Tutta un’altra educazione

di Paolo Mottana | Pdf

 

Innanzitutto grazie molte per avermi invitato. Grazie a tutta l’organizzazione anche per avermi dato l’occasione, tra l’altro, di conoscere personalmente Remo Rostagno, che è stato uno dei miei maestri.

Io ho iniziato moltissimi anni fa facendo l’animatore teatrale e andando in giro per i quartieri a portare delle proposte educative un po’ alternative. Poi la vita ci cambia – ahimè – però, insomma, cerchiamo di mantenere vivi alcuni principi.

È difficile dire qualcosa di più significativo di quanto ha già esposto Remo. Io personalmente potrei anche semplicemente sottoscrivere quello che ha detto, perché sono totalmente d’accordo. Posso aggiungere qualche chiosa, qualche nota, rammaricandomi per il fatto che ci sono così tante esperienze, per esempio quella di Collegno, c’è una storia di esperienze, di innovazione, di trasformazione, di  autentico rovesciamento del funzionamento dell’educazione, che viene da lontanissimo, addirittura dai tempi di Comenio.

Abbiamo avuto tantissimi educatori, tantissimi innovatori e tantissime esperienze. Eppure, ancora oggi, queste esperienze restano patrimonio di una ristrettissima minoranza. Infatti, e lo dico con tutto il rispetto, ancora oggi non possiamo non riconoscere la massiccia persistenza di quella struttura caotica e terribilmente inadeguata che è la scuola, quel terribile Behemoth inamovibile e immodificabile.

È vero che ogni tanto arriva un idraulico, un elettricista, qualcuno che fa qualche piccola operazione di maquillage. Ci sono effettivamente state delle riforme. Diciamo riforme, io le chiamerei “ri-deforme”, perché poi la forma della scuola nel tempo, più che assumere una maggiore coerenza, mi è sembrata andare ad assomigliare a una specie di piovra che cerca di recuperare quello che gli scappa dalla finestra facendolo rientrare dalla porta.

Ha cercato di mediare istanze inconciliabili. C’è stata anche una sbandata degli amici del pc come un nefasto dominio per lungo tempo di una infatuazione di tipo culturalista. Ci fu anche, devo dire, anche qui con tutto il rispetto, un po’ di responsabilità di Antonio Gramsci, che  credeva, a ragione forse, in un certo senso, che si potesse, – attraverso un investimento sugli intellettuali, sulla cultura, un certo modo di intendere i contenuti del sapere come fondamentali –, cambiare davvero la società. Ma non aveva letto Foucault che poi dopo ci ha spiegato che le cose stanno in maniera un po’ diversa in realtà, perché il problema, capite, è che tutte queste riforme, riformine, piccoli aggiustamenti, cambiamenti dei contenuti, un anno entra una materia, l’altro anno sparisce, poi ritorna magari ancora peggio di prima, questo non cambia assolutamente nulla. Non cambia assolutamente nulla perché la scuola è una struttura estremamente complessa che fa il suo lavoro a prescindere dai suoi contenuti.

Quello che fa la scuola non è tanto legato al lavoro degli insegnanti. A me dispiace dirlo, gli insegnanti sono persone meravigliose, la maggior parte di quelli che conosco sono straordinariamente appassionati, sono persone piene di energie, di capacità, ma la scuola, come ha spiegato bene anche Remo prima, e come ha detto il collega che ha parlato all’inizio, lavora attraverso altri elementi.

La scuola è una struttura di disciplinamento. Questo è un fatto che noi non possiamo disconoscere. Tutto il suo dispositivo, tutto il sistema di regole, di procedure, di orari, di tempi, di spazi, tutto questo lavora per disciplinare i corpi, per renderli docili, per far sì che obbediscano, perché diventino dei sudditi. Il sistema di valutazione non verrà mai tolto dalla scuola perché è il sistema attraverso su cui si impara ad avere paura dell’autorità e a fare le cose anche se non ci piacciono. La scuola funziona solo con il sistema di valutazione. Togliamo la valutazione e la scuola cade come un castello di carte. È evidente questo.

