Per una analisi istituzionale della Chiesa
Intervista con Remi Hess

di Carla Gueli, Remi Hess

 

Carla Gueli: In questo momento è balzato alle cronache lo scandalo della pedofilia nella Chiesa. Il Papa chiama il popolo della Chiesa a sostenerlo contro la burocrazia. Pierre Vignon, un prete di Vercors, lancia una petizione chiedendo a Monsignor Barbarin, arcivescovo di Lione (il cosiddetto primat des Gaules, in quanto prima autorità sugli altri vescovi di Francia) per chiedergli le dimissioni dopo aver coperto un prete pedofilo e avergli dato una promozione sapendo perfettamente che aveva abusato di settanta scout. Sull’“Union”, questa mattina, ho letto anche che Monsignor Barbarin avrebbe pronunciato questa frase pubblicamente: “Grazie a Dio, i fatti sono andati in prescrizione!” cosa che avrebbe impedito alla giustizia francese di occuparsi di questo caso. Ma adesso che la giustizia è tornata a occuparsi della questione, Barbarin ha sospeso il processo canonico, impedendo così che i fatti prescritti per la Giustizia francese siano giudicati dalla Giustizia della Chiesa. Ieri, la petizione di Pierre Vignon aveva raccolto diecimila firme, ma oggi, nel momento in cui tu l’hai firmata, verso mezzogiorno, ce n’erano già cinquantotto mila. Ieri hai seguito per due ore i dibattiti televisivi, sul canale LCI, riguardanti la pedofilia nella chiesa. Sei particolarmente interessato alla questione. Leggi le pagine di “Le Monde” sull’indagine che riguarda le attività di dissimulazione delle pratiche pedofile da parte della Chiesa in Cile e in numerosi paesi. Vorrei parlare con te della tua implicazione in questa situazione di “analisi istituzionale generalizzata”, per riprendere un termine utilizzato da Lourau cinquant’anni fa. All’epoca Lourau aveva pubblicato Les Analyseurs de l’Eglise (Gli Analizzatori della Chiesa), analisi in ambiente cristiano, che era una raccolta degli interventi fatti da lui e G. Lapassade nelle parrocchie in cui il vento della contestazione era premonitore del movimento del Maggio 1968. Era il periodo che seguiva direttamente il concilio Vaticano II che era terminato nel 1964 o sbaglio? Vuoi spiegarmi rispetto a quali aspetti ti senti coinvolto in questa situazione?

 

Remi Hess: Volentieri. Il fatto è che sono stato violentato da un prete, curato del paesino di Vertu, nella regione dello Champagne (dipende ancora oggi dalla diocesi di Châlons-sur-Marne, diventata Châlons-en-Champagne). Mi sento dunque direttamente coinvolto da questa questione e dalla funzione di “analizzatore” di questa storia dei trecento preti violentatori americani… Il prete in questione era un amico di famiglia che abitava a Reims. Veniva da noi (non so più perché) e mi chiedeva di servire messa. Ero il suo chierichetto. Era la fine degli anni ‘50. Abitavamo in piazza 11 Novembre, nella città di Chemin Vert, costruita dal “Foyer rémois”. I miei genitori erano dei militanti cattolici. Mio padre era stato segretario nazionale della “Jeunesse ouvrière chrétienne” (Gioventù operaia cristiana) negli anni ‘30. Era stato prigioniero per cinque anni in Germania. Tornando a Reims, dopo la capitolazione tedesca, aveva sposato Claire Hamel, mia madre, originaria di Rouen. Anche lei era una militante di diversi movimenti cattolici tra cui ACI, “Action Catholique Indépendante”. Ebbero quattro figli, militarono in una associazione per la famiglia. La nostra casa era confinante con il presbiterio. Era aperta ai preti e alla parrocchia, ai cappellani dei diversi movimenti e ai preti amici dei miei genitori, che avrebbero voluto dare ai loro figli un’educazione religiosa approfondita. Sono stato allievo dei Canonici di Saint-Augustin alla scuola materna, allievo dei Fratelli delle scuole cristiane (Frères des écoles chrétiennes) a livello di scuola primaria e allievo dei gesuiti al liceo e ho fatto tre anni di liceo seminariale. E malgrado la resistenza forte dei miei genitori, ho concluso il liceo Clemenceau di Reims e l’anno successivo il liceo Jean Jaurès! Nell’arco della mia intera infanzia e adolescenza ho assistito a duemila messe, essenzialmente a Saint Niçoise, la nostra parrocchia, ma anche nella Cattedrale in cui mio zio, Lucien Hess, canonico, era maestro di cappella. Se mi capitava di perdere una messa una domenica per andare ad una competizione sportiva, era subito un dramma, per mia madre!

 

Carla: Puoi dire qualche parola sulla situazione della violenza che hai subito?

 

Remi: Sì, il prete in questione era originario di una famiglia ricca, direi borghese. Godeva di un certo benessere economico che non avevano i nostri vicari. Per esempio, a casa nostra non avevamo ancora una macchina, all’epoca. Lui aveva una 4 CV Renault di colore verde (bottiglia). Per ringraziarmi di aver servito messa, proponeva ai miei genitori di portarmi a fare delle passeggiate nella montagna di Reims. I miei genitori non sospettavano assolutamente delle sue intenzioni. In un luogo discreto, posteggiava la sua macchina in cima alla montagna di Reims, in un posto a strapiombo sulle vigne. E là, sollevava la sua sottana, e faceva apparire il suo sesso. Non mi sembra necessario scendere troppo nei dettagli…

Carla: Capisco. Deve essere stato terribile. Quanti anni avevi? Ne hai parlato ai tuoi genitori?

Remi: Dovevo avere dieci anni. Ho provato a datare più precisamente le cose e non ci sono ancora riuscito, al momento. Ho scoperto che mia madre ha tenuto un diario ininterrottamente dal 1925 al 1995. Ora, nel corso di questo periodo di settant’anni, mancano soltanto i quaderni tenuti nel periodo 1955-1962. Ha forse distrutto le pagine che aveva scritto a quell’epoca? Non lo so. Probabilmente avrò avuto dieci anni, un anno più o un anno meno. Si dà il fatto che ho avuto la presenza di spirito di parlare di queste pratiche del nostro “amico” ai miei genitori. Non mi ricordo nemmeno come ho rievocato i fatti, come sono stato ascoltato. Quel che è sicuro, è che il prete in questione non è mai più tornato a casa. Mia sorella Geneviève si ricorda bene di lui, della sua assiduità a casa nostra e della sua improvvisa scomparsa. Lei è nata nel 1951. Nel 1958, aveva sette anni. Questo può aiutare a datare le cose.

 

Carla: Ti ricordi della relazione che i tuoi genitori avevano con te in quel momento?

 

Remi: No. Quel che so è che la questione è stata occultata, rimossa. Non ne abbiamo mai più parlato. Nella mia famiglia c’era sempre il peso del segreto. C’erano dei segreti di famiglia molto pesanti che non dovevano essere evocati. Due suicidi del lato della famiglia del fratello di mio padre: due uomini che si suicidarono al ritorno dalle trincee nel 1918, scoprendo lo stato delle loro terre, piene di buchi e di bombe. Si gettarono in un pozzo. Il suicidio era vietato dai Cristiani. Questi zii, si diceva che sarebbero andati direttamente all’Inferno. In questa parte della famiglia, il cristianesimo aveva un lato giansenista: facevano fare le preghiere della sera in ginocchio, con le braccia aperte come Cristo sulla croce! Era una regola che imponevano a mia sorella Odile e a me, quando andavamo in vacanza da loro. In seguito, ci siamo battuti per non andare mai più a Soissons! I nostri genitori, anche se erano usciti dal sistema scolastico molto presto, erano molto più evoluti nel modo di praticare la loro religione. Seguivano i corsi della scuola dei genitori! Stessa storia dal lato di mia madre. Suo padre aveva lasciato il domicilio coniugale, anche lui tornando dal fronte nel 1919. Mia madre aveva sette anni… uno dei suoi fratelli era separato da sua moglie. Tutto questo veniva nascosto, negato. C’erano altre storie ancora più “originali” ma tutto questo è per ribadire il concetto importante che, così come si fa nella chiesa istituzionale ancora oggi, non bisognava dire niente.

 

Carla: Come hai superato questo momento critico della violenza?

 

Remi: Non l’ho superato, l’ho rimosso. Ho “dimenticato” questa storia fino al 2004. Allo stesso tempo, da adolescente, ho voluto costruirmi una vita affettiva dissimulata in relazione a mia madre, che cercava costantemente di controllare le mie relazioni… Sto confrontando il diario dettagliato di mia madre, trovato qualche mese prima della sua morte da mia sorella, al mio, tenuto intorno al 1968. È molto interessante. A quindici anni, vivevo il seminario come una prigione. Ho scritto un libretto, dal titolo Le prisonnier, sull’oppressione che vivevo in seminario. Ho mostrato questa “opera” a mio padre, che ne è stato talmente scandalizzato al punto che decisi di bruciare quel “romanzo”. Da quel giorno rinunciai alla scrittura di romanzi! Dal terzo anno di liceo, avevo un padre spirituale molto intelligente. Aveva una laurea in filosofia e teologia. Del resto, è diventato vescovo di Soissons. Mi ascoltava. Conservo di questo prete un vero rispetto per la sua cultura e per il suo ascolto. Da quel momento, volevo emanciparmi dalla Chiesa, ma senza rompere con i miei genitori. Li amavo. Non volevo scandalizzarli, ma non mi identificavo assolutamente nella loro fede, nella loro concezione di coppia unita per la vita! Ero obbligato ad andare a messa. Andavo, ma con la fede del curato Meslier.

 

Carla: Il curato Meslier?

 

Remi: Sì, un prete che aveva una parrocchia nelle Ardenne nel XVIII° secolo, ma trascorreva le notti a scrivere un trattato per dimostrare l’inesistenza di Dio. Ha scritto milleduecento pagine che Voltaire trovò sovversive e che furono pubblicate integralmente solo nel 1968. Ho avuto la fortuna di poterlo leggere già dalla prima pubblicazione! Ho a casa le sue opere, come pure i commenti a questo trattato d’ateismo!

