La scuola e la città

di Antonio Vigilante

 

Chi si trovi ad insegnare con qualche sguardo critico o esigenza libertaria resta sconcertato dalla tutt’altro che infrequente presenza di sbarre o grate alle finestre delle aule scolastiche. Se si protesta, si ottengono risposte piene di buon senso. Non sono per recludere, le grate, ma per difendere: qualcuno prima o poi potrebbe lanciare una pietra o saltare in una di quelle finestre. In realtà le grate hanno una loro utilità, dimostrano fisicamente la condizione di reclusione e di detenzione in cui si trovano gli studenti ad opera principalmente di sbarre burocratiche: quelle che fanno sì che uno studente non possa uscire, anche solo di pochi passi, senza un bel po’ di autorizzazioni, quand’anche fosse accompagnato dal suo insegnante (e spesso anche quando è maggiorenne). Ed è anche peggio per chi viene da fuori. La scuola è un ambiente chiuso, protetto, difeso dall’esterno. Ed è il luogo che ha la pretesa di preparare gli studenti a vivere in quel mondo da cui è così rigidamente separato.

Questa chiusura dei luoghi dell’educazione è un problema oggi più di ieri. Perché ieri il bambino, uscito dalla scuola, aveva la possibilità di vivere pienamente – con libertà, cioè – la città, di percorrerne le strade, di socializzare con sconosciuti, di imprimere sui luoghi il segno della propria presenza (un piazzale poteva ospitare una decina di campetti di calcio improvvisati). Oggi il (poco) tempo lasciato libero dai compiti è occupato da attività decise, guidate, organizzate dagli adulti. I bambini frequentano solo ambienti in cui sono sorvegliati, svolgono solo attività non spontanee, nello spazio pubblico; e molto tempo lo passano al chiuso, immersi nel loro videogioco preferito.

È una realtà con cui la scuola non può non confrontarsi. Che la scuola, come istituzione, diventi disfunzionale quando si chiude e si separa dagli spazi esterni, è una acquisizione pedagogia dai tempi di Dewey. Ma per la scuola, che nasce come istituzione totale, aprirsi all’esterno rappresenta una sfida difficile; difficilissima, in un’epoca in cui ad una oggettiva crescita di sicurezza sociale corrisponde una vera psicosi, che spinge a percepire le strade, le piazze, i vicoli come luoghi intrinsecamente pericolosi, dai quali tenere lontani i bambini.

Due libri recenti pongono la questione, davvero cruciale, del rapporto tra l’educazione (e la scuola) e la città. Il primo è La città educante. Manifesto della educazione diffusa di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli (Asterios, Trieste 2016). Mottana è docente di Filosofia dell’educazione all’Università di Milano Biccocca e uno dei più importanti interpeti delle istanze della pedagogia libertaria nel nostro paese, il secondo è architetto, oltre che dirigente scolastico. Il libro parte dalla constatazione della tristezza architettonica delle scuole italiane, edifici che sono modellati dall’urgenza del controllo più che dalle esigenze dell’educazione (e che spesso, occorre aggiungere, crollano a pezzi, e qualche volta non solo metaforicamente) per proporre non un adeguamento architettonico, ma il superamento stesso della scuola come luogo chiuso. Se pensiamo l’ambiente urbano e naturale non come un pericolo, ma come una risorsa e fonte di apprendimento, la scuola può diventare il punto di partenza per una esplorazione cognitiva, “la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia” (p. 15). Gli autori hanno diffuso anche un Manifesto dell’educazione diffusa (https://comune-info.net/2018/07/manifesto-educazione-diffusa/) per la costituzione di reti tra scuole, genitori, enti locali ed altre realtà del territorio.

