Fulvio Manara lettore di Simone Weil
Il rifiuto della forza e l’esigenza della nonviolenza

di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito


 

Fulvio Manara ha riassunto in poche righe il suo rapporto con Simone Weil nel primo paragrafo di una breve introduzione a due scritti di Weil – Studio per la dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano e Riflessioni sulla barbarie – tradotti e messi a disposizione dei partecipanti al Convegno che ha avuto luogo a Bergamo nel 2009:

 

È difficile offrire un qualsiasi testo weiliano senza sentire in sé la permanente inquietudine generata dalle domande radicali che la Weil ci suggerisce e, insieme, come una sospensione ed un,attesa stupefatta. Accetto, accettiamo il rischio di esporci, insieme, a tutto questo. (Manara 2009, p. 3)

 

Anche noi, come da anni cerchiamo di fare con l’intera opera di Simone Weil, accettiamo di esporci a questo rischio, perché solo così è possibile aspirare ad una conoscenza superiore, ad un contatto vero con il suo pensiero. In particolare, riteniamo esemplare la pratica di pensiero cui lei si è consacrata con metodico rigore, con determinazione, con coraggio, alla stregua di un esercizio quotidiano, di una vera e propria ascesi.

Prima di affrontare il tema che ci è stato assegnato, un tema che Fulvio non ha mai considerato come mero oggetto di studio, ma piuttosto come una dimensione entro cui ha giocato la sua vita, vogliamo esprimere la nostra gratitudine per il dono che è stato per noi l’incontro con lui, con la sua pedagogia dell’ascolto e del dialogo.

Il primo incontro è avvenuto nel febbraio 2008 in occasione di alcune lezioni agli studenti di Ivo Lizzola proprio sul tema che ci apprestiamo a sviluppare. Fulvio ci raggiunse per il pranzo e fu subito, attraverso la comune familiarità con gli scritti di Simone Weil, come se ci conoscessimo da tempo. Poi, nell’ottobre 2009, il Convegno di tre giorni nel centenario della nascita di Simone Weil è stato un’opportunità indimenticabile durante la quale il dibattito, da lui magistralmente moderato, ci ha consentito di sperimentare un confronto, anche con momenti di passione e di contrapposizione, come di solito non accade in occasioni del genere. L’atmosfera di quei giorni è ricordata nell’Introduzione agli Atti, ora pubblicati:

 

Restituiamo con questo libro (quindi) i frammenti più consistenti non di un convegno o di una conferenza semplicemente, ma di un tentativo (giocato collegialmente) di un seminario come luogo di apprendimento e ricerca centrato sulla pratica dialogale – sulla dialettica di punti di vista, ma anche sulla composizione armonica di una pluralità di possibili modi di ascoltare e di interpretare.

Da questo punto di vista l,incontro in profondità con gli scritti e il pensiero della Weil ci ha testimoniato la possibilità di muovere dentro le sue imperfezioni teoretiche e le sue sfide lessicali come in un laboratorio attivo di pensiero in cui coinvolgersi, che si rivela generativo e profondamente coinvolgente, qui e ora. (Manara 2017, pp. 20-21)

 

Non è difficile riconoscere in queste affermazioni il lessico che è proprio del suo modo di pensare, della sua filosofia del dialogo e della comunicazione. Una concezione del dialogo che nella scia platonica teneva in gran conto l’oralità, ove l’individuo si rivela nella sua totalità.

Dopo quella prima importante occasione, grazie all’amichevole sollecitudine di Fabio Amigoni, per noi ritornare a Bergamo è diventata una sorta di consuetudine: questo ci ha permesso d’approfondire la conoscenza e, vorremmo credere, anche l’amicizia di Fulvio, di Ivo e delle tante persone che formano la comunità dialogale che opera in Università e in altri contesti cittadini.

Un’intuizione precoce 

Nel nostro intervento, anziché offrirvi una ragnatela di considerazioni intorno ad alcune, magari ben scelte, citazioni dagli scritti di Simone Weil, abbiamo preferito, seguendo il suggerimento di Fulvio, esporre noi e di conseguenza anche voi al contatto con un certo numero di testi di una più compatta consistenza, accompagnandoli con delle brevi spiegazioni.

