Diritto ad abitare: il caso delle vele di Scampia

di Francesca De Marca

 

Forse ci siamo, forse davvero tra qualche giorno butteranno giù il quarto mostro di cemento, la Vela verde. Le Vele simbolo del male assoluto, della camorra, diventate famose in tutto il mondo grazie al fortunato film e alla serie, sceneggiati da Roberto Saviano, non sono solo questo. Sono state riparo per migliaia di famiglie che in quei palazzoni hanno costruito la propria casa. Magari dopo essere state costrette a vivere in macchina, come Camilla, che mi raccontò la sua terribile storia  quando insieme partecipavamo alle attività del dopo scuola  al piano terra proprio della Vela verde. Il Centro insieme era stato creato da Davide Cerullo e Patrizia Mincione per offrire ai bambini un posto colorato per allontanarli, almeno per un paio d’ore al giorno, da tutto quel grigiume. Già nella primavera del 2014 sembrava che l’edificio dovesse essere abbattuto, erano arrivate “le cartoline” ripetevano le signore  e nell’aria si avvertiva un senso di incertezza, ci saranno le case nuove per tutti?

Le case nuove sono arrivate solo due anni più tardi ma non per tutti, non tutti hanno “diritto” perché non tutti sono lì grazie alla graduatoria del comune, graduatoria che non viene aggiornata dal 1995. Si, dal 1995 non esiste a Napoli neanche un bando per l’assegnazione di edifici di edilizia residenziale pubblica, a fronte di migliaia di persone che versano in gravissime condizioni economiche e ad un patrimonio pubblico di centinaia di unità in stato di abbandono.

Ad oggi, nel maggio del 2019 sembra che le nuove palazzine costruite tra via Gobetti e via Labriola siano state tutte riempite. Grazie ad un nuovo bando speciale, che tiene in considerazione gli anni di residenza in una qualsiasi delle Vele, la presenza di minori e di disabili, anche chi aveva occupato può finalmente ottenere una casa decente. Solo qualche famiglia è ancora nella Vela e verrà spostata nella Rossa, la più grande, “un’ulteriore umiliazione per queste persone” sottolineano Davide Cerullo e Irene, sua sorella, che hanno dato vita ad un nuovo spazio in un altro palazzone che affaccia sempre su quella stessa Vela.

Una ludoteca, questa volta per bambini tra i due e i cinque anni, dove io ho rincontrato i fratellini più piccoli dei bambini con cui facevo i compiti nel Centro Insieme. Davide è convinto che bisogna cercare di fare qualcosa per loro dai primi anni di vita, questi bambini hanno bisogno di vedere che esiste altro oltre il loro quartiere, oltre lo stereotipo che li marchia dalla nascita.

Il diritto ad abitare in Italia non è direttamente tutelato dalla Carta Costituzionale,  però la casa è un bene primario, dover rinunciare a questo comporterebbe la lesione di diritti  fondamentali, quali il diritto alla riservatezza, alla salute, il diritto alla vita e all’integrità fisica, diritto personalissimo che oltre  ad essere oggetto di previsione costituzionale nell’articolo 2, è tutelato in materia penale (articolo 575omicidio4; articolo 590 lesioni personali5) e civile (2043 “risarcimento per fatto illecito”).

A seguito dell’entrata in vigore del “Piano Casa” del governo Renzi, nel 2015, e precisamente dell’articolo 5, per chi occupa abusivamente un alloggio vi è divieto di allacciamento ai pubblici servizi e l’impossibilità di ottenere la residenza. Ciò intacca oltre al diritto  all’istruzione, l’accesso a numerosi altri diritti fondamentali, quali il diritto all’elettorato attivo e passivo, la possibilità di usufruire del Servizio Sanitario Nazionale, e l’iscrizione alle liste di collocamento per l’impiego. All’epoca furono sollevati dubbi di costituzionalità, pare infatti che quest’articolo equivali all’istituzione del reato di povertà!

Il decreto Sicurezza di Salvini raddoppia le pene nei confronti dei promotori e degli organizzatori dell’occupazione o di chi l’ha compiuta a mano armata. La reclusione passa quindi da 2 a 4 anni e la multa da un minimo di 103 a 206 euro e da un massimo di 1.032 a 2.064 euro ed è introdotto il ricorso alle intercettazioni telefoniche.

All’occupazione abusiva corrispondono due fattispecie criminose disciplinate dal codice penale rispettivamente all’articolo 614 e 633, “l’invasione di domicilio” e “l’invasione di terreni o edifici”. Con l’introduzione delle modifiche apportate da tale decreto, si passa a procedere d’ufficio se il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una palesemente armata o da dieci persone, anche senza armi oppure se l’edificio occupato è pubblico o adibito ad uso pubblico. Questo da vita ad una vera e propria criminalizzazione dei movimenti che si battono sui territori per il diritto ad abitare, a fronte di sempre più soggetti in difficoltà e di un patrimonio pubblico abbandonato e in disuso.

Ma proprio in virtù di questo stato di necessità, che conduce questi soggetti ad occupare, dovrebbe essere più ampia e più elastica l’applicazione dell’articolo 54 del nostro codice penale che recita testualmente che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Il fondamento della “non punibilità” risiederebbe sia nel venir meno della funzione rieducativa della pena che nel principio del bilanciamento degli interessi in conflitto. L’azione si ritiene non antigiuridica, e quindi giustificata, quando la comparazione fra i beni conduce alla superiorità del bene a cui l’azione era diretta rispetto a quello sacrificato. È chiaro come nel caso dell’occupazione abusiva delle Vele il bene vita e l’integrità fisica siano beni superiori rispetto al diritto di proprietà esercitato dal comune che, oltretutto, ha abbandonato gli stabili in uno stato vergognoso, affidandone l’appalto per la manutenzione per anni ad una ditta privata che non l’ha mai effettuata.

Allora io mi auguro che il processo Restart, iniziato sotto la giunta De Magistris, che prevede una grande opera di riqualificazione di Scampia a partire dall’abbattimento di tutte le Vele, eccetto una, dove verranno collocati degli uffici istituzionali e, nei pressi, la facoltà di Medicina,  possa veramente attuarsi. Non dimenticando che sicuramente l’archittetura ha il suo grande valore sociale ma non è l’unica disciplina che bisognerebbe adoperare per riqualificare questo quartiere, abbandonato per troppo tempo dai governanti ma anche dagli stessi cittadini che hanno avvertito questo territorio sempre come estraneo e distante.