La relazione educativa è pericolosa?

di Cesare Moreno | Pdf

 

Dico rapidamente da dove vengono le parole che dico, su che cosa si appoggiano. Si appoggiano sul fatto che da circa venti anni faccio l’insegnante rivolto a quelli a cui la scuola non piace e che possibilmente l’hanno lasciata oppure, se non l’hanno lasciata, ci stanno dentro malissimo.

Abbiamo avviato questa impresa – si chiamava Progetto Chance –  nel 1998 con il sostegno statale, ma nel 2009 tutto è stato cancellato senza spiegazioni. Sono sei anni che andiamo avanti con finanziamenti che ci procuriamo noi. Quando eravamo con lo Stato eravamo isolati: esperienza che non si deve propagare, ora che abbiamo soldi privati ci possiamo permettere il lusso di collaborare con le scuole; lavoriamo nelle scuole nella periferia orientale di Napoli, abbiamo incominciato a lavorare con tutte le scuole medie, e il nostro lavoro consiste nell’andare in classe e aiutare gli insegnanti a fare quel tipo di didattica laboratoriale che voi ben conoscete che però ai più risulta difficile da fare. Non c’è arte più difficile che aiutare qualcuno che non ritiene di dover essere aiutato, perché la prima cosa che fa è mordere la mano che lo aiuta. Perciò il nostro è un tentativo che sulla breve distanza è sempre un fallimento, ma abbiamo ben sei anni di esperienza, e sappiamo come sopravvivere e alla fine i risultati ci saranno.

In questa sala ci sono persone che hanno veramente voglia di cambiare, ho sentito parole importanti, che non ho sentito altrove, ad esempio “riunificare cognizione ed emozione”, creare una scuola aperta, voler fare un’educazione “ senza la maschera”, eccetera; penso quindi che mi posso permettere di provocarvi, dicendo tutti i buoni motivi per non fare il cambiamento, dicendo perché  il cambiamento può fare male e perché una didattica fondata sulla relazione può essere pericolosa. Da qui il mio titolo “Relazioni pericolose”.

La mia intenzione non è di scoraggiarvi, ma di attrezzarvi, perché non vi potete fare illusioni, come sembra fare il MIUR, che con una circolare si possano invertire sei secoli di scuola “trasmissiva”. Visto che sono sei secoli che aspettiamo, se aspettiamo qualche tempo in più non è una tragedia, ma  cerchiamo di arrivare attrezzati a questo appuntamento, visto che è un appuntamento epocale. Troppo spesso gli insegnanti si colpevolizzano di cose di cui non sono colpevoli; certamente non possiamo pensare che il disastro della scuola occidentale sia dovuto alla somma delle colpe dei singoli docenti: ‘è un’architettura di sistema che non regge’ . Apprezzo molto il fatto che anche altri abbiano parlato di scuola occidentale e non di scuola italiana, perché in questo modo è chiaro che ci riferiamo ad un sistema e non alle vicende contingenti rispetto alle quali troviamo sempre un pubblico  ministero ed un difensore d’ufficio pronti ad accapigliarsi impedendoci di capire dove sta il problema reale. Ed ora voglio parlare di questo proponendovi una citazione:

 

Se io fossi un re, ma senza saperlo io stesso, non sarei affatto un re. Addestrati come cavalli
Se avessi invece la ferma fede di essere un re, Consapevoli di ciò che si sa fare
e questa stessa opinione fosse creduta da tutti gli uomini insieme a me, Riconoscimento di efficacia
ed io avessi per certo che tutti gli uomini lo credono, Riconoscimento sociale
sarei davvero un re, e mia sarebbe tutta la ricchezza del re, e niente di essa mi mancherebbe. Cittadino attivo
Queste tre cose sono necessarie, se devo essere un re.
Se me ne mancasse anche soltanto una, non potrei essere re.  (Meister Eckhart)
Competenza professionale degli educatori

