Il compito dell’Europa
Sulle orme di Capitini… e oltre

di Daniele Taurino

 

Negli ultimi anni[1] ho vissuto alcune esperienze che mi hanno fatto sentire l’Europa non più soltanto come appartenenza mitica a quelle radici, principalmente greche ma non solo, che anche la Arendt richiamava per indicare la necessità di garantire alle persone la possibilità di confrontarsi pubblicamente fra pari[2]; non più soltanto come appartenenza ideale ai valori del federalismo, del socialismo dal basso e della nonviolenza; ma ora anche come appartenenza, per così dire, vitale, funzionale e organizzativa. Grazie a viaggi di formazione e networking, al coinvolgimento in varie fasi di alcuni progetti europei, al ruolo di delegato per l’European Bureau for conscentious objection to military service (EBCO-BEOC) all’interno dell’European Youth Forum – la più grande piattaforma europea di rappresentanza giovanile – ho potuto toccare con mano (appunto, oltre che con il cuore e con la testa) i meccanismi burocratici, l’importanza di regole comuni tra persone che vengono da luoghi e abitudini diverse, la possibilità di incidere positivamente[3], seppur minimamente, attraverso la partecipazione attiva e il dialogo con tante altre persone e organizzazioni che ogni giorno si impegnano per rendere l’Europa un’unione.

Non che la terza appartenenza sfugga al destino delle altre due, cioè di essere sempre provvisoria, passibile di superamento verso l’orizzonte dei tutti, di una famiglia dei viventi: la mia identità – e forse già qui dovrei usare il plurale per tradirmi di meno – sta all’Europa come il disarmo unilaterale sta alle politiche di pace…da qualche parte bisogna pur cominciare. Tuttavia essa, più strettamente collegata alla sfera dell’azione, viene a rinforzare la possibilità di concepire un rapporto antigerarchico con le altre due: se le figure della relazione diventano intercambiabili la stessa opposizione dialettica fra servitori e padroni, che tanta fortuna ha avuto nell’idealismo, può diventare un passaggio decisivo per la critica stessa del principio d’autorità e per agire nel mondo quel ruolo – profetizzato da Alex Langer – di facitore di paci, esploratore di frontiere, saltatore di muri, costruttore di ponti. In un momento in cui vediamo trasformarsi nel ritorno di un incubo quel sogno di un’Europa libera e unita che aveva sconfitto i totalitarismi, ora che il cambiamento climatico ci fa sbattere il muso sull’urgenza di una tramutazione della società, alcune riforme minime non possono attendere: abbiamo certamente bisogno in tempi brevi di un Parlamento Europeo con più poteri e di una Costituzione europea, per un miglior processo di coesione che ci conduca agli Stati Uniti d’Europa. Tuttavia sappiamo che non basta a invertire la rotta, che i nostri ideali non derivano dai fatti ma tendono a innalzarli anche mentre essi si rivolgono a noi ostilmente, rinviando le scadenze più prossime: siamo, in questa prospettiva, di fronte alla necessità di un pensiero che tenta di fondare l’etica – e quindi la Prassi – insieme su base metafisica (e potremmo dire spirituale, religiosa, etc.) e fisica (sociale, economica, etc.). E l’Europa può e dovrebbe essere il luogo ideale dove sperimentare tale Prassi e iniziare a farla germogliare.

