Costruire una scuola dialogica: la Maieutica Reciproca

di Antonio Vigilante | Pdf

 

Sono in fortissimo imbarazzo, perché sono tentato di sottoscrivere le parole che ha detto Rostagno e quelle di Paolo Mottana e chiuderla qui, nel senso che sento di non avere moltissimo da aggiungere. Quello che è stato detto è davvero importante, decisivo.

Io sono un ossimoro vivente, nel senso che sono un docente libertario. Mi dicono: “Tu o sei docente o sei libertario”. Temo che la parte libertaria di me soffra molto e sia quella passata in secondo piano. È molto difficile essere docenti e restare libertari. Direi che in questa società è molto difficile restare libertari, ma non voglio ammorbarvi con “I dolori dell’ex giovane libertario”.

Sono un docente. Sono un docente della scuola pubblica. Insegno al liceo “Piccolomini” di Siena. Come tutti voi, credo, avverto sulla mia pelle il disagio di essere docente oggi.

Prima Rostagno, mi pare, ha fatto un parallelo con la Chiesa. Io sto riflettendo su questo. Penso che il nostro disagio sia un po’ lo stesso disagio che vive la Chiesa, perché noi siamo una grande istituzione alla quale l’umanità ha affidato un compito enorme, che è in crisi. Esattamente come un prete, io mi chiedo il senso del mio lavoro. Perché insegnare?

Facciamo un passo indietro. La scuola in occidente ha avuto un contributo notevole e importante da Comenio. Il ragionamento di Comenio era il seguente: una persona diventa persona attraverso l’educazione; se non riceviamo l’educazione abbiamo la possibilità di realizzare le nostre potenzialità umane. Comenio parla prima ancora che scoppiasse il caso del ragazzo selvaggio dell’Aveyron. Parla di bambini selvaggi. Dice: se un bambino non è istruito, non è educato, non è nemmeno un essere umano.

Il secondo passaggio del suo ragionamento è: Si diventa essere umani attraverso l’educazione, ma che succede se un bambino nasce in una famiglia che non è in grado di dargli una buona educazione? Di qui il terzo passaggio, che è: occorre che ci sia un’istituzione per tutti, gratuita, che dà l’educazione e l’istruzione in modo da rendere possibile per tutti diventare pienamente esseri umani.

È un discorso che tutti trovano condivisibile, ma c’è qualcosa che non va. L’istruzione diventa statale. Lo Stato dà l’istruzione a tutti, obbligatoria e gratuita, ma l’istruzione segue un fine. Educare qualcuno, istruire qualcuno vuol dire cercare, fare in modo che quel qualcuno diventi un certo tipo di persona.

Grazie a Comenio, lo Stato decide quale tipo di persona deve diventare l’uomo e la donna occidentale. Diventa quel tipo di persona che diceva Rostagno, con i piani alti arredati e con i piani bassi abbandonati a se stessi. Il tipo di persone intellettuali. Noi, in occidente, abbiamo favorito in maniera enorme lo sviluppo intellettuale e abbiamo totalmente dimenticato il corpo. La violenza sta in questo. La violenza sta nel fatto che la scuola occidentale ha stabilito quale tipo di persona dobbiamo diventare e quale tipo di persona non dobbiamo diventare.

Esiste, esattamente come nella chiesa, una ideologia della salvezza: extra scholam nulla salus. Se tu vai fuori dalla scuola, tu sei perduto. Ricordo un docente del secondo anno delle superiori che mi invitava insistentemente a lasciare la scuola per tentare, una volta raggiunta la maggiore età, il concorso in polizia. Naturalmente lo diceva a me figlio di operaio; mai si sarebbe sognato di dirlo a un ragazzino di classe borghese (ma i borghesi erano pochissimi in quella classe; sospetto, anzi, che non ce ne fosse nessuno). Peraltro poi l’ho fatto il concorso di polizia e l’ho anche superato. Sono un poliziotto anarchico mancato. Un ossimoro perfino peggiore di quello del docente anarchico.

Extra scholam nulla salus. Se tu vai fuori dal sistema scolastico, tu sei perduto, non sei nemmeno un essere umano. Pensateci. Come vedremmo oggi una persona che non ha un diploma o che non ha la laurea? È un essere umano di serie B o di serie C. Forse quello che dovremmo fare, nella scuola, è un po’ simile a quello che è accaduto davvero nella chiesa. Cercare di ripensare il sacro da un punto di vista diverso. Un po’ quello che ha fatto la teologia della liberazione in Sud America, quello che hanno tentato le comunità cristiane di base. Facciamo delle comunità educative di base; chiediamoci che senso ha insegnare oggi.

