Raimon Panikkar e Fulvio Manara: De Amicitia

di Gianni Vacchelli


 

Presenza viva e amicizia

Questo breve racconto-saggio viaggia sul filo della memoria[1], intesa non come ricordo del passato, ma come presenza viva e vivente: di Raimon Panikkar, di Fulvio Manara, dell’amicizia che è circolata in questa avventura umana (e forse non solo umana), e che ha coinvolto più persone. Anche il sottoscritto. Per questo non si rammemora qui qualcosa che non c’è più, ma qualcosa che continua. È un ri-vivere. Insieme. Forse è anche questa l’amicizia.

Vorrei poi sottolineare come l’amicizia assuma, oggi più che mai, un’istanza critica: se la miserevole antropologia neoliberista vigente ipostatizza l’homo homini lupus al suo concetto, ecco che l’amicizia sovverte e mette a giudizio l’iniquo divide et impera che domina il mainstream e che si insinua, bio-psicoliticamente, ovunque, a partire dalla nostra anima, e certe nelle relazioni.

L’amicizia fa esperire anche che, indipendentemente da questioni metafisiche ed escatologiche – che coinvolgono “fedi e credenze” spesso radicalmente differenti – i vivi e i morti sono collegati. E anche qui c’è il novum di un tempo tutto economicistico, avido e predatore che dimentica e cancella le relazioni costitutive. E promuove separazione e scarsità, dove invece in principio sono abbondanza e relazionalità radicale. Ha ragione John Berger quando scrive:

 

Come fanno i vivi a vivere con i morti? Fino alla disumanizzazione della società da parte del capitalismo, tutti i vivi attendevano l’esperienza dei morti. Era il loro estremo futuro. Da soli i vivi erano incompleti. Perciò vivi e morti erano interdipendenti. Sempre. Solo una forma di egoismo esclusivamente moderna ha rotto questa interdipendenza. Con risultati disastrosi per i vivi, che ora pensano ai morti come quelli che sono stati eliminati. (Berger 1999, pp. 133-134)

L’amicizia è una categoria umana. Forse cosmoteandrica, per dirla con Panikkar. Certo pure filosofica. Ci torneremo.

Uno studioso appassionato e poliedrico

Ma entriamo più nel merito.

Fulvio Manara era un uomo e uno studioso poliedrico, sempre curioso, sempre in ricerca. I suoi orizzonti erano tali: aperti, mai chiusi ed asfittici. Fulvio scavava gallerie nella montagna del suo ricercare, collegate, pensate. Ma insieme amava farsi sorprendere dalla vita e dallo studio stesso. Non è mio compito ricostruire il tessuto variegato e multicolore delle sue passioni e del suo cursus studiorum. Accenno solo: filosofo rigoroso, appassionato di teologia – dedicò a Tommaso d’Aquino la sua tesi di laurea (con attenzione alle prime indicizzazioni informatiche dell’opera dell’Aquinate), lettore onnivoro (anche di poesia), studioso di Gandhi, di Simone Weil, di Etty Hillesum, autorità nel campo della nonviolenza e attento ad un ripensamento creativo della cultura dei diritti umani, pedagogista aperto e all’avanguardia, frequentatore delle pratiche della Philosophy for Children e della comunità di ricerca. Molto altro ci sarebbe da dire.

L’incontro con Raimon Panikkar, cantus firmus della polifonia manariana

Ma almeno cito Raimon Panikkar. L’incontro con l’opera, la vita e poi la persona del grande filosofo indo-catalano ha avuto un’importanza insostituibile nel percorso umano, esistenziale, ma anche filosofico e teologico di Fulvio.

Spesso Fulvio parlava di Raimon – chiamandolo proprio così, familiarmente e amicalmente per nome – come di un “catalizzatore” all’interno dei suoi molteplici interessi. “Forse ne ho troppi”, diceva spesso, “ma Raimon mi aiuta a collegarli, credo”.

Forse potremmo dunque dire che nella polifonia manariano, Panikkar costitutiva il cantus firmus. Ma, panikkarianamente, vorrei dire, un cantus firmus che risuonava soprattutto come lievito, come fermento, come ulteriore istanza di apertura costitutiva a.

