Pratiche di costruzione condivisa del sapere
nel Centro Freire di Padova
Un esercizio autoetnografico

del Centro di Documentazione Paulo Freire di Padova[1]

 

Introduzione

Questo articolo è stato elaborato collettivamente in occasione della partecipazione del Centro di Documentazione Paulo Freire di Padova al convegno internazionale “Connessioni decoloniali. Pratiche che ricreano convivenza”, che si è tenuto all’Università di Verona (Italia), nel maggio 2016. Il testo è frutto di un processo di costruzione condivisa del sapere, basato su un esercizio autoetnografico, che si è compiuto nel corso di cinque mesi.

Nella prima parte, ripercorreremo il percorso politico-formativo del Centro Freire di Padova ed espliciteremo la metodologia che ci ha guidati nell’elaborazione dell’articolo. In seguito, entreremo nel merito di alcune parole centrali nella prospettiva dell’educazione popolare freiriana – domanda, conflitto, coscientizzazione, prassi – allo scopo di offrire una lettura critica della nostra esperienza autoformativa all’interno del Centro.

Contestualizzazione: orizzonti di senso del Centro Freire di Padova 

Il Centro di Documentazione Paulo Freire è nato nel 2005 nella città di Padova (Italia), come spazio di raccolta di materiale cartaceo e audiovideo sui temi della mondialità e dell’intercultura, messo a disposizione degli studenti universitari e dei cittadini. La spinta alla creazione del Centro è venuta da alcuni padri e fratelli missionari, che avendo vissuto in Brasile, avevano imparato e sperimentato sul campo, insieme alle comunità locali, l’approccio politico-pedagogico di Freire. Il pensiero di Freire era radicato nelle loro pratiche e nei loro vissuti e desideravano promuoverlo anche nella realtà italiana. Nel tempo, il Centro è andato reinventandosi, grazie soprattutto all’impegno di tanti volontarie e volontari, che hanno interrogato l’eredità freiriana, tentando di renderla operante nel contesto attuale (Muraca, Centro di Documentazione Freire 2013).

Oggi il Centro è una piccola biblioteca ma soprattutto è uno spazio di autoformazione tra educatori, insegnanti e cittadini, interessati alla lettura del mondo (Freire 1987). Una volta al mese ci incontriamo, con il desiderio di leggere le nostre pratiche politiche ed educative, attraverso il pensiero di Paulo Freire e l’analisi dialogica delle sue opere. Anche la metodologia di conduzione dei nostri incontri è ispirata all’educazione popolare: siamo impegnati/e, infatti, in una costruzione condivisa di saperi, in uno scambio reciproco di domande, che ha la funzione di aiutarci a riflettere sui “conflitti” e le “contraddizioni” con cui ci confrontiamo quotidianamente.

Metodologia di una riflessione e di una scrittura collettiva 

Secondo Mortari (2003), il sapere dell’educazione è un sapere prassico che trova il suo senso nel riuscire a fornire indicazioni per orientare al meglio la pratica formativa. Per questa ragione è fondamentale, per chi lavora in questo campo, predisporre strumenti e spazi di riflessione sull’esperienza. Come abbiamo anticipato, il Centro di Documentazione Paulo Freire di Padova si configura come un gruppo di riflessione, un contesto di autoformazione che, grazie ad un clima di ascolto reciproco, scevro da giudizio e, grazie alla disposizione individuale a modificare i propri punti di vista, rende possibile non solo una rilettura critica delle azioni educative, ma anche una ricerca condivisa di alternative più efficaci (ibidem).

In questo quadro, l’elaborazione di un intervento per il convegno internazionale “Connessioni decoloniali. Pratiche che ricreano convivenza” ha aperto la possibilità di una riflessione meta-cognitiva, una forma di archeologia cognitiva, radicalmente interrogante, che ci ha permesso di portare alla luce le idee, le teorie, le convinzioni, che tacitamente guidano la nostra azione autoformativa all’interno del Centro (ibidem).

