Un dialogo con Fulvio C. Manara su Freire e Milani

di José Luis Corzo


 

Devo a Fulvio Cesare Manara una delle più grosse soddisfazioni della mia vita, e ancora in più, devo anche a lui una grande e leale amicizia posteriore. Infatti, alla fine di ottobre 2006 ho ricevuto all’improvviso – quando non ci si conosceva – una sua prima proposta di tradurre in italiano la mia tesi di dottorato in teologia su don Lorenzo Milani. Era una lettera collettiva firmata con il suo collega Paolo Perticari dell’Università degli studi di Bergamo, con P. Espedito D’Agostini, insieme a Fabio Amigoni, dell’editrice Servitium dei frati del Priorato di S. Egidio in Fontanella di Sotto il Monte, Bergamo. Quella tesi, col titolo Lorenzo Milani, maestro cristiano. Análisis espiritual y significación pedagógica, l’avevo difesa il 26 giugno del 1980, proprio il giorno del tredicesimo anniversario della morte di don Lorenzo, ed era stata pubblicata in spagnolo nel 1981 dall’Università Pontificia di Salamanca, presso la quale ho sempre lavorato come professore (Corzo 1981).

 

Si tratta – mi scrisse Manara il 13 novembre successivo – di un lavoro che riteniamo possa orientare ancora in modo generativo e costruttivo la ricerca su don Lorenzo, e non solo perché anche orientato dal punto di vista teologico, ma perché é una lettura di alto spessore culturale ed esistenziale.

 

Non potevo aspettarmi gioia più grande. Niente meno che 25 anni dopo, a qualcuno in Italia interessa ancora quel lavoro. Ricordavo bene i sei faticosi anni di ricerca e di stesura del testo (1974-1980) mentre ero immerso nel lavoro educativo fra i ragazzi della Casa-scuola Santiago Uno di Salamanca, fondata nel 1971, subito dopo un mio drammatico incontro a Roma, l’anno precedente, con Lettera a una professoressa. L’esperienza educativa di Barbiana mi aveva sedotto, ma fu l’impegno di tradurre in spagnolo Esperienze pastorali[1] che mi convinse per sempre della profondità religiosa e cristiana di quel pastore e sacerdote emarginato da i suoi confratelli e vescovi.

Ancora oggi, cinquant’anni dopo la sua morte, mi sembra giusto riconoscere che dobbiamo la sua memoria ad una abbondante lettura laica di don Milani, mentre la prospettiva teologica era – e rimane – troppo limitata, proprio come mi scriveva Manara dodici anni fa. Ci è voluta la memoria e la visita di papa Francesco (dal 10.5.2014 davanti ai rappresentanti della scuola italiana fino alla preghiera personale a Barbiana il 20.6.2017) per recuperare la sua piena dimensione cristiana e sacerdotale. E resta ancora tanto da fare![2].

Comunque, un primo suggerimento per questa traduzione finalmente riuscita (Corzo 2008), era venuto a Bologna alla metà degli anni ottanta da Giovanni Catti, un altro amico di cara memoria, monsignore e pedagogista dei boy scout, secondo quanto scrive Paolo Perticari nella postfazione del testo italiano (p. 439). Il tessuto provvidenziale della storia si dipana sempre così.

Sino alla fine di settembre del 2007 però, non conobbi di persona l’amico Fulvio. Ero già ben convinto che il mio libro – che non avrei aggiornato per conto mio – avrebbe guadagnato molto nell’edizione italiana nelle mani di un curatore come lui. Lo confermavano i tanti messaggi scambiati fra di noi in quel periodo. Le sue osservazioni mi superavano in mille modi. Si trattava di un vero studioso, attento fino allo scrupolo scientifico ad ogni osservazione. Basta leggere le tante note firmate da lui che si trovano e che arricchiscono il contenuto di tanti passaggi. Conservo però tanti altri dialoghi scritti con lui per chiarire i punti più sottili dei diversi argomenti.

Alla sua servizievole amicizia devo, fra tanto altro, l’indimenticabile incontro con don Loris Capovilla, che lui – insieme a Fabio Amigoni –  ha procurato l’otto Febbraio del 2009 alla professoressa Adele Corradi (di Barbiana), a sua sorella e a me.