 

Carla: Sarei curiosa di leggerlo! Esiste un legame tra la violenza che hai subito e la tua postura agnostica?

 

Remi: Non saprei davvero. È una domanda con la D maiuscola. Quel che è certo, è che ho cominciato a leggere intorno ai diciassette anni. Ho avuto coscienza del fatto che la cultura potesse essere una via di fuga. Mia madre non amava affatto che leggessi Simone de Beauvoir, Sartre, Brecht… Trovavo le loro opere entusiasmanti. Sono capitato sulla filosofia. Ho letto Freud e Nietzsche, ma anche Spinoza, molto presto. A vent’anni ho scoperto Marx, autore “demoniaco”, secondo mia madre. Costernata, cita una volta Feuerbach nel suo diario, in un passaggio in cui dice che la politica avrebbe rimpiazzato presto la religione! Più che la violenza sessuale da me subita, credo che sia stata la sovraimplicazione dei miei genitori con la religione a disgustarmi… Per mia madre, tutto quello che era esterno alla Chiesa, non esisteva! Bene, io avevo voglia di leggere Platone e Aristotele…

 

Carla: Quando studiavi sociologia a Nanterre, dove avresti poi incontrato H. Lefebvre, R. Lourau, J. Baudrillard e altri, eri ancora cattolico?

 

Remi: Ero scisso. A Reims, ero membro di diversi gruppi cattolici. E a Nanterre, non lo ero più. Il maggio 1968 è stato fatto dagli Anarchici, dai Trotzkisti ma anche dai Cattolici di sinistra, che si chiamavano gli “inorganizzati” (inorganisés), nel movimento del 22 marzo. La separazione con la Chiesa è avvenuta progressivamente… Ad un certo punto, non potevo più fingere con i miei genitori che avevo i più grandi dubbi rispetto alle loro credenze, ai loro rituali… ero saturo della Messa. Tutto questo mi sembrava una grande ipocrisia. Allo stesso tempo, mi sono sposato in Chiesa per far loro piacere… La disaffiliazione è stata molto graduale. Si è chiaramente posta quando ho deciso di divorziare da una donna che amavo, semplicemente per essere ufficialmente scomunicato.

 

Carla: Ma per disaffiliarti dalla Chiesa, avresti potuto rinunciare al tuo battesimo. È sufficiente scrivere alla parrocchia dove sei stato battezzato.

 

Remi: Non lo sapevo. Avevo voglia di essere scomunicato. Serve un dentro e un fuori. Volevo essere fuori, perché nella chiesa tutto mi sembrava falso. Non volevo una via di mezzo. C’erano talmente tante persone della mia famiglia che si consideravano sante e che personalmente consideravo sciape, insulse, che avevo voglia di lasciarle ascendere al Cielo mentre io avrei preferito volentieri l’Inferno. Allo stesso tempo, avevo sete di analisi. Molte persone violentate non si riprendono. Io sentivo che mi serviva un mezzo per analizzarmi, ma non tanto a livello mio psichico personale, quanto piuttosto rispetto al mio aggancio con le istituzioni. Era l’istituzione famiglia, l’istituzione chiesa, l’istituzione scolastica che mi sembravano malate e traumatizzanti. Ero stato un pessimo studente alle elementari e medie. Ero inadatto. Non comprendevo perché. Avevo l’intuizione di essere sano, ma che le istituzioni fossero patogene e si dovesse entrarci dentro, per analizzarle.

 

Carla: È così che sei entrato nell’analisi istituzionale?

 

Remi: Sì, ho trovato nell’analisi istituzionale una teoria, dei concetti, delle pratiche e una comunità di riferimento che erano in risonanza morfica con il mio malessere. Da un giorno all’altro, sono diventato un allievo brillante… H. Lefebvre mi diede i concetti per pensare il mio rapporto con le donne, con il quotidiano, con la militanza. R. Lourau et G. Lapassade mi riconobbero come un intellettuale interessato alle vere questioni. La mia critica del religioso si allargò ad una critica all’althusserismo, un’altra forma di Chiesa. H. Lefebvre aveva costruito la sua critica allo stalinismo appoggiandosi sulla teologia di Gioacchino da Fiore, monaco critico del XII° secolo. La mia critica all’ipocrisia cattolica mi fece sviluppare un pensiero critico rispetto ad una concezione mortifera del marxismo. Quel che mi guidava, era la vita… Per questo ho apprezzato gli ultimi interventi del papa. Percepisce il lato mortifero della curia e di una certa parte della Chiesa. È molto giusto. Ne ho preso coscienza prima del Maggio ‘68. Io sono per un marxismo della vita! La socioanalisi, la psicosocioanalisi vogliono liberare le forze di vita. G. Lapassade ha voluto liberare nelle istituzioni l’energia libera dal carapace dell’energia legata (bioenergetica). W. Reich l’ha fatto prima ancora. Mi iscrivo nella filiazione di Gioacchino da Fiore, del movimento del libero Spirito (Mouvement du libre Esprit), dei romantici, dei surrealisti, di H. Lefebvre, di E. Bloch e di qualcun altro! L’analisi istituzionale è una comunità di amici che vogliono lottare contro la reificazione, che vogliono lottare contro l’alienazione dell’economia, dell’ecologia dimenticata, dell’ideologia…

 

Carla: Rispetto alla questione della violenza, quando hai vissuto il ritorno di quanto avevi rimosso?

 

Remi: È accaduto in un solo momento. Ero insegnante a Paris 8 e in una copisteria universitaria una delle mie studentesse mi ha descritto una violenza di cui è stata vittima sul suo luogo di lavoro… Il suo testo mi ha fatto tremare. Non ho potuto dormire per una settimana. Rivivevo violentemente la situazione di abuso sul mio corpo di quel servitore di Dio! Ho fatto la scelta di dire a quella ragazza che avevo condiviso la sua sofferenza, per il fatto di essermi io stesso confrontato con questa situazione. Abbiamo potuto fare una costellazione, cioè un gruppo di persone che hanno vissuto la stessa situazione di violenza… e parlarne.

 

Carla: Dunque hai parlato di questa esperienza difficile.

 

Remi: Sì. Con molta naturalezza. Ed è diventato qualcosa, come una esperienza superata. Non ho mai più nascosto questa storia. Un giorno, l’ho evocata nel corso di un pranzo di famiglia, senza rendermi conto di quanto il discorso fosse scioccante. Mio genero, che è un cristiano praticante, ha pensato che raccontassi balle. Mi ha chiesto dei dettagli. Ha fatto un’indagine e ha accettato che non stessi inventando delle storie. Mi ha fatto sapere che il curato in questione era morto, ecc… Non avevo affatto voglia di coinvolgermi più del dovuto in questa vicenda. Non ho voglia di militare in un gruppo di gente violentata o cose simili. Per me, è una cosa che è esistita. Se ne può parlare ma allo stesso tempo non ho mai scritto a nessuno nella Chiesa per parlarne. Per me, è un aspetto costitutivo della Chiesa… È dunque una istituzione perversa. Ho potuto venirne fuori! Amen ! Questo non mi impedisce di avere relazioni amicali con persone che non sono ancora informate della “morte di Dio”!

 

Carla: Poco fa, dicevi di essere rimasto scioccato dalla mancanza di congruenza dei burocrati istituzionali che coprono le persone al loro interno, anche se conoscono i loro atti criminali. Troviamo queste pratiche nella Chiesa ma anche nell’esercito, nella polizia, nell’educazione…

 

Remi: Sì. Troviamo intellettuali organici in tutte le istituzioni. Come ha mostrato Gramsci, la Chiesa ha avuto degli intellettuali che costruivano discorsi moralizzatori, ma non li applicavano per loro stessi. Non sono stati congruenti. Quel tale cardinale che faceva dei sermoni sulla purezza, in quaresima a Notre-Dame de Paris muore tra le braccia di una prostituta, ecc… Io, voglio essere congruente, mettere le mie pratiche in relazione con i miei discorsi. Per questo sono un intellettuale implicato. Se accetto questa intervista con te oggi è per rispondere al Papa che chiede aiuto. Sono sicuro che il prete che mi ha violentato ne ha violentati altri. Può essere che nessuno abbia mai evocato questi atti all’amministrazione della Chiesa? Può essere che, al contrario, sia stato segnalato da altri? Il suo vescovo dell’epoca lo avrà coperto come Barbarin oggi! Non lo so. Parlando oggi, sono pronto ad amplificare il messaggio del papa; lui stesso ha tentato ad un certo punto di coprire i suoi vescovi! Adesso, pensa che si debba parlare. Liberiamoci! Evochiamo tutte le situazioni di violenza di cui siamo stati vittima.

 

Carla: Hai vissuto altre situazioni di questo tipo?

 

Remi: Sì, Abbastanza spesso. Non violenze fisiche ma abusi di potere… Così, un giorno, mentre ero direttore del dottorato in scienze dell’educazione all’Università cattolica di Parigi (cosa che mostra che, malgrado tutte le violenze di cui sono stato vittima in ambito cristiano, non ho niente contro i cattolici) una delle mie cugine, Marie Klein, ha scritto al Rettore dell’Istituto cattolico di Parigi per dirgli che ero un “cattivo cristiano” e che mi dovevano cacciare dalla Cattolica! Il rettore, che sapeva che ero un grande pedagogista molto apprezzato dai miei studenti, mi ha informato di questa missiva. Avrà sorriso di questa delazione. Personalmente, ho vissuto questa delazione come una pratica abietta. Fa parte di quella cultura del segreto che ho detestato nella nostra famiglia! Mio zio Lucien, il canonico, era stato lui stesso denunciato alla Gestapo perché nascondeva donne e uomini della Resistenza e dei bambini ebrei nella Cattedrale durante la guerra del 1939-1945… Fu mandato a Dachau… Io ho dato le dimissioni dal Cattolicesimo. Era troppo pesante! E a Paris 8, persone come Elisabeth Bautier, André Filler, Jullien Villain, Louis Staritzky mi hanno fatto vivere situazioni che hanno riattivato il momento della violenza. La violenza è qualcosa che si supera, ma il momento del trauma può tornare, senza che si sappia né come né perché.

 

Carla: Siamo nella tua biblioteca e vedo che hai una decina di volumi rilegati di teologia cattolica, di archeologia cristiana e liturgia. Contano ancora molto per te?