L’amicizia con e per Raimon Panikkar

Leggere con attenzione l’opera di Raimon Panikkar è sempre un’esperienza. Anche trasformativa. Gli scritti del grande filosofo e teologo indocatalano hanno ambizioni più grandi di quelle solo intellettuali, pure in essi altissime. Entriamo nel regno della mistica, dell’interiorità più profonda. Così importanti per Panikkar e sempre di più per Fulvio, anche grazie all’incontro con il grande catalano.

Ma se è un’esperienza leggere Panikkar, ancora di più era incontrarlo. La vivacità, il coraggio e soprattutto la profonda e coinvolgente umanità di Raimon erano contagiose.

Panikkar attribuiva poi all’amicizia un’importanza essenziale, “ontologica”, nella sua vita. “Forse si può vivere senza amore, certo non senza amicizia”, affermava spesso. Sembra di sentire Aristotele, per il quale l’amicizia è «cosa necessarissima per la vita», perché nessuno sceglierebbe di vivere senza amici anche se avesse tutti gli altri beni[2]. L’amicizia è anche preferibile all’amore, perché questo è un’affezione, mentre la prima è un abito, come la virtù[3]. Ma forse Panikkar si spingeva più in là: “l’amicizia è il mio punto debole. Non si può dire no ad un amico vero. Amo troppo nell’amicizia”. Panikkar tematizza che anche nell’ermeneutica l’amicizia sia importante: senza benevolenza verso l’interpretato, l’interpretazione rischia di diventare oggettivante e fredda[4]. E Panikkar era realmente un uomo capace di grande amicizia, ed uno straordinario costruttore di ponti amicali, tra culture, religioni, simboli e concetti. Ma soprattutto tra persone.

La “Società degli Amici” tra trasformazioni interiori ed esteriori

Non a caso anche la nostra personale amicizia ebbe in Panikkar il suo fulcro. Ancora una volta il suo catalizzatore. “Galeotto fu Pannikar” è il caso di dire con il Poeta. L’occasione di conoscerci a fondo, di parlare, e di diventare realmente amici fu proprio alla presenza fisica del filosofo di Barcellona. Eravamo in Spagna, a Roses, in un sangama organizzato per gli amici “filosofi” italiani. Insegnamenti di Panikkar; a cui seguivano magnifiche sezioni di dialogo e di discussione con lui. E ancora: lettura del Vangelo, meditazione silenziosa. Pranzo e cena insieme. Ma anche tanti momenti in cui parlare e conoscersi. E così avvenne con Fulvio, grazie a Raimundo.

Ricordo ancora bene che nell’organizzare il viaggio a Girona per poi arrivare a Tavertet, scrissi a Fulvio Manara, di cui non sapevo molto allora, almeno per conoscenza diretta. Gli mandai una mail formale e cordiale insieme, chiedendogli se si poteva pensare ad un viaggio insieme e proponendogli garbatamente “il tu”, nel finale. E Fulvio mi rispose che il “tu” era fondamentale come nella Società degli amici, di quacchera memoria (un altro interesse manariano!).

Un giorno a tavola Panikkar parlò di una sua interpretazione ardita della morte in croce del Cristo. Il versetto matteano “E, verso l›ora nona, Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lamà sabactàni?’ cioè: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’” (Mt 27,46) per Panikkar rappresentava il misterioso superamento del Dio monoteistico vissuto da Gesù di Nazareth in quel frangente estremo. Mentre Panikkar chiedeva a ciascuno di noi cosa ne pensassimo, Fulvio si fece pensoso, da sorridente qual era, Arrivato il suo turno, disse che questa interpretazione lo colpiva molto, ma forse non ne era ancora pronto. Doveva “ruminarci su”. L’antica monastica ruminatio tornava spesso nei discorsi di Fulvio, che non amava studi, scritture, stesure veloci, ma piuttosto centellinava e degustava dentro di sé le cose, lavorandole e approfondendole.

Qualche tempo dopo gli sentii dire: “Gli assunti fondamentali de La realtà cosmoteandrica[5], dopo averli ruminati a lungo, li sento miei”. “Anche quella questione dell’urlo del Cristo in croce?”, gli chiesi interessato. Fulvio sorrise: “Sì, sì, ora anche quella”.

Non si trattava di un adeguamento, di un pedissequo seguire le opinioni del maestro o solo di un trascinante entusiasmo (anche se Fulvio era di un entusiasmo contagioso e sorridente). Piuttosto era l’effetto di una interiorizzazione profonda. Credo che l’amicizia con Raimon e la frequentazione continua, ruminata della sua opera, avessero prodotte varie e simili alchimie in Fulvio.