Del resto, si tratta sempre di dover prendere una qualche posizione, darsi e tentar sempre qualche attività, foss’anche la non collaborazione rispetto a una realtà limitata e violenta. Prendiamo il caso dell’elogio del fare, delle mani, che si vuole paradossalmente antiumanistico (e invece è altro retaggio della grecità, che non è un blocco monolitico di pensatori fra le nuvole) e che spesso viene contrapposto a giustificazione dello status quo da chi giudica troppo utopici i ragionamenti abbozzati sopra. Infatti, se in termini, per così dire, aristotelici[4], la mano ha una morfologia che si adatta perfettamente alle funzioni che l’intelligenza umana le assegna e di conseguenza la stessa organizzazione di un siffatto organo non può essere compresa se non si fanno intervenire le cause finali per spiegarla, dall’altro la stessa esistenza della mano, in una prospettiva diremmo bruniana[5], rimanda all’assenza di un’essenza distintiva nello statuto ontologico dell’umano. Anche per quanto riguarda il confronto con l’alterità e con culture e civiltà differenti, il criterio di paragone non può risiedere in un ipotetico stato di natura, che anzi per Bruno come per noi è assurdo, ma nella possibilità stessa di organizzare le esigenze naturali e di adempiere agli scopi che i bisogni, di volta in volta, pongono all’individuo che si trova in comunità: il medesimo elemento naturale (la differenza delle complessioni e la varietà dei bisogni) posto alla base della nascita della civiltà, ritorna sempre come problema della buona civiltà, cioè delle buone leggi e dei buoni ordinamenti. Fuor di metafora filosofica il primato dell’agire può essere isterilito in una concezione burocratica e dall’alto, come accaduto in larga parte delle istituzioni europee, provocando effetti di chiusura in gruppi elitari lontani sia dalla varietà dei bisogni dei cittadini europei che insipienti rispetto alla differenza e al mutamento delle culture, delle religioni, dei modi di vivere. E allora non ci si può meravigliare né della Brexit né del senso di estraneità, se non talvolta ostilità, di larga parte delle popolazioni nazionali nei confronti delle politiche e delle regole europee; oppure il medesimo primato dell’agire può essere inteso nello sforzo corale di un’organizzazione dal basso delle istituzioni europee, nel loro adattamento di volta in volta alle esigenze del tempo e delle comunità. Sforzo che se realizzato in comune, diventa compito nel quale riconoscersi anche come europei. In altri termini, abbiamo un bisogno, forse disperato, di una nuova serie di idee, buone pratiche e visioni che vadano ben oltre le affermate e note risposte per lo più fornite finora da élite politiche e istituzioni nazionali ed europee e internazionali. Non foss’altro perché con le loro risposte è chiaro dove siamo andati e dove finire, forse vale la pena tentare l’inedito: “il nuovo”, ci insegna Hannah Arendt, “appare sempre nelle sembianze di un miracolo”[6]. Il miracolo è ciò di cui abbiamo bisogno. Solo che si tratta di un miracolo che non verrà da nessuna entità esterna: dobbiamo lavorare, insieme, per farlo emergere, i suoi semi sono già sparsi intorno a noi. L’Europa è nelle nostre mani.

La mia tesi – se ha senso chiamarla così – è che la teoria e la pratica della nonviolenza possano dare un contributo decisivo e che in particolare alcune intuizioni di Aldo Capitini sull’Europa, a dispetto dei molti che anche nelle recenti celebrazioni l’hanno voluto tenere ostaggio di un provincialismo che non gli appartiene, possano fungere da orientamento pratico e valoriale. È un tema, quello europeo con tutte le sue implicazioni, al quale Capitini dedica grande attenzione e, mi viene da dire, immaginazione fin dalle prime opere. Procederemo qui in ordine cronologico, ma non esaustivamente, rimandando ad altri lavori questo approfondimento, che dovranno far interagire questi testi anche con le iniziative pratiche promosse da Capitini, lasciate qui per lo più sullo sfondo.