 

Remi: Sì, veramente. Leggo la teologia come altri leggono i fumetti. Mi immagino il vissuto di questi monaci che scrivevano decine di pagine per sapere se danzare il valzer fosse un peccato in sé o un peccato d’occasione… o per nulla un peccato! Era peccato mortale o veniale? E per ogni soggetto, decine e decine di argomentazioni e contro argomentazioni. La teologia è un universo che ha per me qualcosa a che fare con la fantascienza, con la letteratura fantastica, ci fa vivere in un mondo totalmente surreale.

 

Carla: Concretamente, hai firmato la petizione di Pierre Vignon. Pensi che si debba andare più a fondo?

 

Remi: Sì, firmerò una petizione per chiedere le dimissioni del Papa, una volta che avrà liquidato la Curia. E sono anche favorevole ad una petizione per chiedere l’autodissoluzione della Chiesa. Che l’intero popolo di Dio dimentichi la Chiesa! È troppo lontana dal messaggio evangelico! Bisognerà darle spazio nelle botteghe antiquarie come testimonianza della cultura della morte di un’altra epoca! E per la terapia dei Cristiani che faranno fatica a superare la perdita di questo oggetto-feticcio, propongo dei dispositivi di psicosocioanalisi… Aspettando questo giorno felice, lavoro all’edizione del diario di mia madre, che testimonia dall’interno questa istituzione totale e totalitaria: è una etnografia appassionante del godimento ma anche dei dubbi che provoca il delirio a due che ogni credente intrattiene con l’Istituzione.

Sainte Gemme, il 23 agosto 2018

 

Per una psicosocioanalisi del rapporto con la Chiesa

 

Carla: L’altro ieri ti ho posto alcune questioni e tu hai parlato della tua implicazione rispetto alla Chiesa cattolica. Hai mostrato il tuo aggancio familiare nel cattolicesimo e il tuo sforzo per svincolarti progressivamente dall’influenza della religione su di te, in una logica che voleva preservare l’amore che provavi nei confronti dei tuoi. Se per te va bene, vorrei approfondire questi scambi che mi sembrano importanti. Il contesto del viaggio di Papa Francesco in Irlanda mi sembra che offra uno spunto in tal senso. Ci consente di svolgere più concretamente quel che tu stesso hai definito, nel 1975, un’analisi implicazionale. Ma che oggi concettualizzi come psicosocioanalisi, termine che evochi alla fine della nostra precedente intervista.

 

Remi: Sono veramente molto interessato ad approfondire questa mia implicazione rispetto alla Chiesa. Credo che molte delle persone della mia generazione siano state vittime di questa influenza del religioso su di loro. Un articolo pubblicato su “Le Monde” il 23 agosto 2018 mostra il modo in cui le cose sono state vissute in Cile relativamente a un prete che si spacciava per Santo e che letteralmente “stregava” i suoi seminaristi. La dimensione della pedofilia, che è stata al centro dei nostri primi scambi, ci porta a pensare la questione dell’influenza, del segreto e forse in un certo senso la questione del terrore istituzionale…

 

Carla: Vuoi dire che il momento della pedofilia, il momento della violenza sessuale non deve essere isolato da un contesto, da un clima, da un, atmosfera istituzionale. Si potrebbe affermare che ciò che pesa soprattutto, prima ancora dell’atto criminale stesso, potrebbe essere il silenzio di cui le istituzioni lo circondano?

 

Remi: Sì, proprio così. Ho detto che non avevo alcun ricordo del modo in cui i miei genitori hanno rifuggito questo momento della violenza. Ho soltanto il ricordo che hanno escluso il prete dalle nostre relazioni… Dicevo l’altro ieri che non mi ricordo più il modo in cui questo personaggio era entrato nella mia famiglia. Ma questa notte, mi sono ricordato che una delle nostre vecchie cugine abitava a Vertus, la città del prete in questione. I miei genitori, ma anche i miei zii e le zie, andavano a trovarlo regolarmente. Erano gli unici suoi appoggi. La lettura del diario di mia madre offre numerosi dettagli sulle visite a Vertus e poi a Epernay, dove questa cugina era andata in pensione. Penso che il prete di Vertus avesse un qualche legame con questa cugina… Rispetto alla tua domanda, prendo coscienza, parlando con te, del fatto che ho rifiutato di fare di questo momento traumatico un assoluto. Allo stesso tempo, il momento del trauma esiste ed è costitutivo della mia personalità. Mi sono trovato, come bambino, nella posizione in cui, in una certa maniera, non ho saputo bene cosa fare di questa “avventura” (l’avventura è quel che capita), di questo avvenimento biografico. Uno dei miei vicini, ai quali avevo parlato in precedenza di questa violenza, mi ricorda che avevo detto che mi ero chiesto se la violenza di cui ero stato vittima fosse davvero una violenza, se non fosse anacronistico parlare di violenza quando all’epoca questo genere di pratiche era largamente accettata e integrata dalla Chiesa. La questione è sollevata nell’articolo di “Le Monde” di questo 25 agosto, riguardante l’Irlanda. Nell’articolo sugli Stati Uniti, i prelati hanno tentato di dire che le violenze nel 1980 non erano delle vere e proprie violenze ma delle pratiche ordinarie. La Giustizia americana ribatte che una violenza, che avvenga nel 1980, nel 2000 o nel 2018, è sempre una violenza. Mi ero posto la questione per il 1958. Abusare di un bambino, 60 anni fa, era nello stesso registro di gravità di oggi?

 

Carla: Hai creduto davvero, a un certo punto, che quel che hai vissuto non potesse essere confrontato con ciò di cui si parla oggi, a causa di un contesto storico e sociale diverso?

 

Remi: Sì. Mi sono detto, o forse ho provato a persuadermi del fatto che dover, per un chierichetto, carezzare il sesso di un prete, cosa che si riconosce nel 2018 come una violenza, non fosse che una pratica ordinaria nel 1958, come lo ius primae noctis nel Medioevo. Non era per nulla piacevole, ma faceva parte della cultura del dominio. All’epoca mi sono chiesto se il prete non avesse per caso dei diritti sul mio corpo. Mi chiedo anche se il discorso grazie al quale il prete di Vertus mi imponeva questa pratica contorta e perversa non fosse proprio questo. Ha provato a farmi credere che quel tipo di contatto, di molestia, si potesse ascrivere alla normalità, al banale, al quotidiano. Che facesse parte dell’ iniziazione del piccolo Cristiano. Che fosse questo, la vita!

 

Carla: E questo discorso ti ha seguito fino a oggi?

 

Remi: Sì, ho espresso dei dubbi sul fatto che una violenza nel 1958 potesse essere della stessa natura di una violenza nel 2018, per il fatto del contesto: i discorsi sul soggetto erano totalmente inesistenti nel 1958, mentre oggi sono onnipresenti in tutti i media. La Chiesa ha coperto queste pratiche come qualcosa che esiste e si deve accettare, anche se non si hanno le parole per parlarne.

 

Carla: Il fatto che mancassero le parole per nominare queste pratiche, non ha però impedito loro di agire su chi le aveva vissute.

 

Remi: Nello stesso momento in cui si rinunciava a trovare le parole su queste pratiche nel 1958, se ne faceva una sorta di residuo nel forte interiore della persona in formazione che diventava un irriducibile, un nodo esistenziale sul quale si appoggiava l’interrogarsi del bambino sul funzionamento e sulla natura della Chiesa stessa, sulla natura della famiglia, che non sapeva gestire questo genere di situazione nel linguaggio. Perché nello stesso tempo in cui si esigeva la congruenza sul piano di un dogma cattolico, si negava, si voleva negare il fatto che delle persone potessero agire totalmente all’opposto del discorso ufficiale. Mi sembra molto più importante di quello che la conferenza dei vescovi di Francia sembra voler far passare nei media. Quando io mi rituffo nella memoria della mia storia sociale, di casi come questo di preti devianti ne trovo sempre più.

 

Carla: Come, questo lavoro del negativo, questo lavoro dell’irriducibile ha operato in te? Hai detto che avevi rimosso l’abuso da te subito fino a 2004, momento in cui riemerse violentemente nella tua vita. Come questo episodio traumatico è stato gestito nella tua infanzia e adolescenza?

 

Remi: Ne avevo certamente una inibizione, in un primo tempo, ma credo che questo mi abbia dato una certa curiosità interculturale. Dovrei forse parlare della mia attrazione per la devianza. Ho voluto sempre guardare altrove. Ho rinunciato alla musica che era qualcosa su cui la mia famiglia investiva molto, per la danza. La musica mi sembrava violenta, ho già spiegato perché… L’ambiente ecclesiastico ci soffocava. Ho parlato di mio zio, il canonico. Non ho detto però fino a che punto eravamo influenzati dai Cattolici. Vorrei dire una parola supplementare sul mio contesto familiare: mio padre aveva questo fratello canonico, ma anche una sorella religiosa, nelle canoniche di Sant’Agostino. Sei mesi prima della sua morte, volle confessarmi che la sua vita monacale era stata un inferno e che io ero veramente fortunato a vivere come vivevo. Uno dei miei cugini di Soissons era gesuita. Le conversazioni molto amichevoli che lui ha avuto con me e Lucette mi hanno fatto dubitare che abbia creduto in Dio… Entrambi erano entrati nella religione, pressati da contesti storici e familiari difficili. Dal lato di mia madre, c’era Jean Lanfry, che era prete a Argenteuil, poi vicario generale della diocesi di Versailles. Suo fratello Jacques Lanfry, missionario, ha vissuto a lungo nel Maghreb, ed è stato autore di un dizionario franco-berbero in tre volumi, un’opera notevole ancora oggi utilizzata dai berberi. Ha concluso la sua carriera a Roma, come consigliere del Papa per gli affari africani… Tutto questo elenco per mostrare la quantità di persone interne alla Chiesa nella mia famiglia. Ma dal lato laico, mai alcun dubbio sulle verità della fede. Recentemente, in occasione della sepoltura di un cugino, ho contato che eravamo in cento presenti ad accompagnarlo alla sua ultima dimora. Alla Messa dei funerali, novantasette persone hanno fatto la comunione. Solo tre uomini si sono astenuti (tra cui mio figlio e io). In questa famiglia non c’è posto per i dubbi in materia di Fede…

 

Carla: E invece tu ne hai dubitato!