Entrando in merito al tema, possiamo dire che la nozione di forza, dapprima distinta da quella di violenza, precoce nella sua riflessione, è venuta assumendo una centralità sempre maggiore nel lessico sia politico che filosofico di Simone Weil in quanto delimita un campo semantico più ampio, più inclusivo e articolato al suo interno: se la violenza è conseguenza di una forza agita, in forme fisiche o morali, subdole o brutali che sia, la forza è un concetto più ampio e si esplica in diversi modi, sotto forma di potere, oppressione, prestigio, hybris

Poiché in precedenti occasioni, a Bergamo, abbiamo riflettuto sul tema della forza, indagata anche da Fulvio, in rapporto al dramma della guerra – sia come esperienza concretamente vissuta da Simone Weil (la tragedia della guerra di Spagna prima, e della seconda guerra mondiale poi), sia come mito, al punto da essere individuata come rimorso fondativo della cultura occidentale (L’Iliade o il poema della forza) – abbiamo pensato di ancorare il nostro intervento a un ambito d’esercizio della forza diverso da quello strettamente bellico, ma non meno gravido di conseguenze sull’uomo. In questi ultimi anni andiamo sperimentando come le guerre stesse non sono più “guerre guerreggiate”, non hanno più un tempo e uno spazio circoscritto, un campo di battaglia in cui delle precise identità statuali si fronteggiano, ma, vuoi per il terrorismo, vuoi per le nuove tecnologie, oltre che per le complesse questioni geopolitiche sottese ai conflitti, esse ormai sono diffuse, polverizzate, e perciò in un certo senso sfuggenti, inafferrabili persino nelle cause che le scatenano. Tuttavia il loro potenziale distruttivo, sugli uomini, su intere masse di civili, su popoli innocenti, vittime allo stato puro, è ancora più forte, ancora più irreversibile. Basti pensare alla distruzione di aree archeologiche ed artistiche, patrimonio dell’umanità, soggette in pochi attimi a devastante quanto gratuita e folle volontà di annientamento. Nella distruzione di città cariche di storia e sintesi di momenti culturali fondamentali – Ilio, Cartagine, la città azteca di Tenochtitla… – Simone Weil ha visto il più tremendo abuso della forza, il terribile potere di annichilire, un atto di tracotanza, di hybris, una sorta di sfida a rovescio all’atto creatore di Dio…

Lo scenario attuale, inedito, diverso nelle forme da quello che Simone Weil aveva sotto gli occhi, ma ad esso comparabile nella sua sostanza profonda, avrebbe di certo sollecitato molte nuove domande e molti pensieri nella sua mente. Sotto i nostri occhi v’è però un altro esercizio quotidiano della forza, individuale e collettiva, per certi versi inasprito, imbarbarito, a confronto con ciò che già lei aveva potuto vedere, conoscere e analizzare: pensiamo alle prevaricazioni legate alla disuguaglianza nella distribuzione delle ricchezze tra gli uomini, al potere schiacciante della logica del profitto e a tutto ciò che ne consegue, nella società, a livello di disoccupazione, svilimento del ruolo del lavoro, finanziarizzazione dell’economia, nuove forme d’oppressione e riduzione dell’uomo a cosa, a merce, a prodotto di scarto.

Ebbene, un quadro così inquietante era già stato da lei delineato, con vero spirito di preveggenza, fin da giovanissima, all’età di venticinque anni. La testimonianza è nel saggio scritto nel 1934, intitolato Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, ove questi temi sono affrontati con lucida consapevolezza. Intendiamo quindi proporre almeno alcuni passi di particolare pregnanza tratti da questo scritto, nei quali si trovano condensate alcune folgoranti illuminazioni sui giorni da lei vissuti ma, in un certo senso, anche sui nostri, per molti versi simili.

Poi, citando dai suoi Quaderni alcuni passaggi sulla forza, avremo modo di renderci conto di come, senza disertare l’ambito della riflessione sociale, lo stesso tema assuma nella sua riflessione una dimensione metafisica, collocandosi su un terreno squisitamente filosofico.