Vedete, la scuola si può cambiare da due punti di vista: dal punto di vista che io chiamo della ratio e dal punto di vista che io chiamo del logos. Ratio, organizzazione. Prendiamo il sistema e introduciamo dei cambiamenti organizzativi. I cambiamenti che si stanno facendo vanno in questa direzione. L’ultimo è quello degli esami di Stato. Togliamo gli esterni e lasciamo tutti gli interni. Questo cambia poco, perché la crisi della scuola è una crisi di senso. La crisi della scuola consiste in questo, che se io entro in classe e chiedo a uno studente “perché sei qui?” lui non sa rispondere. E la cosa più drammatica è che se chiedo a un docente “perché sei qui?” lui non sa rispondere. E la cosa peggiore di tutte è che se me lo chiedo io, io non so rispondere. Anche se qualche risposta l’ho cercata.

Bisogna cominciare dal senso. Perché facciamo scuola? Perché siamo a scuola? Perché gli studenti sono a scuola? Perché noi ci alziamo ogni mattina e veniamo a scuola? Per lo stipendio possiamo fare un altro lavoro. Penso che lo troviamo. Non guadagniamo tantissimo. Bene o male, riusciamo a mettere insieme quei soldi anche in altro modo. E allora perché lo facciamo? Qualcuno lo fa perché crede nella religione dalla scuola: “Perché io devo salvare i mei ragazzi”. C’è questo linguaggio religioso in molti docenti.

Penso che sia urgente riflettere su una cosa. Noi abbiamo alle spalle una tradizione violenta. Se andassi indietro di qualche secolo, il mio omologo avrebbe la frusta o il bastone. No, non occorre andare indietro di qualche secolo. Anzi sì, di un secolo: quando ero piccolo io. Il secolo scorso, quando ero piccolo io, il mio maestro aveva il bastone e lo usava, e lo usava anche abbastanza pesantemente. Io ricordo benissimo l’umiliazione davanti a tutti di essere bacchettato sulle mani perché non sapevo le città della Lombardia. Le ho imparate benissimo tutte. Penso che ognuno di noi porti dentro queste umiliazioni.

Da docente, il disagio è quello di chi ha subito la violenza dell’essere studente. Lo sguardo con cui vedi il tuo studente è lo sguardo di te studente che subisce la scuola. Questo è importante quando fai il docente. Io devo sapere che prima di me c’è stato uno che aveva il bastone e prima ancora ce n’era uno che aveva la frusta. Non possiamo fare una scuola diversa se non partiamo da questo: noi apparteniamo a una tradizione violenta.

La domanda che dobbiamo farci è: come possiamo fare in modo che la nostra scuola sia il meno possibile violenta? Non mi azzardo a dire “come possiamo fare una scuola nonviolenta?”, perché non ci credo troppo. Non credo neanche più… Io ho scritto libri sulla non violenza, ma sono anche in crisi da questo punto di vista. Credo che ci sia una violenza sottile ovunque. Dobbiamo fare i conti con la violenza, invece, del nostro fare scuola quotidiano, con il malessere, e cercare di affrontare questo. La domanda è: come posso fare in modo che ci sia la minor violenza possibile nel mio fare scuola?

Quando capito in una classe nuova, all’inizio dell’anno, mi piace fare questo esercizio iniziale. Chiedo a ogni ragazzo di andare alla lavagna e scrivere come si sente in quel momento. La lavagna si popola di cose inquietanti: ho paura, ho sonno, ho rabbia, sono infastidito, eccetera. È difficile ci sia qualcosa di bello, di buono. Dopodiché, facciamo una foto alla lavagna e dico: “L’obiettivo sarà quello di cambiare un po’ questa lavagna, cercare di fare in modo che non ci sia più scritto noia, rabbia”. Mi sto convincendo che in campo pedagogico bisogna convertirsi alla banalità. Ci hanno inondato di cose raffinatissime, che non ci servono molto. Una banalità è che non si cresce e non si impara se non si sta bene. In un posto in cui tu stai maledettamente male tu non cresci, tu vuoi andartene. Se io potessi aprire la porta della mia aula, resterei io e due o tre alunni, non di più.

