La musica dell’amicizia
In omaggio a Fulvio Manara

di Walter Omar Kohan


 

“Ricordate sempre: la musica, come la vita, si può fare in un solo modo: insieme”. Dal momento in cui la mia amica Marina Santi mi ha mostrato il video in cui Ezio Bosso si esibisce al Festival di Sanremo 2016, ho ascoltato e guardato il video della sua esibizione mille volte. Questa frase è l’ultima con cui il musicista torinese saluta la gente che lo ha acclamato durante tutta la sua esibizione. “Posso dire qualcosa?”, aveva chiesto con dolcezza dopo aver eseguito con maestria una piccola parte della sua composizione Following a bird. Si accomiata con gesti e con parole. Sorride. Ha ragione: “La musica, come la vita, si può fare solo in un modo: insieme”.

La gente lo applaude una volta, e un’altra ancora, senza fermarsi, quando suona, ma anche quando parla. Nessuno può smettere di applaudirlo. Non stanno applaudendo solo il musicista, non celebrano solamente un modo di abitare la musica, ma un modo di rapportarsi alla vita e alla morte. Insieme alla musica, applaudono anche al modo in cui Ezio Bosso ha affrontato le avversità della vita, una malattia autoimmune degenerativa che lo ha colpito alcuni anni fa, nel 2011, dopo un’operazione al cervello che sembrò dover mettervi fine. Ciononostante, Ezio Bosso è riuscito a fare di questa malattia un nuovo inizio, l’inizio di una nuova vita.

Come egli stesso dice, gli piace fermarsi per volgere l’attenzione a ciò che diamo per scontato, per esplorare le cose belle di cui non ci rendiamo conto nella vita quotidiana. Gli piace in particolare una teoria che concepisce la vita umana non tanto come una linea del tempo, quanto come uno spazio con dodici stanze. La parola italiana “stanze” ha diversi significati: è un luogo di chiusura, ma anche di affermazione e di apertura agli altri. Egli stesso spiega la teoria delle dodici stanze: lungo la vita attraversiamo una a una ciascuna delle dodici stanze e quando arriviamo all’ultima che non è l’ultima, perché le stanze si scambiano l’una con l’altra ci ricordiamo di tutte le altre, compresa la prima che non abbiamo potuto percepire al momento della nostra nascita (perché ancora non vedevamo) e siamo pronti per rinascere, per ricominciare.

 

È questa malattia che mi ha fatto entrare nella mia dodicesima stanza. Era buia. Per il solo fatto di esserci entrato, ho disimparato tutto: a parlare, camminare, suonare. E poi ho imparato tutto di nuovo. È come se fossi rinato. È stato sulla sua soglia che hanno cominciato a sbocciare delle cose, a cadere delle reti. Ho deciso, per la prima volta, di incidere un disco, ho trovato il coraggio di fare il primo tour da solo, senza altri. (Bosso 2016, s./ p.)

 

Gettato involontariamente in quest’ultima stanza, Ezio Bosso ha dovuto prima disimparare tutto per imparare tutto di nuovo. È tornato alla sua infanzia. Non lo dice con tristezza, ma con un’allegria infantile. Sembra pronto a ricominciare la vita, ad abitare di nuovo la prima stanza, quella dell’infanzia. Sembra pronto anche per vivere la vita come un continuo ricominciare, come un’infanzia che si protrae nel tempo. La vita lo ha condotto all’infanzia e l’infanzia gli ha concesso una nuova vita. Così suona il piano Ezio Bosso, così pensa la vita, la morte, la musica: in modo infantile, abitandole ogni volta come se fosse la prima volta.