 

Remi: All’inizio, nella mia infanzia, ero molto attratto dai devianti. Per esempio, nella prima squadriglia scout, il capo squadriglia e il vice portavano nelle uscite alcune bottiglie di alcool. A 12 anni, ci facevano bere del Marc de Champagne! Avevo coscienza del fatto che si trattasse di una pratica proibita. Del resto, furono sanzionati per questo. Credo che mi abbiano ritirato da quella squadriglia per affidarmi qualche tempo dopo la responsabilità in una squadriglia nuova. Anche se non ero mai tra coloro che prendevano l’iniziativa apertamente di questi atti, l’audacia di Vincent Schneiter, di Jean Claude Pellot mi affascinava. Diciamo che ero attirato da coloro che agivano atti provocatori rispetto all’istituito.

 

Carla: Più tardi, tutto questo prese una forma più ideologica, giusto?

 

Remi: Sì. Per molto tempo mi rifiutai di leggere. Questo faceva parte del mio sforzo di rifiutare l’ingresso nel momento scolastico. Mio padre e mia madre non avevano potuto realizzare il loro desiderio di svolgere gli studi di scuola secondaria per ragioni differenti, ma legate alla loro posizione di classe sociale. La nostra infanzia si è sviluppata in un contesto economico nettamente più favorevole del loro, ma non mi sentivo di poter fare meglio di loro; Non volevo renderli tristi per il fatto che, andando bene a scuola, avrei rimarcato il fatto che loro non erano stati dei bravi studenti. Sono stato bocciato una volta nella scuola primaria e una volta nella secondaria. Sono sempre stato tra gli ultimi della classe, anche se capitava ogni tanto di prendere dei buoni voti se un particolare tema mi motivava. Le sole discipline sulle quali investivo davvero erano la ginnastica e il disegno. Durante i corsi di fisica mi mettevo in fondo alla classe per riempire i quaderni di disegno. La forma ad anfiteatro dell’aula mi permetteva di non essere visto dall’insegnante. Non so perché parlo di questo. Qual è il legame che faccio tra Chiesa e scuola? Per molti bambini oggi la scuola è una occasione di fuga da una famiglia troppo opprimente. Per me al contrario la scuola era un prolungamento della mia famiglia con la mediazione della Chiesa, perché ero stato inserito nelle scuole cattoliche e a quell’epoca il lavoro ideologico di queste scuole era molto forte (per tre anni, ho dovuto assistere alla Messa tutti i giorni!)
Un giorno – non so, non ricordo più come – sono capitato nella lettura… mi sono messo a leggere cose diverse rispetto alle vite dei Santi che mi proponevano a dodici anni. La lettura mi permise di uscire dai ranghi. Prima mi supplicavano di leggere… fu questa l’occasione per vivere una nuova forma di devianza. Non ho mai creduto che si potesse costruire un’identità su una sola appartenenza… Tutti i testi, tutti gli autori che erano identificati come cattivi da mia madre (che era una sorta di censore ecclesiastico nel mio quotidiano) mi sembravano meritare di dover essere giudicati da me. Allo stesso tempo, alcuni autori che erano in programma andavano nella direzione di una messa in discussione dello sforzo della Chiesa di voler controllare tutto nella mia vita.

 

Carla: Puoi fare qualche nome di autori che furono importanti per te?

 

Remi: Penso a I. Kant, F. Nietzsche, a S. Freud. Leggere I. Kant non era semplice. Ma avevo compreso che spiegava che nei quattro registri dell’attività umana si funziona secondo logiche diverse. Il campo religioso è quello della fede; il campo della scienza esige una logica ipotetico deduttiva; il campo dell’arte rileva il giudizio estetico; infine il campo della morale, della ragione pratica, ha ancora altri principi. Questo sforzo di Kant di delimitare i campi di competenza di una postura, mi sembra giusto. Voler fare della Scienza con la propria fede non ha senso. Io avevo deciso di fare filosofia dicendo che questo sforzo di pensare non poteva essere fatto con la mia fede.

Infine, per quanto riguarda l’arte, non sta al Papa decidere cosa è bello o no… Io decisi di liberare il campo da tutti questi discorsi religiosi che mia madre e la mia famiglia e molti preti mi avevano proposto in tutte le salse! Benché continuassi a frequentare la Chiesa, tutto quello che mi veniva raccontato non riusciva a influenzare la mia attività scientifica, la mia morale o il mio giudizio estetico… Questo lavoro di delimitazione riduceva d’un tratto lo spazio di legittimità dell’azione del religioso su di me. Scoprivo la Critica della ragion pura nel 1965 e avevo diciott’anni.

Rispetto a Nietzsche, è stata invece la lettura della Gaia scienza a farmi scoprire che ci si può si può ammalare di desiderio di verità quando coloro che riescono nella vita sono sempre nella dissimulazione, della menzogna. Avevo letto Voltaire che diceva che la religione era una cosa buona per i poveri ma che le persone istruite potevano, dovevano superarla. Nietzsche mostrava bene la funzione sociale dell’organizzazione dell’ alienazione religiosa: impedire all’uomo di diventare se stesso! A forza di leggere e rileggere, ho imparato alcuni passaggi della Gaia scienza a memoria!

Quanto a Freud e ai suoi Tre saggi sulla sessualità hanno trasformato totalmente il discorso che il catechismo ci trasmetteva. Mostra come la perversione sia ovunque, fin dalla più tenera età. Queste letture si combinavano con altre mille…

 

Carla: Puoi ancora evocare altri autori che furono determinanti per te all’inizio del ‘68?

 

Remi: Reich fu per me una scoperta. La Chiesa ti invita a rifiutare la tua sessualità. invita anche i preti a rinunciarvi completamente (poveretti!) mentre W. Reich mostrava che per essere creativi, bisogna avere una sessualità regolare, in certi periodi intensa. Fu la lettura di: La funzione dell’orgasmo, ma ancor più de La rivoluzione sessuale… ma allo stesso tempo leggevo L’Ideologia tedesca di Karl Marx e Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di Engels, autore dalla cui lettura ancora oggi traggo molto piacere, de L’uomo a una dimensione di Marcuse, e tutto questo in dialogo con Il mito dell’adulto di Georges Lapassade, con la Proclamazione della Comune, con La vita quotidiana nel mondo moderno o ancora col Manifesto differenzialista di Henri Lefebvre, de L’Analisi istituzionale o de Gli analizzatori della Chiesa di R. Lourau.
Ho preso coscienza del fatto che c’erano preti creativi. Dovevano avere una sessualità più o meno nascosta, più o meno contorta, evidentemente, che permetteva la teoria dell’ intellettuale organico che autorizza la messa in azione del principio “Fa’ ciò che ti dico ma non ciò che faccio!”. La Chiesa era uno spazio singolare, favorevole ad accogliere sia gli ingenui che credevano al discorsi ufficiali dell’istituzione, sia i perversi che avevano bisogno di un quadro contorto per realizzare i loro fantasmi più inverosimili. Una certa lettura della storia della Chiesa ce ne offre qualche spiraglio.

 

Carla: Ho l’impressione che getti le basi di quello che chiami psicosocioanalisi.

 

Remi: Sì. R. Lourau con Lo Stato incosciente mostra che noi facciamo nostre le ingiunzioni dello Stato, senza rendercene conto, inconsapevolmente, anche quando ne vogliamo la dissoluzione. Rispetto alla Chiesa fu per me la stessa cosa. Era entrata talmente tanto dentro di me che la mia autodeterminazione, il mio cammino verso l’emancipazione, la conquista della mia libertà di pensare furono un cammino lungo, molto lungo. Un lettore della nostra intervista del 23 agosto mi scriveva per dirmi che voleva essere mio amico e che simpatizzava con la sofferenza che doveva o aveva dovuto essere la mia. Ho vissuto il cammino della croce di Zarathustra: sono stato all’inizio cammello, portando sulla mia schiena tutta l’alienazione religiosa offerta dai fedeli servitori della Chiesa. In seguito c’è stato il periodo del leone, nel corso del quale mi sono rivoltato, in cui ho affermato che i valori di tutto questo mondo ipocrita, non li condividevo più! E adesso sono potuto entrare nel periodo del bambino. Vivo in una sorta di Paradiso terrestre. Nel momento in cui gli altri vanno a Messa, coltivo il giardino del mio Paradiso. Ne ho raccolto i frutti e le verdure di stagione. Rifiorisco. Non ho più volontà di potenza. Scrivo ancora ma senza l’idea di convincere qualcuno, soltanto per far sorridere i miei amici. L’analisi istituzionale è una comunità di riferimento di cui tu fai parte. Incontrare un fratello o una sorella nell’analisi istituzionale è questa sorta di gioia che il Cristiano incontra quando fa conoscenza con una nuova sorella, un nuovo fratello in Cristo. La fortuna che mi hai dato proponendomi questi scambi è di poter pensare. Il dialogo fa risalire delle cose a volte difficili, ma il lavoro svolto per superarle permette di prendere coscienza del cammino che si è percorso. Quando si fa un’esperienza traumatica, il vissuto diventa percepito e poi concepito. E allora lo spirito vince. Questo è il godimento del saggio. Spinoza l’ha sperimentato prima di noi! Inoltre, pensare i propri traumi in pubblico, come oggi, è un modo per farsi dei nuovi amici.