Nell’autunno del 1936 a Firenze, a casa di Luigi Russo, Capitini ha modo di conoscere Benedetto Croce (autore nel 1932 di una Storia d’Europa nel secolo decimonono), a cui consegna un pacco di dattiloscritti che Croce apprezza e fa pubblicare nel gennaio dell’anno seguente presso l’editore Laterza, suggerendo – contro la censura fascista – il titolo Elementi di un’esperienza religiosa[7]. Qui il filosofo si pone già l’unità dell’Europa come problema e cerca di intravederne le prospettive e i rischi: il continente europeo è impedito politicamente a pervenire a un’unità senza mediazioni principalmente per uno dei suoi risultati più moderni, “una delle sue glorie”, ovvero l’individualismo. Tale atteggiamento, a livello degli Stati nazionali, diventa una tenace forza separatrice che si esplica anche nella corsa alle armi: e maggiori sono gli armamenti, maggiori le possibilità di conflagrazione, avvertiva Capitini, a pochi anni dall’inizio della seconda guerra mondiale. In Europa, “lo stesso mito della vendetta che vi prospera è una prova della ripercussione di carattere storico dei suoi conflitti” e nemmeno le tante decantate ricchezze di idee, il diritto, la varietà delle istituzioni, “qui radicate dall’antico e non fluide come in altri continenti”, si sottraggono al divenire “impedimento al costituirsi di una certa unità effettiva, che potrebbe sorgere”. Un antidoto potrebbe essere un rinvigorimento della coscienza della civiltà europea, processo che viene accelerato, non senza rischi di chiusure – e oggi ce ne stiamo accorgendo –, dalle crisi economiche, “motivo insufficiente però a dare origine ad un organismo vigoroso, se non confluendo con altri motivi”. Quali sono questi motivi? Presto detto, almeno due: l’unità plurinazionale e l’insufficienza della Società delle Nazioni. Quando Capitini parla di “unità plurinazionale” non si sta qui riferendo a una qualche conformazione geografica o storico, ma proprio al loro superamento, anche attravero la presa in carico collettiva dell’economia da parte dei lavoratori. Alla Società delle Nazioni non nega ceto il valore di sforzo, la tensione all’universale nella risoluzione delle controversie, ma l’insufficienza che vi vede può riferirsi – e la riferirà lui già anni dopo – anche all’Onu attuale: quella di non aver superato la propria origine giuridica, a sfondo contrattualistico.

 

Quando sia sceso meglio nell’anima quel senso di universalità, l’ideale non è di mantenere un ferreo impero mondiale, ma piuttosto di favorire, entro quell’unità, una federazione di popoli, in cui sia possibile un libero e originale apporto di ciascuno, senza tuttavia ricorrere a mezzi violenti per affermarsi. Questo è ciò che deve procurare il centro religioso: non contrario alla formazione di larghe unità plurinazionali, né affatto contrario ad una collettivizzazione dell’economia mondiale, esso deve operare perché tutto ciò non sommerga le singole individualità dei popoli, e sia loro permessa, in una unità federativa, la presenza diretta di singole espressioni, di singole idee, ed autonomia massima, su di una base comune.

 

Ci sono poi le indicazioni pratiche: per far sì che il centro unitario, dall’altro, risolva violentemente i conflitti, occorre dare maggior importanza al “valore dell’unità civile, che in ogni momento richiede che noi ci sentiamo cittadini, ed amiamo gli altri favorendo lo svolgimento nonviolento. Perciò potrebbero essere accresciuti i servizi civili, sì che fosse più generale la partecipazione ad essi”. E qui l’accento si fa ancor più profetico e ci fa sentire di più la nostra insufficienza, dopo oltre 70 anni. L’Europa, dice Capitini, dovrebbe infatti promuovere “corpi speciali di volontari della nonviolenza”: nonostante il meritorio impegno in proposito di Alex Langer al Parlamento europeo e di alcune recenti sperimentazioni nazionali (Germania, Italia), questo è un campo in cui c’è ancora molto da fare.