 

Musica, filosofia, educazione

 

Ezio Bosso parla della musica come di un modo di vivere. “La musica siamo noi”, dice e aggiunge che la musica “è un destino che condividiamo […] noi ci mettiamo le mani, ma la musica ci insegna la cosa più importante che esiste: ascoltare”. Chi potrebbe metterlo in dubbio in un mondo in cui, a quanto sembra, quasi nessuno ascolta? Sembra che stia parlando non solo della musica, ma anche della filosofia, o perlomeno di una filosofia intesa come forma di sensibilità, come esercizio del pensiero nella forma dell’ascolto e dell’attenzione all’altro (Ferraro 2010). Forse sta parlando dell’altro nome della filosofia, se Platone ha ragione quando afferma, all’inizio del Fedone (61a), che la musica è la più grande filosofia (o la filosofia la più grande musica, dal momento che possiamo interpretare questa frase in entrambi i sensi). Forse sta parlando della musicalità della vita o di una vita musicalmente filosofica, del pensiero che si fa musica, o della vita che nel pensiero si fa musica.

Ezio Bosso apre tutti i suoi concerti con un brano tratto dalla canzone Following a bird. Comporre questo pezzo musicale gli ha svelato qualcosa di fondamentale: seguendo il volo di un uccello si è perso e si è fermato a pensare “l’importanza di perdersi per imparare a seguire”. Pensiamo, dice Ezio nel suo intervento a Sanremo, che perdersi sia una cosa negativa. Però non lo è: “perdere pregiudizi, paure, dolori ti avvicina e ti fa continuare”. Bisogna perdersi per poter andare oltre ciò che possiamo essere. Così la musica è una metafora della vita che educa. Perdere se stessi, disimparare ciò che siamo per potere perseguire altri modi di vivere. Così, Ezio Bosso ha fatto del suo modo di relazionarsi con la musica una scuola di vita.

In questo modo, Ezio Bosso parla della musica come se fosse filosofia e della nostra relazione con la musica come se la musica ci potesse educare. Così, “perdersi per imparare a seguire” potrebbe essere il leit motiv di una vita che educa: l’invito ad una “pedagogia povera”, a trovare un cammino per una nuova “ricerca educativa” e vedere dove ci porta (Masschelein 2006). Camminare senza sapere in anticipo dove andare, lasciando che il cammino stesso conduca il nostro sguardo. Camminare per potere vedere ciò che prima di camminare non potevamo vedere né credevamo fosse possibile o desiderabile vedere; camminare, senza anticipare quello che vedremo, spostando in là il nostro sguardo; camminare per poter dar luogo a un’esperienza, nel cammino, e uscirne diversi. Camminare come auto-educazione. Qualcosa di simile affermano gli zapatisti in Messico: “Camminiamo non (o non solamente) per arrivare a una terra promessa, ma perché il camminare stesso è rivoluzionario” (Holloway 2001, p. 175).

Certamente, Ezio Bosso non è il primo ad aver connesso la musica alla filosofia e all’educazione. Questa connessione è presente non solo nella tradizione platonica, ma anche in quella anti-platonica, come nel caso del filosofo contemporaneo Gilles Deleuze.
Nel suo Abbecedario, egli si richiama proprio alla musica quando deve parlare della lettera P, P come “professore”. Afferma in quel testo che la preparazione all’insegnamento è la stessa che per la musica: e precisamente è una lunga preparazione per una breve ispirazione. La prova è la forma essenziale di entrambe: è necessario prepararsi e provare sia una lezione, sia un’esecuzione musicale. Dice Deleuze che le sue lezioni a Vincennes erano pienamente filosofiche e che erano rivolte sia a un pubblico di filosofi, che a un pubblico di non filosofi. Detto con le sue parole.