 

Carla: Come bere un aperitivo insieme! Qualcuno ha reagito alla tua proposta di auto dissolvere la Chiesa? Qualcuno, favorevole a quest’idea, potrebbe però chiedersi se nuove religioni potrebbero prendere lo spazio della Chiesa…

 

Remi: Una cosa che mi ha colpito quando ho cominciato a scoprire l’antropologia è il numero di religioni. Credo di aver contato seimila divinità o religioni nel pianeta. Tutte le religioni dicono di essere quella giusta e che le altre sono false. È qualcosa che D’Holbach aveva ben rilevato nella sua lettura di Jean Meslier, nella sua opera Le bon sens du curé Meslier. A questa obiezione che riguarda le credenze, F. Le Play replicava nel XIX secolo che il vero Dio è quello del luogo in cui si abita. Così, si sarebbe cattolici a Roma o a Parigi, protestanti a Berlino, musulmani a Rabat e buddisti a Pechino. L’idea è seducente ma difficile da mettere in pratica dal momento che siamo entrati nella globalizzazione. A La Réunion, le persone potevano essere di diverse religioni e credere in tutte le divinità che attraversavano l’isola. Questo è anche il caso del Brasile. Il cattolicesimo pratica l’apostolato. Bisogna convertire l’altro anche contro la sua volontà. Mia madre fino all’ultimo giorno ha sperato di convertirmi al suo Dio, alla sua religione. L’accompagnavo a messa, per aiutare una persona che fisicamente non sarebbe riuscita da sola e mi portavo un libro dietro per potermi occupare di altro. Imparavo il tedesco leggendo il piccolo catechismo di Lutero. Quest’idea di un necessario apostolato mi sembra oggi insopportabile. Voglio lasciare a ciascuno la libertà di pensare. Per rispondere alla tua domanda, è sicuro che le persone stupide avranno sempre bisogno di una religione. Le tre cugine che abbiamo soprannominato “il medioevo” e che hanno impedito la pubblicazione della corrispondenza dei nostri nonni (che loro non hanno letto), sono di una stupidaggine che conduce a dubitare dell’educabilità dell’essere. Moriranno credendo fermamente nel loro Dio. Dubito della loro capacità di dubitare. Tra i loro numerosi figli, allevati, più che educati, c’è stata una delatrice, ma forse in futuro ce ne saranno altri che si porranno alcune questioni. E se questo non dovesse accadere in questa generazione, avverrà nella prossima. Anche se dubito dell’educabilità di queste cugine, spero ancora nell’ educabilità dell’umanità.

 

Sainte Gemme, il 25 Agosto 2018

 

Esorcismo e adorcismo. Etnosocioanalisi del rapporto con la Chiesa

Carla: In questi ultimi giorni, nel contesto mediatico del risalto dello scandalo della pedofilia nella Chiesa, ci siamo intrattenuti sulla tua esperienza di violenza subita da parte di un prete, quando eri chierichetto, e poi sul segreto che ne è conseguito, dell’azione della Chiesa sulla tua famiglia e su di te e dello sforzo che hai fatto per emanciparti da questa alienazione religiosa, lavorando soprattutto sul concetto di implicazione e poi, più recentemente, sulla creazione di una disciplina: la psicosocioanalisi, che è volta ad aiutare il soggetto a esplicitare le sue alienazioni istituzionali, concependo alcuni dispositivi originali che permettono di lavorare ciascuna situazione traumatica. Oggi vorrei esplorare con te la questione del tuo incontro etnografico con Georges Lapassade, che ebbe lui stesso alcuni problemi con la sua famiglia e con la Chiesa. G. Lapassade fu esorcizzato a 8 anni, probabilmente a causa della sua omosessualità. Una delle grandi questioni che avete lavorato insieme è la questione dell’esorcismo e dell’adorcismo…

 

Remi: Sì. Georges Lapassade è stato esorcizzato. Da bambino, ha vissuto molto male il fatto di essere stato legato a una tavola e asperso con l’acqua benedetta. Mia madre diceva che avevo il Diavolo nella pancia. E scriveva sul suo diario nel 1968 che il mio impegno nel movimento studentesco era la prova che fossi l’incarnazione del Male sulla Terra. È sicuro che sono stato un bambino difficile ma del resto in molti lo sono. Quel che mi sembra singolare nella mia storia è il fatto che le mie “crisi caratteriali” (di pianto o per nervosismi diversi; più tardi la partecipazione a meeting, manifestazioni, sequestri nel quadro del movimento del ‘68) potessero essere commentati come delle manifestazioni di Satana sulla Terra… per mia madre il discorso religioso non era soltanto una metafora, ma uno strumento analitico. Questa confusione materna, che consisteva nell’interpretare una situazione pedagogica, educativa, sindacale e politica con il linguaggio della fede, mi sembra sintomatico di uno stato mentale corrispondente a un momento prescientifico, pre-razionale dell’umanità, che era dominante prima dell’Illuminismo.
La bellezza di Voltaire, di D’Holbac, di Diderot e di qualcun altro è di essersi confrontato con questa alienazione di massa, di averla descritta e criticata. Questa confusione intellettuale si è mantenuta nella mia famiglia troppo a lungo. Devo confessare che è stata anche mia. Ma progressivamente ne ho preso coscienza e ho voluto liberarmene. Ho rifatto la mia piccola Rivoluzione Francese interiore.

 

Carla: Te ne sei liberato grazie alla tua lettura di I. Kant, hai detto, che ha voluto delimitare la legittimità del religioso al campo della fede, mentre la procedura scientifica (e l’educazione potrebbe essere abbordata da questa prospettiva) appartiene alla ragion pura, per impiegare il linguaggio di Kant.

 

Remi: Sì, questo linguaggio cattolico un po’ giansenista, che percepisce il mondo con uno sguardo in qualche modo semplificante (esiste il bene e il male: nostro Signore da un lato e Satana dall’altro) era qualcosa di spaventoso. Tanto più che mio zio Lucien, il canonico, oltre a essere il maestro di cappella della cattedrale di Reims era anche “il grande esorcista della diocesi”. Era a lui che si faceva appello per cacciare i demoni…

 

Carla: Il contesto familiare ti avvicinava a Georges Lapassade…

 

Remi: Poco dopo il ‘68, quando conobbi Lapassade, ricordo di aver passato un po’ di tempo nella biblioteca di mio zio, che contava un gran numero di opere su stregoneria e demonologia, soggetti che appassionavano G. Lapassade da tanto tempo.

 

Carla: Dunque, a fianco della tua pratica di socioanalisi (analisi istituzionale in situazione di intervento) con Georges e gli istituzionalisti, voi avevate fatto degli scambi sulla Chiesa, su Satana, sulla possessione…

 

Remi: Sì non è stato facile fare il legame fra tutte queste cose. Il mio incontro con Georges ha accentuato le mie dissociazioni intellettuali. Credo che mio zio Lucien credesse al demonio. Ne aveva fatto il suo mestiere. Era esorcista. Venerava il curato d’Ars, il santo patrono dei curati della parrocchia che aveva cacciato il demonio della sua parrocchia in più riprese nel corso del 1830… questo curato d’Ars ho imparato a conoscerlo un po’ meglio quando ho studiato storia e antropologia del Valzer. Come fedele lettore di Sant’Agostino (“laddove un uomo e una donna danzano insieme, il diavolo è in mezzo a loro”, diceva l’autore delle Confessioni) il curato d’Ars aveva bandito la danza di coppia nella sua parrocchia. Tutti i danzatori del suo paese andavano quindi a esercitare i loro talenti nei villaggi vicini, in cui il curato era molto più tollerante!

 

Carla: Tuo zio era una rappresentazione idealtipica, un “modello” di esorcista.

 

Remi: Oltre a essere il grande esorcista della diocesi, mio zio era anche il capo confessore della cattedrale. C’era un confessionale a suo nome… tutti questi attributi ecclesiastici ufficiali, facevano sì che beneficiasse nella regione di una considerazione politica notevole, (c’è del resto a Reims una via della città a lui intitolata) tanto più perché, durante la guerra, aveva nascosto dei bambini ebrei e persone della Resistenza. Era però un pedagogista molto autoritario. Ho fatto un’indagine sui suoi vecchi allievi, cantori del coro della Cattedrale, che hanno testimoniato questo aspetto molto duro della sua “pedagogia”. Questo confronto precoce con mio zio mi fece detestare la pratica disciplinare della musica sacra, la pedagogia autoritaria e la pratica dell’esorcismo in ogni sua forma. Questo rapporto violento con “i piccoli” (per usare le parole di Papa Francesco) era nelle consuetudini del tempo. L’istituzione copriva, così come copriva gli abusi dei preti. I notabili di tutte le istituzioni lo trovavano giusto… Era un modo di fare ordine nei ranghi, a destra così come a sinistra.

 

Carla: E Georges Lapassade?

 

Remi: G. Lapassade è nato nel 1924. Aveva dunque ventitré anni più di me… Quando ho cominciato a lavorare con lui nel gennaio 1971, una delle questioni che lo occupava era il tabù dell’omosessualità. Preparava con F. Guattari, R. Schérer e G. Hocquengehm La grande enciclopedia delle omosessualità (libro che fu proibito). L’omosessualità era considerata nella maggior parte delle famiglie cattoliche una mostruosità assoluta… Soprattutto, non bisognava parlarne. Se un bambino provava un’attrazione per qualcun altro del suo sesso, era un tabù. Era isolato. Lo si escludeva in un modo o nell’altro dalla famiglia, ma era anche il caso di quelli oppure quelle che avevano subito una violenza… Georges mi fece attraversare il FHAR (fronte omosessuale d’azione rivoluzionaria). Mi ricordo di aver partecipato a uno stage di autogestione pedagogica al quale parteciparono numerosi militanti omosessuali rivoluzionari, che si concluse ad Avignon durante il festival del 1973 con una grande manifestazione di affermazione dei diritti degli omosessuali.
Nel 1974, nel corso dello stage franco- tedesco di Meux, i militanti del FHAR erano numerosissimi…

 

Carla: I cattolici francesi sono sempre ostili all’ omosessualità… hanno manifestato contro il matrimonio esteso a tutti…

 

Remi: Sì. E credo che, nello spirito di queste famiglie cattoliche, venga fatta una connessione tra il demoniaco e l’omosessualità. È per questo che ci sono stati dei suicidi tra i giovani cattolici che non sono potevano parlare della loro omosessualità. Molti preti sono omosessuali ma questo fa parte del rimosso della Chiesa, del non detto, di tutto ciò che viene proibito pensare.

 

Carla: Tu hai evocato la postura esorcista molto presente nella Chiesa. G. Lapassade e tu stesso, vi siete confrontati con questa questione dell’esorcismo. Ci sono stati altri legami con Satana e l’esorcismo?