La scelta dell’approccio autoetnografico è legata alla sua efficacia nell’esplorare la costruzione intersoggettiva delle pratiche formative (Schiedi 2016). Infatti, diversamente da “altre forme di narrazione personale, quali l’autobiografia e l’etnografia, essa non limita il contenuto del suo racconto all’esperienza di vita del narratore, ma amplia il suo orizzonte narrativo ad una dimensione sociale, professionale, organizzativa del sé” (ibidem). In questo senso, l’autoetnografia permette di leggere le pratiche formative quotidiane, situandole nelle circostanze contestuali, materiali, storiche e geopolitiche[2].

In particolare, una commissione composta da sei partecipanti del Centro Freire si è coinvolta in un esercizio condiviso di autoetnografia (Esteban, 2004), realizzato attraverso l’alternanza tra alcuni momenti di riflessione e scrittura personale e quattro focus group. Questa pratica di ricerca ha avuto luogo nel corso di cinque mesi, durante i quali la commissione si è impegnata a confrontarsi costantemente anche con tutti gli altri componenti del Centro rispetto al processo di riflessione e al suo esito.

La pedagogia della domanda nella pratica autoformativa del Centro Freire 

Il desiderio che costituisce il fulcro del Centro di Documentazione Paulo Freire vede nell’interrogazione – e nella domanda che di essa è il momento – il suo cardine. Tale domanda determina il nostro stare insieme e la nostra ricerca comune, che sorge dalla messa in questione della pratica dell’insegnamento, della formazione e della trasmissione dei saperi, e del significato etico e politico di tutto ciò.

I nostri comportamenti, l’orientarsi nel mondo, l’agire nelle sue forme più immediate e banali in genere sono guidati da una comprensione preliminare, che non tematizza direttamente le cose con cui ha a che fare. Se devo piantare un chiodo in una parete per appendere un quadro, non ho bisogno di rendere esplicito il peso del martello attraverso una misurazione precisa (Heidegger 2005); se devo saggiare il tempo per andare fuori casa apro la finestra, non il frigorifero. Tutte queste azioni si svolgono sotto la guida della stessa comprensione immediata, non direttamente tematizzata, con cui percepiamo l’interno dei nostri vestiti e delle nostre scarpe (Dahlstrom 2015). Tale comprensione ha pertanto la struttura del presupposto, di ciò che viene letteralmente posto prima, in modo implicito, rispetto alla nostra interpretazione della realtà.

La comprensione immediata della realtà ha, beninteso, la sua ragion d’essere: nessuno nega che il sapere immediato che ci consente di distinguere la finestra dal frigorifero abbia la sua efficacia pratica! Tale sapere assume la struttura di una protezione: proiettare sulla realtà determinate regolarità interpretative serve a neutralizzare l’incertezza che il futuro fa pendere sulla nostra vita. La neutralizzazione, tuttavia, assume la forma di una vera e propria sclerotizzazione, un irrigidimento che blocca la prassi: i vestiti diventano delle camicie di forza, dei vincoli.

Allo stesso modo, nella vita quotidiana, come educatori ed educatrici corriamo il rischio di essere totalmente assorbiti ed incalzati dalla dimensione del fare, dando per scontati l’azione e ciò che la orienta. Capita spesso che, quando avvertiamo qualcosa che non ci piace, che ci disturba, tendiamo a mettere a tacere questa inquietudine. Si infiltra una sorta di risposta automatica che ci fa dire: “le cose vanno così, cosa possiamo farci?” o altre risposte di questo repertorio che è la morte della domanda.

Al Centro Freire, al contrario, cerchiamo di mettere a fuoco la complessa radice sociale del nostro malessere, di sostare nel disagio, nella consapevolezza che è nel conflitto con la realtà che si genera la tensione al cambiamento (Gadotti, Freire, Guimarães 1995), che è possibile nominare anche i desideri e gli orizzonti di trasformazione. In questo processo, che è un processo di coscientizzazione (Freire 2002), cerchiamo di decostruire letture monodimensionali che ci vengono proposte socialmente; di aprire e riformulare le domande più che di dare delle risposte: le “risposte”, infatti, non devono distruggere la domanda ma servono a rapportarsi ad essa in altri modi.

In questo quadro si comprende il valore politico-educativo della domanda, in quanto elemento che rende di nuovo fluida la realtà e si espone alla novità che essa porta con sé. La domanda, infatti, interrompe l’accettazione acritica della realtà e l’interpretazione vigente di essa, che la presuppone come uno stato naturale, deciso una volta per tutte e immodificabile (Freire 2002). Nelle parole di Freire: “questa è la ragione per cui la concezione problematizzante dell’educazione non può servire all’oppressore. Nessun ordine costituito come oppressore tollererebbe che tutti gli oppressi passassero a chiedersi: ‘perché?’” (ivi, p. 76).

