto d’inquietudine, un’esigenza trasformante. La persuasione non è soltanto conquista della propria irriducibilità, socratica cura di sé, consistenza nel fuoco immenso dell’attimo, ma anche passaggio dalla consistenza alla coesistenza. Ed è un passaggio obbligato e cruciale, questo, perché il diritto di vivere si sconta con un’infinita attività, con una tensione asintotica ed inesausta che intende togliere la violenza dalle radici[12].

Com’è possibile togliere la violenza dalle radici? Fondando una morale fuori dall’ordinario, scoordinata rispetto alla logica, umana troppo umana, del do ut des;  una morale che scardina la razionalità funzionale, poc’anzi considerata, a favore di un’etica della sovrabbondanza e della gratuità, in cui ci si afferma non più per usare le relazioni, bensì per amarle, in cui “tutto si dà e niente si chiede”[13], in cui “non è più uno sguardo che sia urto, una cosa contro cosa, una conoscenza fredda, quasi un misurare con le mani tese e gli occhi chiusi”[14], ma una carezza premurosa. Così si comprende quanto Capitini scriveva negli Elementi di un’esperienza religiosa, il perché, per lui, Michelstaedter fosse una figura filosofica esemplare in grado di salvarci dall’isolamento e dal solipsismo, dalla becera assicurazione/conservazione della nostra persona, dalla stolta meccanica della contabilità e della calcolabilità.

La personalizzazione del presente – tanto in Michelstaedter quanto in Capitini – passa, difatti, dal decentramento di sé, dal contestuale desiderio che l’altro sia “sempre più” presente a sé stesso e non tema la morte[15].

La lettura di Aldo Capitini permette, in definitiva, di valorizzare appieno l’etica michelstaedteriana, sebbene questa risulti soltanto abbozzata; un’etica da cui il perugino coglie la passione di libertà e di nonmenzogna, la tensione amorevole verso il prossimo, verso la compresenza e la sacralità di ciascun essere. Quest’etica dell’incalcolabilità e della gratuità, del tutto inattuale nella nostra epoca ingabbiata dentro logiche prestazionali ed economicistiche, reclama giustizia e desidera scrutare il mondo sub specie amoris. È un desiderio che fa crescere in noi un fremito di spiritualità[16], un soffio di theion, di divino, che è qualcosa di assolutamente diverso dal Dio gerarchico/Potenza della tradizione, poiché ci chiede non semplicemente di credere e di abbandonarci – per dirla con Tolstoj[17] – ad una “metafisica dell’ipocrisia”[18], tale perché si professa, sì, di credere, si professa, sì, di pregare, ma poi si oblia la fedeltà alla terra e ci si macchia d’incoerenza, bensì di essere, o tentare di essere, ciascuno di noi Cristo. Uno stra-ordinario uomo (e nulla più), maestro di morale, che su di sé prese la croce della responsabilità, che fu “il primo e l’ultimo”[19] e comprese e concretizzò l’idea che “una sincerità, un inno uno slancio, un dare invece di chiedere sono la vera misura del vivere”[20]. E, forse, proprio questo significa, come Capitini scriveva, rileggendo il goriziano, “osare le somme idee del cuore persuaso”[21].

 

Bibliografia

 

Arminio F. (2013), Geografia commossa dell’Italia interna, Mondadori, Milano.

Binni W. (2011), La disperata tensione, Il Ponte, Firenze.

Capitini A. (1937), Elementi di un’esperienza religiosa, Laterza, Roma-Bari.

Capitini A. (1946), Inediti di Carlo Michelstaedter, in “Letteratura”, 1, pp. 3-27.

Capitini A. (1956), Colloquio corale, Pacini Mariotti, Pisa.

Capitini A. (1966), Antifascismo tra i giovani, Celebes, Trapani.

Foucault M. (2005), Antologia. L’impazienza della libertà, Feltrinelli, Milano.

Michelstaedter C. (2007), La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano.

Michelstaedter (2003), Il dialogo della salute, Adelphi, Milano.

Putignano G. (2015), L’esistenza al bivio. La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter, Stamen, Roma.

Putignano G. (2014), Giuseppe Rensi, l’accusatore dell’esistenza, in Aa.Vv., Schegge di filosofia moderna XIV, a cura di Ivan Pozzoni, DeComporre Edizioni, Gaeta (LT).

Tolstoj L. (2015), Il regno di Dio è in voi, Marcovalerio Edizioni, Cercenasco (TO).

 

Note

 

[1] Relazione tenuta al Convegno internazionale di studi su C. Michelstaedter presso il Sant’Anna Institute di Sorrento, in data 15 giugno 2018.

 

[2] C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano 2007, p. 104.

 

[3] Ci permettiamo di rimandare su questo a C. Putignano, L’esistenza al bivio. La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter, Stamen, Roma 2015.

 

[4] C. Michelstaedter, Il dialogo della salute, Adelphi, Milano 2003, p. 68.

 

[5] Cfr. F. Arminio, Geografia commossa dell’Italia interna, Mondadori, Milano 2013, p. 48.

 

[6] C. Michelstaedter, Il dialogo della salute, Adelphi, Milano 2003, p. 55.

 

[7] Cfr. C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, cit, p. 63.

 

[8] Ivi, p. 102.

 

[9] In Antifascismo tra i giovani, pubblicato nel 1966, libro capitale per ricostruire la nascita e lo sviluppo della Resistenza italiana e che meriterebbe di essere studiato nelle scuole, così Capitini parla di un Michelstaedter che “pur morto, era uno dei nostri, per il suo impegno di ‘persuasione’, e ne parlavamo spesso”.

 

[10] Si tratta di carte che Capitini riceve di mano dalla sorella di Michelstaedter, Paula, e di cui curerà la pubblicazione nella rivista “Letteratura”, 1946, n. 1, pp. 3-27.

 

[11] Cfr. M. Foucault, Antologia. L’impazienza della libertà, Feltrinelli, Milano 2005.

 

[12] Cfr. C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, cit., pp. 79-81.

 

[13] Ivi, p. 80.

 

[14] A. Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa, Laterza, Roma-Bari 1937, p. 44.

 

[15] Cfr. C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, cit., p. 87.

 

[16] Per un ulteriore approfondimento di questa questione, ci permettiamo di rimandare a G. Putignano, Giuseppe Rensi, l’accusatore dell’esistenza, in Aa.Vv., Schegge di filosofia moderna XIV, DeComporre, Gaeta 2014.

 

[17] Non è vano ricordare come Tolstoj costituisca un punto di riferimento imprescindibile per entrambi i nostri autori.

 

[18] Cfr. L. Tolstoj, Il regno di Dio è in voi, Marcovalerio, Cercenasco 2015, p. 326.

 

[19] Cfr. Michelstaedter C. (2007), La persuasione e la rettorica, cit., p. 73.

 

[20] Capitini A. (1956), Colloquio corale, Pacini Mariotti, Pisa, p. 15.

 

[21] Ivi, p. 52.