 

Remi: Sì, molto forti. Di fatto, da molto tempo si bruciavano le streghe; si accusavano alcune donne di essere possedute dal demonio. L’inquisizione praticava l’esorcismo. Si uccidevano le persone che venivano accusate di fornicare col demonio, anzi, con i demoni, dal momento che Lucifero prende forme multiple. Intorno al 1960, il fatto di danzare la Volta (l’antenata del Valzer) era sufficiente per essere identificata come strega ed essere bruciata in pubblica piazza! La credenza in Satana e nelle sue azioni era ancora molto presente nel tempo della giovinezza di Lapassade. Fu questo a suscitare in lui un particolare desiderio di esplorazione di questo campo dell’antropologia. A partire dal 1965, G. Lapassade ha avviato un’indagine approfondita sulle pratiche di esorcismo nelle differenti regioni del pianeta, ma si è soprattutto appassionato alle pratiche di adorcismo. E fino alla sua morte, avvenuta nel 2008, ha proseguito questa indagine, pubblicando numerosi testi sulla trance, i riti di possessione, gli stati modificati di coscienza, eccetera…

 

Carla: Puoi definire l’adorcismo? Non è una parola d’uso corrente.

 

Remi: Purtroppo direi, perché bisognerebbe interessarsene maggiormente! Di fatto, è la postura che si oppone all’esorcismo. Esistono religioni esorciste e religioni adorciste. Il discrimine è nel modo in cui viene trattato il negativo. L’esorcista vuole cacciare il demone, farlo uscire dal corpo del bambino. Per l’adorcista non si tratta tanto di come far uscire il demone o i demoni, ma di riconciliarsi con lui, con loro. È il caso dei rituali Gnaoua, che sono stati molto studiati da Lapassade e che sono praticati a Essaouira, in Marocco. Io e Lucette siamo stati su questo terreno etnografico nel 1977, con la supervisione di Georges, per osservare questi riti di trance. Alcuni musicisti suonano una musica di trance invocando gli spiriti, uno dopo l’altro. Sono tanti. Il rituale può durare anche tutta la notte. Quando lo spirito della persona da curare è chiamato nel corso della litania cantata, il posseduto si getta a terra in preda alle convulsioni. Una volta che lo spirito invasore è stato identificato, la persona si può riconciliare con il Djin, lo spirito possessore e viverci in buona coabitazione.

 

Carla: Possiamo dire che la pratica psicoanalitica sia una pratica adorcista?

 

Remi: Certo! Effettivamente, nella terapia, l’obiettivo non è cacciare il trauma, ma identificarlo e capire come poter coabitare con lui. In un primo momento l’episodio traumatico mi impedisce di vivere. Grazie alla verbalizzazione, lo identifico e capisco come sopravvivere includendolo, integrandolo. Non si tratta tanto di negarlo, ma di accettarlo come una componente della mia identità.

 

Carla: Suppongo che anche la prospettiva psicosocioanalitica si iscriva in questa dimensione adorcista.

 

Remi: Assolutamente, sì. Si tratta di fare ricerca sulla postura d’ascolto. Lo psicanalista Georg Groddeck proponeva al paziente di “fare della sua malattia un’opera d’arte”. H. Lefebvre diceva: “L’opera dell’uomo, è lui stesso”. Gli episodi traumatici devono essere integrati nel lavoro di costruzione della persona. Non devono essere rifiutati ma territorializzati nello spazio psichico. Si fa loro posto ma non li si autorizza a occupare tutto lo spazio. L’analisi implicazionale è un lavoro per lottare contro la sovra- implicazione. La sovra- implicazione avviene quando un momento della personalità invade tutti gli altri. Fare della religione un assoluto, è un modo di sovraimplicarsi.

 

Carla: Che differenza c’è tra psicanalisi e psicosocioanalisi?

 

Remi: Diciamo che la prospettiva della socioanalisi è l’analisi dell’istituzione, più che l’analisi della persona. L’oggetto della psicosocioanalisi sono le ricadute sulla persona di un’analisi dell’istituzione. Sono cresciuto nel movimento cattolico che accettando troppo spesso la violenza dei preti sui bambini, mi ha impedito di respirare, mi ha impedito di accedere a una libertà di pensiero. Attraverso il suo clero, i suoi militanti, l’istituzione ha abusato di me. Come posso pensare che il trauma provenga dall’istituzione piuttosto che da me? Come posso rielaborare il processo psichico di questo abuso istituzionale? Come poter prendere le distanze rispetto all’influenza dell’ istituito? Quello che dico a proposito della Chiesa si può applicare anche ad altre istituzioni che pretendono di controllare tutto nella vita dei loro membri ( la famiglia, l’azienda, il club sportivo…)

 

Carla : Nella psicanalisi troviamo il dispositivo della terapia. E nella psicosocioanalisi?

 

Remi: Per il momento non abbiamo stabilito un nostro modo di intervenire con un dispositivo- modello. Globalmente, costruiamo una sorta di costellazione intorno alla persona da psicosocioanalizzare, così come nella psicoterapia istituzionale. Questa costellazione può essere più o meno ampia. Per esempio queste interviste che stiamo facendo insieme, mi sembrano un esempio molto bello di psicosocioanalisi. Ho vissuto un trauma che non mi sono mai preso il tempo di analizzare veramente. Dopo un lungo periodo di rimozione, ne ho parlato soltanto nei gruppi implicati con la violenza della Chiesa (all’Università di Parigi 8, all’Università Cattolica di Parigi, un po’ di tempo dopo, con qualche persona della mia famiglia). Oggi il dossier viene fuori perché la Chiesa si mette a dire: “forse dobbiamo smetterla di coprire o, per meglio dire, incoraggiare la violenza nelle nostre istituzioni. In un certo modo in molti paesi la giustizia ci obbliga a farlo. Ci sono sempre più fatti che vengono fuori prima di essere prescritti… se non vogliamo essere espulsi da Francia, Irlanda, Stati Uniti, Cile… bisogna smetterla di coprire i criminali”. Io e te condividiamo questa buona intenzione di Papa Francesco. Che si tiri fuori questo dossier! Lo lavoriamo sotto forma di interviste che proponiamo alla lettura dei nostri amici di Facebook, che intervengono sulle nostre due pagine. Altri ci scrivono delle mail, degli scritti in cui parlano della loro esperienza. L’analisi si trasforma in socioanalisi allargata. Si avanza nell’analisi di cosa era la Chiesa ieri e che cos’è la Chiesa oggi, e questa analisi ci fa assestare le idee anche rispetto a noi stessi. Ci rassicura sul fatto che abbiamo fatto bene a prendere una buona distanza da quel mostro che può essere la Chiesa istituita. Il lavoro che facciamo insieme potrà aiutare coloro che sono meno avanzati nell’auto analisi del loro rapporto a questa istituzione abusante.

 

Carla: Qualcuno dice che ci sono anche molte persone per bene nella Chiesa…

 

Remi: Sì, c’è un certo numero di Santi nella chiesa. Servono da alibi ai predatori sessuali ma anche ad altre forme di predazione. I torturatori dell’Inquisizione non sono mai spariti. La pressione ideologica è considerevole, in certi settori dell’istituzione. Oggi si parla di pedofilia, ma il maltrattamento dell’istituzione sui singoli preti – si pensi all’ imposizione del celibato, che non è scritta nel Vangelo – è un’altra forma di maltrattamento. Queste istituzioni, spesso pensate nel dodicesimo secolo, in un contesto che non è più il nostro e che si vuol far perdurare per servire interessi che non hanno alcun rapporto con la profezia evangelica iniziale, devono essere analizzate e distrutte. Perché perseguitare i divorziati? Perché farne degli scomunicati? Io ho scelto di essere scomunicato per essere dal lato dei più poveri e perché sono sicuro che questa pratica esorcista sia contraria allo spirito del Vangelo.

 

Carla: Parlavi di una necessaria autodissoluzione della Chiesa?

 

Remi: Quando un’istituzione fa il contrario di ciò che annuncia la sua profezia, la sua autodissoluzione diventa la prima urgenza. Alla sua fondazione, la Chiesa si pensava come avanguardia, oggi è diventata retroguardia. Non c’è più forza viva nella Chiesa. Le statistiche pubblicate ieri su “Le Monde”, riguardanti l’Irlanda, parlano da sole. Se il Papa esprime una tale autocritica istituzionale davanti al popolo di Dio, è perché la situazione è estremamente critica, la casa del Padre è in fiamme.

 

Carla: Ti ringrazio molto per questi scambi che mostrano la connessione tra la crisi della Chiesa e lo sviluppo dell’analisi istituzionale. Gli istituzionalisti hanno praticato l’analisi in piccole unità: gruppi, organizzazioni, stabilimenti, a volte quartieri di una città, imprese. In questo momento stiamo facendo una analisi macrosociale. Ne Gli Analizzatori della Chiesa R. Lourau rendeva conto dei micro-interventi socioanalitici fatti da G. Lapassade. Qui, partendo dalla tua esperienza traumatica, dalla tua implicazione personale, giungi a esplorare una società bimillenaria e a concepirne la sua autodissoluzione: è un po’ Davide contro Golia!

 

Remi: Quel che ha mostrato A. de Tocqueville in L’Antico regime e la rivoluzione, è che se un’assemblea di cittadini lo decide, la Monarchia di diritto divino si disintegra. Le azioni sono il prodotto della volontà umana. Collettivamente, abbiamo il diritto di vita e di morte sulle nostre istituzioni. Quando il comunismo è caduto in URSS, dei cattolici ridevano. Non si rendevano conto del fatto che sarebbe toccato anche a loro. Se i cristiani lo decidono, in pochi anni si può autodissolvere la Chiesa. Per il momento è un’idea ma può prendere corpo! Ci sarà un momento in cui un numero sempre più importante di cristiani si interrogherà sul senso di far perdurare questa forma istituzionale. Questo è almeno ciò che penso. Si comincia da un lavoro individuale sul proprio rapporto con l’ istituito. Abbandoniamo sempre più i dispositivi della Chiesa che non ci convengono. Non si va più a messa, non si fanno più offerte, si rifuggono i sacramenti. Ciascun cristiano funziona, a modo suo, nel rifiuto dell’istituzione. Alla fine dei conti, la struttura ecclesiastica si svuota. Quando i preti parlano, si ride. Non si crede più alla doppia morale…

 

Carla: Il modello dell’esorcismo si può percepire nel quotidiano nel mondo attuale. In Italia in particolare in questi giorni, ma in Europa in generale rispetto ai migranti. È chiaro che ci sono due posture: alcuni vogliono impedire loro di entrare in Europa. Altri, adorcisti, sanno che bisogna far loro spazio, che l’umanità non può fuggire da una necessaria redistribuzione di popolazioni conseguente soprattutto al disequilibrio economico tra paesi ricchi e poveri e al cambiamento climatico. Allo stesso tempo, l’arrivo di massa di popolazioni straniere mette in discussione il nostro modo di pensare. Cosa che viene temuta da chi, con atteggiamento “esorcista”, si protegge, nel suo immaginario, in un mondo di purezza delle origini.

