Etty Hillesum: parole per un futuro altro

di Gerrit Van Oord


 

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Non possiamo annoverare Etty Hillesum tra le persone che hanno innalzato la nonviolenza a concetto chiave e faro della propria vita. È quanto hanno fatto invece il Mahatma Gandhi e Aldo Capitini, per citare solo due nomi ai quali aggiungerei anche quello di Fulvio Manara. Etty Hillesum non fece una scelta radicale per la nonviolenza: una scelta che, nel contesto storico-politico dei Paesi Bassi della sua epoca, non sarebbe stata bizzarra, considerata la diffusa e attiva presenza – fin dall’inizio del Ventesimo secolo – del movimento antimilitarista e nonviolento. Ribellandosi contro il sentimento d’odio condiviso da moltissime persone che appartenevano al suo ambiente la giovane ebrea assunse però una posizione così netta, tanto nella sua quotidianità quanto nei suoi scritti – che risalgono al periodo 1941-1943 –, da poter essere considerata un passo nella direzione dell’ideale nonviolento. Sono questi i due temi intorno ai quali ruota il mio ricordo di Fulvio Manara, al quale dedico il testo.

Dall’inizio del 2005 abbiamo dato vita a un progetto che si proponeva di promuovere in Italia la ricerca sull’opera e la figura di Etty Hillesum. Fulvio mi invitò a far parte del “Gruppo di ricerca” intitolato alla giovane ebrea di Middelburg che aveva costituito presso l’università di Bergamo, l’ateneo nel quale insegnava. Malgrado tale università fosse lontana da Roma, trovai l’iniziativa pienamente condivisibile e vi aderii subito. Non me ne sono mai pentito: ma questo, d’altra parte, non sorprende nessuno che abbia conosciuto Fulvio e lavorato con lui.

Etty Hillesum aveva acquisito in certi ambienti italiani uno status di martire, di personaggio irenico, che però non trova alcun riscontro nel testo del diario e delle lettere. L’immagine della Hillesum, in Italia, si è formata sulla base delle traduzioni dall’olandese –  l’antologia del 1985 e le lettere nel 1990 – che sono parziali e non prive di errori. Le edizioni antologiche erano state ben presto superate dall’edizione critica dell’Opera completa, pubblicata ad Amsterdam nel 1986. L’edizione integrale del diario e delle lettere esce in italiano solo nel 2012 e nel 2013. Gli studiosi che facevano parte del Gruppo di ricerca erano consapevoli di quanto una simile situazione editoriale italiana fosse precaria e lo era, in primis, Fulvio Manara. Questo fu sufficiente per chiedere ad alcuni ricercatori interessati di riunire le forze per promuovere l’analisi degli scritti di una pensatrice libera e autonoma attraverso l’adozione di metodologie aperte e rigorose, che trovò non a caso una sponda nel contesto accademico degli studi di filosofia e pedagogia: un ambito laico, disponibile ad accogliere i contributi più vari, lontano da qualunque tentativo di appropriazione o agiografia.

Strada facendo mi sono reso conto che ad avvicinarmi a Fulvio Manara erano, oltre all’interesse e alla passione per gli studi hillesumiani, alcuni valori che affondavano le loro radici in una visione del mondo della quale l’idea nonviolenta costituisce un elemento fondamentale. Ci accomunavano del resto alcune letture ed esperienze fatte nella nostra gioventù e da studenti – anche se in due paesi davvero molto diversi come l’Italia e i Paesi Bassi. Quando un giorno gli raccontai che, nella seconda metà degli anni Settanta, avevo partecipato per ben tre volte alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi, accolse il mio resoconto con l’abituale, gioioso sorriso.

Aveva ascoltato con grande attenzione – ne compresi in seguito le ragioni – la storia riguardante l’evento decisivo della mia adolescenza, cioè l’energico rifiuto del modo di pensare che continuava a caratterizzare la mia famiglia: una mentalità che, negli anni Cinquanta e Sessanta, individuava nel padre la figura e l’autorità dominante. Una scelta del genere ebbe delle conseguenze dolorosissime determinando, da allora in poi, il percorso della mia vita: da obiettore di coscienza a militante, dal 1965 al 1982, nell’unico partito pacifista presente nei Paesi Bassi.