In che cosa la società è malata? 

Per Simone Weil la causa principale della malattia della società (la società in generale, non solo quella che aveva sotto gli occhi) è il predominio della forza nell’individuo e nelle collettività. Oggi parliamo molto di violenza e ne vediamo tanta intorno a noi. Lei preferiva chiamarla forza, perché non sempre essa è chiara, esplicita, visibile. A volte agisce in modo sotterraneo e allora è perfino più difficile difendersene: come quando qualcuno riesce a convincerci a fare qualcosa che noi, da soli, non faremmo mai, perché si sa quanto potente sia la forza della suggestione. Essa non opera solo nel mondo esterno, ma è presente in noi e tendiamo ad usarla ogni volta che ne abbiamo l’occasione. Per quanto riguarda le collettività (i gruppi, i partiti, le nazioni, ecc), esse non sono certo meno violente dei singoli uomini, anzi spesso lo sono di più e in modo più cieco. Beninteso, stare con gli altri, accanto agli altri, in sé è una cosa buona, ma annegare nella massa, perdersi nel collettivo è devastante, porta in superficie il peggio di noi: si pensi alle grandi masse che plaudivano ad Hitler, a Stalin, a Mussolini. Ma anche in una società democratica il potere di suggestione collettiva, esercitato dai mezzi d’informazione, agisce come una forza che mette a rischio la nostra libertà di giudizio. Su questi aspetti così si esprimeva Simone Weil:

 

Là dove le opinioni irragionevoli prendono il posto delle idee, la forza  può tutto […]. Ai nostri giorni ogni tentativo di abbrutire gli esseri umani trova a sua disposizione dei mezzi potenti […]. Con la grande stampa e il telegrafo si può far inghiottire a tutto un popolo, insieme alla colazione o alla cena, opinioni preconfezionate e quindi assurde, perché anche punti di vista ragionevoli si deformano e diventano falsi nello spirito di chi li assimila senza riflettere; ma con simili mezzi non è possibile suscitare neppure un barlume di pensiero. (Weil 1983, pp. 123-124)

 

Nel biennio 1934-35, Simone Weil compie un’esperienza di lavoro in fabbrica perché sente l’urgenza di misurarsi con l’oppressione operaia non solo sul piano della riflessione teorica ma su quello del vissuto personale, dell’esperienza diretta. Dall’insieme degli scritti ispirati da quella esperienza per lei decisiva (La Condizione operaia, Diario di fabbrica) estraiamo solo alcuni brevi ma fulminanti frammenti, che ci dicono col massimo di verità che cosa significa sentirsi ridotto a cosa, che cos’è il rischio di non essere più capaci di pensare, un rischio per lei insopportabile:

 

Lo sfinimento finisce per farmi dimenticare le vere ragioni della mia permanenza in fabbrica, rendendomi quasi insuperabile la tentazione più forte che questa vita comporta: quella di non pensare più, solo e unico modo per non soffrirne. Solo il sabato pomeriggio e la domenica mi ritornano dei ricordi, dei brandelli di idee, mi ricordo che sono anche un essere pensante. (Weil 1974, p. 53)

 

Oggi viviamo sulla nostra pelle, come una realtà dolorosa, lo spettro della disoccupazione. Anche negli anni trenta la crisi era tremenda e gli effetti non solo economici, ma psicologici e sociali, della disoccupazione erano sotto i suoi occhi, con un,attenzione particolare alla condizione giovanile che ci lascia interdetti per l,affinità che avvertiamo con i molti drammi che le nostre società oggi stanno vivendo:

 

La vita familiare è diventata solo ansietà, a partire dal momento in cui la società si è chiusa ai giovani. Proprio quella generazione, per la quale l’attesa febbrile dell’avvenire costituisce la vita intera, vegeta in tutto il mondo, con la consapevolezza di non avere alcun avvenire, che per essa non c’è alcun posto nel nostro universo. Del resto questo male, al giorno d’oggi, se è più acuto per i giovani, è comune a tutta l’umanità. Viviamo un’epoca priva di avvenire. L’attesa di ciò che verrà non è più speranza, ma angoscia.  (Weil 1983, p. 12)