Panikkar come inveramento, tra pluralismo e armonia

Raimon rappresentava per Fulvio un inveramento, un compimento, un’incarnazione di alcuni temi, di alcune riflessioni, ma anche di alcune prassi – filosofiche, ma soprattutto esistenziali, vitali, – così importanti da lungo tempo per lui e che trovavano appunto in Panikkar un exemplum vivente, una realizzazione credibile, potente, seppur non esclusiva.

In questo senso Panikkar era “il maestro”, il guru, il “Virgilio”, anche se Fulvio era refrattario ad un maestro solo, ad un “monismo magisteriale”. Forse anche qui la lezione panikkariana era veramente preziosa: un maestro che non voleva fare proseliti, un maestro che citava spesso il koan “Se incontri il Buddha uccidilo”, anche in una profonda e sorridente rivisitazione cristiana: “Se incontri il Cristo, mangialo!”. Quindi Panikkar, amante da sempre dei paradossi e degli ossimori, era un maestro non-maestro perfetto.

Anche qui torna l’idea di chi catalizza. Meglio: di chi armonizza. Due parole chiave della vita e dell’opera panikkariana – pluralismo e armonia – diventavano così due lemmi fondamentali anche per Fulvio: l’istanza panikkariana autorizzava e liberava. Anche dall’avere un maestro solo, senza per questo essere disperso tra mille rivoli. Dante, che Panikkar ammirava e che anche Fulvio amava, potrebbe essere un buon esempio: basti la tri-unità di maestri/e: Virgilio-Beatrice-Bernardo: non uno non due non tre!

Filosofia come stile di vita e “raimonizzarsi”

Un altro modo di dire tutto questo potrebbe essere: filosofia come stile di vita. Ecco cosa premeva a Raimon e a Fulvio! Così in proposito scrive Panikkar:

La filosofia primordiale[6] si cristallizza allora in uno stile di vita, o per meglio dire, è l’espressione della vita stessa, di come viene scritta o parlata nella realtà con uno stile, lo “stilo” [stylus, penna stilografica] della propria vita. Una filosofia che si occupi soltanto di strutture, teorie, idee e scarti la vita, eviti la prassi e reprima i sentimenti, mi sembra non solo unilaterale, perché ignora e tralascia certi aspetti della realtà, ma anche cattiva filosofia. La realtà non può essere conosciuta, compresa, realizzata con un solo organo, o soltanto in una delle sue dimensioni. Ciò trasformerebbe la filosofia in un‘altra scienza, una nuova specie di algebra, ma distruggerebbe la filosofia in quanto sapienza e ne impedirebbe l’espressione in uno stile umano di vita[7].

Questa esigenza di tenere insieme teoria e prassi, contemplazione e azione, interiorità ed impegno erano centrali in Fulvio, come aspirazione, come desiderio, come tensione costante, tra imperfezioni e contingenze.

Un altro aneddoto forse può aiutare a comprendere meglio questa profonda urgenza di Fulvio. Alcuni giorni passati in presenza di un’importante filosofa contemporanea, ospite dell’Università di Bergamo dove Fulvio era incardinato, lo avevano lasciato fortemente deluso. “Scrive delle belle cose, ma non le vive o comunque non le mette in pratica. E poi vedi come si è comportata con noi[8], senza rispetto e con continue pretese”. Non era facile vedere Fulvio arrabbiato. Ma quel giorno lo era. “Raimon non si sarebbe mai comportato così”. Anche qui non agiva la mitizzazione, ma l’esperienza di un altro stile di far vita, anima e filosofia.

“Raimonizzarsi” era un geniale e sorridente neologismo manariano, che tanti si sono sentiti ripetere. “Raimonizziamoci”, diceva spesso, sorridendo. E significava, con giocosa ironia, tra le altre cose: riarmonizziamoci, facciamo un po’ alla Raimon, manteniamo il giusto umoristico distacco, abbiamo cura, ma senza essere ossessivi.

Forse anche questa è filosofia, amicizia[9], ruminatio, attenzione, quando non una discreta mistica del quotidiano.