Quindi, o si cambia la struttura e si entra in un’altra dimensione e si comincia a pensare alla vita  dei bambini e dei ragazzi in un’altra chiave, ci si pone altri interrogativi, che sono quelli che poi vedremo, oppure si resta intrappolati in contraddizioni insanabili.

Scusate, qui mi sento alle strette. Questo problema di essere sempre chiusi. Anche per i bambini diversi hanno trovato una parola che chiude: inclusione. Non parliamo di inclusione. Parliamo invece di ospitalità. È un termine che mi sembra più sensato. Impariamo ad ospitare gli altri, a ospitarli nella loro diversità. Non è che  dobbiamo includerli, “inclu”, inchiodarli dentro qualcosa che è solo nostro. Dobbiamo imparare ad usare meglio le parole.

Comunque, dicevo dei bambini e dei ragazzi. Io mi chiedo sempre: ma i bambini e ragazzi vengono a questo mondo senza averlo scelto, poverini, non è che siano stati loro a fare domanda, magai in carta bollata per dire: “Vorrei andare sulla Terra. Mi piacerebbe in particolare finire a Rozzano, che è un posto bellissimo, per carità, e poi andare alla scuola di Rozzano e poi continuare. A 19 anni mi piacerebbe diventare un drogato, però per un breve tempo. Poi mi rifaccio una vita, eccetera, eccetera”. No, non c’è nessuno che fa questa scelta. La facciamo noi per loro. Siamo noi che li mettiamo su questo pianeta. Lo conosciamo questo pianeta. Non è che non ci siamo resi conto di come funzioni, di come sia fatto, delle conseguenze che produce.

Come diceva giustamente Remo, c’è una natura, c’era una natura. Ce n’è rimasto bene poco. Comunque, una volta c’era la natura, c’erano delle cose bellissime. Devo dire che con il  tempo si è un po’ ammalato questo pianeta. Forse è responsabilità nostra, non lo sappiamo bene. Certo è che quando noi scegliamo di mettere al mondo un bambino ci pensiamo che poi questo poveretto dovrà passare la maggior parte del suo tempo chiuso dentro dei posti che non sono stati veramente pensati per lui?

Sono pensati per farne qualcosa che lui non vorrebbe di sicuro. Io credo che se davvero lo si potesse intervistare a fondo, verrebbe fuori tutta la sua disperazione, tutto il suo disagio, la sua insoddisfazione. Chiaramente poi i ragazzi quando diciamo: “Tu ti trovi bene a scuola?” loro rispondono come macchinette programmate “Sì, sì, certo. Perfettamente”. Le interviste ai ragazzi sono straordinarie, perché poverini devono comunque sempre recitare quello che si attende da loro. E loro sono docili, infatti, nella maggior parte dei casi. Adesso magari un po’ meno di una volta, ma una volta erano molto docili. Perché prendevano calci sia fuori che dentro la scuola. Adesso un po’ meno. Qualche genitore ha smesso di prenderli a calci e anche qualche insegnante. È già una buona notizia, certo, ma questa buona notizia non va d’accordo con il dispositivo della scuola, perché la scuola funziona finché li prendiamo a calci.

Nel momento in cui smettiamo di prenderli a calci, la scuola impazzisce, perché è un sistema disciplinare. Se qualcuno non sta più dentro la disciplina tutti impazziscono, vanno in burnout, si prendono un sacco di malanni e poi devono farsi delle cure di pillole terrificanti per riuscire a mantenere la loro parte nel mondo.

Mi chiedo: di fronte a questa evidenza che bambini e ragazzi meriterebbero di meglio, meriterebbero di meglio semplicemente, meriterebbero qualcosa che sia più adeguato alle loro capacità, alle loro potenzialità, ai loro corpi, alle loro menti, alle loro capacità immaginative, intuitive, fantastiche… I bambini sono pieni di doti, pieni di talenti e noi li andiamo a mettere in quei posti dove le loro doti e i loro talenti piano piano vengono totalmente sabotati.

