Pratiche informali di democrazia tra preaodolescenti
Davvero i ragazzi e le ragazze non sanno rispettare le regole?

di Gabriella Falcicchio

 

Il tormentone delle regole attraversa in lungo e in largo i discorsi sull’educazione, sia quelli dei cosiddetti o sedicenti esperti – dagli accademici a tata Lucia – sia i quotidiani scambi di genitori e insegnanti. Parrebbe che nei luoghi educativi, sommamente nella scuola, ci si trovi davanti a masnade di lanzichenecchi inferociti, indomabili adolescenti pronti a tirar fuori dal taschino il genitore manipolato e pronto a denunciare docenti e dirigenti, o bambinetti più piccoli che nascondono sotto il grembiulino un drago sputafuoco. Quando mi trovo con preadolescenti e adolescenti, captando discorsi nei luoghi pubblici, il primo dato che rilevo è che gli adulti parlano dei bambini e dei ragazzi, i quali, anche quando sono presenti (e ahimè, soprattutto i piccoli sono spesso presenti), paiono confinati in un altro spazio discorsivo: sono oggetti del racconto, non co-attori della narrazione.

Questa sensazione di estraneità e separazione, amplificata in pre e adolescenza, viene spesso richiesta come condizione, ad esempio, nei colloqui scolastici, dove dilaga la modalità comunicativa in assenza dei diretti interessati, al contrario di quanto accadeva ai miei tempi, quando era espressamente sollecitato partecipare alla valutazione condivisa di rendimento e comportamenti.

Qualche tempo fa ho assistito a un episodio illuminante sul versante delle regole, trovandomi una sera a discorrere con alcune preadolescenti. Con il loro gruppo whatsapp di comitiva, da mesi e mesi erano in conflitto per decidere chi avrebbe potuto entrare e a quali condizioni, aggiungendosi al nucleo originario delle fondatrici. Un problema “da manuale” di una certa fase della vita. Finalmente avevano trovato un modo: si erano dati/e un regolamento e, loro, la generazione dello smartphone, lo avevano messo per iscritto su carta, con tanto di segretaria verbalizzante e firma. Ho avuto il privilegio, da adulta estranea (o forse proprio per questo), di leggere il foglio e sono rimasta stupefatta dalle regole che si erano dati, in modo del tutto paritario e autogestito. Ne riporto uno stralcio:

Nella comitiva si prendono decisioni solo democraticamente […]; tra i componenti ci deve essere rispetto reciproco e sarà severamente punita ogni forma di discriminazione […]; in quanto comitiva democratica non ci deve essere un capo. L’assenza di un capo non deve giustificare l’anarchia […].

Si tratta di ragazzi e ragazze, un gruppo nutrito di più di 20 dodicenni e tredicenni, e sono le stesse persone che in quella serata mi hanno raccontato di appartenere a varie classi della stessa scuola media accomunate dall’aver collezionato un tale numero di note di classe (fondamentalmente per aver fatto “casino” parlando tra loro) da veder negata la gita annuale. Sono anche gli stessi e le stesse che appena hanno varcato la soglia delle scuole secondarie di primo grado, dopo i giorni della cosiddetta accoglienza, hanno ricevuto come primissimo compito a casa imparare il regolamento di istituto, decine di articoli, corredati di sotto articoli, pieni zeppi di regole con relative e ben evidenziate sanzioni. Un compito che, dopo i 5 anni di scuola primaria condotta con un codice educativo abbastanza (ma non radicalmente) diverso, è suonato come choccante.

Che cosa mi si profilava sotto gli occhi quella sera? Avevo lo scenario tangibile di quanto osservavo dal mio punto di vista un po’ à côté da anni.

Quello scenario raccontava della miopia del mondo adulto, che non “vede” i ragazzi. Gli si somministra appena entrano in un contesto istituzionale nuovo l’elenco delle regole impersonali, stabilite prima e non si sa da chi e come, propinate come il verbo che si autoproclama, sottacendo del tutto il processo di presa di decisione che ha portato a quel codice. Una forma  di comunicazione che suona preventivamente (ma di prevenzione in tutto ciò non c’è nulla): “Attenti a quello che fate, qua funziona così, scrivetevelo in fronte”. Bambini e bambine di 10-11 anni si vedono piovere addosso un sistema già costruito e viene dato per scontato che ci si debba adeguare, sennò scatta la sanzione. E questo accade proprio mentre il corpo e la mente di quegli umani in effervescenza da crescita battono sempre più forte per avere un posto nel mondo, un posto in cui venga considerata la loro nuova autonomia, il loro pensiero libero, la loro capacità di costruirsi l’esistenza creativamente.