Mettere in questione la realtà, tuttavia, significa mettere in questione contemporaneamente se stessi, nella misura in cui la realtà, in ogni interpretazione che si dia di essa, viene determinata dalle forme e dai progetti che gli uomini e le donne proiettano su di essa. Non esiste in un primo momento un domandare vacuo e autoreferenziale che si chieda: “Chi sono? Donde vengo? Dove vado?” e pretenda in un secondo momento, dopo aver trovato la risposta a questi quesiti, di mettere in discussione la realtà. Al contrario: è la domanda sulla realtà – una realtà concepita come struttura relazionale nella quale sono coinvolti i soggetti che domandano su di essa – ad essere al tempo stesso domanda su di noi. Domandare significa dunque fare un passo indietro rispetto al proprio essere assorbiti nelle cose, mettendo in discussione la propria concezione del mondo e, attraverso di essa, se stessi. Domandare mettendo in discussione l’interpretazione vigente della realtà significa pertanto mettere a nudo se stessi, spogliarsi degli schemi interpretativi dati per scontati.

Dunque al Centro Freire, guardiamo insieme la realtà che viviamo, portiamo le nostre domande e ci lasciamo provocare dalle domande degli altri. Una domanda che non ci porremmo individualmente, infatti, nasce nel confronto con gli altri ma, al contempo, esige una presa di posizione personale: “io cosa penso rispetto a questo?”.

In questo essere presenti a noi stessi, agli altri e alla realtà che ci circonda, impediamo che ci sia semplicemente uno scorrere della vita che ci lascia inconsapevoli, dentro ad un flusso opaco. Attraverso la riflessione e il confronto ci responsabilizziamo, diventiamo presenze attive, ci chiediamo come essere di più (Freire 2002).

Limiti e risorse: la dinamica di azione-riflessione nella pratica del Centro Freire 

La risorsa fondamentale del Centro Freire risiede nel suo essere un percorso comunitario. Uno dei grandi rischi dei nostri tempi, infatti, è quello dell’isolamento – ne era ben consapevole anche Freire (1987), che sosteneva che gli uomini e le donne si liberano nella comunione. Di fronte alla realtà e alle sue sfide ci sentiamo spesso soli. L’isolamento spegne la coscienza critica e la speranza di cambiamento; a seconda delle fasi della propria vita, può implicare un venire meno dell’impegno. Da soli, il presente ci sembra opprimente, il futuro inesorabile; immersi in una realtà oppressiva, ci sentiamo impotenti, incapaci di incidere sulla realtà (Freire 2003). In questo senso, il percorso comunitario del Centro Freire apre anzitutto alla possibilità di leggere la realtà insieme. Ogni persona che lo frequenta, infatti, sa di poter ascoltare ed essere ascoltata.

Il conflitto che sentiamo con più forza, invece, è relativo al rapporto tra azione e riflessione, tra ciò che diciamo al Centro Freire e le nostre possibilità di azione in altri contesti. Per Freire, infatti, la teoria e la pratica sono sempre unite indissolubilmente. “La pratica senza teoria è attivismo; e la teoria senza pratica è bla-bla-bla, vuota chiacchiera” (Freire 2002; p. 7). “La presa di coscienza non è il punto di partenza della lotta. La presa di coscienza è più un prodotto della lotta. Io non prendo coscienza per lottare, lottando prendo coscienza” (Gadotti, Freire, Guimarães 1995, p. 73). Il concetto di prassi esprime il nesso tra azione e riflessione e identifical’azione degli uomini e delle donne sul mondo per trasformarlo (Freire 2002).

In questo senso, al Centro Freire ci capita spesso di chiederci: “cosa facciamo come gruppo per cambiare la realtà? Più che un circolo di cultura (ibidem), non rischiamo di diventare un circolo culturale, un gruppo di persone che si riuniscono una volta al mese per disquisire su dimensioni di problematicità?”.