Il secondo libro è una raccolta di scritti di Colin Ward, uno dei più rilevanti pensatori libertari del Novecento, architetto ed urbanista di formazione: L’educazione incidentale (elèuthera, Milano 2018), ottimamente curato da Francesco Codello. Si dice spesso, ed a ragione, che in poche teorie politiche la questione dell’educazione ha una importanza paragonabile a quella che ha nell’anarchismo, e Ward non fa eccezione. In Anarchy in Action (1973) all’educazione è dedicato un intero capitolo significativamente intitolato Schools No Longer. Due anni prima erano usciti il testo fondamentale di Illich sulla descolarizzazione e School is Dead di Everett Reimer. Ma dopo aver denunciato il carattere irriducibilmente classista della scuola pubblica, che serve a dare una parvenza di legittimità alla disuguaglianza sociale, pur restando di fatto uno strumento al servizio della classe dominante, occorre pensare una alternativa. La proposta di Ward è quella di una educazione incidentale, appunto. Lespressione (incidental education) è stata creata da un altro anarchico, Paul Goodman, per indicare una percorso formativo slegato dalla istituzione scolastica e disseminato nella città, in situazioni di apprendimento liberamente scelti e finanziati con i soldi che attualmente servono per pagare l’istruzione obbligatoria. Pur avendo questo ideale come riferimento, Ward si interroga nei saggi qui raccolti soprattutto su come far tornare i bambini nella città. Nei discorsi correnti, la parola “strada” è diventata sinonimo di luogo pericoloso e diseducativo per eccellenza, e “togliere dalla strada i ragazzi” è l’impresa di cui si vantano scuole e parrocchie.  E tuttavia la strada, la via, è insieme alla piazza il luogo fondamentale della città, vale a dire il luogo in cui, primariamente, si esercita la nostra cittadinanza. “La città – scrive Ward – è in se stessa un ambiente educativo, e possiamo usarla come tale se impariamo a maneggiarla, controllarla o modificarla” (p. 96). Un uso che richiede due cambiamenti importanti: uno della scuola, chiamata a liberarsi dalla ossessione per la sicurezza ed il controllo che rendono anche una semplice uscita didattica una impresa burocratica, e l’altro della città e di chi la pianifica. Non mancano nella città aree per i bambini, ma si tratta appunto di aree attrezzate, recintate, che offrono ai bambini in genere giochi già predisposti, di cui loro sono semplici utilizzatori. Cosa diversa è l’uso della città, la ricerca di materiali con cui costruirsi i propri giocattoli, l’appropriazione di spazi non destinati al gioco. Pratiche che erano normali fino a qualche anno fa, e che ora sono state travolte sia dallo sfruttamento economico dell’infanzia (un bambino in palestra genera profitto, un bambino in strada no) che dalla progressiva trasformazione delle città in non-luoghi, spazi nei quali non è possibile alcuna pratica che non sia il passaggio verso i luoghi del lavoro o del consumo. E certe pratiche teppistiche, nota Ward, vanno lette come una reazione a un ambiente sociale e urbano noioso che non considera che nei ragazzi c’è un bisogno che va al di là del divertimento: il bisogno di avventura.

Uno spunto molto importante è nel capitolo “Educare all’intraprendenza”. Come è noto, lo spirito di iniziativa e imprenditorialità è una delle otto competenze chiave di cittadinanza dell’Unione Europea. Le scuole sono chiamate a lavorare in questa direzione con una educazione all’imprenditorialità che tuttavia incontra la resistenza di molti docenti. Come nel caso dellalternanza scuola lavoro, la critica è che sono iniziative che educano gli studenti ai valori del neoliberismo. Ma l’impresa non è solo la grande impresa, bensì anche la media e piccola impresa che lotta con le multinazionali: è il piccolo giornale, la piccola casa editrice (che magari pubblica libri contro il neoliberismo), la piccola officina. Ward evoca come modello l’economia dell’Emilia Romagna, caratterizzata da lavoratori liberi di scegliere di abbandonare l’officina per qualche giorno per dedicarsi ai lavori in campagna. All’obiezione che con questo approccio “si propone si trasformare le scuole in vivai per il mercato imprenditoriale” la risposta di Ward è che “sbagliamo se lasciamo questo aspetto solo alle politiche educative della Thatcher e del suo governo” (p. 225). Oggi che le politiche neoliberiste non trovano più una sinistra reale a contrastarle, lasciare alla destra – o considerare tout court di destra – qualsiasi discorso sulla educazione al lavoro e all’imprenditorialità è un errore anche più grave.

 

Antonio Vigilante Vive a Siena. Si occupa di pedagogia critica, nonviolenza e filosofia interculturale. I suoi ultimi libri: Il Dio di Gandhi. Religione, etica e politica (2009); La pedagogia di Gandhi (2010); Pedagogie della liberazione (2011, con Paolo Vittoria); Ecologia del potere. Studio su Danilo Dolci (2012); L’educazione è pace. Scritti per una pedagogia nonviolenta (2014), A scuola con la mindfulness (2017), Alternativa nella scuola pubblica. Quindici tesi in dialogo (con Fabrizio Gambassi, 2018), Dell’attraversamento. Tolstoj, Schweitzer, Tagore (2018).

Il suo blog è Attraversamenti: http://antoniovigilante.blogspot.com