La democrazia è un porto sempre più lontano

di Paolo Vittoria

 

La nave Aquarius

Raramente scrivo sulle reti sociali perché il livello di discussione diventa facilmente violento, mancando un vero contesto dialogico. Mi faccio ospitare quindi dal blog di Educazione Aperta, cercando di dire la mia in modo pacato.

Sono stato un migrante anche io. Ho lasciato dieci anni fa l’Italia, un paese in cui non avevo speranze di futuro lavorativo, e sono andato in Brasile. A Rio de Janeiro prima ho vinto una borsa di ricerca poi ho passato un concorso come docente universitario. Dopo dieci anni sono rientrato in Italia. Dalla mia esperienza (come migrante certamente privilegiato) posso dire che nessuno ha il diritto di dire dove e come debba essere il futuro degli altri popoli.

Come migrante privilegiato, con un lavoro stabile, una famiglia e una vita discretamente agiata, ho sofferto molto. Ho sofferto la lontananza dalla mia terra, ho vissuto la paura di non riuscire più a tornare. Il vuoto della distanza dalle mie origini. Ho visto il tutto anche come un’opportunità. La possibilità di inserirmi in un altro contesto, di conoscere altre culture, di sperimentare il mio lavoro in un luogo che, fino al mio approdo, conoscevo poco.

Cosa penserebbe un migrante di questa sofferenza? Chi lascia la propria terra in condizioni disperate, senza un nome, senza sapere dove va, e cosa lo aspetta? Mi ha colpito molto l’immagine di una donna nella nave Aquarius che, probabilmente avendo saputo di essere stati dirottati, cercava di ricostruire via carta geografica la rotta per Valencia. Forse non sapeva neanche dove sta e dove stava andando. Ma certamente sapeva da dove e da cosa stava scampando. Cosa che noi non sappiamo affatto o non vogliamo proprio sapere.

Immaginate un momento di stare in quella nave. Essere scampati alla guerra, essere scampati alla violenza, essere scampati alla morte. Sapere di dover arrivare in un porto, per poi ricevere la comunicazione che quel porto è chiuso perché un Paese non vi vuole e quindi non si sa dove si andrà. Immaginate di essere un ragazzino, o magari un bambino, una donna incinta. O una donna con un bimbo piccolo in braccio. Immaginate magari di essere uno di quei bimbi piccoli in braccio alla madre stremata.

La migrazione ha sempre delle ragioni. Non è uno sport, tantomeno un hobby o un desiderio di avventura in mari sconosciuti. Di solito si fugge da una situazione insostenibile. Nel mio caso era la precarietà, o peggio la disoccupazione. In Italia non avrei trovato nulla. Sono fuggito da una situazione che non ho creato io. Da cosa e da dove fuggono le masse di migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo? Fuggono da condizioni che non possono cambiare e la migrazione diviene l’unica possibilità di cambiamento possibile, spesso una scommessa che si può vincere o più facilmente perdere. Qual è la condizione che non si può cambiare e da cui si fugge?

Se lo è mai chiesto il governo del cambiamento? Prima o poi, si troveranno loro a dover fuggire.

Pensiamo per un momento… cosa possiamo cambiare nella nostra vita? Il nostro modo di essere… la nostra istruzione, la nostra famiglia. Possiamo cambiare il tempo? Se piove… siamo in grado di far cambiare il clima e far venire il sole? Se c’è una guerra… siamo in grado di cambiarla in pace? Se c’è una carestia, siamo in grado di far piovere viveri? Se ci sono epidemie, siamo in grado di salvare i nostri figli? Se mancano medicine, siamo in grado di farle pervenire in tempo utile?

La migrazione è fuga. Fuga dalla guerra, dalla malattia, dalla morte, dalla violenza, dal terrore. Nel mio caso, di migrante privilegiato, la fuga è stata dalla mancanza di lavoro. Un male minore, ma certamente drammatico se si protrae nel tempo. Un male che colpisce molti delle nostre generazioni che spesso si improvvisano in tanti lavori, o restano eternamente dipendenti dalle tasche delle generazioni precedenti.

Mi è andata bene, anzi benone! Non hanno chiuso il porto di Rio de Janeiro. Non hanno chiuso l’università. Non hanno chiuso le strade, le piazze. Non hanno chiuso gli uffici. Sono stato accolto da un porto sicuro, la democrazia. Quello che mancava nella mia terra. Non parlo di democrazia formale, ma di democrazia sostanziale anche nel criterio di accesso al mondo del lavoro. L’ho trovata in un Paese che, in modo improprio e presuntuoso, molti in Europa definiscono come afferente al cosiddetto terzo Mondo. Come se noi, rinchiusi nelle nostre frontiere mentali, fossimo davvero il primo mondo. Primi in che cosa? Ce lo siamo mai chiesti?

Sono stato accolto da un porto sicuro, la democrazia. Nel 2008, in un’epoca positiva per il Brasile, di estensione dei diritti democratici, di apertura dell’università, creazione di nuove sedi, inclusioni delle classi più povere di origine indigena, afrobrasiliana, di chi viveva nelle rinomate favelas e mai aveva sentito parlare dell’università.