La scuola è un posto basato sulla negazione sistematica della libertà. Di questo dobbiamo essere consapevoli. Chiediamoci come possiamo fare in modo che questo posto, basato sulla negazione sistematica della libertà, sia un posto in cui ci sia meno malessere possibile.

Il malessere della scuola è un malessere relazionale, è un malessere dovuto al fatto che i ragazzi sono costantemente in una relazione asimmetrica. Le relazioni asimmetriche sono relazioni in cui tu stai male. Io ho molto fastidio a stare in una relazione asimmetrica. Io ho bisogno di dare del “tu” e ho bisogno che mi si dia del “tu”.

Prima di cominciare a insegnare ho fatto esperienza di una casa famiglia con i ragazzini dati in affido. Tutti mi davano del “tu”, da quella che aveva 9 anni a quella che aveva 14 anni. Quando ho cominciato a insegnare a scuola ho imparato che non potevo farmi dare del “tu” dai miei studenti, perché la cosa era assolutamente sconveniente. Qualche collega veniva a dirmi: “Se ti fai dare del ‘tu’, poi, vogliono dare del ‘tu’ anche a me”. E io: “Ma perché? Che c’è di strano? Che c’è di strano nel farsi dare del “tu?”; “È una mancanza di rispetto”. Ora: è mancanza di rispetto farsi dare del “tu” e dare del “tu”?

Conosco qualche docente che si offende se gli alunni lo chiamano “prof” invece che “professore”. Noi siamo in un delirio di asimmetria, un delirio autoritario costante, dal quale non riusciamo ad uscire. Anch’io mi sono ritrovato a dire: “Ti metto la nota”. E poi ti senti un idiota, perché, come diceva Zimbardo, quando stai in un sistema violento, diventi violento anche tu. La violenza te la senti addosso. Vai a casa e ti rendi conto di aver indossato una maschera violenta e di esserne rimasto sopraffatto.

Noi viviamo, a scuola, di relazioni malate, di relazioni sbagliate, di relazioni di potere. O meglio: di relazioni di dominio. Diceva Dolci, di cui vi parlerò tra un attimo, che le relazioni di dominio non fanno crescere nessuno. Le relazioni di potere fanno crescere qualcuno.

Anni fa, durante un collegio dei docenti, mi è capitato di dire che bisognerebbe dare più potere agli studenti. I colleghi mi dissero: “Abbiamo sentito bene? Hai detto ‘potere’?”. Sembrava stranissimo che io dicessi: “Bisogna dare più potere agli studenti”. Gli studenti vivono in una condizione di impotenza costante. Michel Foucault la paragonava un po’ al carcere. Io penso di poter dire che forse è peggio la scuola del carcere, nel senso che nella tua cella tu sei libero. Fortunatamente, non c’è più il Panopticon di Bentham. Nella tua cella tu fai quello che vuoi. A scuola no. Tu sei costantemente sotto lo sguardo del docente. Costantemente. E io, che ho un po’ la religione della libertà, mi scandalizzo quando uno studente mi dice: “Professore, posso bere?”. Bevi. “Posso bere?”, “Posso andare in bagno?” La cosa che fa riflettere è che buona parte delle regole, che sembrano irrinunciabili in una scuola, sono regole insensate.

In una scuola gli studenti non possono uscire durante il cambio dell’ora; se lo fanno, rischiano un provvedimento disciplinare. In un’altra, escono liberamente durante il cambio dell’ora, e poi sono più rilassati durante la lezione. Nella prima scuola c’è una regola che sembra irrinunciabile, ma che non esiste nella seconda: eppure la seconda funziona lo stesso. Quante regole apparentemente irrinunciabili sono in realtà inutili? A me è successo in passato di essere richiamato dai collaboratori scolastici perché avevo fatto andare due studenti in bagno. “Uno alla volta”. Perché? Perché? Le relazioni a scuola sono malate. Dobbiamo chiederci come fare in modo che le relazioni siano meno malate possibile.

Ognuno di noi sta a scuola con la sua maschera. Anche io, in questo momento, sto indossando una maschera. Sappiamo bene che la vita sociale è fatta di maschere che indossiamo. A scuola indossiamo la maschera che è legata al ruolo che abbiamo, al ruolo che recitiamo. Gli alunni la vedono, la maschera, e sanno bene che nessuno può educare finché sta dietro una maschera. Il primo atto educativo da fare in classe è quello di gettare via la maschera.