***

Ma in questa commemorazione universitaria e profondamente amicale, preferisco rifarmi all’ultimo nostro recente dialogo, perché riferito a un punto centrale della pedagogia, caro a noi due, ma poco assorbito ancora dalle facoltà di scienze dell’educazione. La questione è presentata in alcune pagine del grande pedagogista brasileiro Paulo Freire (1921-1997). Il professore Manara lo citava nel suo articolo, pubblicato postumo, Il principio della comunità di ricerca in Lorenzo Milani (Manara 2016). Articolo dedicato al maestro di Barbiana, anche lui in forte sintonia con Freire in vari punti centrali del suo pensiero pedagogico, come la centralità della parola ed altri.

Fulvio me l’ha spedito il giorno prima di Natale di 2015 e non ho potuto resistere alla tentazione – in mezzo alle feste familiari – di leggerlo subito e di rispondergli lo stesso giorno 25 Dicembre. Lo avvertivo di non adottare una cattiva traduzione molto frequente, e non soltanto in Italia, di in un passo centrale di Paolo Freire, che avrebbe indebolito proprio la forza del suo concetto di educazione innovatrice. Fulvio mi ha subito ringraziato con una frase che ora mi porto nell’anima: “Abbracci e grazie per questa straordinaria vicinanza nell’amicizia”.

Trattando del pensiero di don Lorenzo Milani, lui poteva scegliere di approfondire uno tra i diversi argomenti di peso che lui studiava personalmente. Questo articolo l’ha dedicato alla comunità di ricerca che conosceva così bene e che, senza questa denominazione, secondo lui si trovava in anticipo realizzata nella scuola di Barbiana. E così, per Fulvio non era stato difficile trovare proprio nella radice e nell’insieme dell’apprendimento comunitario la grossa innovazione freiriana che lui citava così: “Nessuno educa nessuno. Nessuno educa se stesso. Gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo”.

C’era dentro a questa frase una traduzione sbagliata del verbo portoghese – e anche spagnolo – mediatizar. Se interpretato come mediazione strumentale fa sparire il principale contributo rivoluzionario di Paulo Freire alla comprensione del fenomeno educativo. Fulvio, che lo sapeva bene, lo spiegava di seguito:

 

Significa l’influenza che il mondo, o i mondi esercitano su un essere umano o un gruppo, condizionando la sua libertà di azione. Per Freire, la “mediatizacion” è questa interazione inter-in-dipendente e viva, irriducibile e radicalmente problematica, degli esseri umani e del mondo, tra loro, reciprocamente, e rappresenta sfide, provocazioni, sollecitazioni, una sempre rinascente alterità e l’emergere di contraddizioni, che interpellano tutti coloro che sono coinvolti in questa interrelazione.

 

Cioè vuol dire che il mondo non può essere considerato come un altro strumento didattico, uno dei tanti, uno in più, nelle mani di quel educatore “trasmettitore” rifiutato da Freire che lo  ha chiamato “bancario”. Perché per lui non esiste l’educazione come azione del trasmettere, che passa da uno all’altro e che, mentre si esercita, rimane fuori o al di sopra della realtà del mondo, che è sempre nuova. Se si trattasse di trasmissione, ciò non sarebbe che un tentativo addomesticamento dell’altro, il gesto di inserire l’educando nel piccolo mondo fermo del cosiddetto educatore. E la ragione di questo fatto si trova nella continua sfida e provocazione del mondo verso tutti noi. Il mondo condiziona – mediatiza – noi tutti, educatori ed educandi, come avverte Freire con chiarezza.

Il verbo portoghese mediatizar, usato da lui, esiste anche in spagnolo, ma non tutti lo capiscono nel suo vero significato e, meno ancora, immersi nel mediatico “villaggio globale” di McLuhan. Mediatizar, secondo la Real Academia Española, significa “attuare ostacolando o perfino impedendo la libertà d’azione di una persona o istituzione nell’esercizio delle sue attività o funzioni”. Per chiarirlo Freire usa frequentemente il verbo sfidare, che tanto mi piace. Cioè, il mondo ci sfida a capire e a convivere con lui e con  gli esseri umani.

“L’educazione autentica non si fa da A verso B o da A su B, ma da A con B, mediatizati dal mondo. Mondo che impressiona e sfida gli uni e gli altri, dando origine a visioni o punti di vista su di lui” (Freire 1992, p. 112).