In seguito alla larga diffusione del suo libro in ambienti antifascisti, Capitini promuove assieme a Guido Calogero (alle successive attività poi collaboreranno anche personalità del calibro di Ugo La Malfa, Giorgio Amendola, Norberto Bobbio) un movimento culturale che negli anni successivi si trasformerà in un progetto politico – il Partito d’Azione al quale Capitini deciderà di non aderire – atto a realizzare le idee di libertà individuale e di uguaglianza sociale contenute negli Elementi. Nasce così nel 1937 il Movimento Liberalsocialista, in un anno segnato, per citare solo due casi esemplari, dall’assassinio dei Fratelli Rosselli e dalla morte di Antonio Gramsci. Capitini scrive per l’occasione un testo dal titolo appunto Liberalsocialismo[8] che circolerà da subito in Italia clandestinamente. Vale la pena ricordare che questo testo sarà d’ispirazione anche a gruppi antifascisti d’oltre oceano, portato in America da Bruno Zevi e pubblicato nel febbraio del 1942 a Boston nel primo fascicolo die Quaderni italiani, senza la firma di Capitini. Uno dei punti cruciali del testo rispetto al nostro tema è che la cultura occidentale ed europea non può esimersi dal promuovere in ogni modo il ruolo degli educatori: “Senza educazione e rivoluzione intima gli innovatori di domani assomiglieranno troppo ai reazionari infuriositi e subdoli di oggi, dai quali è bene scindersi, e staccare ogni responsabilità”[9]. Un’Unione europea che ha deciso di destinare oltre 13 miliardi di euro al fondo per la difesa e gli armamenti ma non ha ancora un programma di educazione alla pace comune forse non ha ancora appreso la lezione. Arriva poi la presa di posizione in favore di un federalismo collettivisitco, dove non basta che ciascuno abbia secondo il proprio lavoro e risorse, ma che a ciascuno sia dato secondo i propri bisogni spirituali, garantendo il massimo delle libertà e la parità nelle opportunità:

 

In Europa permangono molte divisioni e lotte […] e la federazione coi regimi collettivistici potrebbe rappresentare un vantaggio per l’Europa, quando dovesse combattere capitalismi extra-europei. Anche questo sarà certamente un problema di domani, e allo sforzo faticoso e di breve effetto delle singole autarchiche nazioni, si potrà sostituire, per risolvere problemi di materie prime ecc., la federazione collettivistica. Favorire queste larghe federazioni internazionali, con compensazioni di merci e di prodotti e diffusione di istituzioni collettivistiche, vuol dire combattere l’imperialismo, educare alla libertà e al rispetto altrui, a sentire gli altri problemi come propri. È inutile voler frapporre ostacoli. Il mondo deve tendere e tende a questo, anche se gli ostacoli siano innumerevoli e sempre risorgenti.[10]

 

 

Basterebbe probabilmente la lettura di questo passo a fugarci ogni dubbio dall’interpretazione di un Capitini, professore religioso, che si astiene dai grandi moti del mondo nella sua Perugia, alieno ai problemi d’economia e d’ordine mondiale.

Molto interessante è poi il caso dello Scritto clandestino, fuso poi successivamente nell’Introduzione di Nuova socialità e riforma religiosa[11], che Capitini diffuse al momento della catastrofe francese (giugno 1940). Vi si può leggere che “lavorare per un’Europa liberale e sociale, senza più conservatorismo e particolarismi, oltre che pagare il tributo di riconoscenza alla cultura classico-romantica che ci ha formato e risolvere tanti problemi, afferma per il domani (quale che sia l’esito) il principio della comunità economica e culturale sopranazionale”[12]. Una cultura sopranazionale almeno per il contesto europeo sarà anche uno dei temi centrali dell’articolo Prime idee di orientamento (1944). La sera stessa della fine della guerra in Europa, il 7 maggio 1945, Capitini che nel frattempo dirigeva il Corriere di Perugia, settimanale del Comitato provinciale di Liberazione, fa uscire un’edizione straordinaria nel quale pubblica anche un suo articolo dal titolo evocativo: Mondo aperto. Il filosofo esulta con gli altri, ma ammonisce a considerare la fine della seconda guerra mondiale una “vittoria”: se ne potrebbe parlare “se non avessimo collaborato” con il male dei totalitarismi e se “le istituzioni e gli uomini che dovevano guidare, illuminare, sostenere” non avessere tradito l’Italia e l’Europa. “La verità è che nell’Europa, anzi nel mondo attuale nulla può restare nel cerchio di una nazione, e tutto si comunica e si diffonde; sì che si arriva al fatto, che potrebbe parere strano e contraddittorio, di un’amicizia tra nazionalismi”[13], pericolose amicizie che si stanno profilando ancora oggi in Europa in vista delle prossime elezioni. Numerosi sono gli articoli degli anni successivi, spesso con titolo già riassuntivo delle argomentazioni espresse, vale la pena almeno citare Due movimenti etico-politici del 1946, Federazione socialista e Pace per l’Europa e per tutti del 1947.