L’apporto teoretico panikkariano: qualche appunto

Naturalmente anche la genialità teoretica di Panikkar[10] rappresentò uno spartiacque per Fulvio[11]. Anche qui tante riflessioni, tante direzioni già prese o almeno presentite, tante esperienze pensate e fatte si potenziarono al fuoco del calor bianco panikkariano. Parlo solo alla fine di questi aspetti, perché ho preferito un taglio narrativo-esistenziale, per così dire. Tra le molteplici piste percorribili, mi limito a un breve settenario di spunti, che tornavano spesso nei discorsi e negli scritti di Fulvio Manara:

1) Colligite fragmenta. Il lemma evangelico, carissimo a Panikkar, lo era anche a Fulvio[12]. Bisogna raccogliere i frammenti, i nostri, della nostra cultura, delle nostre tradizioni. E di quelle altrui. Nessuna civiltà, religione, pensiero può pensare di avere la soluzione ai problemi dell’oggi. Certo neppure la tecnoscienza. È necessario un incontro profondo, non facile, ma fecondo tra le varie tradizioni, per un mutuo e vicendevole arricchimento. Tutti abbiamo bisogno di tutti.

2) La relazione è “in principio”: non si dà un “io” senza un “tu”; e così una “madre” senza una “figlia/o”, un “maestro” senza un “allievo” e viceversa. L’uomo non può vivere senza l’altro, ma neppure sconnesso dalla terra, dal cosmo, dalla materia e da quel mistero indicibile che alcune tradizioni chiamano “Dio”, ma che altre nominano con altri nomi: Infinito, nirvana, Pace, Giustizia, Silenzio, Nulla etc., senza mai poterlo esaurire. Da qui anche l’intuizione cosmoteandrica, Dio-Uomo-mondo, il pensare triadico-trinitario etc.

3) Se la relazione è costitutiva, ecco che il dialogo dialogale (e non dialettico e contrappositivo) diventa una prassi indispensabile, ardua, ma insieme profondamente umana e filosofica (intesa nel senso sopra descritto). Il dialogo è amicizia. L’amicizia è dialogo. La ricerca è “comunità di ricerca”.

4) Il pluralismo è anch’esso costitutivo e questo ci porta a riarticolare continuamente in modo plurale ogni concettualizzazione, ma di più: la vita stessa. Non esisterà “la” filosofia, ma innumerevoli filosofie (anche da altre parti del mondo, che non sono obbligate a chiamarla con questo pur nobile nome). Così come si daranno religioni, culture in un continuo declinarsi pluralistico. Non un cristianesimo, ma cristianesimi. Non induismo, ma induismi, e così via. La relatività diventa anch’essa uno stile di vita, senza cadere nel relativismo. Ma ancora: no monismi, no dualismi. Siamo sempre tentati di ridurre tutto ad uno (un pensiero unico, un solo partito, un solo sesso, una sola religione, una sola cultura… la nostra, per lo più) o rischiamo di essere lacerati dai dualismi: Dio vs uomo, carne vs spirito, ragione vs passione, vita attiva vs vita contemplativa, maschile vs femminile etc. Ma esiste una terza possibilità, una terza forza: misteriosamente divento capace di tenere insieme queste polarità, senza confusione e senza separazione… Si intuisce e si esperisce qualcosa del mistero dell’armonia.

5) La riscoperta della mistica come “diritto umano”. Forse il più importante richiamo che Panikkar ci lascia in consegna è quello della riscoperta di una dimensione infinita che abita dentro ciascuno di noi. La mistica non è appannaggio di pochi, ma una possibilità per ciascuno di noi, al di là delle credenze o delle appartenenze religiose o non. E anche Fulvio sempre più sentiva e diceva così.

6) L’istanza interculturale ha una valore filosofico-euristico imprescindibile. Sempre più abbiamo bisogno di una filosofia interculturale (meglio: di filosofie interculturali), ma anche di una filosofia dell’interculturalità. Lo sguardo interculturale ha potenzialità critiche, liberatorie[13] ed emancipatore immense.

7) La parola è inscindibile dal silenzio, è «l’estasi del silenzio». Senza un silenzio previo, le parole diventano chiacchiera, flatus vocis, anche menzogne. Per questo siamo realmente umani quando coltiviamo la parola, ma quando anche facciamo esperienza del silenzio, che non è “assenza”, isolamento, ma grembo in cui una parola autentica può nascere. Una parola autentica fa ciò che dice e così ancora una triade armoniosa si costituisce: Silenzio-Parola-Azione.

Fulvio amava anche la lentezza e il silenzio. “Per me la meditazione spesso è mettermi lì, in silenzio, facendo silenzio”, mi diceva spesso.