Nella seconda colonna ci sono le cose che dice più o meno Rappaport nella sua definizione dell’intraducibile empowerment. Mi sono divertito a prendere una citazione del 1300 così non sembra che spaccio questa per una verità alla moda, ma mi fondo su una antica tradizione

Richiamo l’attenzione sull’ultima frase: queste tre cose sono necessarie se devo essere un re. Se me ne mancasse una soltanto, non potrei essere un re. Ebbene qui c’è la definizione per la competenza professionale degli educatori. Un docente, uno che ha il titolo di educatore, un genitore, diventa veramente un educatore quando lavora con coerenza e determinazione su queste tre cose: consapevolezza, efficacia, significato.

Ora, se noi esaminiamo il modo in cui facciamo scuola, a malapena facciamo la prima. I miei ragazzini mi dicevano: “Professo’, mi fai promosso?”. Mi attribuivano il potere magico di cambiare il loro status dalla posizione di minorità a quella di ’promosso’. È un potere che non sappiamo di avere e questo è fonte di problema. Ad esempio abbiamo fatto un’indagine alla fine della terza media chiedendo:

“Qual è la cosa principale che vi preoccupa?”

“In tre anni non ho imparato niente”.

“E come mai ti hanno promosso?”.

“Pe’ me leva’ a tuorn’”, ovvero “per levarmi di torno perché davo fastidio”.

“Ma non è possibile che in tre anni l’unica motivazione sia questa”.

Questo ragazzo in tre anni ha imparato delle cose, ma non riconosce di averle imparate. Quindi per prima cosa è necessario, che lui riconosca di averle imparate, che sappia che funzionano, che sappia che questo gli viene riconosciuto socialmente.

Tutto questo diventa un metodo, si organizzano dei rituali, si danno dei riconoscimenti.

Sto parlando di tutte quelle cose che sono state abolite senza che neppure sappiamo da chi e perché, che sembrano antiquate, che hanno il sapore di maestrina da libro Cuore, ma che sono assolutamente fondamentali per lo sviluppo delle relazioni.

Sono pericolose le relazioni? La relazione educativa esiste? Che cos’è? La relazione educativa è forse anche una relazione affettiva? Se è affettiva, è pericolosa perché scuote tutta la persona del docente, mette in pericolo la raggiunta stabilità dell’adulto. Fanno bene i docenti che si tengono alla larga da ogni coinvolgimento. È una misura prudenziale perché la persona sente oscuramente che sta mettendo in pericolo la propria stabilità, ma al tempo stesso è una misura sbagliata perché la partecipazione ed il coinvolgimento sono all’origine del desiderio di apprendere. Siamo tra Scilla e Cariddi: lasciandoci coinvolgere i ragazzi apprendono meglio ma noi rischiamo il nostro equilibrio;  tenendo le distanza salviamo noi stessi ma abbiano difficoltà a fare il nostro lavoro di docenti.

Chi mi ha preceduto ha parlato di docente che sta dietro una maschera e forse fa bene sennò si mette a rischio. Se voglio levare la maschera, devo cercare la mia forza in qualche cosa di diverso dal programma, dalla disciplina, dal gruppo accademico che mi ha allevato. E dove la trovo questa sicurezza? La trovo nell’intimismo? Gli insegnanti dicono: “Io mi metto in discussione. Io sono sempre pronta”. No, non è questo. Trovare la forza per essere nella relazione non è un fatto intimo, è un fatto sociale. “Mettersi in discussione” non deriva da una decisione individuale, è un fatto sociale, che avviene in modo drammatico. Vieni messo in discussione quando il ragazzo ti dice una parolaccia, quando il ragazzo ti dice “chiud o’ cess”, ovvero “chiudi il gabinetto”, assimilando la tua bocca a un gabinetto, vieni messo in discussione quando i ragazzi distruggono una cosa importante che hai aiutato a costruire. È lì che devi capire da che parte ti devi muovere.

