La scuola e il vuoto

di Antonio Vigilante

 

Da qualche tempo le scuole sono chiamate, tra la altre cose, a stilare un periodico Rapporto di Auvalutazione (RAV). Sono documenti rassicuranti, questi RAV. Ecco, c’è qualcosa che non va – perché c’è sempre qualcosa che non va – ma ecco, il sistema tiene, e con qualche aggiustamento, con qualche azione di miglioramento, il sistema andrà meglio. L’impressione, a voler essere un po’ cinici, è che si tratti di discutere come migliorare l’arredamento delle cabine mentre la nave sta andando a fondo. Certo il dubbio che a questa razionalità burocratica, che da troppo tempo governa la nostra scuola, sfugga il punto, per così dire, non è infondato.

Nei RAV manca la voce dei docenti, come manca, ormai, in tutti i documenti che producono le scuole, dai verbali dei Dipartimenti disciplinari agli stessi piani di lavoro individuali. Ovunque  domina la ratio, un furore pianificatore, mentre manca il logos: il senso, o piuttosto la ricerca, l’interrogarsi sul senso. Non manca la narrazione della scuola, che è anzi un genere letterario che sembra incontrare un discreto successo; ma prevalgono le narrazioni rassicuranti, e dunque insincere: da un lato quella di chi vede la scuola come una nobile istituzione presa d’assalto da orde di decerebrati (i giovani d’oggi) e svilita dalle pedagogie progressiste, per salvare la quale basta invitare chi non ha voglia di studiare ad andare altrove e ripristinare la pedana sotto la cattedra (Mastrocola), dall’altro quella di chi racconta il miracolo quotidiano di docenti che nei contesti più difficili riescono ad accendere, nonostante tutto, il fuoco del sapere (Visitilli).

La scuola ha bisogno di sincerità. Prima ancora delle cure, delle teorie didattiche, delle filosofie dell’educazione, delle analisi sociali, ha bisogno di una narrazione autentica, spietata perfino di chi la scuola la vive, la fa, la subisce. Trovo questa sincerità, prima di ogni altra cosa, ne Il professore riluttante di Tiziano Gorini (Armando, Roma 2019). Un libro che va letto partendo dalla breve presentazione  della collana di cui fa parte, Scuola  e università 4.0:

 

1.0 Abbiamo vissuto, nel bene e nel male, l’eredità della riforma gentiliana

2.0 Abbiamo vissuto il periodo esaltante dell’istruzione per tutti

3.0 Abbiamo vissuto le denunce e gli stimoli della contestazione

4.0 Oggi affrontiamo le opportunità formative della rivoluzione digitale.

 

Salta agli occhi la differenza tra i primi tre momenti ed il quarto. La riforma gentiliana, l’istruzione per tutti e la contestazione sono espressioni di una visione politica: quella fascista, quella democratica, quella radical-libertaria. Il quarto momento no. La rivoluzione digitale è meramente strumentale, non dice nulla sulla scuola, sulla società, sui valori. È evidente che s’è creato un vuoto – di senso, di visione, di progetto politico – che viene colmato (male) da semplici strumenti (la LIM, il pc, il talbet).

Gorini, che nella scuola è entrato nel 1979 come docente di Italiano, esplora questo vuoto. È entrato nella scuola con le migliori intenzioni, Gorini: da “intellettuale libertino e pedagogo libertario” (p. 7), intendeva cambiare la scuola, finendo inesorabilmente per essere cambiato da essa. L’ondata del cognitivismo, che negli anni Ottanta ha sospinto la scuola italiana promettendo di condurla nel porto sicuro di una felice conciliazione di scolarizzazione di massa e istruzione di qualità, lo ha trovato attento, perfino diligente nell’aggiornamento, ma non persuaso. I molteplici tecnicismi della didattica cognitivista hanno moltiplicato i documenti, le formalità, accentuando la burocratizzazione dell’insegnamento, ma senza realmente incidere nella sostanza della pratica scolastica.

Che la scuola oggi formi ignoranti è giudizio ricorrente. Lo stesso Gorini lo scrive (p. 43). Ma sull’ignoranza dice le cose forse più interessanti del libro. Da Massimo Piattelli Palmerini riprende il concetto di “ignoranza tollerabile”. Non è tollerabile, naturalmente, quella forma di ignoranza crassa e soddisfatta di sé che oggi sembra imperversare sui social network e cercare una sua espressione anche politica. E tuttavia una testa può essere “ben fatta”, nel senso di Montaigne, pur con un numero non illimitato di nozioni, con la consapevolezza piena di quel che sa e di quello che ignora. E questa è una cosa, nota opportunamente Gorini, “su cui dovrebbero riflettere molto gli estensori dei curricola scolastici” (p. 62 nota). Basti pensare a quello che si propone agli studenti in un normale corso di filosofia, tra manuali e Indicazioni Nazionali. Una quantità impressionante di informazioni, tesi, antitesi, interpretazioni che finisce letteralmente per travolgere lo studente, lasciandogli nella testa un gran caos, mentre bisognerebbe piuttosto concentrarsi su pochi autori e su alcuni temi in grado di attivare la riflessione (e magari leggere i filosofi, non il manuale).

Si ripete che gli studenti oggi non sono in grado di mantenere l’attenzione a lungo, che non hanno la capacità di studio di quelli di un tempo, e tuttavia i libri di testo crescono anno dopo anno, così come cresce la quantità di cose che agli studenti si chiede di imparare. Buon ultimo viene il nuovo esame di Stato, che pretende che gli studenti, dopo aver aperto una busta come ad un telequiz, appena letto un documento – una poesia, il passo di un filosofo o un’opera d’arte – sappiano improvvisare una sorta di gioco delle perle di vetro alla Hermann Hesse, passando con disinvoltura da una disciplina all’altra. E questo (e poi ci si lamenta degli studenti di oggi) senza che i docenti a loro volta, chiusi nelle proprie certezze disciplinari, abbiano mai lavorato in modo interdisciplinari, al di là delle rare compresenze.

La scuola è una istituzione palesemente inadatta allo scopo, perché è fondata su un presupposto assurdo: che si possa insegnare in mancanza di un interesse reale ed attuale, e non generico. Se l’interesse non c’è, si attribuisce al docente il compito, la missione, la croce di farlo nascere. Ed è così che il docente (che, sia chiaro, ha il dovere di rendere quanto più possibile interessante ciò che insegna) finisce per diventare un intrattenitore. O, più spesso, per recitare la sua parte in una grande farsa, in una fabbrica surreale nella quale si producono vari surrogati della conoscenza.

Che fare? Gorini, ragionando di descolarizzazione, si chiede una soluzione così drastica, benché seducente, non rischi di diventare peggiore del male, radicalizzando ulteriormente le disuguaglianze sociali (che però, bisogna rimarcarlo, il sistema scolastico italiano non riesce per nulla ad aggredire). “Dunque? Dunque non so. Ma non c’è bisogno di vaticinare il futuro per comprendere che questa scuola un futuro non ce l’ha, il suo destino in parte già compiuto è quello di divenire un cronicario per intelligenze sperse e spente” (p. 125). Chiude così la sua riflessione, che è un bilancio di decenni di professione, e sembra che chiuda con un nulla di fatto, per così dire. È invece una conclusione importante: nulla oggi è più urgente e fertile, in campo educativo, che rendersi conto che la crisi della scuola è radicale e irreversibile e che bisogna avere il coraggio e assumersi il rischio di cercare alternative.