Introduzione

di L. Mastrorocco | Pdf

 

Intanto è necessaria una premessa. Da settembre dirigo un nuovo Istituto, il che comporta un certo disagio, visto che non mi posso oggi presentare a nome e per conto dell’Istituto De Amicis, scuola capofila del CTI Ambito 1 di Bergamo, promotore, insieme alla rete S.O.S, di questo Convegno. Posizione un po’ disorientante e anche un po’ faticosa, dal punto di vista sentimentale.
Ci ho lavorato tanto, ci ho messo tanto e quando Andrea mi ha chiesto di dire due parole, lì per lì mi sono sentito spiazzato e ho detto: “È bene che venga il dirigente dell’Istituto De Amicis, che rappresenta il CTI oggi”.
Quando, invece, l’insistenza ha fatto emergere in modo chiaro la volontà di dare senso e significato ad un percorso che unisce l’esperienza decennale dello sportello per l’integrazione degli alunni di cittadinanza non italiana con quella del CTI, mi è parsa chiara la grande opportunità di dare voce ad una visione che ha accomunato tutti coloro che ci hanno lavorato, tutti i progetti realizzati e tutti gli attori coinvolti. Una lunga storia, quindi, una lunga esperienza. Ho accolto allora con piacere l’invito, per ribadire, una volta di più, il pensiero che ci ha guidato in questi anni.
Dicevo ad Andrea: “Sì, va bene, vengo, dico due cose a braccio molto volentieri, però vorrei liberarmi dell’incombenza di un intervento vero e proprio”.
Ieri, nel tardo pomeriggio, pensando a ciò che sarebbe successo l’indomani, ho provato a mettere a punto giusto due pensieri e mi sono detto “forse la cosa però più importante, visto che oggi il percorso e il progetto di Fare scuola oggi si chiude, è mettere in evidenza la coerenza e la logicità delle nostre azioni rispetto al progetto provinciale del nuovo Piano di governance del macro- tema dell’inclusione”.
Mi sono segnato due cose che vi vorrei leggere molto velocemente perché le ritengo, a tal proposito, molto significative.
Nel progetto del CTI, sottoscritto da più di trenta istituzioni scolastiche (CTI, Ambito 1 di Bergamo), si scriveva: “La scuola diviene inclusiva quando fa in modo che la diversità diventi il paradigma dell’identità stessa della scuola, e il pluralismo una ricchezza, un’occasione per aprire l’intero sistema a tutte le differenze (di provenienza, genere, livello sociale, storia personale e scolastica)”.
Piccola parentesi. Dobbiamo dire che in questi anni di storia vissuta insieme, prima come sportello poi come CTI, abbiamo sempre sostenuto la necessità di smettere di pensare per casi e cominciare a pensare per differenze, valorizzandole, consapevoli che se ciò non accade il rischio della segregazione e della moltiplicazione di disuguaglianze è elevatissimo.
“In quest’ottica – riprendo a leggere – il curricolo scolastico non può più essere inteso come una trasmissione standardizzata di conoscenze o un monolite di contenuti invariati, ma come ricerca flessibile e personalizzata della massima competenza possibile per ciascuno, partendo dalla situazione in cui ciascuno si trova”. E aggiungevamo:  “L’inclusione deve rappresentare un sistema di valori”. Vorrei sottolineare la pregnanza di questo pensiero, per ricordare, in questa occasione, una persona che non c’è più e che ci ha insegnato a interiorizzare questo concetto, in modo anche molto disorientante, in modo anche irruente, a volte anche violento, sia nel linguaggio che nel pensiero.
Vorrei ricordare, mandandogli un caro saluto affettuoso e molto riconoscente, il nostro amico Walter Fornasa. (Applausi)
Walter è stato una spina nel fianco. Molte delle cose che abbiamo cominciato a  masticare, a condividere, a riproporre sono frutto dell’officina di pensiero che lui ha messo in piedi.
“L’inclusione deve rappresentare un sistema di valori, e non solo una serie di strategie, a beneficio di tutti, studenti, insegnanti, genitori e, più in generale, dei membri della comunità scolastica”.
Questo era un po’ il focus del progetto del CTI.