Il primo punto per capire come stiamo in relazione è capire “come ci raccontiamo”.

Molti docenti si considerano agenti di una regola impersonale, in cui tutti hanno un ruolo assegnato e tutti sono consapevoli del compito da svolgere. In questo caso potremmo considerare che le relazioni tra gli esseri umani in carne e ossa non esistano o siano superflue. È l’ideale di molti insegnanti: regole, ruoli e funzioni, i famosi paletti di confine.

Molti insegnanti si descrivono dicendo: sono in un sistema di regole, se tutti stiamo nelle regole tutto andrà a posto. Ho assistito al primo giorno di un insegnante nella scuola superiore che diceva: “Ragazzini, andremo d’accordo. Basta che voi rispettate le regole”. È questo il punto: se un giovane deve imparare le regole, può rispettarle prima di esserci entrato? Per capire cominci da cosa succede quando le regole sono violate.

Quando un ragazzo vìola le regole, si getta la maschera, e ritorniamo all’antico:

“Chiamo tuo padre”.

Per fare che?  Probabilmente riempirlo di botte.

“Chiamo l’assistente sociale”.

Per fare che? Per vedere come contenerlo chiamando in causa giudici e carabinieri.

È quello che Carla Melazzini chiamava “catena persecutoria” che va dalla famiglia ai servizi sociali – i carabinieri non vengono, però stanno sempre sullo sfondo – e a tutte le figure che devono rimettere a posto le cose quando le regole sono violate. Quindi, in tutto quel discorso che è stato fatto sull’intrinseca violenza poi alla fine si vede pure questa violenza, sta sullo sfondo. E la cosa interessante è che l’insegnante più appassionato del sapere per il sapere, della disciplina per la disciplina, quando c’è qualcuno che non obbedisce, ritorna all’antico, alla frusta, e quindi sta negando il suo stesso messaggio. Ma questa cosa in generale passa inosservata: tanto è colpa sua, non è colpa mia.

In un ufficio ben organizzato siamo impiegati… Gli insegnanti si ribellano quando sentono parlare di utente o di cliente, … è come l’ombra di Banco a Macbeth, dicono di comportarsi da impiegati, ma se uno glielo ricorda si arrabbiano. Veramente siamo impiegati in un ufficio frequentato da utenti consapevoli dei propri bisogni e dei migliori comportamenti per soddisfarli? Una simile descrizione della realtà forse molti decenni or sono poteva trovare qualcuno che la prendeva sul serio, oggi credo che difficilmente possiamo ascoltarlo senza piangere o ridere. Chi è che conosce le regole? Quali regole bisogna rispettare? Quali sono le cose che ci accomunano? Con quale bagaglio arriva il ragazzo a scuola? Con quali regole implicite arriva a scuola? Il fantasma di un ufficio ben organizzato sopravvive nell’intimo di ciascuno e soprattutto nell’inconscio collettivo dell’organizzazione scolastica e sta al di sotto dei comportamenti palesi, ma è solo un fantasma.

Il problema che noi dobbiamo affrontare è come educare e far crescere prima delle regole. Le regole da dove vengono? L’educazione non è che un nome diverso per dire crescita: non significa contenere, o dire quello che non devi fare; significa trovare i modi per creare se stessi. Educazione ed autorità sono connessi perché autorità deriva da ‘augere’ che significa accrescere. In origine l’autorità era di colui che fa crescere stabilendo delle regole, regole che fanno crescere, non regole che impediscono la crescita. Educazione è il processo di appropriazione delle risorse proprie in un contesto di relazioni umane e sociali: accresciuto potere sulle risorse proprie e sociali (empowerment). La questione cardine è se l’educazione possa accadere fuori dei contesti e fuori delle relazioni o si realizza solo dentro le relazioni. Diciamo che per secoli c’è stata un’illusione, una falsa coscienza su come accadesse l’educazione. Jean Jacques Rousseau ha immaginato come cresceva una persona che stesse completamente fuori del mondo, ha  compiuto un esperimento immaginario per dire che l’uomo è buono e che una società di sfruttatori lo corrompe. Non è così: l’uomo non è intrinsecamente buono, ma nasce insieme buono e cattivo e la cultura serve per farlo diventare capace di azioni costruttive.