Una relazione asimmetrica è una relazione in cui c’è un soggetto che si muove e un altro che è immobile. Io sono qui, docente, immobile. Rappresento il tuo ideale. Tempo fa chiesi agli studenti: “Voi pensate che i docenti siano i vostri ideali di vita?”. Scoppiarono a ridere. Però noi siamo convinti di essere l’ideale degli studenti, loro si muovono e cercano di raggiungere quello che noi siamo.

Ovviamente, per recitare questa parte, noi ci dobbiamo mettere una maschera. Tutte le nostre debolezze, le nostre fragilità le dobbiamo mettere da parte. Entriamo ogni giorno in classe e recitiamo la maschera del modello, quello che voi dovete diventare da adulti, cominciando da adesso. È una faticaccia, perché le nostre fragilità sono sempre più evidenti. Mascherare le nostre fragilità è faticoso. Io getto la maschera. Ci provo. Io dico: “Io sono questo, con le mie fragilità, e ho fatto questi errori. Io ho un modello diverso. Io sto camminando insieme a voi”. Prima si citava Paulo Freire. Nessuno educa nessuno, ma tutti ci educhiamo insieme.

Proviamo a ragionare sulla parola “pedagogia”. La pedagogia appartiene a quella tradizione violenta da cui proveniamo. Proviamo a far saltare in aria la pedagogia e parliamo di sinagogia: “sin”, insieme. Sinagogia. Io sto in classe e non sono un modello ideale. Io sono una persona terribilmente imperfetta che sta cercando di fare meno errori e sta cercando di imparare, e posso imparare insieme a voi. Qui c’è una situazione in cui venti, venticinque, trenta, trentadue (capita anche) persone insieme stanno cercando di fare meno errori e di avvicinarsi a qualcosa di migliore. Questa è sinagogia. Mi piace ricordare questa cosa perché me l’ha insegnata una persona che purtroppo non c’è più, Fulvio Cesare Manara, che insegnava filosofia qui all’Università di Bergamo. (Applausi)

Fulvio faceva parte della nostra comunità di ricerca, di “Educazione Democratica”. Fulvio ha lavorato molto sul concetto di comunità di ricerca filosofica. Io penso alla classe così: la classe non è più una classe. La classe è un concetto burocratico. Persone che sono state messe insieme formano un’unità burocratica. La classe pensata come comunità vuol dire persone che stanno insieme davvero in una situazione di ricerca, persone che cercano insieme. “Ricerca” non vuol dire uno che ti trasmette la verità. “Ricerca” vuol dire “cerchiamo insieme la verità”.

Noi italiani abbiamo una tradizione straordinaria di esperienze educative, una tradizione che va dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Dopodiché, la nostra scuola si è raffreddata, come si è raffreddata la nostra società. Diceva qualcuno che il compito della scuola è quello di essere calda quando la società è fredda e fredda quando la società è calda. Oggi abbiamo una società fredda e una scuola fredda. Si è freddato tutto. È terribile.

Penso che dovremmo riscoprire questa nostra tradizione. Io, ad esempio, considero fondamentale la tradizione della pedagogia della nonviolenza. Don Lorenzo Milani, Danilo Dolci, Aldo Capitini, Lanza del Vasto. Sono autori che hanno fatto delle analisi che considero straordinarie e straordinariamente valide ancora oggi. È vero che la società è cambiata. Forse è difficile leggere la società di oggi con gli strumenti concettuali degli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta. Eppure si può fare. L’analisi del potere, ad esempio, che fa Capitini o che fa Dolci oggi è ancora attualissima.

Chiudo questa parte introduttiva, che è stata un po’ lunga.

Vi parlo un po’ di Dolci. Non so se avete sentito parlare di Dolci, se lo conoscete un po’. Qualche anno fa Dolci non lo conosceva nessuno. Eppure, pensate, è stato candidato al Nobel per la pace. Ultimamente lo sento nominare un po’, anche perché ne ha parlato qualche personaggio famoso in televisione. Quindi, qualcosa si sta muovendo.