Da filosofo Fulvio Manara aveva analizzato e fissato concettualmente con un termine appropriato – metànoia – tale  esperienza soggettiva: la radicale svolta del pensiero e, di conseguenza, il totale cambiamento di indirizzo impresso alla mia vita. Non mi è possibile ricostruire nei dettagli, in questa sede, come fosse avvenuta una simile trasformazione ma due elementi erano stati certamente di fondamentale importanza. In primo luogo l’ambiente familiare: un padre ex-militare, ufficiale volontario nell’esercito dei Paesi Bassi, convinto assertore della necessità di contrastare a tutti costi le lotte di liberazione che ebbero luogo dal 1945 al 1950 nell’allora colonia delle Indie olandesi; non stupisce che in quell’ambiente familiare di stampo autoritario non fosse mancata, durante gli anni Trenta, qualche simpatia per il regime nazista nonché una leggera tendenza, seppure mai fanatica, all’antisemitismo. Il secondo elemento riguarda il periodo della mia giovinezza nella Amsterdam degli anni Sessanta e Settanta, la città dove la mia famiglia si era trasferita nel 1956. Il mio rifiuto dell’ideologia dominante nell’ambiente familiare trovò delle risposte nella cultura e nella politica dei movimenti della “contestazione” che connotarono quegli anni.

Chiudendo la parte personale dei miei ricordi legati a Fulvio, posso dire che egli mi ha donato una chiave per poter reinterpretare in modo razionale e fruttuoso quegli anni della mia gioventù che sono stati certamente traumatici ma che hanno segnato anche la liberazione da un vincolo opprimente e, quindi, una svolta di cui sono sempre stato molto felice.

Torniamo ora alle vicende hillesumiane che ci hanno fatto incontrare. In Fulvio ho trovato un entusiasta coorganizzatore di seminari grandi e piccoli, nazionali e internazionali, che hanno visto la luce nel decennio della nostra collaborazione. Manara è stato, inoltre, un instancabile tessitore di rapporti internazionali. Ricordo, nell’ambito degli studi hillesumiani, i proficui contatti con il Centro Studi Etty Hillesum (EHOC) dei Paesi Bassi nonché le relazioni con alcuni ricercatori spagnoli e colombiani. Il suo costante impegno di  studioso ha prodotto molteplici testi sulla Hillesum che hanno acquisito un posto di rilievo nella crescente bibliografia relativa all’opera della giovane ebrea di Middelburg.

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Ho affermato in precedenza che Etty Hillesum non aveva scelto la nonviolenza come principio guida; mi sembra però che sia possibile sostenere come abbia avuto una certa inclinazione a farlo proprio. Molte tracce a sostegno dell’argomento sono presenti nel suo diario e nelle lettere. A proposito degli anni precedenti la stesura del diario, che la ragazza inizia a scrivere nel marzo del 1941, sono disponibili solo i dati anagrafici e alcune informazioni contenute nelle testimonianze raccolte tramite interviste, tra il 1984 e il 1985, a persone che la avevano conosciuta. Il materiale raccolto è poi stato inserito nell’apparato delle note all’edizione completa.

La Hillesum arrivò ad Amsterdam nell’agosto del 1932 per iniziare a studiare giurisprudenza. Le notizie disponibili su questi all’incirca nove anni, sia riguardo alle sue convinzioni politiche sia al contesto sociale di appartenenza, sono molto scarse e poco affidabili. In base alle esigue informazioni biografiche e ai suoi ricordi annotati nel diario, non si può stabilire con certezza – anche se esistono diverse indicazioni al riguardo – se abbia aderito ai gruppi di orientamento antifascista o al movimento pacifista nato in seguito alla prima Guerra Mondiale che ebbe per simbolo un fucile spezzato – noto anche come “War Resisters’ International” – e che, nei Paesi Bassi, raccolse molti consensi.

