Quale filosofia con i bambini?

di Antonio Vigilante


 

Creato negli anni Sessanta del secolo scorso da Matthew Lipman, il curricolo della Philosophy for Children (P4) è ormai una realtà diffusa in tutto il mondo, e anche nel nostro Paese sta ottenendo un consenso crescente, anche da parte del Miur. Nel metodo di Lipman non c’è un vero insegnamento della filosofia. La classe viene strutturata come una comunità di ricerca, impegnata in un confronto dialogico grazie al quale affina le proprie capacità logiche ed argomentative. Lo stimolo iniziale è dato dalla lettura di testi appositamente creati da Lipman (il primo della serie, L’ospedale delle bambole, è pensato per la scuola dell’infanzia), che presentano una situazione problematica, spesso volutamente ambigua. Dalla riflessione sul testo nasce la domanda affrontata dal gruppo – la comunità di ricerca, appunto – con la guida dell’insegnante, che in questo caso è un facilitatore con il compito di agevolare la discussione e impedire che si disperda, ma non insegna nulla.

Alla base del curricolo della P4C c’è il pensiero di Dewey, sul quale Lipman si è formato, e la sua visione della filosofia come procedimento di indagine (inquiry) con la quale possiamo affrontare razionalmente la situazione di incertezza che caratterizza la nostra condizione esistenziale; un procedimento essenziale anche per la nostra democrazia.

Tra i meriti della P4C c’è quello di diffondere, anche in Italia, una metodologia dialogica, nella pratica filosofica (la P4C, nonostante la denominazione, può essere praticata anche nei licei) e in generale nel lavoro scolastico. Si tratta di un approccio molto distante dalla impostazione storica che dalla Riforma Gentile in poi caratterizza l’insegnamento della filosofia nel nostro Paese. Non sorprende che si cerchino alternative che tengano conto del contesto italiano. Ne I bambini e la filosofia (Carocci, Roma 2017) Nicola Zippel racconta la sua esperienza di filosofia con i bambini chiamata “L’alba della meraviglia”, ispirata alla pratica filosofica di Giuseppe Ferraro in una scuola di Caserta. L’aspetto più interessante, anzi importante del lavoro di Zippel è l’apertura interculturale: il progetto prevede lezioni sulla filosofia greca affiancate ad altre sulla filosofia cinese e il buddhismo. Negli stessi licei la filosofia è rigorosamente occidentale, con appena qualche cenno, se va bene, ad alcuni momenti del pensiero orientale. L’argomento con cui si giustifica questa chiusura è che la filosofia è pratica esclusivamente occidentale. Un argomento che serve a mascherare la pigrizia intellettuale (non sono molti i docenti di filosofia in possesso di una conoscenza non superficiale della filosofia orientale, ed anche alcuni tra i massimi pensatori italiani si muovono con una certa difficoltà quando si sforzano di esplorare il pensiero indiano o quello cinese), e che Zippel smonta con grande efficacia. “È chiaro che se la filosofia si riduce al significato del termine greco in cui è stata espressa storicamente la prima volta, in una determinata regione del mondo, la sua autenticità non può che collimare con l’espressione linguistica e, soprattutto, con la civiltà che l’ha formulata” (p. 70), scrive. È un po’ come se si negasse che il buddhismo o il taoismo siano religioni, dal momento che il concetto di religione è nato in Occidente. Un approccio interculturale, come quello adottato da Zippel, è particolarmente interessante proprio nell’insegnamento della filosofia con i bambini, perché in una società multiculturale è importante che gli studenti si abituino fin da piccoli a pensare in modo ampio, a gettare lo sguardo oltre i confini della propria cultura, a considerare con curiosità e rispetto le culture dei loro compagni che vengono da altri paesi. È incredibile che dopo millenni di filosofia cinese un autore come Livio Rossetti possa candidamente dichiarare che in Cina “la filosofia è arrivata da poco (non saprei dire quando: nel corso dell’Ottocento?) perché fino a una certa data i cinesi non seppero nulla della filosofia” (citato da Zippel a p. 67). Non era filosofo Confucio, vissuto prima di Socrate? Certo, si può ricorrere a una definizione restrittiva di filosofia, che tenga fuori Confucio, Lao Tze, il Buddha e la maggior parte dei pensatori orientali. Ma una simile definizione costringerebbe a cancellare dalla storia della filosofia occidentale un bel po’ di filosofi, e alcuni tra i maggiori. Pitagora, ad esempio, di cui si narrano i miracoli, è figura più mitica del razionale e disincantato Confucio; i grandi pensatori del Cinquecento, compreso Giordano Bruno, si pensavano per lo più come maghi; e si potrebbe continuare.

Se non si può che essere d’accordo con Zippel su questo punto, qualche perplessità suscita l’impostazione del suo corso. Che la filosofia debba avere un radicamento nella storia è tesi difficilmente discutibile; si può discutere invece l’opportunità di avvicinare i bambini alla filosofia partendo dalla storia. In teoria, un pensatore può raggiungere grandi esiti speculativi ignorando del tutto la storia della filosofia; può essere, anzi, che li raggiunga proprio perché ignora quel che è stato pensato prima di lui. Filosofare è una possibilità umana sempre presente. Per restare in Oriente, nel buddhismo zen c’è la “mente di principiante”, la capacità di entrare in contatto diretto con il mondo, senza il filtro di teorie e visioni precostituite. Qualcosa di simile è la “libertà dal conosciuto” di Jiddu Krishnamurti, un pensatore che si avvicina abbastanza all’ipotesi appena considerata del filosofo che parte da zero. Il progetto di Zippel vuole condurre i bambini alle origini della filosofia. Ma le origini della filosofia sono, appunto, lì dove qualcuno si pone delle domande senza partire dal già detto e dal già pensato. Condurre un bambino all’alba della meraviglia vuol dire proprio stimolarlo a riflettere cominciando da sé e dal confronto con gli altri. È vero che ogni pensare è storicamente situato. Lo è anche quello dei bambini. È storicamente situato nel qui ed ora dell’aula, non nella Grecia del quinto secolo prima dell’era volgare. Ci sarà tutto il tempo, poi, per conoscere lo sviluppo storico della filosofia e per acquisire quella che lo zen chiama “mente di esperto”. E può essere che provino nostalgia per quel primo interrogare ed interrogarsi, con il quale la loro testa cominciava ad essere ben fatta, prima ancora di essere ben piena.