La sua vita pubblica comincia negli anni Cinquanta e comincia in Sicilia, quando lui si trasferisce in questo paese poverissimo che si chiama Trappeto. Si trasferisce lì inseguendo una sua idea di impegno. Lui diceva: “Voglio andare qui. Voglio vedere cosa riesco a fere con queste persone”. Appena arrivato, la gente del posto gli dice: “Che sei venuto a fare?”. E lui risponde: “Sono venuto per vedere se riusciamo a vivere insieme da fratelli”. È una cosa molto retorica, una retorica che ha superato con il tempo. Arriva qui e comincia a impegnarsi con i poveri. Costruisce una struttura, che c’è ancora e si chiama “Borgo di Dio”, in cui ospita i più poveri del paese. Comincia a fare una forma di assistenza sociale dal basso, volontaria, finché accade una cosa che lo sconvolge. Lo chiamano perché un neonato sta male. Semplicemente, sta male perché la mamma non mangia da giorni e, quindi, non lo allatta. Lì succedeva che gente non mangiasse per diversi giorni. Lo chiamano. Lui va subito a Balestrate a prendere il latte in polvere. Il tempo di tornare a Trappeto e il bambino è morto. Allora lui decide di protestare, decide di fare qualcosa. Senza aver studiato nonviolenza, senza conoscere Gandhi, pensa che il metodo migliore sia quello di non mangiare. Dice: “Se siamo in un posto in cui i bambini non mangiano perché non possono mangiare, perché muoiono di fame, io mi rifiuto di mangiare fino a quando non fate qualcosa”. Fa lo sciopero della fame, che va avanti uno, due, tre, quattro giorni… Ovviamente, lo lasciano fare pensando che fosse una cosa originale, ma non seria. Quando si rendono conto che sta davvero male e rischia di morire, i politici siciliani cedono. Rispondono a tutte le sue richieste, fanno degli investimenti sostanziosi e cambiano la realtà del paese.

Un esempio tra i tanti che ci sono in giro di cambiamento nonviolento. La storia di Dolci è lunga. Non ve la racconterò tutta. Vi posso dire che, ad esempio, è stato tra i primi a impegnarsi nella lotta alla mafia, a denunciare i rapporti tra mafia e politica facendo firmare ai siciliani delle dichiarazioni in cui dicevano: “Ho visto il politico X con il mafioso Y”. Una cosa che, in quel contesto, era assolutamente straordinaria. È riuscito a costruire una diga facendo scioperi della fame. La diga sullo Jato, che esiste ancora oggi, era uno degli interventi da fare per migliorare l’economia della zona.

Il metodo di Dolci era questo: mettere la gente a discutere. A Trappeto non riusciamo a mangiare. Siamo poverissimi. C’è la disoccupazione. Cosa possiamo fare? Va bene, ci riuniamo questa sera, ci sediamo, ci mettiamo in cerchio e ne discutiamo. In questo modo è nato il metodo della maieutica reciproca. Perché si chiama “maieutica reciproca”? “Maieutica”, lo sapete, da Socrate. Tira fuori la verità. “Reciproca” perché tutti tiriamo fuori la verità. Nei seminari maieutici c’era Dolci e c’erano i suoi ospiti. Dolci è diventato, poi, notissimo, per cui arrivavano persone anche dall’estero. E poi c’erano i contadini siciliani. Ognuna diceva la sua. Provate a leggere i resoconti di questi seminari. Sono bellissimi. Sono straordinariamente belli, anche perché ti fanno vedere il cambiamento sociale in atto. C’è un seminario in cui, ad esempio, le donne parlano della vita delle donne in Sicilia: “Non possiamo uscire di casa”. Una donna dice: “Ma perché?”; “Perché ci criticano se usciamo di casa”. Un’altra dice: “Sì, ma se ci fosse una che non lo fa, non criticherebbero… E poi non lo fa un’altra. Non criticherebbero più tanto”. Il cambiamento sociale in atto.

Dolci utilizzò una volta un’espressione molto bella: “esistere attraverso la parola”. Tu esisti, diventi un soggetto politico nel momento in cui parli, discuti, discuti insieme ad altri. Dolci ha creato una scuola, la scuola Mirto, in cui voleva mettere in pratica queste idee. La sua idea era che la scuola è malata. Dolci è fortemente critico nei confronti della scuola. Considerava la scuola malata di trasmissione. Uno dei concetti di fondo del suo pensiero è che c’è differenza tra trasmettere e comunicare. Trasmettere è sbagliato, ed è quello che sto facendo io adesso. Per cui, tra due minuti faccio silenzio. Uno parla e gli altri ascoltano. Le strutture educative sono strutture che hanno già un setting trasmissivo. La struttura che trovate qui, adesso, è la stessa che trovate nell’aula. Questo piano è rialzato perché chi parla deve avere autorità. La vostra posizione è quella di un pubblico, e siete immobili. Questo, più o meno, è quello che si trova in una classe ancora oggi. Pensate, John Dewey, a fine Ottocento, parlava già di eliminare i banchi. Adesso bisogna fare battaglie per cercare di spostare i banchi, non di eliminarli.