Nella scheda-progetto di Fare scuola oggi scrivevamo: “Il successo formativo degli studenti si misura oggi con lo sviluppo di competenze adatte, significative e socialmente condivise, spendibili nella vita di ogni individuo e capaci di promuovere l’esercizio di una cittadinanza attiva, partecipe e responsabile da parte di tutti. Se è vero che la competenza è la comprovata capacità di usare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali, metodologiche in situazioni di lavoro e di studio e nello sviluppo professionale personale è evidente che al cambio di paradigma nella modalità di comunicare ed apprendere delle nuove generazioni deve corrispondere un cambio di paradigma nei modi di insegnare, funzionali alla promozione e allo sviluppo delle competenze. Occorre costruire una nuova professionalità della docenza fondata su adeguate competenze metodologiche e relazionali, passando dal profilo dell’insegnante che trasmette conoscenze a quello dell’accompagnatore e facilitatore di processi di apprendimento e di formazione”.
Si trattava di ripensare in qualche modo la metodologia della didattica facendola corrispondere ad un ripensamento della relazione con lo studente.
Paulo Freire, pedagogista brasiliano, sosteneva che la sfida educativa si può affrontare e risolvere solo attraverso la mediazione dell’altro, con l’altro. Non è certo il primo e non è stato l’ultimo a sostenere questo. È bello, però, quello che ha scritto: “Nessuno educa nessuno, e neppure sé stesso. Gli uomini si educano tra loro”. Quindi, l’insegnante diventa qualcosa di molto di più che un mediatore culturale essendo, e dovendone avere consapevolezza, prima ancora un mediatore emotivo.
Le culture sono nate fondamentalmente perché gli uomini avevano paure, speranze, sogni. Intercettare le emozioni diventa compito ineludibile, quindi, anche in prospettiva della  generazione di nuove e rinnovate culture, e diventa altrettanto ineludibile intercettare le emozioni triangolandole con i contenuti.
Due anni fa, Silvano Tagliagambe, da questo palco, ci ammoniva con un pensiero che lui cita molto spesso e che si riferisce ad Antonio Damásio, neurologo, scienziato, psicologo e pedagogista portoghese, il quale ha individuato – ci diceva Tagliagambe – l’errore di Cartesio, ossia la drammatica separazione tra mente e corpo, il che si traduce in costruzione di percorsi cognitivi escludendo storie emotive ed affettive.
Credo che il tema della relazione educativa, della relazione formativa, sia un po’ il cuore del pensiero che il CTI di Bergamo ha tentato di promuovere attraverso tutta una serie di azioni e che, in particolare, ha attraversato tutta la elaborazione del progetto “Fare scuola oggi”, convinti che come per vivere si debba, in qualche modo – penso più ai nostri studenti nel dire questo – essere motivati a farlo, ciò sia vero, a maggior ragione, per imparare a vivere.
Da questo punto di vista la cognizione senza emozione rappresenta semplicemente un non-sense.
Il CTI nell’organizzare, concepire e promuovere questi percorsi formativi aveva in mente questo: provare a far emergere pensieri, conoscenze, nuove visioni, perché l’esplicitazione di ciò che si genera in termini di conoscenza e anche di cultura professionale attraverso l’esperienza non rimanga tacita, non rimanga sottotraccia a livello di consapevolezza interiore, perché altrimenti è un mondo che non parla.
Nella scuola questo è il più grave e drammatico degli errori che si continuano a fare. Non si mette in circolo nuova conoscenza. Ciascuno, in modo molto atomizzato, porta avanti la sua parte. Credo che questa sia la cosa che ancora rende oggi la scuola, paradossalmente, forse una delle istituzioni più ingessate che ancora ci siano; un’istituzione che fa fatica a cambiare, un’istituzione nella quale c’è ancora un’enorme quota di conformismo, dove le convenzioni regnano ancora sovrane.
Noi come CTI, e le scuole con cui abbiamo lavorato e le persone con cui abbiamo collaborato,  abbiamo sperimentato l’impertinenza. E credo che oggi ci sia bisogno di tanta impertinenza nella scuola. Abbiamo sperimentato quel modo che, parafrasando un movimento culturale significativo che negli Stati Uniti sta generando nuove frontiere, viene rappresentato con l’espressione “rendere il pensiero visibile”.
Credo che questo sia un buon viatico da seguire. C’è tanto da fare, c’è ancora tantissimo da fare. La scuola fa fatica a cambiare, fa veramente una grande fatica. Occorre, però, che si ricominci davvero a pensare che è bene imparare a cambiare, in particolare la scuola,  perché non può farne a meno.
Mi auguro che questo convegno di oggi, che rappresenta un po’ la fine di un percorso, sia l’inizio a sua volta di una nuova strada, di promozione e di provocazione in grado di contagiare quante più scuole e quante più persone possibili.
Grazie mille e buon lavoro a tutti. (Applausi)