L’educazione non si realizza in un contesto di regole astratte, ma in un contesto di relazioni dove vengono negoziati i significati.  Il primo punto su cui ci dobbiamo interrogare è il significato di quello che facciamo che non è stabilito a priori da un sistema di valori, come parecchi vogliono dire. Il significato viene creato dentro le relazioni. Diventa significativo ciò che sta nelle relazioni. È significativo ciò che è investito affettivamente dalla mia azione.

In un brano de Il Piccolo Principe il protagonista parla ad una rosa:  “Tu sei la mia rosa, unica per me perché sei tu che io ho curato e non tutte le altre.” L’unicità e la significatività vengono dalla cura, dalla dedizione, dall’impegno. I ragazzi spesso non sono bocciati all’ultimo dell’anno, sono bocciati il primo giorno, sono bocciati quando non c’è nessun movimento di cura nei loro confronti. È difficilissimo riuscire a bocciare un ragazzo quando è stato investito del mio impegno. Magari non ha imparato molto, ma il semplice fatto che è stato investito da una relazione di cura fa in modo che è difficile prendere la decisione di ‘lasciarlo indietro’. Un insegnante di liceo classico ha detto: “Quando devo mettere i voti, mi sento come se tradissi”. Mi piacerebbe che, da un lato, ci fosse l’insegnante che si occupa di apprendimento e, dall’altro, qualcuno che si che si occupa di giudizi. Anche il maestro Manzi ha parlato della stessa cosa. Ha ricevuto anche una sanzione disciplinare perché si rifiutava di emettere un giudizio sui suoi allievi.  D’altronde, la valutazione, almeno nel modo in cui noi la stiamo facendo, non è una valutazione che fa crescere. È logico che l’insegnante che si è impegnato nella relazione ha difficoltà a trasformare il voto relativo ad una prestazione in un giudizio sulla persona. E bisognerebbe stare molto attenti a questa questione.

La conclusione generale è che senza relazioni umane non è possibile stabilire regole sociali e, tantomeno, il buon funzionamento di un’istituzione. Le regole nascono dalle relazioni e dai legami. Quando mi chiedono perché mi occupo di legalità, io dico che mi occupo di legalità perché mi occupo dei legami, di creare legami dove non ci sono. E dai legami nasce la legge, nascono le regole. Tra l’altro, lex in latino era il calco del greco λέγω, che vuol dire “dire”, ed era la rappresentazione in una parola dell’uomo che saliva sul podio ed enunciava la legge. La legge era la parola enunciata e validata in un consesso pubblico, esiste perché c’è una comunità che la condivide. Certo, non è che mille persone scrivono la legge, però, questo momento pubblico di legame tra legge e comunità è assolutamente importante.

Sarebbe interessante andare a vedere perché si dice anche ius, che vuol dire giuramento, c’è un legame con l’esistenza della comunità, ma di questo parleremo in altra occasione.

A monte delle regole c’è l’alleanza educativa. Questa cosa è una cosa di cui parlano pochissimi ed è una cosa ovvia: è la traduzione del “nessuno viene educato da nessun altro, ma ci educhiamo assieme”. Preferisco usare il termine “alleanza educativa” prendendolo in prestito da “alleanza terapeutica”: non c’è medicina che funzioni se io non voglio guarire. Non c’è cognizione che funzioni, se io non voglio apprendere.  L’alleanza fa parte del campo semantico delle relazioni e delle emozioni. Se non si costruisce l’alleanza, non è possibile l’apprendimento.

