Stare bene a scuola

di Caterina Melli

 

Montale nelle sue poesie riconosce la condizione di aridità dell’esistenza in cui l’uomo è imbrigliato, ma non perde mai quella speranza di trovare “l’anello che non tiene”, il “varco” che apre una prospettiva nuova e da cui è possibile intravedere una verità inaspettata e più vicina al cuore misterioso delle cose. L’occasione per abbandonare per un attimo l’inevitabile catena di eventi nella poesia montaliana è un vero e proprio miracolo laico, un’opportunità improvvisa e inaspettata che sgancia l’uomo dall’inevitabile. Parlare di benessere a scuola è proprio uno di quei miracoli: è l’odore dei limoni che interrompe per un istante l’abitudine al lamento, allo scoramento, alla noia, alla rabbia, al pessimismo e apre prospettive verso sentieri poco battuti. Sentieri dove non c’è una sola alternativa ma ce ne sono molte, dove l’unica preoccupazione di chi cammina deve essere quella di guardare il panorama che più piace, godere del colore degli alberi e dei fiori che più ama e dove chi cammina è animato dal desiderio di condividere con i compagni di viaggio le meraviglie che lo rendono felice.

Come trovare questa strada troppo nascosta dalla fitta trama di arbusti fatta di paure? Come rendere possibile e quotidiana quella verità disvelata dal miracolo di preziose chiacchierate e condivisioni di idee sul benessere a scuola? Due domande, queste, che richiedono risposte coraggiose. Ho scelto di provare a darne alcune che sono frutto di lunghe conversazioni, della passione che nutro per la scuola, della mia storia personale di studentessa, ragazza e insegnante.

Credo che per creare benessere a scuola si debba abbandonare la paura di instaurare relazioni con i colleghi, con i ragazzi e con il preside. Una relazione autentica che parla della nostra vita, della vita di chi entra in contatto con la mia persona. Per questo motivo si dovrebbe ritrovare il piacere di salutarsi cordialmente tra colleghi in aula docenti e entrare nelle nostre classi con il desiderio di conoscere come stanno i nostri ragazzi. Dedicare, per esempio, il tempo per condividere storie personali ed emozioni è un’occasione preziosa per creare amicizie vere e autentiche fra colleghi e ragazzi e per trasmettere un messaggio oggi non scontato: per me tu vali! In una delle mie classi ho dedicato un’ora a far scrivere ai ragazzi i dieci momenti più belli e più brutti della loro vita. Le penne si muovevano senza difficoltà sul foglio bianco, gli sguardi risplendevano di luce e grande era il desiderio di condividere. Ed è stata proprio la condivisione di questi brandelli di vita che ha lasciato un segno indelebile a me e, ne sono certa, ad ognuno di loro: una ragazza ha ricordato i giochi che faceva con suo nonno e si è messa piangere ed è stata consolata con una dolcezza infinita dai suoi compagni e un ragazzo in sedia a rotelle ci ha raccontato che il suo momento più bello della vita è stato correre con i compagni nella pista da corsa dello stadio di atletica della scuola.

Questi sono solo due esempi di una condivisione molto ricca che ha insegnato a me e alla mia classe che è importante prendersi cura gli uni degli altri e che per stare bene in classe è importante sia conoscere se stessi sia conoscere l’altro in tutta la sua bellezza.

Un altro cambiamento, che forse può aiutare noi insegnanti a vivere la nostra dimensione lavorativa con più leggerezza, è la rinuncia all’immedesimazione in un ruolo e più esattamente in quello che viene ad essere identificato come il ruolo dell’educatore autoritario, dispensatore di regole talvolta incomprensibili verso gli studenti che queste regole le devono rispettare, senza possibilità di protesta. Una mattina una mia studentessa mi ha chiesto: “Prof, posso bere?” Questa domanda mi ha molto spaventato e mi sono chiesta: davvero lei pensa che a scuola si debba chiedere il permesso di bere? Davvero lei nel luogo in cui si sta formando per diventare una cittadina crede di non avere la libertà di bere? Davvero lei pensa che io, professoressa, dall’alto della mia autorità potrei impedirle di bere? È evidente che la mia alunna ha vissuto otto anni di scuola (e forse anche di più) in cui si è sentita dire troppi no e ai quali si è drammaticamente assuefatta. E io oggi come posso dimostrarle che i professori non sono dei generatori di divieti, ma educatori che vogliono aiutare i loro ragazzi a crescere nella riscoperta di se stessi? Posso, per esempio, dire più sì; posso, per esempio, ascoltare i bisogni dei miei ragazzi; posso mettere definitivamente da parte le sovrastrutture attribuite da altri al ruolo di docente educatore per ritrovare l’umanità della mia persona; posso evitare di essere scortese ogni qualvolta se ne presenta l’occasione. La risposta che ho dato alla mia studentessa è stata quindi: “Certo che puoi bere, io non potrei mai impedirtelo e nessuno d’altronde potrebbe farlo. La prossima volta, per favore, non richiedermelo!”