 

Remi: Sì. Questa questione della tensione tra esorcismo e adorcismo attraversa l’attualità. E si tratta di una separazione, di un divario radicale. La difficoltà degli adorcisti è che la maggior parte delle volte rifiutano la violenza. Gli esorcisti invece combattono il lassismo e qualunque espressione di tolleranza. Si può osservare che gli adorcisti accettano volentieri l’interculturale, perché ne percepiscono una ricchezza intrinseca, una risorsa per l’umanità. Gli esorcisti percepiscono la globalizzazione effettiva del mondo e l’interculturale come una messa in pericolo delle identità, forse già scomparse…

Sainte Gemme, 26 Agosto 2018

Famiglia e Chiesa

 

Carla: Nel quadro del dialogo con i nostri lettori di queste riflessioni sulla Chiesa, che stiamo sviluppando da qualche giorno in connessione con l’attualità criminosa della Chiesa riconosciuta da Papa Francesco, Philippe Lenice ci invita a leggere un articolo pubblicato da Le Monde. Nel corso di un’intervista rilasciata ieri a due giornalisti, sull’aereo che lo portava dall’Irlanda verso il Vaticano, Francesco valuta la possibilità di inviare dallo psichiatra i bambini che potrebbero manifestare delle tendenze omosessuali. Si ha l’impressione che si tratti di un pensiero rovesciato. Fa un passo avanti per riconoscere che la pedofilia è stata protetta all’interno della Chiesa per tanti anni e, appena due giorni dopo, fa tre passi indietro: si conferma intollerante rispetto agli omosessuali, al punto da percepire l’inclinazione come una patologia afferente alla psichiatria! Questo non ti fa venire voglia di continuare il nostro discorso?

 

Remi: Sfortunatamente, sì! Ma innanzitutto, Carla, ci tengo a ringraziarti per la qualità delle questioni implicate che mi poni da una settimana a questa parte. Era da molto tempo che non meditavo su questa eredità di dolori, di sofferenze e di prove che la Chiesa Cattolica trasmette, di decade in decade, di generazione in generazione, a me, alla mia famiglia è più in generale al popolo di Dio, per riprendere le parole di Papa Francesco…

Otto giorni fa, il Papa invitava il popolo di Dio ad aiutarlo a lottare contro i crimini della Chiesa e oggi prende l’iniziativa di affermare la sua omofobia, che secondo me è una forma di razzismo, una forma di incapacità di accettare l’altro in ciò che è veramente…

 

Carla: Per riprendere i nostri scambi su esorcismo e adorcismo, proprio quando il Papa sembrava voler adottare una postura adorcista sulla pedofilia, eccolo ricadere, in materia di omosessualità, in piena attitudine esorcista, tipica della chiesa dell’Inquisizione.

 

Remi: Sì. Prendo atto del fatto che mi sono sbagliato sulle sue intenzioni. Avrei dovuto diffidarne. È un Gesuita. Come vecchio allievo dei Gesuiti, avrei dovuto ricordare la dialettica, la retorica gesuita! Dunque, il Papa sta continuando la guerra lunga venti secoli contro l’umanizzazione dell’uomo. Umanizzarsi significa diventare individui che si esprimono in tutte le proprie dimensioni e potremmo dire che la realizzazione della dimensione sessuale è una delle più grandi gioie che l’uomo può dare a se stesso e agli altri! Se mi attirano gli uomini, perché considerarmi come un pervertito? Non comprendo la postura esorcista di Francesco riguardante l’omosessualità. Perché la Chiesa vuole condannare questa forma di sessualità? Rispetto a cosa potrebbe essere una malattia? Non lo comprendo. Hitler faceva la stessa analisi. Aveva previsto i campi di sterminio per questa popolazione, accanto alle camere a gas per gli Ebrei. Il papa certo si limita a proporre ai genitori di portare a psichiatrizzare i bambini, è certo meno grave che volerli eliminare. Ma si ricade in quella deriva della Chiesa che vuole fabbricare la devianza laddove dove non esiste.

Vuole colpevolizzare i genitori di aver prodotto degli “anormali”. Per lei non c’è che una sola normalità. Nostra Madre Chiesa è per l’omogeneizzazione. Bisogna che siamo tutti identici…

 

Carla: Tu parli della colpevolizzazione dei genitori, ma nell’indicazione data dal Papa c’è anche una sorta di interesse a etichettare il bambino omosessuale. In un’intervista precedente, tu parlavi dell’impegno rivoluzionario di Georges Lapassade nel 1973, nella lotta per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali, lotta alla quale, grazie a lui, tu stesso prendesti parte. Il modo indicato da Francesco ai genitori per intervenire contro questa identità del bambino, ha spesso effetti catastrofici. Si può ipotizzare che molti suicidi di adolescenti possano originarsi da questa posizione del Papa.

 

Remi: Sono assolutamente d’accordo. Qualche tempo fa, con Georges, ci siamo posti la questione di sapere se il suicidio di un adolescente a noi vicino non derivasse da un rifiuto della sua famiglia di riconoscerne l’omosessualità. Nel corso dei suoi funerali gli si era costruito un alibi eterosessuale, ma in molti si erano posti la questione di questo divieto religioso dell’omosessualità all’interno della sua famiglia… In un capitolo precedente ho d’altronde fatto la connessione tra la pratica tollerata della pedofilia e, allo stesso tempo, il divieto ufficiale dell’omosessualità. È questa mancanza di congruenza, questo genere di educazione costruita intorno al segreto e alla menzogna, del dissimulato e del proibito messi massivamente in pratica, a produrre i suicidi degli adolescenti. Infatti, l’adolescente crede al valore delle parole. Se gli si dice che la sua identità di omosessuale è una malattia grave, lui lo crede. Ha voglia di amare qualcuno del suo genere e gli si dice che è un pervertito, che è un malato… Il discorso contorto della Chiesa, contorce il Cristiano, lo rende folle. Tra questi giovani, deformati dal discorso criminale della Chiesa, solo gli spiriti forti, forse contorsionisti a modo loro, particolarmente brillanti, che beneficiano dell’incontro con persone equilibrate, possono venirne fuori…

 

Carla: È stato il tuo caso, vero?

 

Remi: È certo che i miei incontri con Henri Lefebvre sulla filosofia e il mio rapporto con le donne, con Georges Lapassade sul tema dell’omosessualità, dell’ interculturalità e dell’adorcismo e infine con René Lourau, che mi ha insegnato a desacralizzare il rapporto con le istituzioni, furono un’occasione unica e rara. R. Lourau diceva che quando un’istituzione ti rifiuta è perché in quel momento giudica essa stessa incapace di poter accettare al suo interno qualcuno della tua qualità; quando una commissione d’esame ti boccia, è perché quella commissione è incompetente nel riconoscere ciò che sei… A partire da una teoria di questo tipo, puoi comprendere quanto io mi sia trasformato abbastanza in fretta da bambino con molte difficoltà nel profitto scolastico ad adolescente orgoglioso, brillante all’università.

 

Carla: Orgoglioso?

 

Remi: Sì. La Chiesa sminuisce continuamente il cristiano, lo umilia, esige penitenza e mortificazione. Ora, l’uomo, se è figlio di Dio, deve essere fiero del suo statuto divino. Anche se accetta la profezia Nietzchiana della morte di dio, deve sollevare la testa e avere l’orgoglio di essere Dio. Dopo che ho veramente preso coscienza del mio statuto di Figlio di Dio, sono diventato molto creativo, soprattutto in materia di peccati. Dal momento che il potere del Dio dei Cristiani è di perdonare, soprattutto non bisogna tenerlo disoccupato. Bisogna dargli ogni giorno un’occasione per perdonare. La mia arte di essere Cristiano è di commettere un peccato mortale al giorno. E mai lo stesso! Questo mi rende creativo, inventivo.

 

Carla: Sei blasfemo! Ma allo stesso tempo, è forse proprio a partire da questo atteggiamento che hai costruito la tua identità di ricercatore?

 

Remi: Mi sono costruito questo modo di creare delle idee nuove, di avere questo orgoglio. Non è forse questo, il più grande dei peccati?

 

Carla: Sì! No! Seriamente, vorrei tornare al fatto che la famiglia cristiana, incoraggiata dalla Chiesa, determina, organizza una nevrosi particolare per i bambini omosessuali ma forse anche per gli altri…

 

Remi: Ottimo tema! Penso che tu abbia effettivamente ragione ad estendere la nostra riflessione. Il modo di porre la questione dell’omosessualità nella famiglia cristiana potrebbe essere un modo per spingere gli adolescenti al suicidio. Più in generale, l’educazione sessuale cattolica, praticata dai preti che sono noti per non avere una sessualità, è un disastro completo. Ti viene detto: “Amatevi gli uni con gli altri!” e ti si impedisce praticamente la sessualità fino al matrimonio, Sacramento che è volto ad alienare l’uomo e la donna all’interno del discorso totalmente arcaico dell’istituzione. Quest’arte di passare a fianco al reale, genera una confusione senza pari negli adolescenti, che avrebbero bisogno di modelli concreti. Allo stesso tempo, mentre il Papa ci offre la materia, in questi giorni, per rivedere lo stato mostruoso del cattolicesimo, non bisogna dimenticare la notazione più generale di D’Holbach nel 1762, laddove rilevava che tutte le religioni dicono che solo il loro è il vero Dio e che tutte le altre adorano degli idoli. Questo mostra la dimensione esorcista del concetto di religione. Una religione si istituisce nel rifiuto delle altre! La nozione di vero Dio è una assurdità da un punto di vista antropologico, da un punto di vista di un atteggiamento interculturale. Pensare che io ho ragione e che tutti gli altri hanno torto, non è un buon ingresso nella prospettiva mondiale!