La forza di un tale incontro umano col mondo e con le sue sfide è tale che fa sorgere le diverse culture dei singoli popoli. Si potrebbe dire che ogni cultura – nei rispettivi gruppi umani – risulta dall’affrontare, dal far fronte o dal confrontarsi con, le grosse sfide permanenti dell’umanità e con quelle sfide particolari che toccano i dei singoli gruppi, secondo le loro proprie condizioni geografiche, climatiche e storiche. È facile osservare che la maggioranza delle sfide “mondane” ai popoli (la morte, la convivenza, l’amore e la guerra, le Arti, la salute, ecc.) persistono durante i secoli e in ogni zona del pianeta. A ragione la Lettera a una professoressa – oltre a introdurre la necessità della parola nella creazione collettiva della cultura – avverte: “La cultura vera, quella che ancora non ha posseduto nessun uomo, è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola” e ancora: “Ogni popolo ha la sua cultura e nessun popolo ce n’ha meno di un altro” (Scuola di Barbiana 1967, p. 105 e p. 115).

Ora  in parallelo con la cultura, anche l’educazione è risultato in ogni singola persona degli incontri con il mondo e con le sue sfide. Sarebbe questa la dimensione individuale dello stesso fenomeno, ma né si riceve dalla collettività né si può isolare da essa. Piuttosto tutti noi ci educhiamo con le nostre rispettive collettività – familiari, etniche, religiose ecc. – perché all’interno di esse abbiamo conosciuto le prime sfide comuni delle nostre vite, così come abbiamo cercato con i nostri simili le migliori risposte personali. E quindi l’educazione non è un’eredità né una trasmissione, né si apprende intellettualmente né si acquista per ripetizione di esercizi fino all’abitudine. Si tratta di una constante e lunga esperienza personale, holistica, di tutto l’essere – sensibilità, ragione, impegno morale – quando si trova in relazione con le sfide concrete. “Nessuno educa nessuno. Nessuno educa se stesso. Gli uomini si educano in comunione mediatizzati dal mondo. Mediatizzati dagli oggetti conoscibili che, nella prassi bancaria, appartengono all’educatore chi gli descrive o gli consegna ai passivi educandi”, scrisse Freire (1992, p. 90).

Quando don Milani ha tentato di descrivere la vera educazione vissuta a Barbiana si è servito di certi verbi intransitivi presi dalla vita vegetale:

“E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figli li amo che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare?”[3].

Benché prima di morire nel 1967 don Milani non abbia potuto leggere né conoscere Paulo Freire, entrambi convergono nel descrivere un identico fenomeno esistenziale, implicito nei rapporti e nelle relazioni stabilite fra le persone e con tutto il loro ambiente. A ragione don Milani accentua fino a considerarle indispensabili in qualsiasi scuola due di queste relazioni: l’amore del maestro per i suoi scolari e, riguardo al mondo, un atteggiamento permanentemente aperto e recettivo delle sue sfide. Lo si ricorda nella grande scritta dell’aula di Barbiana:

“Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. E il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”[4].

Evidentemente ci troviamo di fronte a una profonda visione dell’educazione umana, intesa come sviluppo personale pieno dei rapporti con tutto quanto entra nella parola mondo. Paulo Freire ha riunito il suo immenso contenuto in tre aree diverse: relazioni con la natura (con esso), con gli altri (con loro) e con il mistero circostante che ci supera e ci trascende quando siamo davanti a lui nell’arte e nella creatività spirituale e religiosa (con lui)[5]. Possiamo alludere sinteticamente a quest’educazione nel dire: “ci educhiamo insieme nell’affrontare (far fronte a, confrontarsi con, rispondere a…) le sfide della vita collettiva”. Non vuol dire risolverle in ogni caso, è chiaro, ma confrontarci con esse e avere il coraggio di assumerle dentro la nostra vita.

Ora, il substrato fondamentale che ci fa capire tutto questo processo permanente di nuove vivencias, di nuove esperienze di vita,  lungo tutto il percorso della nostra vita si nasconde sotto il concetto umanista e filosofico di relazione. Paulo Freire lo avverte esplicitamente[6]. Forse crediamo che in qualsiasi persona le relazioni siano qualcosa di aggiuntivo o di superfluo, un accidente secondario della vera sostanza personale. Invece, sono talmente sostantive che configurano e modellano l’essere profondo di ogni singola personalità. Fra l’altro, così pensava perfino San Tommaso d’Aquino quando trattava niente meno che della trinitaria personalità di Dio.