La scuola è trasmissiva. C’è A che parla a B. B ascolta, prende appunti, li porta a casa, studia e poi fa l’interrogazione. Dolci diceva: “Questo sistema è sbagliato. Il sistema giusto è la comunicazione”. “Comunicazione” vuol dire: io parlo e tu ascolti, ma parli anche tu. Quand’è che uno studente parla a scuola? Lo studente a scuola parla durante l’interrogazione e parla per dire quello che ho detto io prima a lezione o quello che dice il libro, e basta.

La maieutica reciproca cerca di introdurre il dialogo a scuola e cerca di dare la parola agli studenti. Questa cosa è legata ad un’altra cosa importante. Dolci distingueva il potere dal dominio. Noi abbiamo, in genere, una visione negativa del potere. Il potere è quella cosa che hanno i potenti, i politici, eccetera. Dolci diceva: “Un momento. ‘Potere’ deriva da ‘io posso fare’. Senza potere non si vive”. Quando tu muori di fame, tu non hai potere. Allora io devo aiutarti ad avere potere. Diceva Dolci che… Questo lo diceva anche Capitini, che ha scritto un’opera bellissima che si chiama Il potere di tutti. Diceva Dolci che bisogna aiutare le persone, invece, ad avere potere. Bisogna combattere la patologia del potere. Qual è la patologia del potere? Il dominio. “Potere” vuole dire “io ho delle possibilità, tu hai delle possibilità, noi abbiamo delle possibilità”. “Dominio” vuol dire “io ho più possibilità di te e le mie possibilità sono possibili solo perché tu non hai le tue”. A livello globale, viviamo in un mondo in cui noi esercitiamo il dominio a spese di buona parte dell’umanità. Noi possiamo avere l’automobile. Io non ce l’ho, però noi possiamo avere l’automobile solo a condizione che buona parte del mondo non l’abbia. Se tutti avessero l’automobile, il pianeta avrebbe pochi anni di vita. Questo è il dominio. Io posso vivere un tipo di vita solo a condizione che tu non la viva. Le mie possibilità sono tali solo se ci sono delle tue impossibilità. Allora bisogna cercare un tipo di società in cui le possibilità mie possono coesistere con le tue e con quelle di tutti. Una società del potere.

Il potere si costruisce a scuola. Il potere si costruisce prendendo la parola. Il potere si costruisce facendo quello che gli americani chiamano empowerment, un termine quasi intraducibile in italiano. Noi docenti dovremmo fare questo, mai il dominio, che è nella nostra relazione quotidiana con gli studenti, e cercare di costruire il potere comune. Il potere comune vuol dire questo: noi discutiamo insieme, cerchiamo insieme, passiamo dalla pedagogia alla sinagogia e, attraverso il dialogo, cerchiamo soluzioni possibili.

La società e la scuola sono due mondi che non comunicano sempre. A scuola dovremmo chiederci che tipo di società vogliamo. Tutto quello che facciamo a scuola è politico. Ogni volta che entriamo in classe, ogni nostro gesto ha un significato politico, sempre, però dobbiamo chiederci quale significato politico vogliamo che abbia il nostro lavoro a scuola. Vuol dire chiedersi quale di tipo di società vogliamo creare attraverso il nostro lavoro. La mia risposta è che dovremmo cercare di creare una società del potere, cioè una società in cui tutti hanno la parola e costruiscono insieme, attraverso la parola, un modo in cui le possibilità degli uni crescono insieme alle possibilità degli altri.

(Applausi)

 

Antonio Vigilante Vive a Siena, dove insegna filosofia e scienze umane al liceo “Piccolomini”. Dottore di ricerca in educazione alla politica ed abilitato all’insegnamento universitario della filosofia morale, si occupa di pedagogia critica, nonviolenza e filosofia interculturale. I suoi ultimi libri: Il Dio di Gandhi. Religione, etica e politica (2009); La pedagogia di Gandhi (2010); Pedagogie della liberazione (2011, con Paolo Vittoria); Ecologia del potere. Studio su Danilo Dolci (2012); L’educazione è pace. Scritti per una pedagogia nonviolenta (2014).