Partiamo quindi dal diario e dalle lettere per analizzare – tralasciando la maggior parte degli spunti presenti nei testi – due temi cruciali ai fini del nostro discorso: in primo luogo l’amore per la vita e, in secondo, la sua opposizione al diffusissimo odio indifferenziato (Hillesum 2012b, p. 51). Nell’intervista intitolata Coi piedi per terra Fulvio Manara afferma: “Nonviolenza è amore per la vita”, ed entra poi nei dettagli con queste parole: “Non si tratta solo di ‘contrastare’ la violenza, di non commetterla. Si tratta piuttosto di operare per la vita, di lasciar fiorire l’amore per la vita, contro una cultura di morte che si ripresenta ramificata e pervasiva nel nostro tempo, come in ogni altro.” (Manara 2010b, p. 3).

L’amore per la vita è un valore positivo anche secondo la Hillesum: “la vita è grande e buona e attraente e eterna […]” (Hillesum 2102b, p. 270); dopo averlo evocato in più occasioni, malgrado la cupa realtà costituita dall’occupazione del suo paese e le consequenze per il suo popolo, esclama: “E ancora: la vita è bella!” (Hillesum 2102b, p. 450).

Riguardo al tema dell’odio la Hillesum precisa che si tratta di “[…] una malattia dell’anima. Odiare non è nel mio carattere”. È una constatazione riportata nelle prime pagine del suo diario, il 15 marzo 1941, destinata a diventare in seguito un tema ricorrente fino alle sue osservazioni sull’argomento alla luce dell’ambiente e delle vicende accadute del campo di Westerbork durante l’estate del 1943, a proposito delle quali le sue lettere costituiscono l’unica fonte.

Una sua riflessione inserita nel diario dopo un incontro con Julius Spier riguarda lo stesso tema e definisce alla stregua di un pensiero liberatorio le osservazioni del suo mentore. Siamo all’undicesimo mese dell’occupazione nazista. L’ebreo tedesco Spier affermò che la presenza di un solo tedesco giusto – non usa la parola “nazista”[1] –  confuterebbe ogni ragionamento sulla base del quale si cerca di riversare tutto il proprio odio su un popolo intero. L’elemento liberatorio agisce nella mente della Hillesum in quanto costei riesce a sbarazzarsi del pensiero limitante e banalizzante fondato sulla mancata distinzione tra le persone e i fatti del mondo.

Eliminare nella propria interiorità il funesto ragionamento fondato sull’odio generalizzato, si affretta a scrivere, non elimina però l’opzione di una proporzionale indignazione nei confronti dell’agire dell’autorità politica o militare al potere. Tocchiamo qui un aspetto importante che riguarda l’interpretazione dei passi del diario dedicati al tema della nonviolenza, perché permette di argomentare a favore di una sua apertura all’uso della violenza. Tale apertura minerebbe l’immagine – diffusissima – di una Hillesum irenica in toto.

In un passo diaristico del 27 febbraio 1942 quest’ultima esprime un pensiero che sembra innegabilmente violento. La giovane ebrea racconta di una visita a un ufficio della Gestapo e riflette sul comportamento di un soldato tedesco dal quale aveva subito un tentativo di intimidazione. Scrive che vorrebbe parlargli, vorrebbe anzi aiutarlo, curare il male interiore da cui sembra affetto. Nel prosieguo, però, utilizza anche parole assai dure, adoperando un linguaggio che appartiene più a una narrazione disposta a ricorrere alla violenza che non a quella incline esclusivamente al dialogo: “[…] ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere finché non possono fare del male, ma che diventano pericolissimi se sono lasciati liberi di aggredire altri esseri umani, e vanno eliminati” (Hillesum 2012a, p. 269).

L’espressione “vanno eliminati” non lascia adito a dubbi riguardo alle opinioni espresse in questa parte del diario. Etty Hillesum era sì pronta ad aiutare anche un membro della SS ma a livello strettamente personale, come aveva fatto il suo maestro Spier prima della guerra, quando a Berlino aveva ricevuto nel suo studio di psicochirologia – in qualità di “pazienti” – alcuni nazisti. In quella fase degli eventi, siamo a un passo dall’inizio delle deportazioni (luglio 1942), la Hillesum era molto ben consapevole del comportamento e del potenziale pericolo – costituito dai militari tedeschi – per il proprio popolo. La giovane ebrea utilizza, nella citazione riportata, l’espressione verbale “eliminati” che sgombra il campo da ogni possibilità di interpretazione “irenica”.