Le nostre relazioni ci fanno esistere e ci configurano. Alcune di esse precedono  la nostra nascita – determinata dalla genetica e dalla lingua materna in cui siamo nati – ma altre nascono nuove lungo il nostro cammino. Noi siamo quelli che siamo, come figli, fratelli, concittadini, nemici o innamorati di esseri e realtà concrete del nostro ambiente esistenziale. Le relazioni sono estensioni dell’anima, la crescita personale naturale. E perfino il nostro rifiuto o il fallimento di certi rapporti non ben riusciti possono lasciare nell’anima le loro orme. Qualche volta sentiamo il dolore quasi di membra che non abbiamo: “A questo tale manca l’amore parentale o forse un qualsiasi duro impegno nel campo sociale, o la voglia di creare qualcosa…”.

Chi desidera far crescere l’educazione – e non soltanto l’istruzione – dei suoi allievi o addirittura dei propri figli, deve stimolare i loro liberi rapporti con la natura, con gli altri e con l’aldilà…

Crediamo che davanti a una così profonda idea freiriana dell’educazione, oggi si dovrebbero rivedere le teorie pedagogiche presenti nelle nostre facoltà, nelle scuole e  nelle famiglie. È qualcosa di radicalmente diverso dall’insegnamento o dall’istruzione, di cui si occupa la scuola; è il suo compito fondamentale ed è sempre presente nelle singole famiglie. L’istruzione è di natura sempre trasmissiva e va dall’insegnante agli allievi, dai genitori ai figli… Sembra che sia stata l’istruzione a modellare l’attuale teoria educativa, e ci si sbaglia. I verbi che esprimono l’insegnamento non servono per l’educazione, non sono l’esempio funzionale del fatto educativo. Educare è tutta un’altra cosa, benché l’apprendimento e l’istruzione siano ancora necessari alla specie umana (cfr. Corzo 2007). Se è vero che specialmente durante l’infanzia abbiamo bisogno di conoscere fatti, concetti, principi, mezzi, norme, atteggiamenti e valori…, è anche verissimo che non maturiamo che nel rapporto assunto personalmente col nostro mondo, pieno di avvenimenti, di gente e di vita. Non viviamo sopra di lui, ma con lui, diceva Freire[7]. Neppure si trova la vera educazione nello sviluppo (e-ducere) delle nascoste qualità naturali di ognuno, benché un tale sviluppo delle potenzialità personali avvenga nell’esercizio delle diverse e autentiche relazioni della vita.

Mi pare che tale profonda innovazione pedagogica giustifichi, a mio pensare,  l’indiscussa superiorità di Paulo Freire su tutti i pedagogisti del ventesimo secolo. Ma mi sembra che non sia stato sufficientemente considerato questo suo punto centrale. Oggi nelle facoltà universitarie di scienze dell’educazione tutto è diventato didattica e, per quanto riguarda Freire, si apprezza di più il suo metodo per alfabetizzare gli adulti tramite lo studio delle cosiddette “parole generatrici”.

Per quanto riguarda don Milani, ho sempre valutato come suo centrale elemento pedagogico, e didattico insieme, il fatto di vincolare l’istruzione – e il correlativo apprendimento scolastico di ogni giorno – con le sfide vicine e lontane del mondo. Arrivavano alla sua scuola i giornali, gli ospiti e soprattutto  la vita concreta dei propri ragazzi e tutto questo si doveva assumere.  Don Milani confessava nel suo libro del 1958:

 

Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, sono io che l’ho imparato da loro. Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi  mentre loro mi hanno insegnato a vivere. (Milani 1958, p. 235)

 

Don Milani era pienamente cosciente della differenza fra questi due fatti umani, ma prevedeva anche la loro possibile convergenza. Tanto che la Lettera a una professoressa, che urla contro la scuola selettiva che boccia e respinge Gianni, avverte all’improvviso:  “Nella prima parte di questa lettera s’è visto quanto danno fate agli scartati (…) Il danno più profondo glie lo fate agli scelti” (Scuola di Barbiana 1967, p. 104).

Gli autori della Lettera condannavano così la superficialità e il vuoto dei programmi e degli  insegnamenti abituali a scuola. Del resto, tanti maestri desiderosi di fare anche gli educatori dei loro allievi non si rendono conto facilmente che molti dei loro ragazzi hanno di fronte a loro certe sfide che i maestri non hanno potuto sognare. Fulvio Manara iniziava il suo articolo con un bellissimo pensiero dello scrittore e poeta spagnolo José Bergamín (1895-1983): “La verdadera enseñanza de la vida no la dan los padres a los hijos, sino los hijos a los padres”.  E Fulvio indovinava bene la grande forza educativa che c’era dentro alla stessa didattica della comunità di ricerca. Lui la trovava già presente nella scuola milaniana e, in questo, era totale il nostro accordo che ci arricchiva mutuamente.