Giustamente, dice Remo, c’è qualche tentativo di arredare un po’ meglio le scuole. Io non sono così convinto che vengano arredate bene. Diciamo che vengono arredate con alcune cose che si ritiene che siano importanti. Io personalmente di quelle cose ritengo che poche siano veramente importanti, mentre ce ne sarebbero molte più necessarie. Ora non posso prolungare troppo il discorso, ma alla fine noi abbiamo avuto un’idea bizzarra, che se fossero animali subito un etologo ci direbbe: “Ma cosa fate? Siete impazziti?”. Un bravo etologo dice: “Se voi tenete un animale in cattività per troppo tempo poi avete voglia di metterlo nella giungla, nella foresta, nel mondo dove deve vivere”.  Non può più. Oramai è diventato un animale domestico, un animale impaurito, un animale privo di capacità di muoversi nel mondo, di orientarsi, di capire.

Curiosamente, è esattamente quello che succede per la razza umana. Noi abbiamo preso i nostri cuccioli e li abbiamo messi dentro un posto che è molto simile a uno zoo, in un posto dove loro stanno in gabbia. È chiaro, stanno chiusi, stanno immobilizzati, possono muoversi soltanto se qualcuno glielo consente, possono fare domande solo se qualcuno glielo consente, possono dire la loro soltanto se qualcuno glielo consente e vengono nutriti di un cibo che nella maggior parte dei casi non è esattamente il cibo che loro vorrebbero. Non è il cibo che loro vorrebbero, parlo anche di quello per il cuore e la mente. Questo lo sappiamo tutti benissimo e quando cerchiamo di trovare un cibo che a loro possa piacere, o almeno decente, ci rendiamo conto che entra immediatamente in collisione con quello che ci si aspetta da noi come professionisti all’interno di quel tipo di istituzione.

Noi veramente ci interroghiamo. Interrogarsi è una operazione molto semplice, basta empatizzare, basta mettersi nei loro panni, guardarci con i loro occhi o guardarci con gli occhi che avevamo un tempo, che magari si sono spenti molto rapidamente perché almeno per quanto riguarda me un tempo non è che neanche si pensasse molto a una possibile alternativa. Quindi, noi accettavamo con le braccia conserte per ore e ore l’autorità di persone che non avevano alcuna autorevolezza, ma avevano solo il potere di tenerci buoni. Il mio maestro aveva ancora la bacchetta.

Oggi, certo, questo è un po’ cambiato. È chiaro che è cambiato. Ci sono state tante esperienze, soprattutto nella scuola dell’infanzia. C’è un’attenzione diversa, ma la struttura, questa clausura, questo sequestro, come mi piace chiamarlo, questa reclusione preventiva, quella non è cambiata.

Perché funziona? Perché i Governi non intendono cambiarla? Perché le riforme non incideranno mai su questa struttura? Perché fa comodo, perché ai sistemi di potere questo fa comodo, perché usciranno animali umani addomesticati, pronti per entrare in altre celle, in altre gabbie, pronti ad ubbidire ad altre autorità o a esercitare il potere all’interno delle stesse gabbie. Perché non è da ritenere che chi esercita il potere sia uscito dalla gabbia. Niente affatto. Mai come oggi vale un verso di De Andrè. È uguale il destino dei carcerati e dei secondini. È lo stesso. Siamo tutti incasinati e siamo tutti al lavoro, siamo tutti dentro delle gabbie e non abbiamo tempo, non abbiamo spazio e non abbiamo capacità di vivere. Non c’è tempo di vivere se la vita è qualcosa di diverso dal dover produrre sempre qualche cosa, dal dover competere, dar dover eccellere. Mai come oggi c’è l’esigenza di tutta un’altra educazione, mai come oggi, perché oggi, al di là appunto dei piccoli aggiustamenti che si fanno, la scuola, l’università dove io – ahimè – mi trovo sempre più alle strette, inducono a credere che l’unico destino sia quello di vendersi sul mercato. Mai come oggi le competenze, parola che a me non è che piaccia molto e mi scuso, sono quelle che devono essere vendibili sul mercato. Tutta la formazione si sta orientando in questa direzione. I sistemi di valutazione diventano così deliranti e pervasivi perché c’è sempre più bisogno di controllo e avere sottomano le prestazioni; prestazioni che devono essere conformi alle attese di un mercato che è sempre più violento, feroce, come quello globale evidentemente, dove non c’è più quasi oasi possibile e non si sfugge, pena diventare degli emarginati.