 

Carla: Siamo d’accordo. Il cattolicesimo non è la sola religione a produrre questa alienazione religiosa.

 

Remi: Sfortunatamente, no! Nevrosi e psicosi hanno, per la maggior parte delle volte, un’ origine religiosa. Molti membri della mia famiglia sono colpiti da una psicosi religiosa. Ho dunque potuto osservare nel corso della mia vita dei casi clinici interessanti. Per approfondire la questione dell’alienazione religiosa che hai introdotto, penso che dobbiamo rileggere La questione ebraica di Karl Marx, ma anche l’opera di Sigmund Freud, nella globalità, che propone un’analisi delle censure e dei tabù prodotti da ciascuna religione.

La religione produce una alienazione specifica che si realizza particolarmente bene nel cattolicesimo, ma che tocca la maggior parte delle religioni e prospera particolarmente nelle tendenze esorciste di ogni religione…

 

Carla: Per i musulmani penso al salafismo, ma una tendenza esorcista esiste anche nel giudaismo e nella maggior parte delle religioni monoteiste. Questa tendenza esiste anche in altri credo? Non si dovrebbe in effetti tracciarne una cartografia?

 

Remi: Dal 1762, D’Holbach mostra bene che la religione, erigendosi come assoluto, spinge i gruppi di adepti alla guerra, gli individui all’omicidio. Sentiamo parlare tutti i giorni, sulla stampa, di terroristi che uccidono rivendicandosi fedeli a un Dio o a un altro. E ci sono anche dei pazzi che uccidono la propria madre o la propria sorella in nome di dio! È sufficiente aprire il giornale. Questa settimana, i giornalisti si chiedevano se quel criminale assassino di sua madre fosse un matto o un terrorista. Dibattiti ripresi sui canali di informazione… Ciò che è sicuro, è che si proclamava figlio di un dio vendicatore. Io qui propongo una d minuscola perché questo Dio di cui parlano non merita veramente alcuna maiuscola.

 

Carla: Saltiamo di palo in frasca. Ti dà fastidio?

 

Remi: No, assolutamente. Abbiamo un modo di pensare transduttivo. Non cerchiamo di inserirci all’interno di una dimostrazione scientifica. Non siamo alienati dal pensiero ipotetico- deduttivo. Come nei sogni, procediamo per associazioni. Il nostro scambio è onirico. Il bambino ha spesso un pensiero transduttivo. J. Piaget sosteneva che bisognasse aiutarlo a rinunciare al pensiero transduttivo e farlo entrare in quello ipotetico- deduttivo. Secondo lui il bambino doveva rompere col pensiero associativo, con la transduzione. Io penso che questa sia una deriva esorcista in Piaget. Secondo me, la transduzione è una risorsa che si iscrive in un universo, in un sistema di referenze, una Weltanschauung adorcista.

 

Carla: Torniamo su uno degli oggetti di ricerca di G. Lapassade: la dissociazione come risorsa.

 

Remi: Ma sì! C’è un legame tra la transduzione e la dissociazione, tra la dissociazione e la teoria dei momenti. Oggi, tentiamo di pensare l’educazione familiare, influenzata da ciò che la religione ci ha presentato come i suoi valori e che ci preoccupiamo di dover considerare più severamente come fonti delle patologie mentali. Per esempio, la religione ha sempre in bocca il termine verità. Parla di verità rivelata, eccetera. E abbiamo visto che erano probabilmente presenti, sin dalle sue origini, il crimine, la dissimulazione del crimine, la menzogna, la falsificazione dei suoi cosiddetti valori. Il mondo della Chiesa è dunque un ottimo caso di Istituzione dissociata. I suoi momenti sono multipli. La Chiesa è allo stesso tempo il Vero e il Falso, il Bello e il Brutto, il Buono e il Cattivo… Si dice povera, ma le quarantamila chiese di Francia che potrebbero ospitare milioni di migranti, restano chiuse giorno e notte. A parte rare eccezioni, il popolo di Dio le ha disertate.

 

Carla: Tra qualche tempo, quando i cristiani avranno proclamato l’autodissoluzione della Chiesa, parrocchia dopo parrocchia, questi edifici non potrebbero essere riciclati ad esempio per l’accoglienza dei migranti, come i centri sociali in Italia che nascono da una trasformazione di luoghi abbandonati?

 

Remi: Certamente! Questo rilancerà l’economia! Sarebbe un modo per riutilizzare gli edifici! Bisognerà rilanciare l’architettura, concepire degli ammezzati un po’ ovunque in queste cattedrali, basiliche, chiese e villaggi oggi abbandonati. Non sarà più il diritto alla casa, o il diritto alla città, come direbbe Henri Lefebvre, ma il diritto alla chiesa a essere reclamato dai poveri, dai senza casa del mondo intero!

 

Carla: Ti sento molto ispirato!

 

Remi: Dallo Spirito Santo, di sicuro!

 

Carla: Sì!

 

Remi: Da molto tempo osservo da un lato la violenza nelle periferie, la mancanza di spazi di vita per i giovani e allo stesso tempo la desertificazione delle campagne. Penso che si dovrebbero dare le case abbandonate, le chiese, ai ragazzi delle periferie e ai migranti che accetterebbero insieme di rinnovarle, con la tutela di operai in pensione che avessero piacere di trasmettere le loro competenze! Potrebbero creare delle comunità, vivrebbero in comunità. Avrebbero degli iniziatori che li potrebbero introdurre a saper fare differenti mestieri che spariscono. Ma insegnerebbero anche un saper essere. Si insegnerebbe loro a decostruire la propria alienazione religiosa, a danzare, a fare l’amore, a concepire il possibile, a credere in se stessi, a gioire della differenza, a praticare la curiosità interculturale!

 

Carla: Si rinnoverebbe con la profezia di un Gioacchino da Fiore, giunta fino a noi con la mediazione del movimento del Libero Spirito, del romanticismo, del socialismo utopistico, del surrealismo, dell’analisi istituzionale e dell’autogestione pedagogica.

 

Remi: Fra l’altro!

 

Carla: Proponendoti oggi di riprendere la nostra meditazione, non pensavo che ci avrebbe condotto così lontano! È la nuova provocazione del Papa che ci invita a rilanciare il nostro dialogo. Ascoltandoti, mi sembra che questo programma sia a portata di mano, limpido, semplice e realizzabile…

 

Remi: Vuoi dire Evangelico! Questo cantiere sarebbe un programma per l’Europa, ma anche per il mondo. Un nuovo universale! Dopo quello della Chiesa, metteremo in programma l’autodissoluzione del capitalismo stesso!

 

Saint- Gemme, 27 Agosto 2018

 

 

Carla Gueli È dottore di ricerca in pedagogia e didattica interculturale. Si occupa di scuola da quasi venti anni, come insegnante e attualmente tutor organizzatore di tirocini didattici presso l’Università di Roma Tre. Nel corso della ricerca di dottorato su Georges Lapassade ha incontrato il mondo dell’istituzionalismo francese e italiano, partecipando al primo cantiere di socioanalisi narrativa organizzato da Sensibili alle foglie a Roma nel 2008 e al cantiere che ha condotto nel 2013 alla pubblicazione del testo Medici senza camice, pazienti senza pigiama. Socioanalisi narrativa dell’istituzione medica, di cui è coautrice insieme a Nicola Valentino, Giuseppe Abbracciavento, Cristiano Alicino, Elisa Cennamo, Viviana Forte, Silvia Minguzzi, Alessandro Rinaldi, Dina Rossi, Cristina Tumiati, Susanna Zecca. Ha pubblicato recentemente Educazione e pedagogia autogestionaria. Una ricerca su Georges Lapassade (Sensibili alle Foglie, 2018)

 

Remi Hess Sociologo, filosofo, allievo di H. Lefebvre, R. Lourau et G. Lapassade, Remi Hess insegna dal 1969. Ha pubblicato nel 1970 il suo primo articolo sull’analisi istituzionale, e da allora ha contribuito a svilupparne la teoria. Ha insegnato al liceo fino al 1983, poi all’università di Vincennes (denominata, dal 1994, Vincennes-Saint Denis Paris VIII). Ha pubblicato più di sessanta libri e i suoi lavori sono stati tradotti in dodici lingue. Ha creato e curato diverse collezioni editoriali, nelle quali ha pubblicato più di trecento autori. Dal 1974 cura la questione dell’interculturale con l’ufficio delle relazioni interculturali franco-tedesco. Sempre da quegli anni, esplora il tema della scrittura biografica.
Tra le sue principali pubblicazioni:
La pratique du journal, L’enquête au quotidien (Téraèdre 2010); Henri Lefebvre et la pensée du possible. Théorie des moments et construction de la personne (Anthropos 2009); Produire son oeuvre. Le moment de la thèse (Téraèdre 2003); con M. Authier, L’analyse institutionnelle (L’éducateur, PUF Paris 1994); Le tango (Que sais-je, PUF, 1996); La valse, la révolution du couple en Europe (Métailié 1989); Henri Lefebvre et l’aventure du siècle (Métailié 1988); La sociologie d’intervention (PUF 1981), Centre et périphérie (Privat 1978).
In italiano, sull’antropologia della danza: Il Valzer (Einaudi, 1993); Tango (Besa, 2000). Sull’Analisi istituzionale: con G. Weigand, Corso di Analisi Istituzionale (Sensibili alle Foglie, 2008), con Vito d’Armento, G. Lapassade, P. Ville et G. Weigand, Analisi istituzionale, temi, problemi, prospettive (Pensa, 2008), con Antoine Savoye L’analisi istituzionale (Pensa, 2011); Pensare l’istituzione con G. Lapassade (Sensibili alle Foglie, 2015); Psicosocianalisi di un nodo di interità. Sulle tracce di Georges Lapassade e Pietro Fumarola (Sensibili alle Foglie, 2018). Sull’Educazione: La pratica del diario (Besa, 2002); Prodursi nella Scrittura, Il momento della tesi (Besa, 2004); Il liceo Giorno per Giorno, etnografia di un’istituzione educativa (Pensa, 2011); Per una teoria dei momenti in Remi Hess, Proposta antologica di testi hessiani (Pensa, 2011); Louise. L’arte di diventare nonno (Sainte Gemme, PUSG, 2013).