 

Le generazioni attuali sono state dapprima decimate e demoralizzate dalla guerra; poi la pace e la prosperità, una volta ricuperate, hanno portato da una parte un lusso e una febbre di speculazione, che hanno profondamente corrotto tutti gli strati della popolazione, dall’altra dei mutamenti tecnici che hanno tolto alla classe operaia la sua forza principale. […] Poi è venuta la disoccupazione, che si è abbattuta sulla classe operaia così mutilata senza provocare reazioni. Se essa ha sterminato meno uomini della guerra, ha causato un abbattimento altrettanto profondo, riducendo ampie masse operaie, in particolare tutta la gioventù, a una condizione parassitaria che, col prolungarsi, ha finito col sembrare definitiva a quanti la subiscono. (Weil 1990, pp. 192-194)

C’è un antidoto al male? 

Il male è contemplato senza veli da Simone Weil, eppure la sua concezione tragica anche del male sociale, già presente negli scritti giovanili, non è tutta negativa, non cede al nichilismo: per lei, anche nelle circostanze peggiori, permane la possibilità di difendersi dal conformismo di massa, dalle menzogne della società, che chiamava il “Grosso Animale” servendosi di un’immagine tratta dalla Repubblica di Platone[1]. Un modo essenziale per resistervi consiste nel coltivare l’attenzione verso se stessi, riconoscendo dentro di sé il male, ma anche il germe di bene da coltivare, il desiderio di giustizia, di amicizia, di amore. Contemporaneamente occorre saper prestare attenzione agli altri: guardarli veramente, leggere i loro bisogni, anche i più nascosti, rinunciare ad usare verso di loro la forza ogni volta che ci sarebbe la possibilità di farlo. C’è un pensiero, preso a prestito dallo storico greco Tucidide che Simone Weil ripete spesso: “Per una necessità della natura, ogni essere, chiunque egli sia, esercita, per quanto può, tutto il potere di cui dispone”[2].

Queste parole fanno capire quanto sia difficile educarci alla pace, metterla in pratica, non essere pacifisti solamente a parole. Simone Weil da giovanissima fu una pacifista integrale; poi però mise fortemente in discussione l’idea che la forza non debba mai essere usata: fu la violenza di Hitler che le aprì gli occhi. Pose allora in evidenza i limiti entro cui, in casi estremi, l’uso della forza è perfino necessario, anche se poi essa va subito arginata dentro di noi: bisogna dolersene nel momento stesso in cui si è costretti ad usarla.

Nei Quaderni scrive: “Il contatto con la forza, da qualunque parte si venga a contatto (impugnatura o punta della spada), priva per un momento di Dio” (Q I, p. 223). Di fronte al nazismo ridimensiona il suo pacifismo misurandosi:

 

Se sono pronta a uccidere i Tedeschi, in caso di necessità strategica, non è perché ho sofferto a causa loro. Non è perché essi odiano Dio o il Cristo. È perché sono i nemici di tutte le nazioni della terra, compresa la mia patria, e disgraziatamente, con mio vivo dolore, con mio estremo rimpianto, non si può impedire loro di fare il male senza ucciderne un certo numero. (Q IV, p. 370)

 

Resistere alla pulsione distruttiva che il ricorso alla violenza, anche nei casi in cui sia legittimata, è molto difficile: Simone Weil ne ha fatto dolorosamente l’esperienza durante la guerra di Spagna, traendone un lucido disincanto sull’umana capacità di stare dentro i limiti. La lettera scritta a George Bernanos a seguito dell’esperienza spagnola è esemplare da questo punto di vista[3].