La scuola è anche luogo assimilato al sacrificio e alla fatica di chi ci lavora come insegnante e di chi ha il diritto di andarci, ossia gli studenti. Il sacrificio e la fatica che spesso mortificano le potenziali abilità insite nei nostri allievi che si sentono incatenati in un rigido sistema di consuetudini e non si lasciano andare alla scoperta delle loro capacità. L’alunno fa quindi il compito per fare contento il professore, non per soddisfare il proprio bisogno di conoscenza. Ecco che il rischio che corriamo come docenti è quello di mettere in moto un meccanismo per cui il messaggio che mandiamo è: “se studi da pagina a pagina o se impari bene gli appunti, avrai un buon voto in pagella”. Quindi il ragazzo per far contenti i genitori e gli insegnanti si piega alla volontà degli adulti. Ma ci siamo mai chiesti quanto sia importante che il ragazzo prima di tutto si impegni per far contento se stesso? Forniamo mai quegli strumenti per aiutare i nostri ragazzi ad essere artefici della propria felicità e per esprimere i loro interessi, le loro passioni? Spesso, come docenti non lo facciamo, ma in una scuola dove è bello stare insieme dovremmo iniziare a cambiare direzione. Una direzione che vede come prioritario restituire libertà di scelta agli studenti e che vede come essenziale una posizione di ascolto molto aperta da parte dell’insegnante.

Non possiamo più educare all’obbedienza; dobbiamo educare alla scelta,  e scegliere è molto più difficile di obbedire: per scegliere è necessario conoscersi, avere consapevolezza di noi stessi e avere il coraggio di impegnarsi per ciò che si ama. Uno studente dovrebbe avere la possibilità, ad esempio, di scegliere l’argomento su cui comporre un testo argomentativo o un articolo di giornale, dovrebbe poter scegliere i libri che desidera leggere, ecc. Salvaguardare la libertà di scelta significa anche salvaguardare le tanto nostre amate discipline per ridargli finalmente il valore che hanno, perché tutti sappiamo quanto sia orribile ascoltare interrogazioni di studenti che ripetono “a pappagallo” la lezioncina del giorno prima.
Credo che per creare benessere a scuola sia importante ritagliare del tempo per il dialogo. Sento, infatti, come urgente il bisogno di parlare con i miei studenti per capirli, per comprenderne i bisogni, desideri, interessi. Ad esempio, in quanto docente di italiano, avrei molta necessità di parlare con ogni mio singolo allievo che sta scrivendo un testo per aiutarlo ad acquisire in maniera consapevole tutti quegli strumenti della lingua che servono per esprimersi. Avrei bisogno di spiegare cosa si nasconde dietro ad un voto e avrei bisogno di tempo per rispondere alle molte curiosità che scaturiscono dalla mente dei ragazzi. Per questo motivo sarebbe bello dedicare ai nostri studenti un’ora di ricevimento. Per adesso abbiamo solo l’ora di ricevimento dei genitori che è assai preziosa, ma lo sarebbe altrettanto un’ora da dedicare ai nostri ragazzi: è con loro che sarebbe urgente dialogare per aiutarli realmente nel loro percorso di crescita e abituarli al dialogo. Ed è questo dialogo, credo, un modo per ristabilire un rapporto di fiducia che spesso tra docenti e studenti è fortemente compromesso. La rottura di questo rapporto è dolorosa per entrambe le parti e non è più possibile continuare a non curare la ferita.
Vorrei concludere con un ricordo che porto sempre ben presente nella mia mente. Don Lorenzo Milani a Barbiana un giorno si accorse che i suoi ragazzi non sapevano nuotare e allora decise di far costruire una piscina accanto alla canonica. Il terreno di Barbiana è roccioso e ci volle la dinamite per realizzare un foro adeguatamente profondo per una piscina e di acqua non ce ne era assai molta in campagna. Ostacoli, tutti ostacoli, che non fermarono don Lorenzo Milani che realizzò la piscina e chiamò dei maestri di nuoto per consentire ai suoi ragazzi, figli di contadini che mai avevano visto il mare, di imparare a nuotare. Quello che mi auguro e auguro a tutti noi quindi è di avere quell’amore che spinse don Milani a costruire quella piscina: ci vuole coraggio per cambiare, ci vuole forza per abbattere le abitudini, anche quelle che ci fanno star male, ma se veramente amiamo noi stessi e i nostri ragazzi, il coraggio si trova!

Caterina Melli Laureata nel 2012 in Filologia moderna presso l’Università degli Studi di Siena con una tesi in Storia della lingua, si è poi specializzata nell’insegnamento delle discipline letterarie con il corso universitario Tirocinio Formativo Attivo, conseguendo l’abilitazione all’insegnamento nel 2015. Lavora nelle scuole secondarie di secondo grado come docente di Lettere e Storia nella provincia di Firenze.