Nel 1948, anno del Congresso dell’Aia, primo vero momento federativo europeo, Capitini fa pubblicare un libro che sembra parlare di tutt’altro: Il problema religioso attuale. Ma è proprio in questo scritto che trova spazio un lungo paragrafo intitolato significativamente Il compito dell’Europa[14]. Il testo si apre con la constatazione che l’Europa non ha alcuna possibilità di elevarsi a potenza “e che la nostra salvezza sta tutta su di una impostazione ideale”[15]. Tale affermazione, che può sembrare idealistica, è invece il “realismo più concreto” scrive Capitini. Un realismo che vede lucidamente come il nazionalismo di uno o alcuni degli Stati europei non sarebbe che impresa folle e destinata al fallimento: “dovremmo trovare come preferibile affermare questa solidarietà e comunità europea, al portarsi senz’altro con uno od altro dei blocchi. Vediamo la ragione ideale di questo, perché c’è sempre una ragione ideale, e le nazioni non sono banche che si consorziano per necessità di affari”[16]. Eppure, la prima vera unione degli Stati europei è stata esclusivamente economica. Il “glorioso passato europeo” come già intuiva Capitini, da solo non basta a renderci una comunità:

 

Noi dobbiamo sentire il nostro passato non come quei contenuti di idee e di vita spirituale, ma come quella tensione a vivere valori altissimi, che sono più che di amministrazione della vita. Dobbiamo essere in grado di affermare qualche cosa che sia di maggiore valore che la buona amministrazione del vivere, la diffusione della civiltà e del benessere: produrre civiltà, valori, in senso verticale più che orizzontale; e questo ha fatto la civiltà del cristianesimo medioevale e della libertà moderna, la civiltà giudaica-greca-europea.

L’Europa, nella sua povertà di mezzi economici, deve portare la sua tensione su questo punto: una tensione etica-religiosa-sociale-culturale di alta qualità. Essere il punto d’incontro delle due civiltà dell’Est e dell’Ovest, il loro superamento, la loro integrazione con ciò che ad esse manca e che non sapranno darsi che imperfettamente[17].

 

Questo è il compito principale che l’Europa e gli europei devono porsi, sia dal punto di vista politico-sociale che di società civile “di non paura di non essere amministrazione”, come scrive il filosofo. Certo, per adempiere a questo compito ci vuole tutta un’altra organizzazione delle risorse e innanzitutto eliminare le spese militari. E si capisce anche bene, in queste pagine, che per Capitini il federalismo non è la meta finale, ma un passaggio in direzione di qualcosa di inedito, sopra cui soffia il vento della compresenza e della nonviolenza: “Perciò bisogna appoggiare ogni federalismo europeo, ma sapendo bene che è in vista di questo ideale, e sapendo anche bene che nessuna delle concezioni passate e ancora esistenti lo soddisfa pienamente”[18]. Per collocarsi all’altezza del suo compito l’Europa dovrebbe superare tutte le forme tradizionali e storiche. Bisogna tener presente che per Capitini “le ragioni ideali significano cose concretissime”, sono modi d’apertura alla realtà di tutti, mai garantite una volta per tutte: “Certe cose vale tuttavia la pena di non stancarsi di tentarle; e ciò conta in assoluto, se non per il risultato. E l’assoluto è che, pur riconoscendo come patria celeste l’infinita socialità, sentiamo il dovere di operare in una patria terrena come cittadini, come amministrazione”[19].