Eppure assieme a questa tensione, sentiamo chiaramente che il nostro ritrovarci è prezioso. Non ci incontriamo semplicemente per scambiarci opinioni. L’incontro apre uno spazio di confronto, ed è nel confronto – tra noi, con i testi di Freire o di altri educatori ed educatrici popolari, con persone impegnate nel cambiamento – che alimentiamo la spinta all’azione. Ci ritroviamo per ritornare alle nostre realtà, al nostro impegno quotidiano con una consapevolezza diversa.

In termini più generali, la questione non è come applicare Freire: l’educazione non ha a che fare con la messa in pratica di una strategia o con la soluzione di una situazione problematica – anche se a volte è quello che vorremmo. Il valore del percorso che stiamo facendo va in un’altra direzione: nella tensione sempre viva, che va sempre avanti a ricercare, insieme ad altri, come trasformare la conoscenza che viene costruita al Centro Freire in un saper agire altrove, nella consapevolezza che questa è una tensione che non si esaurisce mai.

In questo senso, l’impegno al Centro Freire ci provoca rispetto agli altri contesti che attraversiamo e nei quali siamo implicati ogni giorno: per esempio, ci rende sensibili a come proponiamo una lezione a scuola o a come tra colleghi si prende una decisione, o ancora a come lo si fa in un gruppo politico. Questo ci permette di vedere oltre i modelli autoritari, individualisti, gerarchici così cari alla tradizione occidentale e di affermare la validità del modello circolare per la costruzione della conoscenza – un modello in cui i contenuti vengono decisi insieme, negoziati o proposti da ciascuno/a, senza che esistano cattedre o pulpiti. Il circolo confligge molto spesso con altre modalità della scuola, della politica, dell’impegno sociale, della pratica religiosa, in cui ci sentiamo attivi: per questo, ci sentiamo costantemente messi in discussione dalle dinamiche di autoformazione che sperimentiamo e condividiamo nel Centro Freire.

D’altra parte, non si tratta solamente di interrogare la nostra pratica quotidiana alla luce della prospettiva freiriana; piuttosto, i contesti in cui agiamo contribuiscono ad illuminare la pedagogia di Paulo Freire e incoraggiano delle reinvenzioni. Negli anni di attività del Centro, infatti, le nostre comprensioni della pedagogia popolare si sono costantemente riformulate, grazie ad un vivo scambio interno ma anche grazie all’ascolto di altre esperienze educative e autoeducative, situate in Italia, in Brasile o in altre geografie. Questa attenzione ci permette di non essenzializzare l’approccio freiriano, di alimentarne il carattere di un sapere vivo e aperto alle configurazioni del reale; soprattutto ci stimola a sentirci coinvolti in una ricerca comunitaria mai conclusa.

Riferimenti bibliografici

Dahlstrom D. (2015), Interpreting Heidegger: Critical Essays, Cambridge University Press, Cambridge.

Esteban M. L. (2004), Antropología del cuerpo. Género, itirerarios corporales, identidade y cambio, Bellaterra, Barcelona.

Heidegger M. (2005), Essere e tempo, tr. it., Longanesi, Milano.

Freire P. (2003), A pedagogia da esperança: um reencontro com a pedagogia do oprimido, Paz e Terra, Rio de Janeiro.

Freire P. (1987), Pedagogia do oprimido, Paz e Terra, Rio de Janeiro.

Gadotti M., Freire P., Guimarães S. (1995), Pedagogia: diálogo e conflito, Cortez, São Paulo.

Mortari L. (2003), Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione, Carocci, Roma.

Muraca M., Centro di Documentazione Paulo Freire di Padova (2013),  Un sogno in cammino. L’esperienza del Centro di Documentazione Paulo Freire di Padova, in “Pedagogica”, url: https://tinyurl.com/ycprsnj5

Schiedi A. (2016), L’autoetnografia, un dispositivo per l’auto-formazione degli insegnanti all’inclusività, in “Metis”, anno VI, numero 1. Url: https://tinyurl.com/ydfksope

Note

[1] L’elaborazione dell’articolo si deve in particolare a Giulia Anaclerio, Giovanni Lago, Fabrizio Luciano, Francesca Mazzer, Mariateresa Muraca

[2] Connessioni decoloniali, url: http://connessionidecoloniali.tumblr.com/