Una società che vuole creare la cultura dello stare insieme e non contro sceglie di non sanzionare i bambini

Democrazia Affettiva, rubrica di Renato Palma.

 

Michela Marzano ha pubblicato un articolo su “Repubblica” del 3 maggio: Dalle note sul registro a Manduria: come si cresce senza i limiti

Se Michela si fosse chiesta: le sanzioni hanno un valore educativo? Avrebbe potuto rispondere, serenamente e con l’accordo di tutti: certamente.

Le sanzioni servono a educare all’interruzione del dialogo, all’intervento della forza unilaterale all’interno della relazione.

Insomma, comanda e punisce chi ha più potere solo perché è più grande. E chi ha paura di usare la comprensione e la pazienza e la fiducia nella capacità dei bambini di scegliere il modo migliore per stare insieme. Ha talmente poca fiducia nella possibilità di risolvere i problemi senza alterare la qualità della relazione, che alla prima occasione ricorre alla forza: non più insieme, ma contro.

Il valore educativo che hanno le sanzioni è fare chiarezza su cosa è la gerarchia.

Potremmo dire che ogni società ordinata dovrebbe rispettare una gerarchia di competenze, che non si impone con la forza, ma si determina in base ai risultati che riesce a produrre: buoni per tutti e sempre insieme.

Sono le società criminali che esigono il rispetto della gerarchia, facendo ricorso alla forza e alla brutalità che tutti devono temere: prevedendo sanzioni molto gravi per chi trasgredisce, alle quali nessuno può sottrarsi.

Mentre la società che vorremmo costruire, specialmente a scuola, è fatta di persone che si conoscono e si frequentano e hanno l’obiettivo condiviso di vivere insieme senza paura.

Per questo a scuola la forza delle sanzioni non ha posto, perché le relazioni che vogliamo creare sono di collaborazione e fiducia, e quindi danno spazio e tempo alla disponibilità a comprendere e a migliorare.

La passione di punire interrompe un processo culturale e affettivo molto impegnativo, molto prezioso, molto fragile.

Nella società che emerge a Manduria comanda il più forte, il più prepotente. Non è un fiore nel deserto. Manduria è la prosecuzione del filo di un discorso basato sulla legge del più forte.

Marzano potrebbe dire, e in effetti dice, che “Certo, è difficile pensare che un bambino di sei o sette anni possa già essere un “bullo”. Ma le strategie di assenza di rispetto e le pratiche crudeli esistono già quando si è piccoli. Anzi, è proprio allora che ci deve essere qualcuno capace di aiutarci a costruire quelle che Freud chiamava le “dighe psichiche”, ossia la compassione, il pudore e il disgusto, dighe che non sono mai innate, e che si acquisiscono, talvolta, anche grazie a qualche ammonimento e a qualche punizione.”

Come vedete sono i bambini a essere potenziali delinquenti, e fin qui in molti saranno d’accordo, tanto più che lo pensava anche Freud.

Noi possiamo solo correggerli, e che male c’è se per correggerli usiamo gli stessi mezzi che loro non devono permettersi di usare con noi e tra loro, almeno fino a quando non saranno abbastanza grandi da poterci imitare (naturalmente senza alcuna nostra responsabilità).

Le ortensie prendono il colore del concime che viene usato per farle crescere. Potremmo pensare che di fronte a un errore di un bambino, anche grave, la forza della sanzione debba essere usata a fin di bene, in modo che possano imparare non che la forza è sbagliata, ma che è sbagliato usarla troppo presto.

Michela Marzano vuol far sperimentare, attraverso l’utilità della sanzione (che ovviamente deve far soffrire: la sofferenza diventa compagna inevitabile dell’apprendimento delle regole sociali) l’utilità (talora!) di un rapporto di forza. I ragazzi devono solo imparare ad aspettare; arriverà il momento anche per loro, come è successo a noi, di entrare a far parte di quel club nel quale si può finalmente esercitare quel senso della superiorità, quella mancanza di rispetto per le preferenze o per i tempi dell’apprendimento, che abbiamo imparato a subire, o a temere.

Alla fine la questione è molto chiara. Vogliamo continuare a creare una società dove si devono temere i più forti?

Oppure stiamo cercando un modo di stare insieme nel quale i più forti siano i primi a dare l’esempio che non è la forza, ma il rispetto, la tolleranza, la mitezza che creano una società nella quale è più bello e desiderabile vivere?

La domanda, almeno per me, ha una risposta ovvia. Totalmente diversa da quella che dà Michela.

 

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