Fin dall’inizio della nostra collaborazione nel Gruppo di lavoro bergamasco Fulvio Manara si era dimostrato particolarmente interessato alla vicenda relativa alla traduzione italiana del diario e, avendo consultato le traduzioni in inglese e francese, vi aveva notato alcune significative discrepanze. La questione è cruciale per la definizione dell’immagine di Etty Hillesum e la corretta comprensione del suo pensiero. Nelle loro ricerche e nei loro contributi i membri del Gruppo hanno cercato fin dal principio di presentare un’immagine di Etty Hillesum quanto più possibile in armonia con i suoi scritti. Fulvio Manara ha pubblicato i risultati della sua ricerca in due saggi usciti nel 2009 e nel 2012. Nel primo ha analizzato il presunto misticismo della Hillesum, un’interpretazione che è stata proposta da Cristina Dobner. Attraverso una solida argomentazione filosofica e linguistica egli ne ha messo fortemente in dubbio la fondatezza (Manara 2009). Il secondo contributo (Manara 2012) è dedicato invece a una rigorosa analisi del lavoro di Giovanna Noccelli dal titolo Oltre la ragione, uno dei pochi testi sulla Hillesum di carattere filosofico (Noccelli 2004). Anche in questo caso Manara effettua, sulla base di alcuni criteri filosofici ed ermeneutici, un’attenta indagine del testo preso in esame. Lo studioso, del resto, si era già occupato del tema relativo all’importanza della filosofia negli scritti e nella vita di Etty Hillesum nel suo saggio Philosophy as a way of life in the work of Etty Hillesum (Manara 2008).

Tornando al tema della violenza presente nel brano sopra citato, occorre segnalare che il passo è stato mal tradotto in italiano e, di conseguenza, sono apparse alcune interpretazioni che non trovano giustificazione nel testo del diario. La traduzione, tutt’ora inserita nell’edizione integrale in commercio, è la seguente:

 

Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fintanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull’umanità. È solo il sistema usato da questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male nell’uomo, non l’uomo stesso. (Hillesum 2012, pp. 385-386)

 

Una traduzione particolarmente infelice, nella quale non c’è traccia dell’importante locuzione “vanno eliminati”. Riguardo all’ultimo periodo della citazione, che contiene il verbo “sterminare”, occorre osservare che quest’ultimo, nella versione originale olandese, è assente. Va inoltre rilevato come la parola “sterminio” abbia acquisito, nella storiografia del dopoguerra, una connotazione chiara, in quanto riferita al genocidio degli ebrei (e alcune altre appartenenze) perpetrato dai nazisti. La frase, tuttora presente nell’edizione integrale, dà quindi origine a un fraintendimento e induce il lettore a formulare un’interpretazione errata.

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Adesso vorrei allargare la prospettiva prendendo in esame la posizione di Tzvetan Todorov (1939-2017), il filosofo e saggista francese di origine bulgara del quale Fulvio Manara conosceva bene il saggio Di fronte all’estremo, che in Italia vide la luce nel 1992, in cui l’autore ha analizzato anche gli scritti della Hillesum prendendo però in esame l’edizione antologica uscita in francese nell’ottobre del 1988 con il titolo Une vie bouleversée.

Nel nuovo millenio Todorov ha ripreso lo studio degli scritti della giovane ebrea della quale, nel 2008, era stata pubblicata in francese l’opera completa – Les écrits d’Etty Hillesum (Hillesum 2008). Il filosofo se ne occupa nel primo capitolo del suo libro Resistenti (Todorov 2016, pp. 33-54). La paragona a Gandhi e considera l’una e l’altro sostenitori della nonviolenza. A differenza di Gandhi la Hillesum sarebbe stata tuttavia acquiescente, ripiegata su sé stessa, soprattutto durante la prima delle due fasi che Todorov individua nell’ambito del suo pensiero. La svolta avverrebbe quando la ragazza è costretta a partire per il campo di Westerbork, dove non sarebbe più stata in grado di concentrarsi esclusivamente sulla propria interiorità ma avrebbe dovuto fare i conti con il mondo esterno. Con l’arrivo della sua famiglia inizierebbe una nuova fase, perché in seguito la Hillesum avrebbe abbandonato il punto fermo costituito dall’idea di amore universale per l’umanità a favore dell’amore per i suoi cari.