***

Ma ancora dovevo imparare una sua nuova lezione. Dopo qualche giorno del nostro dialogo su Freire mi arrivò la versione definitiva del suo articolo e sono rimasto stupito – e quasi un attimo spaventato – davanti a una sua misteriosa espressione che – per mia ignoranza – non ho chiarito sino a qualche mese dopo. Diceva così: “Mediazione è una cattiva traduzione di un ‘falso amico’ spagnolo”.

Ma non potevo essere io il falso amico spagnolo! Cosa voleva dire? Non ebbi il coraggio di domandarglielo e tentai di uscire da solo da quel mistero. Quando Fulvio morì questa scoperta linguistica mi è sembrata l’ultimo suo regalo di una così ricca e generosa amicizia verso di me. “Falso amico” (si trova in diverse lingue) si dice di una espressione o parola straniera che sembra identica a un’altra della nostra lingua, ma ha invece un significato diverso ed equivoco. Così, la salida spagnola non deve tradursi in italiano come salita, perché da noi significa uscita. Nemmeno tuttavia è la stessa cosa che il todavía spagnolo, che significa ancora. I traduttori di Freire avevano scambiato mediatizar per mediare, senza riflettere nelle cattive conseguenze che abbiamo visto.

Ecco dunque il pensiero completo di Manara sul falso amico mediatizar, così simile – in falso – a mediare e che finisce per corrompere il denso concetto rivelazione di Paulo Freire sull’educazione (e insieme anche quello di Lorenzo Milani):

 

Nella scuola di Milani si riconquista la parola, e si passa veramente da un “parlare su” a un “parlare con”. L’uso della parola è orientato verso un dialogo vivo, che è tale perché si apprende a parlare non con lo scopo di fare bei discorsi, quanto per comunicare «per intendersi». La pratica comunicativa non mira primariamente alla descrizione del mondo, alla speculazione, alla costruzione di teorie, modelli, sistemi. Per dirci «come va il mondo». Essa trascende la pratica della «fatica del concetto» di hegeliana memoria. Non si preoccupa tanto di costruire un discorso sull’essere, sulle cose, sul mondo. Si fa carico di nuovi mondi possibili.

Anche José L. Corzo non si stanca di connettere l’esperienza della scuola-comunità barbianese al famosissimo motto di Freire, assai spesso però trasmesso in modo impreciso e incompleto. La traduzione italiana più diffusa de La pedagogia degli oppressi dice infatti quanto segue: “Nessuno educa nessuno. Nessuno educa se stesso. Gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo” (Freire 2002, p.69). Ma mediazione è una cattiva traduzione di un ‘falso amico’ spagnolo. L’originale portoghese infatti dice “ninguem educa ninguem, como tampouco ninguém se educa a si mesmo: os homens se educam em comunhâo, mediatizados pelo mund”. Mediatizar non è lo stesso che mediar, né in portoghese, né in spagnolo. Mediatizar propriamente significa il condizionamento, l’influenza decisiva che il mondo, o i mondi, esercitano su un essere umano o un gruppo, coartando la sua libertà, il suo operato e la sua azione.

Per Freire, ciascuno di noi è mediatizado nella sua esperienza del mondo, la quale è pertanto sia irriducibile che radicalmente problematica. E l’educazione è questo possibile evento trasformativo, in piena reciprocità tra tutti coloro che vi partecipano, in una esperienza di inter-in-dipendenza in cui ciascuno mette in gioco non solo se stesso, ma il proprio condizionamento, le cornici o le finestre attraverso cui il mondo gli si svela, per esplorarlo di nuovo e più creativamente insieme agli altri e, possibilmente, trascenderlo e trasformarlo. “L’educazione autentica”, aggiunge Freire, “non si fa da A verso B o da A su B, ma da A con B, condizionati dal mondo. Mondo che impressiona e sfida gli uni e gli altri, dando origine a visioni o punti di vista su di sé” (Freire 2002, p. 84, traduzione rivista dall’autore).  […]

“Fare scuola” è appunto l’esplorare insieme il non-ancora-pensato, non memorizzare e ripetere quello che è già stato pensato. (Manara 2016, p. 490)

 

Grazie mille, amico Fulvio.