 

Come nella musica, che non è necessariamente rivolta a degli specialisti di musica ed è la stessa musica; è lo stesso Berg o lo stesso Beethoven che sono rivolti tanto a coloro che non sono specialisti di musica, quanto a coloro che sono musicisti. Per me, la filosofia deve essere rigorosamente sempre la stessa. È diretta tanto ai filosofi, quanto ai non filosofi, senza cambiare. Quando la filosofia si rivolge ai non filosofi ciò non implica che debba diventare qualcosa di semplice. Lo stesso succede con la musica: non si suona un Beethoven più semplice per chi non è specialista. Bene, con la filosofia succede la stessa cosa. Esattamente la stessa cosa. Per me, la filosofia ha avuto sempre un doppio ascolto: un ascolto filosofico e allo stesso tempo un ascolto non filosofico, e se non si hanno entrambi, e insieme, non vi è nulla. Se non fosse così, la filosofia non varrebbe nulla.

 

In ogni lezione di filosofia c’è questo doppio ascolto: filosofico e non filosofico. Entrambi fanno parte della filosofia in modo essenziale. Non c’è filosofia senza l’uno o l’altro. La cosa più importante è apprendere ad ascoltare, dice Ezio Bosso. Deleuze, un poco più avanti nella sua conversazione con Claire Parnet, difende una concezione “musicale” delle sue lezioni. Questa concezione è data da due caratteristiche: come nella musica, non sempre si comprende immediatamente ciò che si ascolta ed esistono un effetto ritardato di ciò che si ascolta. Per questo è importante non interrompere una lezione, come non s’interrompe l’esecuzione di un brano musicale: perché, senza l’attesa, la comprensione, anziché essere facilitata, è inibita. In filosofia, come nella musica, si deve ascoltare pazientemente. In primo luogo, quindi, una lezione di filosofia non deve essere interrotta così come non si può interrompere l’esecuzione di un brano musicale. In secondo luogo, una lezione di filosofia è una materia in movimento, per questo è musicale, e in questo modo ciascuno studente o ciascun gruppo prende quello che gli serve, ascolta e pone attenzione a ciò che gli interessa. Per questo, una volta di più, è necessaria la pazienza, l’attenzione. Inoltre, “una lezione è emozione. È tanto emozione che intelligenza. Se non c’è emozione, non c’è nulla, non c’è nessun interesse”. Infine, una lezione di filosofia tratta di concetti che mette in movimento e, nel farlo, li scandisce in parole. Il professore di filosofia è come un musicista, come un artista, è colui che scandisce i concetti in parole con il suo proprio stile. Come sappiamo, Deleuze teneva lezioni magistrali in cui il professore parla e gli assistenti ascoltano. Però ciò che dice può valere anche per altri modi di vita pedagogica.

Ma la relazione tra ascolto, filosofia e musica non è così semplice. Cosa significa ascoltare? Cosa ascolta chi ascolta? O per dirlo con Jean-Luc Nancy, cosa significa stare “in ascolto”? Cosa ascolta la filosofia o che cosa ascolta chi ascolta nel nome della filosofia? La filosofia ascolta propriamente o ascolta senza ascoltare? É possibile che il filosofo debba neutralizzare l’ascolto per potere essere “qualcuno che capisce? Perché la filosofia ha sempre privilegiato la vista – l’idea, la forma, la rappresentazione, l’aspetto, il fenomeno, la composizione – sull’ascolto – l’accento, il tono, il timbro, la risonanza, il rumore?

Per Jean Luc Nancy “stare in ascolto” comporta due dimensioni che prendono la forma di due domande: quale segreto si rivela nell’ascolto di una voce, di uno strumento o di un rumore? E cos’è lo “stare in ascolto”: cosa si rivela in termini di esperienza e di verità quando stiamo “in ascolto”? Con le sue parole: “Di quale segreto si tratta quando si ascolta propriamente, ossia quando ci si sforza di captare la sonorità più che il messaggio, quando ci si sforza di farsi sorprendere da essa?” (Nancy 2007). Nell’ascolto c’è una tensione che la lingua francese esprime con la parola entendre che significa sia ascoltare che capire. Quando si ascolta una parola, il senso sembra abitare oltre il suono, ma quando ciò che si ascolta è musica, per esempio il pianoforte suonato da Ezio Bosso, il suono si confonde con il senso, il senso diventa suono. Quindi, almeno dal punto di vista musicale, stare in ascolto è stare sul bordo del senso o in un senso del bordo, del margine, dell’estremo che risuona e ha il suo senso nel risuonare stesso. Possiamo dire che un ascolto di questo tipo sia presente quando stiamo nella filosofia? Vale a dire: possiamo attraverso l’esperienza del pensare filosofico disporci ad un ascolto che ci collochi al bordo del senso, che sia attento a un risuonare che ne contenga il senso e che non solo rimandi ad esso?