Allora, mai come oggi un altro mondo possibile parte da un’altra educazione, da tutta un’altra educazione. Mi rendo conto di quanto, proprio pensando a tutte quelle esperienze, a quei meravigliosi personaggi, mi è capitato recentemente di vedere un documentario su Mario Lodi, che persona meravigliosa. Però era una persona semplice, una persona capace semplicemente di guardare i suoi bambini e dire: “Che cosa avete bisogno di fare?”. Li portava alla stalla, li portava alla fattoria, faceva fare loro il teatrino in classe. Aveva un’intelligenza sensibile, capite, un’intelligenza amorosa nei confronti dei suoi soggetti. Questa meravigliosa capacità gli ha consentito di fare delle esperienze, ma in quegli anni, gli anni Sessanta, c’era un certo margine anche perché il mondo intorno era più aperto al cambiamento. Oggi questo margine è molto diminuito, anche se corrispondentemente è aumentata la consapevolezza di molti. Ma qual è la conseguenza? La conseguenza è che oggi c’è l’educazione fai da te. Quando la scuola non riesce più a rispondere alle esigenze educative, giustamente, non c’è un’altra via, i genitori cominciano ad auto-organizzarsi, fanno la scuola parentale, gli altri fanno l’homeschooling, qualcuno li manda alla  steineriana se c’ha il grano, qualcun altro li manda alla Montessori, se c’è, ma alla fine dei conti l’offerta formativa rimane estremamente esigua e le soluzioni non riescono veramente a fare rete, non si riesce ad avere un impatto politico, perché questa è l’unica soluzione, che ci sia un movimento che raduni le forze che hanno ancora speranza, perché i nostri figli (bambini e ragazzi) meritano di avere una sorte migliore di quella che abbiamo avuto noi e di quella che stanno avendo – ahimè – i giovani oggi, sempre più premuti da attese, da competizioni, sempre più soli, sempre più atomizzati, soli con i loro cellulari che non servono a niente per costruire un corpo sociale, un corpo vero, un corpo autentico; soli con il loro corpo spezzato, come è stato il nostro.

Tutti noi quanto tempo abbia impiegato a ritrovare il nostro corpo dopo anni e anni? Chi l’ha  ritrovato, tra l’altro, perché alcuni ancora non l’hanno trovato! Non si sapeva dove fosse finito. (Applausi) è vero o no? Il corpo, le  emozioni, gli affetti, il desiderio. A quanto desiderio abbiamo dovuto rinunciare per alzarci alle 7 del mattino e andare a scuola per anni, anni e anni e stare lì, mezzi assonnati, ad ascoltare qualcuno che parlava con la minaccia che se ci addormentavamo o se eravamo distratti poteva appiopparci una nota, un brutto voto o interrogarci?

“Ti vedo un po’ assonnato. Vieni un po’ qua, parliamone”. È vero o no che è andata così la vicenda? E va ancora così in gran parte non tanto delle scuole dell’infanzia dove nella maggior parte dei casi, nonostante noi si abbia creato un modello straordinario, che è quello di Reggio Emilia, siamo ancora ai tempi di Noè. Questo è uno scandalo incredibile. Abbiamo un modello meraviglioso che ci hanno copiato in Finlandia e in Svezia, ma in Piemonte e in Calabria le scuole elementari sono ancora come quelle di Carlo Cudega, come si dice a Milano.