Una domanda ineludibile 

Ma l’uomo è tutto ed esclusivamente natura? Non è dotato di una sorta di “sistema immunitario” dell’anima in grado di proteggerlo dalla tendenza naturale a fare o a subire violenza? Simone Weil è convinta che in ciascuno di noi, perfino nel delinquente più incallito, vi sia un germe nascosto di bene che potrebbe essere coltivato, aiutato a crescere, fatto fiorire. Lei lo chiama “il soprannaturale”, proprio perché è un’energia che agisce come antidoto alla forza che in noi è una risposta naturale, come si è visto. Lo chiama anche “l’infinitamente piccolo”, perché è come un pugno di lievito rispetto a un grosso impasto: minuscolo, quasi invisibile, eppure potentissimo, se vi sono le condizioni perché possa essere efficace. Usa più immagini per descrivere questa realtà spirituale: granello di senape (Vangelo), leva, bilancia a bracci disuguali (meccanica)… Il senso è sempre che in noi il bene (l’amore, la giustizia, la compassione…) è un’energia debolissima che però, in certe condizioni, è in grado di sovvertire gli equilibri di forza. L’educazione di sé, il rapporto con gli altri, la cultura, la ricchezza del linguaggio, la politica in senso alto sono altrettanti modi per coltivare l’energia del soprannaturale e ridurre, se non altro, il predominio esclusivo della forza nelle relazioni umane. In questa intuizione di certo gioca un ruolo essenziale la sua esperienza di un cristianesimo vissuto come piena fedeltà al vangelo e alla figura di Gesù.

Per evitare un discorso astratto, Simone Weil, nei suoi ultimi scritti, di Marsiglia e di Londra, nei quali compie lo sforzo di immaginare una civiltà nuova per la Francia e per l,Europa, suggerisce un tipo di ispirazione da “applicare alle nostre attuali condizioni di esistenza” per contrastare la forza:

 

[L,ispirazione] è costituita dalla conoscenza della forza. Questa conoscenza appartiene solo al coraggio soprannaturale. Il coraggio soprannaturale contiene tutto ciò che noi chiamiamo coraggio e, in più, qualcosa d,infinitamente più prezioso. Ma i vili scambiano il coraggio soprannaturale per debolezza d,animo. Conoscere la forza significa riconoscerla come pressoché assolutamente sovrana in questo mondo, e rifiutarla con disgusto e disprezzo. Questo disprezzo è l,altra faccia della compassione per tutto ciò che è esposto ai colpi della forza.

[…] Tutto ciò che è esposto al contatto della forza è suscettibile di degradazione. Tutto in questo mondo è esposto al contatto della forza, senza eccezione alcuna, a parte l,amore. Non l,amore naturale […] ma l,amore soprannaturale[4].

 

Parlare di amore soprannaturale, per Simone Weil, non vuol mai dire distogliere lo sguardo dalle realtà di questo mondo. Anzi, lamore soprannaturale in noi o è incarnato oppure è una finzione. Lo dice con chiarezza nei Quaderni:

 

Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dellamore di Dio. In questo caso nessun travestimento è possibile. (Q IV, pp. 182-183. Ma si veda l’intero blocco di pagine da 181-186Q.)

Forza e non-violenza  nel cantiere dei Quaderni

È soprattutto nelle pagine dei Quaderni che Simone Weil approfondisce la riflessione sulla forza, evidenziandone la valenza filosofica. Questo avviene in modo particolare nei quasi due anni che trascorre a Marsiglia (1941-42), durante i quali entra in contatto con i primi tentativi di Resistenza. È in questo momento che le si pone concretamente il problema di un uso moderato della forza e della non-violenza. Le note contenute nei Quaderni nascono dalla lettura parallela dei racconti della Passione di Cristo e della Bhagavad Gita. Questa sorta di commistione è evidente nelle conversazioni, nelle lettere alla famiglia e alle alunne, per esempio, dove i nomi di Gesù e Krisna appaiono interscambiabili.

Il pacifismo integrale, vi abbiamo già accennato, alla prova dei fatti si rivela un’illusione, “un errore criminale”. Esistono infatti circostanze, personali e collettive, in cui non ci si può sottrarre all’uso di un certo grado di forza per evitare mali peggiori, non altrimenti arginabili. Ciò avviene, in particolare, nel momento in cui s’impone l’obbligo di difendere la vita di creature innocenti o di preservare dalla distruzione una civiltà che rischia di estinguersi. Ma in queste situazioni, la forza va esercitata solo per quel poco o quel tanto che è indispensabile, a scopo difensivo, col dolore di doverla praticare e la volontà di uscirne non appena cessi di essere necessaria. Scrive:

 

Per quanto giusta sia la causa del vincitore, per quanto giusta sia la causa del vinto, il male prodotto dalla vittoria come dalla sconfitta non è meno inevitabile. Sperare di sfuggirvi è proibito. Per questo il Cristo non è disceso dalla croce e neppure si è ricordato, nel momento più doloroso, che sarebbe resuscitato. Per questo l’altro (Arjuna) non ha deposto le armi e fermato la battaglia. […] Prendere le armi; pensare a tutto ciò che si perderà se si è vinti e che, se si vince, lo si farà perdere ad altri che si ama come se stessi. Assumere su di sé questa perdita, lasciare loro ogni licenza, non può essere permesso. Cristo lo ha fatto, ma nella condizione di un semplice privato, condannato dalle autorità legittime. Ma se si sente il freddo del ferro, ci si limiterà, anche a prezzo di grandi rischi; lo si deporrà non appena si sia un po’allontanata la minaccia[5].

 

Fare solamente ciò che non si può non fare. Azione non-agente. […] La non-violenza è buona solo se è efficace. In questi termini si pone la questione rivolta a Gandhi dal giovane a proposito di sua sorella. La risposta dovrebbe essere: usa la forza, a meno che tu non sia in grado di difenderla, con altrettanta possibilità di successo, senza violenza. A meno che tu possegga un’irradiazione la cui energia (cioè l’efficacia possibile, nel senso più materiale) sia uguale a quella contenuta nei tuoi muscoli. Alcuni hanno avuto questo potere. San Francesco. Sforzarsi di diventare tali da poter essere non-violenti (Come dire: la non-violenza richiede un apprendistato, una pedagogia…). Ciò dipende anche dall’avversario. Sforzarsi di sostituire sempre più, nel mondo, la non-violenza efficace alla violenza. Niente di ciò che è inefficace ha valore. (Q I, p. 334.)

In tutto ciò che è sociale c’è la forza. Solamente l’equilibrio annulla la forza. Se si è consapevoli delle ragioni dello squilibrio sociale, occorre fare ciò che è in proprio potere per aggiungere peso sul piatto troppo leggero. Anche se il peso fosse il male, forse maneggiandolo con questa intenzione non ci si macchia. Ma bisogna aver concepito l’equilibrio, ed essere sempre pronti a cambiare parte, come la Giustizia, questa “fuggitiva dal campo dei vincitori ” (Q III, p. 158)

Nella scia di Simone Weil, Emmauel Levinas, Hans Jonas, Dietrich Bonhœffer 

La nostra analisi a questo punto potrebbe farsi più dettagliata, ma è tempo di ritornare a Fulvio Manara che, in un’ampia relazione sulla pedagogia dei diritti, mostra di conoscere molto bene l’intera riflessione di Simone Weil intorno alla forza e alla non-violenza, che elabora anche attraverso la lettura di una silloge di scritti di Gandhi, raccolti e pubblicati da Romain Rolland nel 1925[6].

In particolare Manara accoglie ed integra nella sua riflessione l’eredità contenuta nella prima parte dell’ultimo saggio politico di Simone Weil, L’Enracinement, e in alcuni scritti del periodo londinese (1942-1943). È convinto che i diritti umani possano essere concretamente salvaguardati solo a patto che si riconosca il primato del dovere, dell’obbligo, rispetto ai diritti stessi. Solo l’obbligo, infatti, costituisce il fondamento ontologico e antropologico di una civiltà capace di bandire progressivamente dal proprio seno la forza e la violenza.