Ezio Bosso non vede nessuno scarto nel rapporto fra l’ascoltare della musica e della filosofia, fra l’ascoltare e il capire:

 

Quando ascolti, capisci. Ascoltare è un gesto di generosità. Quando faccio un concerto io ci metto le mani, ma il resto ce lo mette chi ascolta: suoniamo insieme.

 

Ascoltare è capire. Pertanto, è anche un gesto di generosità verso la parola dell’altro. Ezio Bosso concepisce la musica come questo gesto d’incontro, suona sia chi è seduto al piano, che chi lo ascolta. Non c’è musica senza ascolto, non c’è vita senza musica.

 

L’ “io” e il “noi”

 

Le ultime parole di Ezio Bosso a Sanremo 2016 mi hanno ricordato Paulo Freire. Recentemente, ad una riunione del Centro di Filosofia e Infanzia (NEFI) dell’Università di Stato di Rio de Janeiro (UERJ), una collega, Edna Olimpia da Cunha, ha ricordato le parole finali di un intervento che Paulo Freire fece all’università una settimana prima di morire, nel 1997: “Restate insieme. Non vi isolate. Non siate soli”. Qualcosa di molto vicino a quello che Ezio Bosso ha scelto di dire dopo la sua musica: restate insieme, non vi isolate, non siate soli. La vita si può fare, come le musica, solo stando insieme. Anche la filosofia.

Le parole di Paulo Freire e Ezio Bosso possono essere lette come una testimonianza: privilegiare sempre la dimensione collettiva della vita sopra quella individuale, al contrario di ciò che il nostro tempo ci chiede, proprio in spazi come quelli del Festival di Sanremo. È, al contrario, un’idea molto presente nelle culture che abitano l’America Latina da tempi ancestrali. Per esempio, il filologo tedesco Carlos Lenkensdorf (Lenkensdorf 2001) ha mostrato come le lingue delle culture maya Tojolabal o Tzotzil nel Sudest del Messico non hanno neanche la forma singolare della prima persona del pronome personale: i membri di questa comunità parlano solo nei termini del “noi”, attraverso il suffisso linguistico “tic” e non hanno una parola per dire “io” o “tu”. Lenkensdorf racconta che ascoltando la lingua tojolabal, si stupì fin dai primi momenti della frequenza con cui si pronunciava questo suffisso “tic” e ha suggerito che questa caratteristica linguistica non implica la negazione dell’individuo, quanto una cornice più ampia di significato e di senso per la sua risonanza. In spagnolo questo suffisso “tic” si traduce con il pronome “nosotros”, noi (noi-altri), che esprime meravigliosamente l’enfasi data al collettivo nei confronti dell’individuo, come se non fosse nemmeno possibile pensare questo soggetto plurale senza gli altri: “noi”, in spagnolo “nos-otros”, contiene “nos”, il “ci”, riferito a noi, e “otros”, gli altri, e se in un certo senso gli altri sono già compresi nel “nos”, nel “nosotros” lo sono doppiamente, perché sono nel “nos” e nell’“otros”. Queste forme sono quasi opposte alla cultura dominante nei nostri giorni, inclusa la filosofia cosiddetta occidentale che, nelle sue diverse modalità, si fonda su un ego individuale.