Negli anni successivi Capitini continua a scrivere sul tema, riprende e riformula spunti precedenti, sempre attento all’attualità, non solo italiana. Molti di questi pensieri sono poi confluiti in una loro forma pedagogica in uno dei capitoli del primo volume di Educazione aperta pubblicato nel 1967 e intitolato Il posto dell’Europa nel mondo[20]. E il posto dell’Europa, secondo Capitini allora con un’intuizione che ci sembra valida ancora oggi, è quello di farsi potenza di pace, portando avanti il disarmo europeo, combattendo strenuamente il militarismo che si annida anche nei sistemi educativi, bandendo le armi atomiche e muovendosi in politica estera come se fosse continuamente “agitata per la pace” e per l’apertura a dialoghi costruttivi. “L’Europa deve riprendere tutto ciò che di più vicino alla pace […] è uscito dal suo seno, e rivalorizzarlo e inquadrarlo con uno spirito di salvezza dell’umanità dalla distruzione”[21]. Come gli europei sono stati una minoranza che molto hanno dato al mondo così i persuasi della nonviolenza, per ora ancora pochi e sparuti, molto possono dare all’Europa. Per attuare questo passaggio da minoranza isolata a essere minoranza che potenzialmente è la maggioranza, bisogna “vincere il grande ostacolo dell’incomunicabilità tra europei” e trovare il modo di “far arrivare a tutta la popolazione europea l’orientamento alla pace”[22]. E così anche le proposte, qui abbozzate da Capitini, di una Federazione degli Stati europei e di un’assemblea europea per la pace non vanno intese che come orientamento, come preziose indicazioni di lavoro. Essere autenticamente capitiniani, in questa prospettiva, vuol dire allora cercar di trarre il miracolo di cui abbiamo parlato in apertura, questo nuovo, dalle sue opere e iniziative, mettendosi al servizio della propria coscienza persuasa senza negare né arretrare di fronte alle difficoltà e agli ostacoli i quali, più ambizioso è il compito che ci si dà, più numerosi si frapporranno. Se questa novità alla quale ci dedichiamo non può erompere facilmente perlomeno dobbiamo consentirle di fare “come il grano che, per l’inverno e la neve, spinge più nel profondo le sue radici”[23].

 

Bibliografia

 

Arendt H. (1958), The human condition, The University of Chicago Press, Chicago.

Aristotele (1990), Parti degli animali, in Opere, a cura di Vegetti M., vol. 5, Laterza, Roma-Bari.

Bruno G. (2002), Cabala, in Opere italiane di Giordano Bruno, testi critici e nota filologica di Aquilecchia G., introduzione e coordinamento generale di Ordine N., vol. II, Utet, Torino.

Capitini A. (1937), Elementi di un’esperienza religiosa, Laterza, Bari.

Capitini A. (1948), Il problema religioso attuale, Guanda, Modena.

Capitini A. (1950), Nuova socialità e riforma religiosa, Einaudi, Torino.

Capitini A. (1967), Educazione aperta, vol. 1, La Nuova Italia, Firenze.

Capitini A. (1996), Liberalsocialismo, E/O, Roma.

Capitini A. (2016), Un’alta passione, un’alta visione. Scritti politici 1935-1968, a cura di Binni L. e Rossi M., Il Ponte, Firenze.