Il problema è, secondo me, che noi abbiamo bisogno di fare una svolta, abbiamo bisogno naturalmente di fare massa critica e lo ripeto. Massa critica, cioè riuscire a mettere insieme energie e risorse per far capire che non si può più andare avanti cosi, che abbiamo bisogno di un altro mondo. Questo mondo non ha destino. Il suo destino è segnato, lo vediamo tutti ogni giorno. Noi dobbiamo preparare bambini e ragazzi ad un altro mondo, ad un’altra società dove siano rispettate le loro esigenze, dove sia rispettato il loro divenire se stessi, dove siano rispettati il loro talento, le loro doti, le loro virtù possibili, dove siano rispettati i loro desideri e le loro esigenze fisiche, emotive, intuitive, immaginative, creative, tutto quello che con grande fatica la scuola non può elaborare.

Io penso che noi abbiamo bisogno di metterci d’accordo, pensare. Credo molto in una idea che è simile all’esperienza di Collegno, perché poi  queste idee ritornano, ma come è difficile metterle in pratica, quella della scuola diffusa. Io credo che bambini e ragazzi abbiano il diritto di non essere più sotto sequestro, di non vivere più sotto scorta, di non avere più guardie che li sorvegliano. Io credo che sia necessario che i bambini ritornino nel mondo, bambini e ragazzi nel mondo.

Certo, ci vorranno dei passaggi, ci vorranno delle mediazioni, ci vorrà che gli insegnanti, gli educatori assumano una veste un po’ diversa, che siano più degli animatori, che siano più delle persone capaci di creare esperienze il più possibile fuori dalla scuola. La scuola deve alleggerirsi enormemente, diventare un punto di partenza, un luogo dove si torna per discutere di quello che si è vissuto all’esterno. Bisogna che i bambini e i ragazzi non siano più censurati dal mondo. Ormai non si vedono più, non ci sono più bambini e ragazzi. Sono imprigionati da qualche parte e poi trasportati sempre da qualche agente di custodia – sono battute evidentemente – (genitori, fratelli), ma non sono mai liberi nel mondo, liberi di esplorare, liberi di vivere.

Questo mondo non glielo consente più naturalmente, ma noi dobbiamo esigere che questo mondo ricominci a tenere conto di quella presenza, di quelle energie, di quelle risorse, di quelle possibilità, di quelle soggettività che noi continuiamo giorno dopo giorno a castrare.

Grazie.

(Applausi)

 

Paolo Mottana Professore ordinario di filosofia dell’educazione all’Università di Milano Bicocca. Ha insegnato Filosofia immaginale e didattica artistica all’Accademia di Brera e da anni si occupa dei rapporti tra immaginario, filosofia ed educazione. Ha fondato il Gruppo di ricerca immaginale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Milano Bicocca e presiede l’Associazione Istituto di Ricerche Immaginali e Simboliche (IRIS). Nel suo blog dal titolo Controeducazione sviluppa una politica culturale all’insegna dell’affermazione vitale dei soggetti in formazione e in conflitto con le pratiche di disciplinamento diffuse nelle agenzie di formazione istituzionali. Dirige un Master universitario all’Università di Milano Bicocca dal titolo “Culture simboliche per le professioni dell’arte, dell’educazione e della cura”.
Tra le sue pubblicazioni: Formazione e affetti (Armando, 1993); Il mèntore come antimaestro (a cura di, CLUEB 1996); Miti d’oggi nell’educazione. E opportune contromisure (Angeli 2000); L’opera dello sguardo (Moretti e Vitali, 2002); La visione smeraldina. Introduzione alla pedagogia immaginale (Mimesis, 2004); Antipedagogie del piacere: Sade e Fourier e altri erotismi (Angeli, 2008); L’immaginario della scuola (a cura di Mimesis 2009); L’arte che non muore. L’immaginale contemporaneo (Mimesis, 2010); Eros, Dioniso e altri bambini. Scorribande pedagogiche (Angeli, 2010); Piccolo manuale di controeducazione (Mimesis, 2012); Spacco tutto. Violenza e educazione (a cura di, Mimesis,2013); Cattivi maestri. La controeducazione di René Schérer, Raoul Vaneigem, Hakim Bey (Castelvecchi, Roma 2014).