 

Riferimenti bibliografici

 

Corzo J.L. (1981), Lorenzo Milani, maestro cristiano. Análisis espiritual y significación pedagógica, UPSA, Salamanca.

Corzo J.L. (2007), Educar es otra cosa. Manual alternativo entre Calasanz, Freire y Milani, Popular, Madrid.

Corzo J.L. (2008), Lorenzo Milani. Analisi spirituale e interpretazione pedagogica, a cura di F.C. Manara, Servitium, Sotto il Monte (Bg) – Troina (En).

Freire P. (1992), Pedagogía del oprimido, Siglo XXI, Madrid (dodicesima edizione).

Freire P. (1967), La educación como práctica de la libertad, Río de Janeiro.

Freire P. (2002), La pedagogia degli oppressi, EGA, Torino.

Manara F. C. (2016), Il principio della comunità di ricerca in Lorenzo Milani, in “Orientamenti Pedagogici”, 63, pp.481-498.

Milani L. (1958), Esperienze pastorali, LEF, Firenze.

Milani L. (1975), Maestro y cura de Barbiana. Experiencias Pastorales, Marsiega, Madrid.

Milani L. (2004), Experiencias Pastorales, traducción, introducción y notas J.L. Corzo, (BAC, Madrid.

Milani L. (2017), Tutte le opere, 2 voll., Mondadori, Milano.

Scuola di Barbiana (1967), Lettera a una professoressa, LEF, Firenze.

 

Note

 

[1] L. Milani, Maestro y cura de Barbiana. Experiencias Pastorales (Milani 1975); poi  Experiencias Pastorales (traducción, introducción y notas J.L.Corzo) (Milani 2004).

 

[2] Non conosco un elenco bibliografico dei libri e altri scritti di taglio teologico dedicati a don Milani. Ce ne stato un primo convegno alla Cattolica di Milano in cui è intervenuto il cardinale Martini: Chiesa, cultura e scuola in don Milani, a venticinque anni dalla pubblicazione di Esperienze Pastorali. Università Cattolica di Milano 9-10 marzo 1983. Cf. monografico Vita e pensiero (Milano 1983). Invece il più recente, alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, Firenze 6-7 Ottobre 2017, appena ha toccato la Teologia in due interventi e ancora non sono stati pubblicati gli atti: “Una vita al servizio del Vangelo, dei poveri e della Chiesa!” (Papa Francesco). Don Lorenzo Milani e la “sua” Chiesa: da Calenzano a Barbiana.

 

[3] L. Milani a G. Pecorini, 10.11.1959, in Milani 2017, vol.2, p. 719.

 

[4] L. Milani ai giudici 18.10.1965, in Milani 2017, v. 1, p. 942.

 

[5] “Existir es un concepto dinámico, implica un diálogo eterno del hombre con el hombre; del hombre con el mundo; del hombre con su Creador. Es este diálogo del hombre sobre el mundo y con el mundo mismo, sobre sus desafíos y problemas lo que le hace histórico”, (Freire 1967, p. 53).

 

[6] “[La educación como práctica de la libertad propone una] reflexión que, no es sobre este hombre abstracción, ni sobre este mundo sin hombre, sino sobre los hombres en sus relaciones con el mundo. Relaciones en las que conciencia y mundo se dan simultáneamente. No existe conciencia antes y mundo después y viceversa” (Freire 1992, p. 93).

 

[7] “Partíamos de que la posición normal del hombre (…) era no sólo estar en el mundo, sino con él, trabar relaciones permanentes con este mundo, que surgen de la creación y recreación o del enriquecimiento que él hace del mundo natural…” (Freire 1967, p. 100).

 

José Luis Corzo Direttore della rivista spagnola del Movimento di rinnovamento pedagogico di Educatori Milaniani (MEM) “Educar(NOS)”, traduttore dei libri di don Milani e della Scuola di Barbiana in Spagna, studioso del pensiero milaniano e protagonista dell’esperienza educativa Casa-Scuola Santiago Uno e Scuola agraria Lorenzo Milani di Salamanca dal 1971 al 1990. Ha pubblicato in Italia: Lorenzo Milani. Analisi spirituale e interpretazione pedagogica (a cura di Fulvio Manara), Servitium, Sotto il Monte (BG) 2008; Don Milani. La parola agli ultimi, Editrice La Scuola, Brescia 2012 e con Francesco Gesualdi e postfazione di Paulo Freire: Don Milani nella scrittura collettiva (Gruppo Abele, Torino 1992).