Nella filosofia contemporanea diverse tendenze problematizzano la centralità dell’individuo. È il caso di diversi esponenti del cosiddetto post-struttualismo francese, incluso Gilles Deleuze, e anche la filosofia per i bambini, così come è stata proposta da Matthew Lipman e Ann Margaret Sharp a partire dal concetto di comunità di ricerca filosofica come paradigma per la pratica della filosofia nella formazione educativa dell’infanzia. La comunità d’indagine è un paradigma in cui la formazione individuale si situa nel contesto di una formazione più ampia, in cui l’identità personale e l’autostima sono messe in dialogo con l’empatia, con la considerazione degli altri e con il pensiero distributivo (Sharp, Splitter 1996, p. 223 ss.). È dentro questo mondo della filosofia con i bambini che ho avuto il privilegio di conoscere Fulvio Manara.

 

Musica, filosofia e amicizia

 

“La musica siamo noi”, afferma Ezio Bosso. Non dice “sono la musica” né “…la mia musica è…”. Afferma anche, come abbiamo visto, che la musica è un destino condiviso, come l’amicizia. Ho avuto la fortuna di conoscere Fulvio Manara in uno spazio che abbiamo condiviso, uno spazio organizzato da Marina Santi all’Università di Padova. Marina Santi, ancora. Della prima volta che incontrai Fulvio, ricordo il suo sorriso facile, amico, i suoi gesti di ospitalità e dialogo: “vorrei che venissi come visiting professor all’Università di Bergamo”, mi disse già dalla prima volta. Ho avuto la fortuna di poter stare nella sua casa, con le persone a lui vicine, con i suoi studenti. Rifletto ora sul fatto che la stessa amica filosofa mi ha avvicinato ad Ezio e a Fulvio, in un modo diverso e comune. Un’amica filosofa mi ha portato la musica e la filosofia. Anche Marina Santi sta lavorando per riunire la musica, la filosofia e l’educazione. Ha recentemente presentato il suo lavoro a un Colloquio Internazionale di Filosofia ed Educazione a Rio de Janeiro: Educare in Jazz: otto tratti di una nuova pedagogia (Santi 2016). Mi soffermerò solo su uno degli otto tratti pedagogici che Marina propone attraverso il jazz: l’improvvisazione. Marina mostra nel suo testo come l’improvvisazione letteralmente “non vedere prima”, non vedere prima di vedere, prima di imparare a vedere, a seguire, prima di imparare a perdersi per apprendere a vedere, a seguire – esige una grande preparazione, quella che Deleuze esige dalla lezione di un professore. Dice Marina che “l’improvvisazione non è solo una risposta ‘reattiva’ ad un problema, anche se una buona improvvisazione è sempre una risposta adattativa di successo a un cambiamento” (Santi 2016). Penso, per esempio, come “cambiare stanza” nella vita, un cambiamento come quello sofferto da Ezio Bosso, esiga l’improvvisazione, l’imparare a seguire. Marina mostra anche l’interdipendenza tra “l’imparare a improvvisare” e “improvvisare l’imparare”. Così come si può apprendere a improvvisare, anche l’apprendere è un atto artistico.

Voglio, soprattutto, riferirmi all’Amicizia da una prospettiva che non sia individuale. Nell’Abbecedario, Deleuze parla dell’amicizia in questo senso. Afferma che l’amicizia è interessante non tanto al livello della relazione personale, ma piuttosto come categoria o condizione del pensiero. L’amicizia si trova, come sappiamo, nell’etimologia greca della parola philo-sophia. Giuseppe Ferraro, amico filosofo, dice che la parola filosofia, che di solito si traduce con “amicizia o amore per il sapere”, potrebbe essere rovesciata altrettanto bene in “sapere dell’amore o dell’amicizia” (Ferraro 2010). Deleuze, da parte sua, afferma nell’Abbecedario che l’amicizia è in relazione con l’idea dell’aspirazione. Un filosofo sarebbe qualcuno che aspira ad essere saggio senza esserlo. Così, quello che i greci avrebbero inventato è che esistono diversi aspiranti alla saggezza. Gli amici sono pretendenti che si capiscono senza la necessità di spiegarsi: basta un gesto per capirsi con un amico, anche quando non si condividono le stesse idee. Gli amici condividono un pre-linguaggio, un’attrazione, una gestualità. L’amicizia è questione di percezione: percepire nell’altro qualcosa che s’incastra, “che ci insegna, che apre e rivela”.