Raccogliendo l’eredità di alcuni altri di pensatori del Novecento rispetto a quanto abbiamo detto, questo, in sintesi, è il modo in cui egli si rapporta al pensiero di Simone Weil:

 

La prospettiva nella quale mi oriento, e che intendo suggerire, è fondata sugli approcci originali ai diritti umani emersi nel pensiero di importanti filosofi del secolo scorso, come ad esempio Simone Weil e Emmanuel Levinas, Hans Jonas, ed altri (ma anche Bonhoeffer, ecc.). Questa prospettiva è basilare perché affronta direttamente il nostro problema, ovvero quello di comprendere e declinare la natura del “rispetto” (verso lessere umano) e i suoi contenuti (i bisogni dellessere umano di cui solo lobbligo può farsi carico, la cui difesa inevitabilmente riporta in campo la forza). [……]

La Weil ci propone un radicale capovolgimento di prospettiva, fornendoci la chiara spiegazione delle ragioni profonde dellasimmetria tra doveri e diritti. Tale asimmetria è dovuta al fatto che i diritti umani sono sempre relativi, mentre il loro vero «fondamento» non è altro che lobbligo incondizionato che ogni essere umano ha verso ogni altro essere umano, in qualsiasi contesto possibile. È da tale obbligo che deriva ogni dovere (e la Weil stessa si cimenta nel tentare una «carta dei doveri verso lessere umano»). Ne L’enracinement, la Weil ci propone una riflessione provocante e radicale sulla relatività dei diritti umani, per mostrare la loro totale dipendenza dal principio incondizionato dellobbligo di cui si è detto.

Per la Weil ogni essere umano ha un’aspettativa fondante e fondamentale rivolta ad ogni altro: che gli si faccia del bene e non del male[7]. [La domanda è “Perché mi si fa del male?”, lunica in grado di dare un fondamento al rispetto dovuto ad ogni essere umano e alla sua esigenza di giustizia]. Il principio più elevato di giustizia cui la Weil fa riferimento è esattamente il principio nonviolenza. (Manara 2011, pp. 286-287)

 

A questo punto la palla passa a noi tutti: è nostro compito, sollecitati anche da queste parole, avviare, sperimentare pratiche non-violente nella soluzione dei conflitti collettivi e nei rapporti interpersonali. Gli scritti di Simone Weil e le successive riflessioni di Fulvio non sono solo un lascito da custodire: con accentuazioni diverse esprimono un pensiero radicale a cui non possiamo sottrarci. Dobbiamo “accettare il rischio di esporci”.

Riferimenti bibliografici

Gaeta G. (1992), Simone Weil, Enciclopedia della pace,  Edizioni Cultura della pace, S. Domenico di Fiesole, Firenze.

Manara F. C. (2009), Piccola premessa a Simone Weil, in Studio per una dichiarazione degli obblighi verso l’essere umanoRiflessioni sulla barbarie, Fondazione Serughetti La Porta, distribuito in occasione del Convegno Costruire un architettura dell’Anima, Monastero Matris Domini, Bergamo, 24 e 25 ottobre 2009.

Manara F. C. (2011), Il rispetto dei diritti umani e il suo esercizio nella comunità di ricerca filosofica con i bambini,  Intervento al XIIème Colloque interdisciplinaire dÈthique et des Droits de lHomme, Université de Fribourg, 29 avril-1 mai 2010, pubblicato in “Educazione Democratica”, n. 2, 2011, pp. 286-287.

Manara F. C. (2017), Pensare con Simone Weil, Introduzione al Convegno, ora in Pensare il presente con Simone Weil, Effetà/La Porta, Cantalupa (Torino).

Platone (1991),  Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Rusconi, Milano.

Weil S. (1973), La condizione operaia, Edizioni di Comunità, Milano.

Weil S. (1983), Riflessioni sulle cause della libertà e dell,oppressione sociale, tr. it., Adelphi, Milano.

Weil S. (1982), Quaderni I, a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano.

Weil S. (1985), Quaderni II, a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano.

Weil S. (1988), Quaderni III, a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano.

Weil S. (1991), Quaderni IV, a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano.

Weil S. (1990), Prospettive. Andiamo verso la rivoluzione proletaria?, in Sulla Germania totalitaria, tr, it., Adelphi, Milano.

Weil S. (1996), I catari e la civiltà mediterranea, tr, it, a cura di Giancarlo Gaeta, Marietti, Genova.

Weil S. (2013), Una costituente per l’Europa. Scritti londinesi, tr, it., Castelvecchi, Roma.

Note

[1] Repubblica, Libro VI 493 b, in Platone 1991, p. 1221.