Codrignani G. (2019), Europa madre e filgia nostra. Democratica, ecologica, nonviolenta, quaderno di “Azione nonviolenta”, 20, Edizioni del Movimento Nonviolento, Verona

 

Note

 

[1] Per approfondimenti recenti sul tema Europa in una prospettiva nonviolenta rinvio a due lavori curati insieme a Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento: G. Codrignani, Europa madre e filgia nostra. Democratica, ecologica, nonviolenta, quaderno di “Azione nonviolenta”, 20, Edizioni del Movimento Nonviolento, Verona 2019; il numero tematico sull’Europa di “Azione nonviolenta”, 2/2019, anno 56, n. 632.

 

[2] Tale visione è espressa in maniera sistematica in H. Arendt, The human condition, The University of Chicago Press, Chicago 1958. Più conosciuto in Italia con il titolo Vita activa, edito da Bompiani nel 1964.

 

[3] Cfr. A. Capitini, Scritto clandestino, 1940: “La storia procede per opera di coloro che, elaborato un profondo ideale, secondo le migliori esigenze di tutta l’anima, vanno a infonderlo in mille modi nella realtà”. Ora disponibile in A. Capitini, Un’alta passione, un’alta visione. Scritti politici 1935-1968, a cura di Binni L. e Rossi M., Il Ponte, Firenze 2016, pp. 101-102.

 

[4] Il rimando classico è ad Aristotele, Τῶν περὶ τ ζῷα ἱστοριῶν, De partibus animalium, IV, 10, 687 a8-b5; ora in Aristotele, Parti degli animali, in Opere, a cura di Vegetti M., vol. 5, Laterza, Roma-Bari 1990, p.127.

 

[5] Si fa riferimento qui all’intera produzione di Giordano Bruno, ma in particolare alla Cabala del cavallo pegaseo, dialogo filosofico pubblicato dal Nolano a Londra nel 1585 in un unico testo insieme all’Asino cillenico. Per il passo che è in sottotraccia cfr. G. Bruno, Cabala, in Opere italiane di Giordano Bruno, testi critici e nota filologica di Aquilecchia G., introduzione e coordinamento generale di Ordine N., vol. II, Utet, Torino 2002, pp. 452-457.

 

[6] La citazione deriva con ogni probabilità da appunti per l’insegnamento in tedesco della Arendt, che non ho potuto consultare. La mia è una traduzione italiana della traduzione inglese che mi è stata indicata, proprio parlando d’Europa, da una collega albanese a latere di un’assemblea dello European Youth Forum.

 

[7] A. Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa, Laterza, Bari 1937. Per le successive citazioni e analisi vedi in particolare alle pp. 123-129.

 

[8] Capitini stesso lo considerava il primo manifesto della corrente liberalsocialismo redatto con tre anni d’anticipo rispetto al secondo Manifesto del liberalsocialismo, scritto da Calogero e Tommaso Fiore nel 1940.

 

[9] A. Capitini, Liberalsocialismo, E/O, Roma 1996, p. 20.

 

[10] Ivi, p. 31.

 

[11] Il volume esce nel 1950, anno Santo, per Einaudi, a due anni dalla sconfitta delle sinistre alle elezioni del 1948.

 

[12] A. Capitini, Un’alta passione, un’alta visione…, cit., p. 102.

 

[13] Cfr. A. Capitini, Un’alta passione, un’alta visione, cit., pp. 141-144.

 

[14] Cfr. A. Capitini, Il problema religioso attuale, Guanda, Modena 1948, pp. 92-97.

 

[15] Ivi, p. 92.

 

[16] Ibidem.

 

[17] Ivi, pp. 92-93.

 

[18] Ibidem.

 

[19] Ivi, p. 97.

 

[20] Cfr. A. Capitini, Educazione aperta, vol. 1, La Nuova Italia, Firenze 1967, pp. 285-291.

 

[21] Ivi, p. 288.

 

[22] Ivi, p. 298.

 

[23] A. Capitini, Un’alta passione, un’alta visione, cit., p. 66.