Con il concetto di “alleanza educativa” rispondiamo alla domanda: nel processo educativo, allievo e maestro in quale disposizione  i pongono stanno dalla stessa parte o stanno di fronte o si affrontano?

Costruire un’alleanza con gli allievi significa stabilire la pari dignità dei partecipanti, che c’è una simmetria nella relazione mentre ovviamente resta una asimmetria nel sapere. Se si stabilisce una relazione del tutto asimmetrica questa diventa una relazione di potere che falsa completamente il rapporto educativo. Occorre essere molto consapevoli che dietro i contratti c’è un’alleanza, come dietro i matrimoni ci dovrebbe essere l’amore.

Il contratto su cui si basa l’istituzione scolastica è una relazione umana in tutto e per tutto, in cui si suppone che sia stata consumata l’alleanza – processo educativo primario –  per passare ad un negoziato riguardante l’accettazione delle regole. L’errore – indotto da una amministrazione poco attenta ai processi reali – in cui cadono i docenti è ritenere di avere di fronte chi ha già compiuto il processo di socializzazione primaria. Questo forse cinquant’anni fa era vero, oggi non è più vero per numerosi motivi:  il più banale di tutti è che non viviamo più in famiglie numerose, non viviamo nei cortili, non viviamo per strada, stiamo sempre sotto sorveglianza, ed in generale l’esperienza relazionale è povera. Possiamo trovare molti motivi per cui il bambino che cresce nella scuola elementare, passa dalla scuola media, arriva alla scuola superiore ed infine all’università spesso ha bisogno di maturare comportamenti  che normalmente si dovevano essersi risolti tra i sei e i dieci anni.

Abbiamo casi di dispersione scolastica, perfino all’università, che alla fine affondano le radici in questo: paura di uscire fuori dagli ambiti protetti della famiglia. Giovani che prendono più lauree,  o che fanno specializzazioni su specializzazioni; giovani  che gli manca un solo esame per concludere e non concludono mai. Casistiche sempre più diffuse di persone che cercano di prolungare indefinitamente l’infanzia, ma proprio perché non l’hanno vissuta fino in fondo quando la dovevano vivere.

Se i giovani che noi incontriamo non hanno consumato in modo felice la socializzazione primaria, bisogna ricostruire l’alleanza, il negoziato, il contratto e le regole. Non è possibile ricostruire facilmente tutto ciò. È necessario rispettare le regole quando le regole non ci sono. Questa è una frase che ho preso da un bambino in classe mia che, sentendo la storia di Giuseppe il Nutritore, che aveva subìto le avance della moglie di Putifarre, disse: “Ma lui perché non ha accettato le proposte dalla moglie di Putifarre, che era così desiderosa?”. Gli ho spiegato più o meno il perché e lui ha detto: “Agg capit: Giuseppe rispettava a’ legge quann’ a’ legge nun ce stev”, ovvero rispettava la legge quando la legge non c’era. È veramente una frase bella, che fa capire qual è processo che noi dobbiamo affrontare.

Dobbiamo istituire accordi provvisori, legali ma locali, che consentano lo sviluppo di processi negoziali più generali. In realtà, questo è quello che già fanno i docenti tutti i giorni in classe, cercando un punto di equilibrio con classi a volte caotiche, con allievi che sgusciano da qualsiasi tentativo di relazione.

Se noi aspettiamo qualcuno che ci restituisca la regola generale, l’attesa sarà vana, non ci sono oggi le condizioni e l’autorità che possa compiere questa operazione. La regola generale nei termini tecnici non ci sarà mai più. Quello che è possibile è che localmente creiamo delle alleanze e degli accordi e forse da queste alleanze e da questi accordi potrebbe nascere un nuovo tipo di regola generale che non è uniforme, ma composta da  regole diverse, che convivono senza farne una tragedia,  perché siamo diversi, i contesti sono diversi, le situazioni sono diverse.