Così ragazzi e ragazze, nel periodo spesso tragico (reso tragico dagli adulti!) della preadolescenza, invece di trovare contesti che celebrano il loro crescere rigoglioso e potente offrendo loro le piste di decollo, si trovano letteralmente nella gabbia dell’aula, troppo stretta, troppo rimbombante per quei corpi (tanti, troppi) desiderosi di spazio fisico e mentale, con l’energia compressa dentro una pentola a pressione che fischia ogni 5 minuti. E inizia (ah no, era iniziata già da prima) così la trafila dei rimbrotti, dei ricatti, delle minacce, delle note, delle sanzioni, delle gite che non si fanno, dell’ora di ginnastica che salta, del laboratorio in biblioteca che non si fa più, dei compiti raddoppiati, del 4 a tutta la classe, oltre alle urla, le mani sbattute sulla cattedra per intimare il silenzio, fino a forme comunicative prive di umana gentilezza di base, quell’infinito campionario di amenità rilevabile nella scuola a opera dei docenti (su questo sto avviando una ricerca affinché emergano i tanto necessari “dati oggettivi” e non solo analisi pedagogiche che, quando comunicate agli e alle insegnanti, vengono rigettate come opinioni personali, giudizi ingiusti e attacchi svalutanti).

Ecco, quelle stesse ragazze che vivono in quel contesto scolastico in cui viene normalizzata la repressione come normale procedura, quegli stessi preadolescenti che non partecipano ad alcun processo di decision making, esclusi a priori dalla costruzione condivisa di procedure e norme, bene sono gli stessi e le stesse che si danno quel regolamento di comitiva, quando sono fuori dalla scuola. Mostrando così che le regole sanno darsele, non hanno bisogno di riceverle sul capo come mannaie minacciose; che posseggono basi di democrazia “dal basso” e che apprezzano la funzione armonizzante della norma costruita collettivamente, mostrandosi pronti a rispettarla e addirittura a sanzionare (punire severamente le discriminazioni!!!)(sul lessico della punizione, mi esprimerò in un altro momento) chi si comporta male. In quel regolamento poi si esprime una posizione chiara sull’orizzontalità del gruppo, dichiarando l’inutilità di un capo, senza per questo sostenere l’assenza di regole: un pensiero più che maturo scaturito da ragazze/i (beninteso nella media, figli di famiglie medie di un piccolo paese della provincia meridionale) che si rivelano competenti nello sperimentare la vita sociale, mentre all’altro capo delle loro giovani esistenze, i grandi, ancorati a chissà quali paure verso questi indomabili “giovani di adesso”, si arrovellano nel perfezionare regolamenti inutili, invece che coinvolgerli attivamente e in modo permanente e strutturato nei processi di presa di decisione.

In tutto questo, l’elemento che emerge drammatico è che gli adulti, salvo poche eccezioni, non vedono i ragazzi, non ne hanno la focalizzazione. Nessuno dei docenti dei giovanissimi di questa comitiva è al corrente del regolamento che si sono dati, né ne avranno sentore, perché i loro recettori sono chiusi e i ragazzi stessi fanno presto a smettere di dar credito a chi, armato di minacce e sanzioni o al più disinteressato, non si fa incontrare sul piano umano e profondo del riconoscimento e del rispetto. Così gli adulti si autodelegittimano, i ragazzi imparano solo (laddove hanno la struttura portante) a sopportare con infinita pazienza che passino quelle 5-6 ore al giorno di scuola, lasciando che improperi e punizioni scivolino da un orecchio all’altro. Ma se la struttura portante è cedevole, resta solo un mondo adulto impietosamente costellato di ciechi e sordi, gite mancate e ore di ginnastica negate. Con tanta tristezza o rabbia da smaltire.

La domanda sta là e chiama risposte: di chi è la responsabilità educativa? Chi sta venendo meno al suo compito?