E in questo silenzio, così vivo, la sua presenza, il suo sorriso, la sua ricerca, la sua umanità, forte e fragile, la sua amicizia intensa continuano a darsi.

Riferimeni bibliografici

Berger J. (1999), Pagine della ferita, Greco & Greco, Milano.

Manara F. C. (2006), Una forza che dà vita. Ricominciare con Gandhi in un’età di terrorismi, Unicopli, Milano.

Panikkar R. (1985), La filosofìa como estilo de vida, in “Anthropos” 53-54.

Panikkar R. (1993), Saggezza come stile di vita, Ed. Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (FI).

Panikkar R. (2004), La realtà cosmoteandrica. Dio-Uomo-Mondo, Jaca Book, Milano.

Panikkar R. (2006), Il dharma dell’induismo. Una spiritualità che parla al cuore dell’Occidente, Rizzoli, Milano.

Rossi A. (2011), Pluralismo e armonia, Introduzione al pensiero di Raimon Panikkar, Cittadella, Assisi.

Note

[1] Il 16 febbraio 2017 si tenne all’Università di Bergamo una giornata dedicata a Fulvio: Una forza che dà la vita. Giornata di dialoghi con Fulvio Manara. Quattro seminari, nel pomeriggio, erano dedicati ad alcuni dei plurimi interessi dell’amico: il principio-nonviolenza, i diritti umani e la resistenza al male, la filosofia come comunità di ricerca e il pensiero di Raimon Panikkar. Anche il titolo della giornata testimonia e ricorda che il dialogo continua.

[2] Cfr. Aristotele, Etica nicomachea, VIII,1,1155 a 1.

[3] Cfr, ivi, VIII; 5, 1157 b 28. Oltre ad Aristotele potremmo citare, per stare nella tradizione occidentale, almeno Empedocle, Epicuro, Cicerone, Seneca, per arrivare a Montaigne, Nietzsche, Derrida, così come a Panikkar e a Fulvio Manara stessi.

[4] Cfr. l’introduzione scritta per il libro del grande amico A. Rossi, Pluralismo e armonia, Introduzione al pensiero di Raimon Panikkar (2011). In linguaggio panikkariano, potremmo anche dire che non basta il noema fenomenologico, ma serve anche il pisteuma. Dovremmo riconsiderare anche nella sua portata filosofico ermeneutica l’adagio medievale: Non intratur in veritatem nisi per caritatem.

[5] La realtà cosmoteandrica. Dio-Uomo-Mondo (Panikkar 2004), è una delle opere più importanti dell’ampia bibliografia panikkariana.

[6] Intesa cioè in accezione originaria, integrale, olistica, e non solo come esercizio del pensiero.

[7] Panikkar 1985, pp. 12-15 (traduzione dall’inglese di “Philosophy as Lyfe-Style” rivista dall’A.), p. 12; cfr. anche l’edizione italiana in Panikkar 1993, pp. 97-98.

[8] Il nostro gruppo di ricerca. V. infra, n. 12.

[9] E filosofia dell’amicizia, e amicizia della saggezza!

[10] Mai da disgiungersi dalla prassi, come più volte detto.

[11] Panikkar stimava a suo volta il lavoro di Fulvio. Ad es. nel suo Il dharma dell’induismo. Una spiritualità che parla al cuore dell’Occidente (2006), cita con lode l’importante studio manariano su Gandhi: Una forza che dà vita. Ricominciare con Gandhi in un’età di terrorismi (2006).

[12] La Comunità di Ricerca, ispirata a Raimon Panikkar, che nacque presso l’Università di Bergamo, si chiamava proprio così: Colligite Fragmenta. Culture Religioni Diritti Nonviolenza.

[13] Non è certo un caso che l’ultimo corso di Fulvio in Università si intitolasse “Oppressione ed emancipazione”.

 

Gianni Vacchelli È professore di letteratura italiana in un liceo classico milanese e insegna al Dipartimento di Italianistica (Scienze della Formazione) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Tiene corsi e conferenze, scrive libri per la scuola, racconti e saggi. La Bibbia e Dante, letti in una prospettiva simbolica che tenga insieme il livello interiore con quello letterario e mistico, sono i suoi principali oggetti di studio. La sua lettura, attenta al dialogo interculturale, è al crocevia delle tradizioni spirituali d’Oriente e d’Occidente.