 

[2] Q I, p. 316, ispirato a Tucidide, Storie, V, 105. Con la sigla Q I, II, III, IV, citiamo i 4 volumi dei Quaderni curati da Giancarlo Gaeta, Adelphi, 1982, 1985, 1988, 1993, Milano.

 

[3] Scritta presumibilmente nel 1938, pubblicata in “Nuovi Argomenti”, n. 2, maggio-giugno 1953, p. 104-109. La si può leggere ora in Gaeta1992, pp. 95-100.

 

[4] En quoi consiste l’inspiration occitanienne; per comodità citiamo da Weil 1996, pp. 32, 33 e 34, passim.

 

[5] Q I, pp. 233-234. La Bhagavad-Gita o Canto del Beato, composta tra il III secolo a.C. e il III d. C., è costituita dai 18 capitoli del Livro VI dello sterminato poema sanscrito Mahabharata, che racchiudono linsegnamento dottrinale più importante impartito da Krishna ad Arjuna prima che questi intraprenda il combattimento.

 

[6] Simone Weil  elabora la sua riflessione avendo presente la raccolta di articoli di Gandhi, introdotta da Romain Rolland,  La Jeune Inde. 1919-1922, Librairie Stock, 1925.

 

[7] Qui è chiaro il riferimento allo scritto londinese La persona e il sacro, da noi tradotta con il titolo più appropriato La persona è sacra?,  in Una Weil 2013, pp. 188-211.

 

Domenico Canciani Ha insegnato Lingua e cultura francese presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova. Da anni si dedica allo studio della vita e del pensiero di Simone Weil, pubblicando saggi e monografie. Tra i suoi volumi: Simone Weil prima di Simone Weil, 1983; Simone Weil. Il coraggio di pensare. Impegno e riflessione politica tra le due guerre, 1996; Tra sventura e bellezza. Riflessione religiosa ed esperienza mistica in Simone Weil, 1998. Ha inoltre curato il volume Simone Weil, Sul colonialismo. Verso un incontro tra Occidente e Oriente, 2003. Nell’ottobre 2011 ha pubblicato, presso Beauchesne, Simone Weil. Le courage de penser, che contiene la sintesi delle sue ricerche su Simone Weil. Nel 2012, questo volume ha ricevuto il Prix Biguet de l’Académie Française. Collabora regolarmente con i “Cahiers Simone Weil” e pubblica, per lo più, in francese e in italiano. Suoi lavori sono stati tradotti in tedesco, spagnolo e polacco.

Con Maria Antonietta Vito ha curato i volumi: Marguerite Yourcenar- Simone Weil, Elettre. Lettura di un mito greco, 2004, per le Edizioni Medusa; per Castelvecchi: Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano, 2013; Una Costituente per l’Europa. Scritti londinesi, 2013; L’amicizia pura, 2013 (volume che il 17 ottobre 2014 è stato insignito del Premio Nazionale “Matera città cristologica”); Viaggio in Italia, 2015; Padre nostro, 2015.

 

Maria Antonietta Vito  Vive e lavora a Padova. Ha pubblicato due raccolte di poesie, La casa dei silenzi e Le stagioni del desiderio. Per la sua produzione lirica ancora inedita, è stata segnalata al Premio Internazionale Eugenio Montale. Ha esordito nella narrativa con un’opera intitolata Il Viaggio ed ha poi pubblicato, presso Tullio Pironti, il romanzo Il disincanto. Si è cimentata con la scrittura teatrale in un dramma allegorico sulla figura poetica del Tasso.

A Simone Weil ha dedicato un Oratorio, Il silenzio di Jaffier, rappresentato da due diverse compagnie. Ha in cantiere un’altra opera teatrale, sempre ispirata alla figura di Simone Weil.

I suoi contributi su Simone Weil sono in Simone Weil e l’amore per la città (Il Poligrafo, Padova 2010) e in Simone Weil. Dentro e fuori la Chiesa (Editrice Rotas, Barletta 2011), volumi nei quali si trovano anche i contributi di Domenico Canciani.

Ultimamente ha curato con Paolo Farina In dialogo con Simone Weil. Le provocazioni della Lettera a un religioso, Effatà Editrice, Cantalupa (Torino), 2015.