Un’apertura alle classi più povere del Brasile ha reso possibile l’apertura a uno straniero come me che in terra straniera straniero non si è mai sentito. Eppure mi sento straniero nella mia terra, perché non la riconosco, non mi appartiene, non me ne sento parte. Dopo dieci anni, ho scelto di lasciare il Brasile (ingrato!) e tornare nella mia terra. L’ho voluto fortemente. L’ho sentito come un dovere. Ho lasciato il Paese che mi aveva accolto, che mi ha dato tante opportunità e sono tornato nella terra che ero stato costretto a lasciare.

Terra mia, terra tua, terra e’ nisciun (terra di nessuno). Si, perché nel nostro bel Paese siamo abituati a dire questo è mio, questo è tuo. Tu si, tu no! Come in un pezzo di strada abitato da parcheggiatori abusivi, ci arroghiamo il diritto di difendere uno spazio pubblico, come privato, come se fosse il nostro e di nessun altro. Inaccessibile agli altri. Stranieri, meridionali, africani, extra-comunitari, ma anche delle periferie, di un altro quartiere. L’altro nel primo mondo è una minaccia. Allora, adesso capisco perché insistiamo a chiamarci primo mondo. Per sentirci falsamente esclusivi, primi al mondo nel considerare gli altri, gli sconosciuti come una minaccia per difenderci nel nostro fittizio porto sicuro. Allora meglio chiuderli questi porti allo straniero, al diverso, al povero, al disperato, o semplicemente allo sconosciuto. Perché la sofferenza ci fa paura, ci fa stare scomodi, senza il confort del rifugio che ognuno si crea dietro alle proprie finestre. Meglio non vedere, meglio vedere dalla televisione, filtrato dai telegiornali. Ad occhi nudi, il dolore fa male.

E allora, un piccolo e grossolano ometto che comanda di chiudere i porti prende consenso, viene visto come uno statista maiuscolo perché allontana con le navi, la paura di vedere la realtà. In realtà è un ometto, perché specula su quella paura per raccattare voti e consenso politico.

Nel caso dei migranti che bussano disperatamente alle porte del mediterraneo, la fuga è ben diversa dalla mia. Non fuggono dalla disoccupazione o precarietà del lavoro intellettuale, non scappano da un male che si sono creati loro o ha creato soltanto il loro Stato, ma dalla disperazione che gli abbiamo creato noi, perché le guerre le abbiamo voluto noi, o meglio i nostri governi della pseudo-democrazia. La guerra non è una questione di oggi, del 2018: guerra in Libia, in Iran, in Afghanistan, in Siria sono risultato di guerre di anni, decenni. L’Iran è in guerra, a fasi alterne, dal 1979, ridotta a terra di conquista dagli assetati del petrolio. Anche l’Afghanistan, dal 1979. Presa dalle morse della guerra fredda USA-URSS: a chi la conquista, a chi la spunta prima. La Libia? Davvero una questione storica. Risale alla cosiddetta “riconquista della Libia”, 1922-1932. Guerra di carattere imperialista e fascista. Le grossolane campagne africane comandate da un altro piccolo uomo, reso falsamente grande dalla paura: Mussolini. Forse la più recente è la guerra in Siria, esplosa dopo il fallimento della promettente primavera Araba. In tutti i casi, sempre presenti e pressanti gli interessi occidentali, inclusi quelli europei, non ultimi gli italiani.

L’Europa è unita nel cacciare lo straniero. Divisa nel come cacciarlo e a chi lo caccia prima.

Unico porto sicuro è la democrazia dei diritti, delle relazioni, dell’accoglienza. Ma siamo molto lontani, lontanissimi, sempre più distanti. Il porto della democrazia è sempre più lontano, adesso non si vede più, sfuma dietro l’orizzonte. Aiuto, siamo noi ad essere naufragati.

 

Paolo Vittoria nasce a Napoli nel 1976. Comincia il suo percorso come educatore presso la Casa dello Scugnizzo. Qui comprende la necessità di legare teoria e pratica e comincia a dedicarsi alla ricerca oltre che all’azione educativa. Dopo aver svolto un dottorato di ricerca si trasferisce in Brasile, dove lavora insieme ai movimenti di educazione popolare e di pedagogia critica. Dal 2008 al 2017 insegna Filosofia dell’Educazione e Educazione Popolare all’Università di Rio de Janeiro. Rientra in Italia nel 2018, presso l’Università Federico II di Napoli, dove attualmente insegna Pedagogia Sociale. Autore del libro Narrando Paulo Freire. Per una pedagogia del dialogo (Carlo Delfino, 2008), tradotto in rumeno, portoghese, spagnolo, inglese, e turco. Co-autore con Antonio Vigilante di Pedagogie della Liberazione. Freire, Boal, Capitini e Dolci (Edizioni del Rosone, 2011), tradotto in portoghese, e con Peter Mayo di Saggi di Pedagogia Critica. Oltre il neoliberismo (Società Editrice Fiorentina, 2016) Ha pubblicato recentemente L’educazione è la prima cosa! Saggio sulla comunità educante (Società Editrice Fiorentina, 2017)

1 Comment

  1. Questo discorsodovrebbe essere portato nelle piazze, nelle fabbriche, nei municipi, nelle scuole per creare consapevolezza in tutti e creare una rete solidale del vero cambiamento sociale

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