La ‘conversazione sociale’  tra i docenti dovrebbe riuscire a mettere al primo posto una riflessione sulle pratiche negoziali in classe, in un processo di autocostruzione della professionalità docente. Perché questo vorrei dire: l’unica cosa da chiedere ai nostri governanti ma che soprattutto la chiederei ai docenti è capire che l’unica salvezza viene dai gruppi di riflessione tra i docenti stessi. Il maestro di strada non fa proselitismo, non fa affiliazione, non distribuisce i marchi, il brand. non fa franchising – so anch’io delle cose dell’economia moderna -:  non facciamo tutto questo, però cerchiamo di creare quelli che noi chiamiamo “gruppi di pensiero”, cioè gruppi che riflettono sulle pratiche educative partendo da una narrazione di queste; non partendo dalla teoria o da visioni generali, ma partendo dalle pratiche in classe, dai problemi concreti che si sono verificati in classe.

Questo, per me, è utopistico e possibile contemporaneamente.

Nell’ultimo corso che ho fatto in un istituto tecnico di Roma forse la cosa che è stata più apprezzata – così mi dice il mio collaboratore – è stato quando ho detto: “Signori, l’unica cosa che voi dovete apprendere è che voi avete dei poteri”. Perché una delle cose che gli insegnanti non riconoscono a loro stessi è di avere un potere. E io dico – questo è anche stato detto, lo dico con uno slogan – è il potere della parola contro le parole del potere. Troppo spesso diamo credito alle parole del potere per il semplice fatto che vengono dal potere e non ci rendiamo conto che abbiamo in mano un potere immenso, che è il potere della parola, cioè il potere di fare in modo che ciascuno di noi metta in parola l’esperienza umana nel senso più profondo del termine, e che è questa la barriera di resistenza di fronte alle pratiche omologanti del mercato, ai tentativi di ridurci ad impiegati ed utenti, o altri abiti  che vorrebbero cucire addosso ad una professione che ha una sua forte identità.

Concludo con una cosa, anche questa, paradossale. A molti piace, anche qui è stato fatto, usare la parola “rivoluzione”. Tenete presente che la rivoluzione la fa tutti i giorni il mercato. Il mercato e il capitalismo vivono di rivoluzioni continue, cioè di capovolgimenti continui degli scenari perché, capovolgendo gli scenari, si creano nuovi bisogni e i bisogni sono pozzi senza fondo. Io, dopo aver fatto per molto tempo il rivoluzionario – lo volevo addirittura scrivere sulla carta d’identità –, ho capito che in realtà non sono un rivoluzionario, ma sono un conservatore. Cioè, vorrei conservare l’umano di fronte alla rivoluzione continua dei consumi. Perciò ci piace dire che la nostra è una pedagogia della resistenza e del desiderio che porta ognuno oltre il bisogno, cioè educa.

(Applausi)

 

Cesare Moreno “Maestro di strada”, prima di tutto. Insegnante sui generis, fondatore insieme con sua moglie Carla Melazzini, anche lei insegnante e scomparsa nel 2009, del “Progetto Chance”: iniziativa di capitale importanza sociale e volta alla neutralizzazione della dispersione scolastica nei quartieri più difficili della città di Napoli. Un’opera attiva ormai da anni e realizzata grazie alla preziosa collaborazione di operatori, educatori, insegnanti, dirigenti, “genitori sociali”, psicologi e volontari, in grado di riportate nuovamente a scuola, tra i banchi, centinaia di ragazzi, considerati aprioristicamente da insegnanti tradizionali come definitivamente “dispersi” e invece giunti fino al diploma. “Dalla crepa di un muro in rovina può sbocciare un fiore meraviglioso”: è una delle frasi scritte da Carla Melazzini nel libro dal titolo Insegnare al principe di Danimarca, edito da Sellerio nel 2011, vincitore del Premio Siani 2011 e curato appunto da Cesare Moreno, cuore pulsante del Progetto Chance.