È in questo senso che mi sento più intensamente amico di Fulvio. Non perché pensavamo le stesse cose, né perché avessimo segreti condivisi, ma perché bastava un gesto per capirci. Credo che entrambi sentissimo che avevamo cose da insegnare e da apprendere l’uno dall’altro, che un certo aspetto del mondo si svelava quando ci incontravamo. Qualcosa che può sembrare banale e curioso fra persone che si dedicano alla filosofia: non avevamo la necessità di troppe parole per capirci.

Mi ci è voluto quasi un anno per poter scrivere di Ezio Bosso, più o meno lo stesso tempo che è passato dalla morte di Fulvio. Non credo che sia solo una coincidenza che io stia scrivendo questo testo ispirato a un modo musicale di vivere per rendere omaggio a un amico nella filosofia. In un concerto tenuto alle 6 di mattina il 13 Luglio 2013 sul Monte Margherita a 2549 metri di altezza, Ezio Bosso racconta che esiste una parola inglese che sarebbe stata inventata da Shakespeare, perché è una parola propria degli innamorati, una parola che designa un parlare che sta al di sotto del respiro, più sotto ancora del sussurro … il gesto della nota musicale, dell’intimità … quasi in silenzio … il respiro degli innamorati, al di sotto anche del proprio respiro. Con questo tono, con questa parola, ho voluto scrivere questo testo. “Ricordate sempre: la musica, come la vita, si può fare solo in un modo: insieme”. Con questo tono, quasi in silenzio, mi piacerebbe ripetere mille volte questa frase in omaggio all’amico Fulvio Manara: “Ricordate sempre: la filosofia, come la vita, si può fare solo in un modo: insieme”.

 

Traduzione di Cristina Rossi e Brunella Sarnataro.

 

Riferimenti bibliografici

 

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Santi M. (2016), Educare in jazz: otto tratti di una nuova pedagogia, in Kohan W., Lopes S., Martins F. (a cura di),  O ato de educar em uma língua inada por ser escrita, NEFI, Rio de Janeiro, pp. 391-402.

Sharp A. M. (2014), The other dimension of caring thinking, in “Journal of Philosophy in Schools”, 1 (1), pp. 16-21.

Sharp A. M. (1999), Uma nova educação. A comunidade de investigação na sala de aula, Nova Alexandra, São Paulo.

 

Walter Omar Kohan è dottore in Filosofía presso la Universidad Iberoamericana del México ed ha compiuto studi di Postdottorato presso l’Università di Parigi VIII. Attualmente è professore titolare di filosofia dell’educazione alla Università Statale di Río de Janeiro (UERJ) e ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNPq) e del programma Pro-Ciencia della Fondazione di Sostegno alla Ricerca di Río de Janeiro (FAPERJ). Tra il 1999 e il 2001 è stato Presidente dell’ICPIC.
È autore o co-autore di più di trenta libri. Ricordiamo almeno Infancia. Entre Educación y Filosofía (Laertes, Barcelona 2004), Filosofía: la paradoja de aprender y enseñar (Libros del Zorzal, Buenos Aires 2008), Sócrates. El enigma de enseñar (Biblos, Buenos Aires 2009), Filosofía y educación. La infancia y la política como pretextos (Fundarte, Caracas 2011) e La escuela pública apuesta al pensamiento (Homo Sapiens, Rosario 2013).