La convinzione irenica – considerata da molti tipicamente hillesumiana – viene sostituita secondo Todorov da una posizione stando alla quale la giovane ebrea ammetterebbe la violenza: un’idea che sarebbe stata ribadita nel discutere la questione, molto dibattuta anche nel dopoguerra, inerente i motivi che avrebbero persuaso gli alleati a non bombardare le linee ferroviare che portavano verso i campi di sterminio nazisti. Ecco la citazione: “E, una volta tanto, non poteva essere colpita una linea ferroviaria, così da impedire la partenza del treno? Non è ancora successo, mai; ma si continua a sperarlo a ogni deportazione[2], con una fiducia incrollabile […]” (Hillesum 2013, pp. 136-137). È però impossibile dedurre da queste frasi se la Hillesum abbia espresso la propria opinione o riportato invece quel che si diceva tra gli internati del campo di Westerbork. Considerato il carattere descrittivo della lettera del 24 agosto 1943, sono incline a optare per la seconda ipotesi. Todorov interpreta invece il passo ravvisandovi una svolta che condurrebbe la Hillesum ad ammettere l’uso della violenza.

Lo studioso franco-bulgaro analizza anche i passi diaristici successivi alla visita all’ufficio della Gestapo di cui sopra. Trovo sorprendente che egli non abbia preso in considerazione le parole scritte il 27 febbraio del 1942: “[…] et à éliminer, quand on les lâche commes des fauves sur l’umanité.”[3] La traduzione francese “éliminer” dell’olandese “uitroeien” – eliminare – non lascia alcun dubbio sulla posizione hillesumiana. Mi pare dunque che la “svista” tenda a minare la solidità della tesi delle “due” Hillesum.

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Nel precedente paragrafo 2 ho fatto riferimento all’approccio ermeneutico utilizzato da Fulvio Manara per esaminare i testi della Hillesum. Vorrei ora menzionare un altro esempio di quello stesso metodo che egli ha applicato ai testi nell’ambito dei suoi lavori sulla nonviolenza. In un saggio del 2006 pubblicato in seguito dalla rivista “Servitium” con il titolo È tempo di guerra, oggi (Manara 2006), lo studioso esamina il modo in cui si tende a parlare della guerra. Non credo che, dopo un decennio, le cose siano molto cambiate e ritengo pertanto che la sua analisi sia ancora valida. Fulvio considera quel modo “[…] nebuloso, autocontraddittorio, confusivo, se non menzognero […]” ed era convinto che la disamina di quella maniera di parlarne rientrasse tra i suoi doveri di intellettuale. Avrebbe così contribuito a creare le condizioni perché ognuno di noi arrivi a “liberarsene”.

Manara si rende conto della fondamentale importanza della lingua e ci mette in guardia dal suo potere: “[…] il linguaggio può costituirsi come un sistema terroristico. Siamo tutti vittime e bersaglio di  questo tipo di linguaggio che rilegitima la guerra più o meno apertamente o surrettiziamente. Occorre mettere in discussione, criticare e cercare di capire per prima cosa proprio le parole con cui ci parlano della guerra […] C’è una “colonizzazione” del linguaggio pervadente e radicata.” (Manara 2006, pp. 19-20) Egli considera tale maniera di usare la lingua e le parole la dimostrazione di una “cultura della morte” e propone alcuni punti programmatici proprio per consentire a ognuno di liberarsene. Ne cito il più importante:

“È richiesta una rivoluzione profonda dei nostri stili di vita. Una metànoia radicale e integrale del modo di vedere il mondo e di vivere, di abitare e di convivere” (Manara 2006, p. 19). Manara usa il termine metànoia – a cui ho già fatto riferimento nel primo paragrafo – non nel significato cristiano, ma auspica come quel processo di trasformazione si attui in ognuno di noi provocando così una radicale svolta nel nostro modo di pensare. Torno a citare le sue parole: “Servono pensieri, parole, azioni che non dicano la guerra e la distruttività, ma dicano e testimonino la capacità fattiva dell’uomo di convertirsi dall’odio alla vita.” Fulvio contrappone le parole negative – la guerra, la distruzione, la morte e l’odio – a quelle  positive: la pace, la creatività, la vita e l’amore. Manara sintetizza poi il suo pensiero nell’ultima parte del passo citato, quando parla cioè della necessità di “[…] convertirsi dall’odio alla vita.”

