La scelta della nonviolenza

di Paolo Vitali


 

Il compito è sperimentare la nonviolenza. A cominciare da ciascuno di noi in prima persona. Educare alla nonviolenza vuol dire quindi, come primo punto, prendere la nonviolenza come un valore, nella sua concezione positiva. Amore per la vita, per tutte le forme di vita: questa è una definizione di ‘nonviolenza’ che troviamo anche in Gandhi, in moltissimi cercatori e testimoni della nonviolenza stessa”.

Questo ha scritto Fulvio nella dispensa per gli studenti del corso di pedagogia sociale (Corso di laurea in scienze dell’educazione, Università di Bergamo) nel 2003. Il titolo della dispensa era La nonviolenza si impara. Il conflitto come occasione e luogo di disnascita.

All’inizio di questo tratto di strada che l’ha visto impegnato in Università, è quasi un documento programmatico. Una sintesi  di quanto scoperto e vissuto nel movimento nonviolento, nella Loc, nel Centro EIRENE. E un punto di ripartenza, dentro l’accademia. Nessuno può dirsi nonviolento. Tutti possono darsi la nonviolenza come opzione. La nonviolenza è un compito, una scelta di vita. Dentro e fuori di sé.

A volte a scuola per cercare di capire la filosofia della narrazione leggiamo una pagina di Karen Blixen, la scrittrice danese che racconta una storia che le raccontavano da bambina. Un uomo che viveva vicino ad uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì nel buio e si diresse verso lo stagno, brancolando nell’oscurità,  inciampando  e cadendo più volte, finchè trovò una falla nell’argine da cui uscivano acqua e pesci. Si mise allora subito al lavoro per tappare la falla e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi nella notte avevano disegnato sul terreno nel campo la figura di una cicogna. “Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?” si chiede a questo punto Karen Blixen. Noi potremmo aggiungere: il percorso di ogni vita si lascia alla fine guardare come un disegno che ha senso?

Non sta a me provare a individuare il disegno della vita di Fulvio, ma forse è possibile iniziare a accennare alcuni tratti, alcune pennellate, alcuni fili, sapendo comunque che servirebbe (servirà) un lavoro collettivo, una “decifrazione” collettiva, sulla linea della scrittura collettiva della scuola di Barbiana che anche Fulvio ha spesso sperimentato.

Il cammino di Fulvio è stato un continuo andirivieni dalla filosofia alla nonviolenza e ritorno, dalla nonviolenza alla filosofia.

La nonviolenza è un’esigenza della filosofia, un imperativo, un compito ineludibile:

 

Quando l’uomo prende coscienza della violenza come di una perversione radicale della sua relazione all’umanità, la propria e quella dell’altro, egli scopre che deve opporle un no categorico. Questo rifiuto di riconoscere la legittimità della violenza fonda il concetto di nonviolenza.

Quando l’uomo prova la violenza, in sé e nell’altro, egli scopre la richiesta di nonviolenza che porta in sé. Certo, questa richiesta della ragione, questa esigenza della coscienza, sono nell’uomo prima che egli incontri la violenza, ma è dopo averla sperimentata che egli prende coscienza della disumanità, del non-senso della violenza. Noi consideriamo l’esigenza di nonviolenza nell’uomo come anteriore e superiore al desiderio di violenza. (Muller 2004)

 

E la filosofia è un’esigenza della nonviolenza. Ovviamente non tanto la filosofia come disciplina, come etichetta, ma la filosofia come la definisce spesso Fulvio:  l’interrogare radicale, la sapienza dell’amore (non solo l’amore del sapere, Panikkar), la ricerca della consapevolezza. Re-imparare a pensare come re-imparare il respiro e il risveglio (lo suggerisce Roberto Mancini nella prefazione al testo di Muller). Di fronte alla violenza che toglie il fiato e al suo dominio che ci toglie l’umanità, occorre il coraggio di pensare (S. Weil), occorre esercitare “un pensiero che si orienti, che sappia entrare nelle domande vive e legittime che il nostro tempo ci pone”. Occorre un pensare capace di dialogare, cioè in fondo un pensare politicamente, perché riguarda la nostra capacità di vivere insieme nella pluralità, di vivere il potere come relazione e non come dominio (H. Arendt). Solo così è possibile tenersi saldi, diritti e svegli. Restare umani. Si torna sempre daccapo, al Satyagraha di Gandhi: forza della verità.

L’andirivieni di Fulvio è stato tra filosofia e nonviolenza, ma forse non si può non dire almeno un’altra parola fondamentale, educazione: ci sono in questa direzione l’esperienza dell’insegnamento, l’interesse e lo studio di don Milani, di Freire e la pedagogia degli oppressi, la ricerca intorno al metodo a-metodico e al “maestro ignorante”. Ma soprattutto c’è in questa direzione un agire costante degli ultimi anni:  che cosa è stata infatti in questi anni la pratica della comunità di ricerca, non solo in università ma in tutti gli ambiti dove Fulvio si è impegnato,  se non la via maestra  individuata per educarci alla nonviolenza e al pensare in modo nonviolento (cioè cercando sempre coerenza tra mezzi e fini). Una proposta portata avanti in direzione ostinata e contraria, contro il vento delle mode e dell’ideologia dominante, con la fiducia nella creatività e nella responsabilità delle persone, contro le piccole difficoltà burocratiche e le grandi incomprensioni epistemologiche, con la consapevolezza che il lavoro è sempre sperimentale, non ci sono garanzie contro i fallimenti e anzi, errare ed errore vanno insieme…

Chiudo il cerchio (la cicogna?) citando ancora la preziosa dispensa da cui sono partito:

 

Non si può dire a priori se sarà meglio, ma certo dev’essere diverso: la creatività è alla radice, come principio pratico utile a coinvolgerci sempre più nel cambiamento verso una società nonviolenta. La ricerca di una nuova logica nell’essere e nell’agire, problema formativo per eccellenza, si mescola con al finitudine delle nostre azioni. L’imprevedibilità delle conseguenze delle nostre azioni ci ricorda che ci muoviamo nell’imperfezione, in una dinamica del provvisorio da cui non possiamo uscire. La sfida è proprio questa. In un contesto simile è fin troppo facile fraintendere l’esigenza etica intendendola come semplice affare di “fede”. Formarsi alla nonviolenza non vuol dire dotarsi di buone intenzioni. Vuol dire cercare azioni e relazioni nuove. (…) Il rischio è l’unica possibilità. Si può imparare, ma imparare non significa dare risposte, in quanto nessun risultato è definitivo.

L’azione diretta nonviolenta può fallire. In tutta questa imperfezione, incertezza, l’unica chiave di volta la troviamo nei tre punti da cui siamo partiti, e che restano come direttrici utili ad orientare nell’educarci ed educare alla nonviolenza: conversione interiore; sperimentazione quotidiana; training all’azione diretta nonviolenta. Queste non sono ricette, sono solo percorsi su cui è possibile incamminarsi, se la scelta della nonviolenza è quella che fa per noi.

 

Fondazione Serughetti-La porta, 16 maggio 2016

 

Riferimenti bibliografici

Muller J.M. (2004), Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, Plus, Pisa.

 

Paolo Vitali è insegnante di Filosofia presso il Licei Scientifico “Lussana” di Bergamo.