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Vorrei presentarvi ora l’esempio di una persona che, sul finire del conflitto, guardò al futuro dell’Europa. Uno spirito animato da questo desiderio: che per la sua famiglia, nel vecchio continente, nel dopoguerra, si realizzasse l’ideale della convivenza pacifica. Citerò un passo da una lettera che, nel 1944, venne scritta da un condannato a morte. Questa, in breve, la storia.

Nei Paesi Bassi occupati, più precisamente a Utrecht, l’11 novembre 1943 il Sicherheitsdienst – la polizia nazista – arrestò cinque componenti della Resistenza. Erano cinque uomini che stavano andando a una riunione fissata per preparare l’uscita, nel mese di dicembre, di un giornale clandestino che si sarebbe chiamato “Appello”. Uno di loro, condannato a morte il 20 aprile 1944, scrisse la mattina della sua esecuzione, che avrebbe avuto luogo il 31 luglio 1944, una lettera di addio alla moglie. Vi leggo questo passo:

 

Mia carissima Nel, aiuta Paultje a diventare un bravo ragazzo e un uomo capace, e che non viva nell’indifferenza. Non ha da vergognarsi di suo padre! Cara Nel, che soprattutto non cresca con un odio cieco contro il popolo tedesco. Se vuole vendicarsi di suo padre che lo faccia contro la società corrotta nella quale viviamo e dalla quale è scoppiata la guerra con tutte le sue conseguenze, di cui è anche vittima il popolo tedesco. (Malvezzi e Pirelli 1954, p. 631)

 

Postma non era ebreo. Era stato arrestato perché era un militante comunista attivo nella resistenza all’occupante nazista. Il regime hitleriano aveva deciso di distruggere il comunismo e di dare la caccia a tutti coloro che erano rimasti fedeli a quella ideologia. Postma e gli altri suoi compagni si trovavano indubbiamente in circostanze estreme: una situazione che li avrebbe legittimati a nutrire ed esprimere un profondo odio nei confronti dei tedeschi. Ciononostante, egli chiese alla moglie di insegnare al loro figlioletto a non odiare il popolo del quale facevano pur parte i suoi assassini.

Quel che Postma ha chiamato “odio cieco” è presente nel diario della Hillesum, che lo definisce “odio indiscriminato”. L’odio cieco viene collegato di solito a un agire privo di base razionale, che toglie la capacità di distinguere e appare, in quanto tale, paragonabile all’odio generalizzato al quale fa riferimento la Hillesum.

In tutte e due i casi si è trattato di un comportamento molto coraggioso, dal momento che quelle persone hanno scelto di contrastare l’indifferenza – allora molto diffusa nei Paesi Bassi.

Conclusione: dall’odio a un futuro nonviolento

All’odio non manca certo la diffusione. L’abbiamo visto nel passato e, chiunque volesse, potrebbe vederlo crescere attorno a sé ogni giorno. L’ideale nonviolento appare invece aver imboccato la strada di un declino inarrestabile.

Anche se sembra pressoché impossibile debellare i sentimenti e le manifestazioni di odio, fare finta che non esistano ci condannerebbe a vivere in una società in cui i valori sostenuti e difesi da Etty Hillesum e Fulvio Manara rischierebbero di subire un profondo logoramento. La via indicata da Etty Hillesum – combattere “il marciume che è in noi” – è una delle vie maestre ma appare tuttavia insufficiente. È utile percorrere anche la via indicata da Fulvio Manara, quella dell’educazione alla nonviolenza. Il problema della diffusione dell’odio dovrebbe essere posto al centro delle politiche dell’istruzione non solo di ogni nazione, ma anche delle istituzioni sopranazionali, trattandosi di un problema culturale che non conosce confini. Sarà un lavoro duro e di lungo respiro, ma possibile e necessario. Ne era convinto Fulvio Manara e, insieme a lui, lo erano moltissime delle persone che lo hanno conosciuto e amato.

Riferimenti bibliografici

Hillesum E. (1988), Une vie bouleversée. Journal 1941-1943 suivi des Lettres de Westerbork, Éditions du Seuil, Paris.

Hillesum E. (2008), Les écrits d’Etty Hillesum. Journaux et lettres 1941-1943. Traduits du néerlandais et de l’allemand par Philippe Noble avec la collaboration d’Isabelle Rosselin. Éditions du Seuil, Paris.

Hillesum E. (2012a), Het Werk 1941-1943. Uitgegeven onder redactie van Klaas A.D. Smelik. Tekstverzorging door Gideon Lodders en Rob Tempelaars. Zesde herziene en aangevulde druk. Uitgeverij Balans, Amsterdam.

Hillesum E. (2012b), Diario 1941-1942. Edizione diretta da Klaas A.D. Smelik. Testo critico stabilito da Gideon Lodders e Rob Tempelaars. Traduzione di Chiara Passanti, Tina Montone e Ada Vigliani. Adelphi Edizioni, Milano.

Hillesum E. (2013), Lettere 1941-1943. Edizione diretta da Klaas A.D. Smelik. Testo critico stabilito da Gideon Lodders e Rob Tempelaars. Traduzione di Chiara Passanti, Tina Montone e Ada Vigliani. Adelphi Edizioni, Milano.

Malvezzi P. e Pirelli G. (a cura di) (1954), Lettere di condannati a morte della Resistenza europea. Prefazione di Thomas Mann. Einaudi Editore, Torino.

Manara F. C. (1995), La nonviolenza si impara: metodi e strategie, in “Azione nonviolenta”, a. XXXII, n.1-2, gennaio-febbraio, pp. 5-10.

Manara F. C. (2006), È tempo di guerra, oggi, in “Servitium. Quaderni di ricerca spirituale”, anno 44, n.  168, pp. 17-30.

Manara F. C. (2008), Philosophy as a Way of Life in the Work of Etty Hillesum, in Spirituality in the Writings of Etty Hillesum, Proceedings of the Etty Hillesum Conference at Ghent University, November 2008, Edited by Klaas A.D. Smelik, Ria van den Brandt, and Meins G.S. Coetsier, Brill, Leiden-Boston, pp. 379-398.

Manara F. C. (2009a), La trasformazione nonviolenta dei conflitti tra educazione e formazione, in “Orientamenti Pedagogici”, vol. 56, n. 3, maggio-giugno.

Manara F. C. (2009b) Filosofare. Oltre l’amore per la saggezza, la saggezza dell’amore, in “Amica Sofia”, giugno, pp. 23-24.

Manara F. C. (2009c), Pagine mistiche di Etty Hillesum, in Con Etty Hillesum. Quaderno di informazione e ricerca 1, Apeiron Editori, Sant’Oreste 2009, pp. 28-36 [recensione].

Manara F. C. (2010b), La nonviolenza in Italia. Paolo Arena e Marco Graziotti intervistano Fulvio Cesare Manara, in “La nonviolenza è in cammino”, n. 401, 31 ottobre.

(2012), Oltre la ragione, un altra filosofia. Etty Hillesum e la vita filosofica, in Etty Hillesum. Studi sulla vita e sull’opera, Con Etty Hillesum 2, a cura di Gerrit Van Oord, Apeiron Editori, Sant’Oreste, 35-57.

Noccelli M. G. (2004), Oltre la ragione. Riusonanze filosofiche dal pensiero e dall’itinerario esistenziale di Etty Hillesum, Apeiron Editori, Sant’Oreste.

Todorov T. (2016), Resistenti. Storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia. trad. di Emanuele Lana, Garzanti, Milano.

Note

[1] Il termine appare nel diario solo due volte.

 

[2] Nel testo originale la Hillesum non usa la parola “deportazione” ma “trasporto” (Hillesum 2012, p. 688).

 

[3] Hillesum 2008, p. 369.

 

Gerrit Van Oord Residente in Italia dal 1982, ha insegnato per molti anni lingua e letteratura olandese a Roma. Studioso della Shoah, con particolare riguardo alle vicende olandesi, ha pubblicato numerosi articoli e saggi su Etty Hillesum. È inoltre editore e traduttore nonché rappresentante per Italia del Centro Studi Etty Hillesum (diretto, presso l’università di Gand, da Klaas A.D. Smelik). Gestisce il sito www.ettyhillesum.it.